Chapter 19
"Raffiguratevi cogli occhi della mente, la ricca e florida vallata del Po, colla cerchia nevosa delle alpi insuperate, ad ovest, a nord, a ponente. Ricordate i tre sbocchi.... le tre brecce che attraverso quella cerchia di ghiaccio e di granito, congiungono il nostro suolo e i nostri mari all'Europa, al mondo centrale: sono il Cenisio, il Gottardo, il Brennero: or bene, tre grandi vie acquee naturali si stendono a' pie' di quegli sbocchi: il Po, il lago Maggiore, il lago di Garda. Rendere navigabile il nostro massimo fiume da Torino a Pavia, congiungerlo col Gottardo a mezzo del Verbano, col Brennero a mezzo del Benaco, ecco nella sintesi che qui mi è concessa dalla vostra indulgenza, ecco l'idea embrionale della _Navigazione Cisalpina!_"
Gesualdo Arcangeli applaudì, solo, per qualche secondo, poi qualche altro.... Cantasirena sorseggiò un po' d'acqua, si asciugò il sudore, indi continuò:
"Meno agevole mi sarebbe il riassumere qui, o signori, i vantaggi immediati, sicuri, della nostra iniziativa. Voi tutti già li vedete: il minor prezzo e la maggior facilità dei mezzi di trasporto; l'incremento maraviglioso di un'industria già esistente; il lavoro assicurato a migliaia di braccia, la diffusione di prodotti speciali in regioni ove ancora non sono apprezzati; una nuova, una forte corrente commerciale tra le province settentrionali e le regioni transalpine; l'impulso straordinario dato all'irrigazione e però all'agricoltura; la migliore difesa strategica alle varie plaghe, riassumendo: economia, ricchezza, potenza!
"Ma per compiere questa trasformazione della carta idrografica dell'Alta Italia occorrono, voi mi direte, prodigi, secoli, milioni!--No!--Quanti tecnici...."
A questo punto fu il piccolo Calca e i suoi amici, che imposero altezzosamente il silenzio: pareva che i "tecnici" fossero loro.
"Quanti tecnici hanno esaminato, studiato, discusso in ogni sua parte, dirò in ogni sua latèbra il grande nostro progetto, hanno dovuto convincersi, si sono convinti, esser d'uopo, più che altro, di utilizzare i canali esistenti, di riattivare le condizioni di navigabilità per tratti più o meno brevi, ma non mai eccessivi, dei nostri fiumi; per altri tratti, è vero, scavare nuovi canali, ma in terreni piani e facili, _comprendere_, insomma, come poc'anzi avevo l'onore di dirvi, o signori, _comprendere_ lo spirito, la filosofia e la poesia ad un tempo di tutto quel mirabile lavoro iniziato e interrotto di secolo in secolo e che al secolo nostro spetta, come un dovere e come un orgoglio, di compiere.
"Questo è il nostro programma di lavoro e di fede, questa è la visione che ha sorriso, fino agli ultimi istanti di sua vita, alla mente.... al genio.... al cuore del nostro povero e grande Fara-Bon!"
Scoppiarono gli applausi; ma furono tosto soffocati dal rumore, dall'accalorarsi delle discussioni varie, assordanti. Gesualdo Arcangeli gesticolava come un ossesso; si capiva, doveva trovarsi in mezzo ad un gruppo di dissidenti, di oppositori. Le parole che si udivano qua e là, più forti, più ripetute, erano "quistioni finanziarie, esposizione superficiale, quistione principalissima, utopie, denari, milioni".
Matteo Cantasirena ansava, si asciugava il cranio e la faccia col fazzoletto bianco, ma stava attentissimo a tutti quei discorsi, a tutte quelle voci.
Gesualdo Arcangeli, come per attestare pubblicamente la sua adesione, si precipitò verso il palco stringendo la mano al conferenziere ripetutamente, ma pur costatando e riassumendo nella ingenuità del suo entusiasmo, le diffidenze, le titubanze, la freddezza dell'uditorio.
--Cosa pretendono? Che la _Cisalpina_ avesse già reso milioni e che i membri del Comitato andassero in giro a distribuirli fra il pubblico?--Matteo Cantasirena sorrise, ma con una ruga amara all'angolo della bocca. L'occhio errava inquieto. Quando vide avvicinarsi il Fontanella si alzò di scatto, e gli andò incontro.
