Chapter 18
Matteo Cantasirena era gongolante, e volle regalare a Evelina e a Pietro Laner, tutto il mobilio e le tappezzerie del salotto di ricevimento, per il loro quartierino di sposi:--Scegliete, ordinate tutta la roba di vostro gusto dal Vergani; e poi il conto, lo mandi a me.
La Gioconda, anzi ormai la signora Gioconda, scelse anche lei un regalo: si era alla fine di maggio, ma volle ugualmente una pelliccia d'orsetto che avrebbe messa via per l'inverno: il metter via, la passione della serva, era rimasta pure la gran passione della governante.
Matteo Cantasirena esultava ed era fiero, infatuato, convinto della parte che aveva sostenuta.
--Ah! ah! Credevano che i suoi articoli si potessero comprare?--Cessassero gli attacchi ingiusti, sleali alla _Navigazione Cisalpina_.... e basta!
Lo zio Matteo ne parlava, in segreto, anche col Laner.
--A voi, caro Pietro, anzi a _te_, oramai posso dir tutto: tu ed Evelina siete i miei soli figliuoli: ricordatevelo per il giorno che mi chiuderete gli occhi: non vi dev'essere nessun altro.--A te, caro Pietro, posso dir tutto: passar vicino ai milioni, come ci sono passato io, oggi, e uscirne completamente _incolume_, è una grande soddisfazione!--Gli occhi di Matteo Cantasirena luccicavano, pieni di lacrime: si commoveva.
--_Vade Retro Satana!_...
E si confidava anche a _Numa_ accosciato vicino al fuoco e che lo fissava sospettoso, arricciando il muso e dirizzando il pelo.
--Caro _Numa_ lo puoi dire alla nostra Gioconda!... Il padrone è stato un eroe del sacrificio!... e morte ai _tirolesi!_
Quella vittoria, quell'intimo e sereno compiacimento gli recò, col buon umore, le più felici ispirazioni per la grande conferenza di Primarole.
Di solito, la domenica dello Statuto piove sempre; quel giorno fece eccezione.
--È il sole pronubo della _Cisalpina!_ Viva l'Italia!--esclamò il direttore, alla stazione, rivolto a Taddeo, che gli teneva dietro, traballando sulla gamba di legno, con tutte le decorazioni rilucenti e tintinnanti.
--Viva l'Italia!
--Evviva! colonnello.
Era una mattina calda, azzurra, limpida. Matteo Cantasirena costretto a vivere nell'afa ammorbante della città, subito, appena in treno, appena fuori all'aperto, col venticello leggero che agitava, gonfiava, sbatteva allegramente le tendine del carrozzone, rotte dalle strisce vaganti e abbarbaglianti del sole, si sentì ristorato, sollevato, come purificato da un senso di benessere, di liberazione.
--Ah!...--e respirò.
Erano con lui nello stesso scompartimento, i giovani collaboratori delle _Risorse italiche:_ tutti mezzi parenti, amici, fautori di Pio Calca. Belle faccette fresche, fiere, dai baffettini nascenti, solo un po' martoriate e immalinconite dal solino enorme e rigido. C'era Evelina, modesta, aggraziata, più che seduta rannicchiata, nel suo posticino, con una positura d'indolenza languida, cascante, che dissimulava la spalla più grossa. Essa teneva sempre una delle sue manine inguantate sopra un ginocchio di Pietro Laner, come affermando, pur nella tenerezza dell'abbandono affettuoso, la sua proprietà; ma gli occhi, dietro le lenti, si fermavano or su questo or su quello dei giovani scrittori delle _Risorse italiche_ e fermandosi scintillavano: non per civetteria, bensì per calcolo. Due di quei giovani, dovevano essere i suoi testimoni alle nozze; lo aveva fissato lei, di suo capo. E uno doveva regalarle una valigia, con un completo _necessaire_ da viaggio: l'altro un _servizio_ per il caffè in argento: anche tutto ciò pensato e fissato da lei, in testa sua, senza dir niente a nessuno.
Pietro Laner, coll'aria istupidita e trasognata, timido con Cantasirena, timido con Evelina, con tutti, fissava il numero del _carrozzone_, il 2113: e quel tredici, in fondo, lo turbava, lo inquietava per il viaggio....
Ubbie?... No! No!...
E il poeta scrollava il capo tristamente, e guardava Evelina.... e pensava al suo matrimonio e pensava a "quell'altra" e si sentiva solo.... infelicissimo e sospirava, sospirava con un tremito di sgomento.
--No! No!... Non erano ubbie!... aveva incominciato a rivivere di venerdì!
Primarole era ridente, colle case spesse e colorite, in mezzo alla pianura immensa, inondata, raggiante di sole! Vi era nell'aria una trasparenza cristallina. I vapori del fiume invisibile, si addensavano all'orizzonte in una striscia lattea, luminosa, tenuissima sotto il cielo azzurro, come un mare lontano.
La borgata era piena di gente e di chiasso; le bandiere alle finestre, le viuzze adorne a festoni, un grande arco di alloro e di mortella, all'imboccatura della piazza.
Matteo Cantasirena fece il suo ingresso trionfale, circondato da tutto lo stato maggiore del Comitato, al suono della banda che strombettava l'inno di Garibaldi e la marcia reale, e dando il braccio a Gesualdo Arcangeli vestito all'italiana: un cappellone a larga tesa sulle ventitrè, giacca di velluto e cravatta rossa.
--L'arte! L'arte! Ecco la terza Italia! L'arte di Canova, Gesualdo mio, di Raffaello, non gli studi di osteologia e di veterinaria dei decadenti!
Le bandiere, la musica, gli archi di trionfo, gli evviva, tutto merito particolare di Mariano Perego il quale era da due giorni sul posto, ma senza figurare, senza mettersi in mostra, senza farsi vedere.... nemmeno dal piccolo Calca, nemmeno dall'ingegnere Fontanella, anch'essi in processione dietro Cantasirena, e assai irritati ed inquieti, perchè temevano una rivolta nelle squadre degli operai e dei braccianti. Questi infatti, occupati nei lavori di dissodamento e di sterro lungo il tracciato dei canali, erano tutti in fermento trovandosi in arretrato di paga, per colpa, appunto, di Matteo Cantasirena, che non aveva mandato i denari per "le settimane!"
Tuttavia, lungo la strada, in mezzo alla gente, il Fontanella e il Calca riuscirono a contenersi, a dissimulare.... Si fermarono cogli altri, al caffè, a bere il vino bianco offerto da Gesualdo Arcangeli, già un po' brillo a quell'ora, in mezzo alla schiera fracassona de' suoi _puntatori_, de' suoi _formatori_, de' suoi _finitori_, coi grandi cappelloni come "il maestro" e che seguivano "il maestro" dapertutto, sempre in baldoria, mangiando e bevendo alle sue spalle.
Col vino bianco si fecero evviva e brindisi al "prode Agesilao, alla _Cisalpina_" al genio di Fara Bon e il Fontanella rispose pure, con grande entusiasmo, a tutti gli evviva e a tutti i brindisi. Ma poi, appena giunti all'albergo del _Cannon d'oro_, appena gli fu possibile di chiudersi soli, lui e Pio Calca, in una stanza, col segretario generale, allora la scena cambiò di colpo.
Matteo, lì per lì, tentò, se non di scongiurare, di allontanare la burrasca.
--È il mio primo giorno di riposo.... di festa.... Lasciatemi godere un'ora, soltanto un'ora, della mia più che legittima compiacenza!...
--Siamo minacciati da uno sciopero!--esclamò con voce sorda il Fontanella.
Cantasirena, attonito, si volse verso Pio Calca.
Rosso, di bragia, colle pupille fisse, sbarrate, il piccolo grand'uomo non lo guardò nemmeno. Girava impettito, attorno alla stanza, sventolandosi col fazzoletto, accomodandosi il solino molle di sudore. Sentiva crescere la propria importanza, quanto maggiore era l'abbattimento di quell'altro.
--Minacciano fischiate!... legnate!...--E un risolino, un certo tono di superbietta, tradivano l'interna compiacenza.
--Piuttosto di venire a Primarole a mani vuote, dovevate rimandar la festa!...--mormorò il Fontanella;--non vi ha detto niente il Brunetti?
--Il Brunetti? Il Bizzarelli? Non sono più che gemiti in sembianze umane! Ma quel turco, bei?... Quel turco bei, perchè non si è fatto vivo?... È il vice presidente della _Cisalpina!_... Primarole non è il suo collegio?...
--È ammalato!--borbottò il Fontanella con un'alzata di spalle.