--Così?...
L'architetto gli sussurrò all'orecchio:
--Un gran colpo o tutto è perduto!--Allora Cantasirena fece cenno al Tolomei di suonare forte il campanello, e di nuovo, dopo aver bevuto, si forbì le labbra col fazzoletto, disponendosi a parlare:
Tutti si acquetarono, si voltarono, ripresero il loro posto.
"I vostri applausi,--cominciò più grave e più solenne,--la spontanea corresponsione dei vostri animi, m'incoraggiano a mettervi a parte dell'estrinsecazione che il progetto va prendendo nel campo finanziario."
Nella folla il silenzio diventò profondo: tutti erano attentissimi: questa volta, anche Pio Calca smise di sventolarsi, e i giovani collaboratori allungarono il collo nel solino lucido. Il Bizzarelli e il Brunetti si scambiarono una rapida occhiata; il Vergani sembrò destarsi, si rizzò sulla seggiola. Soltanto gli occhiali di Evelina erano sempre fissi sullo zio Matteo, in quel modo curioso che nell'ombra pareva un luccichìo e una risatina....
"Signori!...--e l'oratore fece un moto istintivo come chi piglia a un tratto una risoluzione, superando scrupoli e rischi.--"Signori!... Posso annunziarvelo finalmente! Una delle personalità più spiccate, più influenti del ceto bancario, della vecchia aristocrazia della banca il.... il commendator Francesco Kloss ha intuito la sicurezza e la grandiosità dell'impresa che gli inspirava prima qualche dubbio, qualche diffidenza: diciamola pure la grande parola: qualche avversione.... Ebbene, signori, la _Navigazione Cisalpina_....--mai durante la conferenza la voce dell'oratore era stata così potente come in questo punto--la _Navigazione Cisalpina_.... oggi giorno, non ha alleato più convinto, apostolo più fervente del commendatore Francesco Kloss!--Questo fatto, questo nome, vi dicano, signori, quale e quanta accoglienza non potrà a meno di avere nel censo d'Italia e di fuori, sulle piazze, sul mercato dei due mondi l'appello che il comitato rivolge a voi pure per la costituzione del capitale sociale."
Vi fu un movimento in tutta la folla, e quel mormorìo che precede, che precorre lo scoppio dell'entusiasmo: Matteo Cantasirena, maestoso, imperioso, imponente lo frenò, alzando, stendendo le mani: aveva dell'altro a dire:--Abbasso! Silenzio!...--e non si udì che il--sst--di Gesualdo Arcangeli allungarsi stizzoso e sibilante, come un razzo, su tutte le teste.
"E poichè un'impresa che deve assurgere l'Italia a tanta grandezza, non può trarre i suoi auspici migliori che nelle memorie di coloro che l'Italia hanno creata e redenta, io mi auguro che la gran voce di questa prima assemblea popolare della _Navigazione Cisalpina_ acclami l'alto patrocinio di un uomo che quelle memorie in sè stesso, nel suo nome, incarna ed onora.
"Io v'invito a preconizzare con unanime acclamazione, quale presidente del Consiglio d'Amministrazione della _Cisalpina_ il senatore Giovanni di Casalbara, della grande famiglia dei martiri! Il vostro plebiscito troverà la via del suo cuore, e la nostra impresa sarà benedetta dagli Iddii della patria!"
Fu sul nome del Casalbara che si rovesciò tutto l'uragano dell'entusiasmo al quale il nome del Kloss aveva dato l'aire; il successo della conferenza fu così grande, così serio da permettere ormai anche a Mariano Perego di cominciare a mostrarsi e d'intervenire, la sera, al banchetto.
In pochi giorni le azioni della _Cisalpina_ cominciarono ad essere cercate, specialmente a Primarole ed a Castellanzo, e molti piccoli possidenti del luogo, accecati dal balenìo ammaliante della speculazione, pur di diventare azionisti, davano anche i loro campi e i loro tuguri in ipoteca.
III.
Nora "voleva" essere felice. Voleva essere felice ad onta del marito vecchio, voleva esser felice sebbene Pietro Laner avesse sposato Evelina. Voleva esser felice perchè intimamente sentiva di non esser contenta, soddisfatta: e in fine, voleva esser felice per consolare sè stessa con quell'inganno e far soffrire, colla propria felicità, tutti i suoi nemici.
E--chi lo avrebbe detto?--la più tormentosa nemica della duchessa di Casalbara--della sfolgorante duchessa che maravigliava perfino il mondo cosmopolita di Mentone e di Nizza colla propria avvenenza, colla propria eleganza,--quella cui essa pensava con maggiore accanimento, era la piccola gobba, la misera cenciosa, era la moglie di Pietro Laner!
Era quella perfida, strisciante come una biscia che aveva raggirato, sedotto, chi sa con quali arti, con quali menzogne, con quali insidie Pietro Laner!... E non per altro che per rubarlo a lei; per farle rabbia, per trafiggerle il cuore con uno spillo.... come fanno cogli uccellini i ragazzacci tristi e cattivi!...--Trafiggerle il cuore?... Farle rabbia?... Rubarle quello zotico e ridicolo montanaro allampanato di Pietro Laner?--Che doveva importarne alla Casalbara?... alla duchessa?...
Eppure era così.
Quando Nora aveva saputo che il giovane trentino era gravemente ammalato per lei, perchè lei lo aveva abbandonato, piantato per sposarne un altro, Nora si era disperata, aveva pianto, aveva sofferto dolori e rimorsi.... Ma quei dolori, quei rimorsi le erano cari come una soddisfazione, come una seduzione nuova e strana: erano la idealità, la gioventù, l'amore di cui adesso sentiva la mancanza, la nostalgia nel torpore della beatitudine materiale creatale da quel mercato di sè stessa. Nelle lunghe ore in cui doveva sopportare le carezze caute e raffinate e sorridere alle tenere parolette vecchio fidanzato, essa correva colla mente, col sangue, col calore di tutta la sua giovinezza, ai baci folli e tempestosi, alle collere tremende, alle furibonde gelosie del giovane amante....
Una sola di quelle furie, di quelle esplosioni avrebbe mandato a pezzi il vecchio duca, lo sposo ingommato e verniciato, che doveva frenare anche i palpiti del cuore, per consiglio del medico! E pur mostrandosi sottomessa e docile e amorosa in quella sua intimità legale, che pareva una tresca, sentiva ch'era per essa come una seconda vita l'agonia del giovane poeta che aveva avuto i suoi baci e che moriva per non averli più; era per essa una vita segreta, la vita dell'anima, del cuore, dei sensi che la consolava, la innalzava, la ricreava. Il Laner moriva per lei! Questa sarebbe stata la tragedia del suo matrimonio, questo il suo romanzo di duchessa, il lutto della sua anima. Un lutto sentimentale, ch'essa avrebbe portato con sè alle feste e ai teatri, come un vezzo di perle nere, come un mazzo di semprevivi. E Nora che volontariamente, per calcolo, aveva abbandonato il Laner, sentiva adesso il bisogno di ingannarsi, di persuadersi che il destino, Dio, la sventura li aveva disgiunti, che anch'essa era una vittima, che anch'essa aveva sempre amato e avrebbe amato sempre, ancora, non quell'uomo che la sposava e al quale non avrebbe immolato che il suo corpo freddo ed inerte, ma il giovane poeta, l'amante che moriva per lei e al quale offriva tutti i suoi trasporti, i suoi baci, tutta sè stessa....
Invece Pietro Laner era stupidamente guarito e sposava Evelina!
Il poeta, il "Bardo trentino" dello zio Matteo, sposava la gobba! Dopo i suoi baci, dopo aver sognata la sua bellezza, si accontentava dei baci della gobba!
Nora voleva vendicarsi: doveva vendicarsi, ma sopratutto voleva essere felice e per questo aveva bisogno subito di un altro romanzo, di un'altra poesia, di un'altra illusione: innamorarsi di suo marito.
Infatti, che cosa le mancava per essere felice e per essere ritenuta felice? Si credeva ricchissima, aveva un gran nome, era padrona della propria volontà, del proprio capriccio... Le mancava soltanto di amare suo marito: questo dipendeva da lei... e lo amò.
Quante fanciulle non si erano innamorate di uomini non più giovani?...
In fine chi le aveva imposto di sposare "il suo Giovanni?" Nessuno. Lo aveva scelto lei, lo aveva voluto lei. Inoltre l'ammanto della virtù le doveva star bene: era un nuovo lusso, una seconda aristocrazia, una gemma scintillante alla sua corona di duchessa "_Domus aurea!_" e un'altra salvaguardia alla pace, alla felicità, e un altro abisso scavato fra lei e "quella gente" colla quale sdegnava omai ogni contatto.