--Almeno lo dice--osservò il piccolo Calca maliziosamente.--Sarà una cura preventiva per i _soo danee!_
--Io ho tentato, per quanto mi fu possibile, di scongiurare il pericolo,--seguitò il povero ingegnere.--Ho dato qualche acconto ai capi squadra....
--Avete dato degli acconti?--interruppe giubilando Matteo Cantasirena, sempre pronto a riacquistare il buon umore.--Ma allora siamo salvi!... Lasciate fare a me!... Son qua io!--E propose di andare subito, tutti insieme, a parlare ai più turbolenti, ai più minacciosi, e di prendersi in compagnia anche l'Arcangeli.
--L'Arcangeli no....--E il Fontanella fece notare che non era ben visto.
--Si mormora in paese, per tutta la gonfiatura che ne avete fatto!
--Si mormora?... Di che?
--Ma.... le solite calunnie.... le solite chiacchiere. Dicono che i denari della sottoscrizione furono.... sono.... dileguati, e che si vorrebbe scegliere il bozzetto dell'Arcangeli, soltanto perchè costui.... si accontenta della gloria.
Matteo Cantasirena, soffiò con un sorriso olimpico, di compatimento.
--Chi lo dice?
--Ma.... tutti!
--Tutti.... è una metafora che vuol dire nessuno!
In quel punto entrò Taddeo. Veniva ad avvertire il colonnello, che una commissione di lavoratori voleva essere introdotta e sul momento.
Il Fontanella guardò Cantasirena impallidendo e bisbigliando:--Lo avevo preveduto!
--Sono qua io! Niente paura!--E il direttore ordinò a Taddeo di chiamare quella brava gente.
L'ingegnere e il segretario generale erano rimasti soli: Pio Calca si era dileguato lungo i corridoi dell'albergo.
--Fino a lunedì penso io a farli aspettare. Lunedì, in un modo o nell'altro, bisognerà provvedere. Il conte Bobboli, il Duranti, il Berretta, il Palazzoli devono provvedere!
Il Fontanella scrollava il capo sfiduciato, avvilito.
--E quand'anche potessimo tirare innanzi un'altra settimana, due, tre, dove andremo a finire?... Le nostre azioni non circolano! Nel pubblico è entrata la sfiducia! Peggio ancora, si ride! È il Kloss che ci ha rovinati!
--_Sursum corda_, caro ingegnere! Dal boemo non abbiamo più niente da temere: preso!
Il Fontanella guardò stupito Cantasirena:
--Preso..... come il Casalbara!--borbottò con una alzata di spalle. Era l'idea fissa dell'ingegnere. Senza il nome patriottico e popolare del Casalbara, senza il Casalbara senatore, col Tolomei invece, alla testa, il Tolomei antipatico, senza credito e senza influenze, la _Cisalpina_ era spacciata.
--Il Comitato attuale non è che provvisorio: per il consiglio d'amministrazione definitivo, avremo il Kloss e avremo il Casalbara: ve lo prometto.... perchè posso prometterlo!--dichiarò Matteo Cantasirena con gravità, con sicurezza.--Però intendiamoci bene, e fatelo capire ai "ragionieri" del Comitato: durante una guerra non si possono contare le cartucce: nella nostra campagna non si devono contare i denari.
Si udirono le voci, il trepestio degli operai in commissione, e subito, il Fontanella, frenandosi, vincendosi ancora, andò loro incontro e presentò, con grandi espansioni, l'illustre conferenziere, il benemerito segretario generale.
La povera gente che lavora è sempre di buona pasta e quando proprio non muore di fame, si lascia calmare e persuadere facilmente a parole, a promesse.
Figurarsi Matteo Cantasirena! Abbracciò gli operai e chiamò la bluse il camice precursore della gran patria nuova, universale!
--In un fascio le energie del pensiero e la santa virilità del braccio! Tutti siamo fratelli di lavoro.... stretti ad un patto! Tutti siamo fratelli di fede, la fede in Cristo, l'anarchico degli Evangeli, e in Garibaldi il redentore delle plebi! Tutti siamo lavoratori! Tutti operai! Operai del pensiero e operai dell'azione! Operai della penna e dell'aratro, sacro ai poeti e ai lari!--Taddeo porta da bere!--e correva sull'uscio a gridare:--Quattro! sei!... dieci bottiglie,--poi tornava in mezzo a tutta quella gente ansando, tornava daccapo cogli abbracci, ma faceva forza per calmarsi e prometteva, mettendosi la mano larga sul petto, e abbassando la voce con gravità profonda, solenne:
--Lunedì, a mezzo giorno, sarete pagati, fino all'ultimo soldo! E alla mia parola dovete credere! Io non posso tradirvi! Io sono popolo come voi! Sono nato col popolo, ho combattuto col popolo, ho sofferto e lavoro per i diritti, per il trionfo del popolo!--Viva l'Italia!