E Nora riuscì a illudere sè stessa, a illudere gli altri, a dare l'apparenza della realtà a que' suoi affetti, a quelle sue chimere.
Come era stata per il Casalbara la fidanzata docile, languida, amorosa, fu per il marito la moglie innamorata, appassionata, simulando ardori e slanci, ch'erano ispirati soltanto dalla rabbia della sua gelosia, dal suo odio contro il Laner e contro Evelina, e che facevano perdere al povero duca la poca salute e i pochi capelli.
Alla mattina, quando il Casalbara entrava all'ora di colazione nel _restaurant_ dell'albergo, incespicando dietro la sposa bellissima, sfolgorante di gioventù, di salute, di vezzi, pur mostrandosene fiero e soddisfatto e vano, aveva nell'occhio attonito e spento una espressione strana d'inquietudine. Si mostrava beato, ma pareva anche impressionato della sua luna di miele. Era sempre attillato, leggiadretto e ricciutello; ma aveva le mani più tremolanti, le guance più flosce e violette, e sibilava "stella" colla voce fioca e affaticata mentre le presentava il _menu_.
--Stella... a te.
Era Nora che ordinava sempre, colla sua bella voce rotonda e flessuosa: si divertiva a leggere tutta la lista delle vivande, rideva nello scegliere.
Ed era lieto anche il Casalbara: si godeva che il cameriere notasse le occhiate espressive, quasi rivelatrici della sua giovane sposa, si godeva quando Nora si faceva sentire, a mezza voce, a chiamarlo "Nannucci mio". Soltanto avrebbe voluto poter mangiare più adagio ed esser seduto più comodo.
Tutti ormai a Nizza e a Mentone credevano "all'amore" all'innamoramento della "bella duchessa italiana" per suo marito. Il duca non era elegantissimo, simpaticissimo, non era un eroe, un gran signore?... L'essere, non vecchio, ma appartenere al bel tempo antico, era di moda: lo aveva messo di moda la "bella duchessa italiana" insieme ai larghi cappelloni di paglia nera colle margherite, insieme all'_Ideale_ del Tosti e alla virtù.
Nora aveva raggiunto il suo scopo; tutti erano a' suoi piedi, tutti l'esaltavano. Il suo regno le dava tante compiacenze, tante soddisfazioni da farle dimenticare, da compensarla della gran rinunzia.
Quel suo regno assoluto, quella vita principesca, quella gente squisita, eletta, le piacevano; le piacevano persino le ridicolaggini, i pregiudizi, le severe esclusioni, che confacevano al suo orgoglio, a' suoi gusti, al suo capriccio.
E sarebbe stato così anche a Milano. A Milano, perchè Bergamo era stato messo da parte. Per quanto Nora fosse innamorata e adorasse suo marito, faceva sempre a suo modo: lei "voleva", lei comandava in tutto e per tutto. Voleva, comandava coi sorrisi, colle carezze, coi baci, ma il povero innamorato avrebbe tremato soltanto all'idea, non già di contrariare, ma di non poter subito indovinare i desideri della sua "stella".
La duchessa Eleonora aveva già fissato, con parecchie signore di Milano ch'erano con lei all'_Hôtel Duval_, i _suoi_ giorni, in cui sarebbe restata in casa, dalle cinque alle sette, per le amiche, soltanto, e la _sua_ sera, per ricevere il piccolo mondo, ristrettissimo, riservato, eccelso.
Il duca lasciava fare ed approvava sempre col capo tremolante: in quel suo dormiveglia si era convinto di aver sposata una Montmorency.... e la nipote dello zio Matteo faceva presto a convincersi di esserlo.
Così Nora, che voleva essere felice, ritenuta felice, vi riusciva.
Una volta sola, l'eco, il fantasma del passato capitò come una raffica improvvisa a intorbidare l'azzurro olimpico della sua nuova esistenza.
Il _Duval_ a Nizza, era un piccolissimo _hôtel_, vicino alla spiaggia: il _sancta sanctorum_, il tabernacolo dei quattro quarti: al bisogno era l'albergo che dava o aggiungeva aristocrazia a' suoi ospiti. E però gli ospiti si conoscevano tutti, facevano vita in comune e, dal più al meno, erano sempre gli stessi.