E al grido di "viva l'Italia" si vuotarono le bottiglie allegramente, e gridando sempre "viva l'Italia" anche la commissione degli operai e dei braccianti si unì ai membri presenti del Comitato, e colla banda in testa, si avviarono tutti insieme al gran "_Palazzo dei Lavori_" dove aveva luogo la conferenza.
Matteo Cantasirena si godeva il suo quarto d'ora, il suo trionfo. Capiva, sentiva, di piacere come bell'uomo alle signore di Primarole, che gremivano le finestre imbandierate, alle belle ragazze e alle contadinotte ferme sulle porte e lungo la strada, e dondolandosi, lisciandosi la barba occhieggiava da tutte le parti. Si teneva Evelina sotto braccio, sfoggiava la sua tenerezza paterna e presentava agli "onorevoli e cari amici" il suo segretario particolare "lo sposo" Pietro Laner.... il quale, povero diavolo, era tormentato da una emicrania spaventosa.
Anche Taddeo, che veniva in fine, era notato per la gamba di legno, le medaglie, il vestito mezzo da garibaldino, e destava molta simpatia. Quegli operai, quei contadini, gli facevano, press'a poco, le stesse domande che gli aveva fatte la prima volta Pietro Laner.
--Il Cantasirena era il suo colonnello? Dov'era stato ferito? Aveva la pensione?
E Taddeo zoppicando e traballando, rispondeva con quella grande semplicità che certe volte rende l'ignoranza sublime, ciò che in sostanza, gli aveva risposto, proprio in quei giorni, il Ministero:--Gli era stata amputata la gamba troppo tardi per aver diritto alla pensione!--E concludeva: Del resto, fin che posso lavorare, viva l'Italia!--Era lo stesso evviva di poco prima, gridato dal direttore a pieni polmoni. Ma Taddeo lo bisbigliava quasi a mezza voce, con un sorriso di malinconia e di amore: lo mormorava intimamente, soltanto per sè. E la mestizia di quel sorriso diventava più profonda, quando egli rispondeva che il suo colonnello era stato Giovanni Chiassi, morto a Bezzecca....
Senonchè la precisione della verità, in quel momento, disturbava la folla nel suo entusiasmo. Essa aveva dinanzi a sè, magnifico e simpatico, Matteo Cantasirena, l'eroe di quel giorno, l'eroe della _Cisalpina_: e l'eroe vero e grande, che aveva lasciato la vita sul campo, e Taddeo, l'umile soldato che veramente aveva sparso il suo sangue per la patria, non servivano che a dar colore e risalto alla leggenda istrionica del colonnello vivo e sano.... il bel colonnello delle sussistenze!...
II.
Un'altra folla ben diversa di quella della strada che si godeva allegramente la festa, il sole e la musica, un'altra folla sospetta, infida, la folla di tutti gli interessati prò e contro la _Cisalpina_, rumoreggiava, brontolava nel vasto salone delle conferenze.
Era quella una bella sala del seicento, ma rovinata dal tempo e dall'abbandono, cogli stucchi rotti a pezzi, e le fenditure larghe nelle pareti e nel soffitto. Ci sarebbe stato pericolo, per tutta quella folla stipata, se l'ingegnere Fontanella, non avesse fatto puntellare il pavimento. Dalle finestre aperte, senza vetri, entrava il sole vivo, dardeggiante e il frastuono della strada.
Matteo Cantasirena, seduto accanto al Presidente, girava l'occhio su tutte quelle facce gravi, talune arcigne, gocciolanti di sudore, cercando istintivamente nella moltitudine che si mostrava piuttosto ostile, il volto amico sul quale fissarsi coll'occhio, mentre avrebbe fatto il suo discorso. Come tutti gli oratori, anche Matteo Cantasirena aveva sempre avuto bisogno, parlando in pubblico, della "persona bersaglio" alla quale unicamente rivolgersi, come ad una incarnazione della folla, per leggere su di essa l'effetto, la corresponsione, prevedere la noia, l'obiezione, intuire il momento opportuno per il fuoco d'artificio, o per far vibrare la corda patriottica.