Pel duca di Casalbara aveva fissato il quartierino sul mare, lord Paget, un cugino del defunto ambasciatore, che il Casalbara aveva conosciuto a Roma.
Un giorno, durante il pomeriggio, dopo il _lunch_, gli ospiti del Duval si erano riuniti nella sala "dei concerti" una galleria, a terreno, in vista del mare, dal quale era solo divisa da folti rosai.
Erano nella sala, colla duchessa Eleonora, le sue nuove amiche di Milano. V'erano lord e lady Paget, c'era la vecchia marchesa Chevrillard di Parigi e la principessa Moncalvo di Palermo, poi qualche vecchio diplomatico e qualche giovane _sportsman_; al pianoforte, la contessina Percy di Westmorel, una miss che pareva un fiore di sambuco, lunga, sottile sottile, colla folta capigliatura biondastra, cantava, accompagnandosi da sola, l'_Ideale_ di Tosti.
Nora, durante il canto, guardava, fissava cogli occhi pieni di ricordi e di sorrisi il duca Giovanni che le rispondeva pure sorridendo e facendo l'occhiolino, ma che intanto pareva curvarsi, torcersi sotto quei lunghi sguardi, e inavvertitamente, con una mano, si premeva le reni.
Tutti parlavano pianino per un riguardo alla miss che cantava: quella gente, sempre così vicina alle stelle, si moveva senza far rumore, come avesse le ali; il bisbigliare sommesso pareva un soffio, uno stormir di fronde: i sorrisi erano brevi e muti, frenati dal sussiego. La vocetta stridula, stonata della miss, s'innalzava sola, libera nello spazio, accompagnata dal lento dondolìo delle teste che s'inchinavano, approvando, dal muover leggero dei ventagli, dal mormorare lontano delle onde rincorrentisi lungo la spiaggia.
La miss, animandosi, cantava, stonava più forte, quando, a un tratto, ecco, come una maschera matta in un veglione, una signora grossa, gonfia, imbellettata precipitarsi prima fra le braccia del duca di Casalbara, poi fra quelle della duchessa, gridando e gesticolando, maravigliando e quasi spaventando tutta quella gente.
--Ah _bijou! Mon bijou! Tu es encore plus belle!_ Il matrimonio ti ha fatto benone! _Ah, mon cher ami! Vous êtes toujours un gros scélérat_, un _miserabile_ come dite voi altri _en Italie!_ Non farmi più saper niente! Io l'ho saputo per miracolo dal mio _impresario_ di Milano! Sono qui di passaggio: vado a Montecarlo: _Je veux courir la chance_.--Volevo scriverti anche per farti dire _de ma part à ton père, à ton oncle je ne sais pas.... ce qu'il est enfin, qu'il s'est comporté avec moi comme un vieux filou_. Ha scritto che la _Schönfeld n'a pas le physique du rôle_ per la _Cavalleria Rusticana! Caaro da Dio! Mon cher ami Mascagni, au contraire_, mi ha abbracciata. Oh, ma anche tu canti sempre? Mi presenterai alle tue amiche e faremo della musica, della buona musica!
Il duca e la duchessa di Casalbara chiusero le porte dell'_Hôtel Duval_ alla signora Schönfeld, la quale se ne vendicò raccontando a tutta Nizza che quella superba, _c'était presque une fille, qui avait entortillé_ quel vecchio scimmiotto, _avec ses minauderies et ses sales complaisances_!
Ma il mondo che circondava i Casalbara era troppo lontano dalla Schönfeld per potersene interessare: le chiacchiere del contessone non potevano far danno alla duchessa. Non era di "buon genere" sparlare di lei: credettero tutti invece alla Casalbara, quando essa raccontò che la contessa di Schönfeld apparteneva a una buonissima famiglia ungherese, ma che i rovesci di fortuna le avevano dato un po' alla testa, e ormai, pur troppo, non era più possibile riceverla.
Pure quella leggera nube, subito svanita, fu il primo, il sinistro annunzio della burrasca.
La felicità che Nora aveva desiderata, sognata, raggiunta, fosse la vera sì o no, ormai era la sola alla quale essa poteva aspirare.
L'unico fascino del Casalbara, quello che proprio l'aveva vinta e conquistata non erano i milioni?...
E Nora li voleva godere allegramente, pazzamente, e forse inconsapevole metteva un prezzo ad ogni sorriso, ad ogni offerta della propria bellezza, ad ogni sforzo per frenare le rivolte improvvise del suo pudore, le più ascose e invincibili riluttanze di tutto il suo essere.
Aveva la smania, la febbre dello spendere, pareva la tormentasse il timore di non arrivare a tempo a spendere abbastanza. Collo spendere i denari del marito pareva quasi sfogarsi, vendicarsi, punirlo. E il farsi pagar cara era un compiacimento, un orgoglio di donna; una scusa per perdonare il contratto a sè stessa.... Spendeva in tutti i modi: erano _toilettes_ che ordinava a Milano, a Parigi: erano gioielli che si faceva venire da Confalonieri, da Musy, da Mortimer.... Erano le ordinazioni del nuovo, del magnifico appartamento nel grande palazzo di Milano, nella sua grande villa di Casalbara, palazzo e villa, noti e celebri anche fra gli ospiti dell'_Hôtel Duval_. Ordinava carrozze, voleva comperare cavalli.... Poi, tutte le mattine, dopo il lungo bagno, nel quale si tuffava avidamente, cupidamente, quasi ansiosa di purificarsi dei baci della notte, usciva, correva attorno per le splendide botteghe dell'_avenue de la Gare_ e della _place Massena_, seguita dal suo "Nannucci" ogni giorno più beatamente rintontito, e si sfogava a spendere, a spendere, a spendere, a comperar gioielli, trine, stoffe, ninnoli, pur di sciupare, di sprecare, di buttar via danaro, pur di sfogare nello spendere quella smania insoddisfatta, nervosa, che sentiva nel sangue.... nel sangue giovane, forte, sano, che certe volte, e ne era il castigo, si accendeva pur negli abbandoni, negli ardori simulati, con impeti improvvisi e terribili. Spendere, spendere, spendere! Era una furia, una manìa! Riempiva le casse, le stanze, l'albergo di roba inutile, che dimenticava o regalava poi alle cameriere: ma dopo quelle corse, quelle compere, dopo tutto quel matto sciupìo, quando si sedeva a colazione, era allegra, ridente, si sentiva bene e si sentiva appetito: si era sfogata, calmata.
E per tutto ciò, conseguenza logica e ineluttabile, il giorno in cui la duchessa di Casalbara venne a scoprire la rovina finanziaria del marito, la moglie compiacente e innamorata sparì in lei, di colpo. Nora ebbe un impeto di collera furibonda, brutale, volgare; la collera della cortigiana che dopo di essersi venduta, si trova fra le mani un biglietto falso.
Quel vecchio esoso, schifoso, l'aveva ingannata, assassinata! Le aveva rubata la sua giovinezza, la sua bellezza, la sua vita, il suo amore....
.... Ma il povero Casalbara era vittima a sua volta del proprio inganno, della propria spensieratezza.
Che le importava ciò?... L'essere imbecille non era una buona scusa. L'essere imbecille non lo giustificava d'aver sedotta e rovinata una povera ragazza!
E pensare che essa a quel vecchio aveva sacrificato Pietro Laner! Pietro Laner che quasi era morto per lei!
Il duca aveva tenute nascoste alla moglie, fin che gli era stato possibile, le gravi notizie che gli arrivavano da Milano. Per quanto inebetito, per quanto la simulazione di Nora fosse sapiente, inebriante, tuttavia, anche se egli non capiva, sentiva che era sempre la "nuova" duchessa Eleonora che amava il vecchio duca di Casalbara; e in ogni modo, fosse stato anche vero e sincero nella giovane donna quel raro caso d'innamoramento, non poteva tuttavia aver avuto per origine naturale ed onesta altro che la gratitudine, non poteva essere tenuto vivo altro che dai continui doni, dal continuo sfarzo, dai continui divertimenti.
E adesso? Quando le avesse dovuto proporre e imporre una vita oscura, quasi borghese?
Il povero Casalbara sospirava angosciato, soffriva, sentiva egli pure un senso di rimorso: aveva sacrificata, legata a lui vecchio, a lui povero, quella esistenza giovane, fiorente.... La sua spensieratezza doveva lasciar campo alla riflessione: quell'esame delle sue condizioni patrimoniali che non aveva mai fatto, avrebbe dovuto farlo prima del matrimonio per sapere che cosa egli offrisse a sua moglie, per non ingannarla, ingannando sè stesso.