La prima fila delle sedie era occupata dai giovani collaboratori delle _Risorse Italiche_, venuti col direttore da Milano. Le testine ben pettinate e lucenti, i visetti seri e impassibili non esprimevano altro che la boria schifiltosa di non volersi confondere coi provinciali.... Vide il Brunetti, il Bizzarelli.... Dio, quei visi lunghi come la fame!... Non ricordavano altro che debiti, scadenze, querimonie!... Cantasirena soffiò stizzito e continuò a girare collo sguardo. Il Vergani pareva mezzo addormentato.... Il marchese Duranti, seduto di sbieco sdegnoso e arcigno.... Pietro Laner--cretino, imbecille!--sospirava.... D'un tratto Cantasirena s'incontrò negli occhiali luccicanti di Evelina, acquattata all'ombra, in mezzo ad un gruppo di signore: le autorità femminili di Primarole. Ma quegli occhiali si fissavano su di lui in un modo così insistente e curioso che gli scappò da ridere e voltò via la testa in fretta.
Finalmente trovò la faccia colorita, dalla lunga barba a due punte, di Gesualdo Arcangeli, e su di esso il suo sguardo si fermò; si scambiarono un sorriso, un cenno quasi impercettibile col battere delle palpebre.
--Siamo al completo--sussurrò Cantasirena al presidente.--Cominciamo.
Il marchese Tolomei non era un oratore, quantunque, facendo l'uomo politico, fosse sempre in mezzo ai comizi e alle adunanze. Si alzò un po' pallido: le mani strette nei guanti neri, di rigore, tremavano leggermente nel raccogliere i fogli bianchi, sparsi sulla tavola grande, lunga, attorno alla bottiglia e al bicchier d'acqua.
Il conferenziere, che si era alzato con lui, gli sorrise amabilmente per incoraggiarlo a parlare.... Il Tolomei alzò una mano, mosse le labbra.... ma in quel punto, da una delle finestre spalancate entrarono le grida, gli urli di una frotta di ragazzi scamiciati che tentavano arrampicarsi sulle inferriate di uno dei grandi finestroni.
Gesualdo Arcangeli, ch'era seduto vicino, si volse, minacciando col pugno; si alzò:--lo stormo dei ragazzi sparì strillando e fischiando e il Tolomei cominciò:
--Signori....
Ma fu interrotto di nuovo. In fondo alla sala, succedeva un tafferuglio, venivano alle mani. Erano alcuni operai del Fontanella che volendo entrare ad ogni costo, urtavano, schiacciavano la gente. Tutti si volsero, si alzarono in piedi per vedere. Il presidente, coll'occhio incerto, smarrito, fisso alla porta, aspettò che la calma fosse ristabilita, poi ripigliò colla voce che nell'aspettare gli si era abbassata:
--Signori....
Questa volta il silenzio era generale, profondo.... ma il Tolomei s'interruppe lo stesso, poi si sforzò balbettando, confondendosi, impallidendo.
--Signori.... È toccato a me.... a me che veramente.... è toccato l'alto onore, che è pure una grande compiacenza, di presentare a voi che.... di presentarvi.... io.... l'insigne banditore di un'impresa la quale.... Di presentarvi il commendatore Matteo Cantasirena.... il quale.... vi dirà come la _Cisalpina_, come la _Navigazione Cisalpina_ intenda esplicare il programma.... il suo programma....
Aveva perduto insieme la voce e la parola. Fece per sedersi, ma tutti intorno, gli bisbigliarono piano:--La lettera! La lettera!
Era la lettera del vice presidente, del conte Bobboli, colla quale scusando la propria assenza perchè ammalato, inviava il suo saluto e la sua adesione al conferenziere.
Il Tolomei si alzò di nuovo cercando in fretta la lettera sul tavolo, la cercò nelle tasche, credette di averla dimenticata. La trovò, la lesse, e dopo quella lettura, rinfrancato, disse forte, prima di tornare a sedersi:--Ed ora dò la parola al nostro onorevole conferenziere!
Matteo Cantasirena sorrise, s'inchinò, aspettò. Nessuno applaudì. Egli si forbì la bocca, leggermente, col fazzoletto bianco, tornò a sorridere.--Silenzio.--Allora incominciò:
"Cittadini, amici, cooperatori...."--e cercando, fissando coll'occhio Gesualdo Arcangeli che già esprimeva la sua ammirazione prima ancora che l'altro parlasse, continuò colla voce calda, forte, sicura:
"Nelle febbrili preoccupazioni di questo periodo che rimarrà nella storia delle più audaci iniziative, io pensavo, titubante, peritoso, che grave, troppo grave era il compito impostomi dal vostro benemerito e solerte Comitato: di dover riassumere, cioè, dinanzi a voi, di tracciarvi qui, nella sintesi della parola, le linee generali dell'impresa, alla quale tutta l'Italia, tutta l'Europa, tutto il mondo civile consentono, e appassionandosi e interessandosi, tendono fissi l'occhio e la mente. Ma, ve lo confesso, senza temere l'appunto, senza peccare di immodestia, ormai, ogni mio timore è svanito.
"Lo ha dissipato dall'animo mio il bel sole radiante che dissolve le nebbie sovra i pascoli opimi, cari ad Orazio, che circondano la vostra piccola, ma industre e gentile città; lo ha disperso la balsamica, la vivida aura che accarezza le messi biondeggianti nella vostra alma pianura, ed io mi sento ora fra voi, securo e sereno della mia parola e della nostra causa, securo come le annose, fatidiche querce della vostra immensa foresta, sereno come questo bel cielo italico, sul quale mi sembra scorgere, smagliante come un'aurora, propizia come l'iride, l'apoteosi dei nostri grandi, dei nostri martiri e giganteggiare titanica la figura severa, pensosa del capitano Fara-Bon!"
Un'interruzione: e subito qua e là qualche applauso, grida di: Viva Fara-Bon! Viva la Cisalpina!
Oh, Mariano Perego, in quei due giorni, a Primarole, aveva fatto miracoli!
Sfogato nell'esordio l'impeto lirico, fatto sicuro, ormai padrone di sè, ma rivolgendosi sempre verso Gesualdo Arcangeli che con degli.... sst.... formidabili imponeva il silenzio, Cantasirena, colla parola lenta, scolpita, dalle vocali aperte e sonore, entrò nell'argomento, diffondendosi nell'esposizione tecnica e finanziaria, parafrasando "buttando in moneta spicciola" come diceva il resocontista delle _Risorse Italiche_, il colossale, il grandioso progetto della _Navigazione Cisalpina_.
Poi, a mano a mano tornò ad animarsi, a riscaldarsi:
"Le vie acquee, voi me lo insegnate.... rappresentano la massima possibile economia in fatto di trasporto: or bene l'Italia che nell'alterna vicenda dei ministeri, va tentando.... va cercando.... come Diogene cercava l'uomo e Talete la coscienza, le fonti meno accessibili delle economie e della produzione, a questa che ha sottomano, retaggio dei padri, retaggio di lavoro, di ricchezza e di gloria, non ha ancora pensato!
"La rete.... la mirabile rete dei canali navigabili dell'Alta Italia, è un tesoro nostro, che noi puerilmente, spensieratamente, scioccamente, lasciamo negletto e infecondo. Abbiamo traforate le Alpi, gli Appennini! Dovunque abbiamo tracciata, aperta la via al "bello e orribile mostro" del poeta, abbiamo eretto, lanciato sul mare, formidabili e invincibili le rocche d'acciaio, ma ai placidi e securi canali scorrenti fra le ubertose pianure, agli umili, ma fidi e provvidi amici, non abbiamo ancora rivolta la mente, il cuore.... non abbiamo dedicato le scoperte e le vittorie, tutto il progresso dell'idrografia e dell'idrostatica compiuto da Euclide ad Archimede, dai vincitori del mare sulle dune olandesi, al genio allobrogo di un Paleocapa!
"È tempo di riparare alla nostra indifferenza, alla noncuranza spensierata e dannosa, al vergognoso abbandono! La navigazione interna, esercitata coi metodi dei secoli passati, verrebbe irremissibilmente e interamente soffocata, spenta dalle ferrovie! Ma no: essa è Lazzaro dormiente nel sepolcro: lo spirito redentore della modernità la deve vivificare."
La faccia di Gesualdo Arcangeli pareva distratta; l'occhio divagava; Cantasirena riprese con impeto:
"_Post fata resurgo_! Il progetto che vi sta dinanzi ha in sè la forza ingenita, irresistibile, suggestionante della semplicità!
--È vero!--bisbigliò lo scultore, rivolgendosi al suo drappello.