Chapter 12
--Povera Nora!...--sospirò lo zio Matteo.--La sposa.... ma.... a qual prezzo!... Un marito vecchio, gelosissimo. Io poi, non mi stupirei, se Nora, adesso che l'ha spuntata col Casalbara, cominciasse a sentire un po' di bruciore per l'irredento menestrello.
--Capacissima!--ed Evelina diventò ancora più rossa.
Cantasirena notò il livore, l'invidia e una punta ancora più feroce di gelosia.
--Bisognerebbe sapere,--soggiunse poi,--dove quel Laner è andato a ficcarsi.
--È correttore di bozze alla _Gazzetta Lombarda_.
--Come lo hai saputo?
--Da Taddeo. Quando lo hai mandato a cercare ai Giardini, coi cinquanta franchi, Taddeo lo ha trovato in uno stato da far compassione: non lo ha voluto lasciare; aveva paura a lasciarlo solo! Più tardi hanno incontrato Paolo Jona; allora il signor Laner è rimasto con lui e Taddeo è tornato a casa.
Al nome di Paolo Jona, il direttore della _Durlindana_, giornale umoristico illustrato, la faccia di Matteo Cantasirena si oscurò. Era l'unico giornale che gli incutesse un serio timore fra quanti lo attaccavano sempre, a sangue.
A Giulio Cesare faceva paura la gente cupa, taciturna: a Matteo Cantasirena faceva paura la gente che sapeva ridere. Alla polemica, all'attacco violento di un giornale serio, rispondeva, o se ne infischiava: la caricatura, a volte profondamente atroce, che faceva rider tutti per una settimana, gli rompeva le scatole.
--Paolo Jona,--borbottò.--Buffoni del giornalismo!... È stato Paolo Jona a farlo entrare alla _Gazzetta Lombarda_?
--Sì; ma soltanto tre giorni fa.
--E questo come lo hai saputo?
--Da Taddeo.
--Ma con quel _Taddeum_ non fai altro che parlare di Pietro Laner?
Da gialla, da rossa, Evelina diventò verde per la rabbia, e non disse più una parola. Dopo un momento, stirò lo scialletto sulla spalla gobba, e uscì tranquillamente, come un'ombra, colla testina storta e gli occhi più loschi.
Matteo Cantasirena passeggiava in su e in giù sbuffando, borbottando contro la _Durlindana_, contro quello "sparafucile delle plebi" di Paolo Jona....
Ma però--pensava--anche Paolo Jona dovrà andar adagio.... col duca Giovanni di Casalbara: coi morti non si scherza.
Coi morti; perchè il Casalbara era un vivo che rappresentava un morto glorioso; era il tabernacolo delle sante memorie.... E il Casalbara sposava Eleonora!
Era vero? Il Casalbara diventava suo nipote! Che nipote? Diventava suo figlio!... Era vero; proprio vero!
Era stato tutto così improvviso, così strano, così incredibile! Cominciava soltanto allora a capire, a persuadersi, a sentire tutta la gioia di quella gran fortuna. Si fregava le mani, rideva.
Che angelo, quella sua Eleonora cara!
Non più nemici! Non più inquietudini, e la "Cisalpina" a gonfie vele, col nome del Casalbara sui grandi manifesti! Quel casato glorioso avrebbe sollevato l'entusiasmo.... e le azioni! Non era vero che la nota del patriottismo fosse spenta! L'Italia non era mai stata ingrata co' suoi martiri, co' suoi fattori.... Era la gran madre comune, era la patria!
E Matteo Cantasirena s'inteneriva, mormorando:
--Oh la patria! La patria! Una gran bella cosa la patria!...
Ma un nuovo pensiero lo turbò:
--Basta che il Kloss,--sempre l'Austria!--non ci si metta di mezzo! Guai perder tempo!
Corse fuori, raccomandò a Nora, traverso all'uscio, perchè si era chiusa in camera, di scrivere subito a Giovanni, e si precipitò in cucina, abbracciando commosso la Gioconda, con effusione paterna, mentre Numa, ancora spaurito per le burrasche di que' giorni, scappava ad appiattarsi nella buca nera sotto i fornelli.
--Anche tu, finalmente, la mia brava Gioconda, avrai il giusto premio del tuo disinteresse!--E dopo averle data quella gran notizia del matrimonio di Nora, cominciò subito a concertare il pranzettino pel giovedì.--Un pranzettino.... proprio coi fiocchi! Un poema! Un vero poema.... paradisiaco!--e gli occhi del direttore s'incontravano in quelli della cuoca, e sfavillavano insieme per la lussuria della gola.
Poi uscì di casa: andò a passeggiare per Milano. Voleva far vedere a quei pezzenti della _Costituzionale_, che lui era sempre vivo! Vivo più che mai!... Era gongolante, raggiante.... Avrebbe fondato subito un altro giornale "Il _Fara-Bon_!"
E i _tirolesi_?... Ma che! Lo zio, più che lo zio, il suocero, più che il suocero, il padre del duca di Casalbara, non aveva paura dei _tirolesi_! Quando ne incontrava qualcuno, era lui il primo a fermarsi sorridente.--Carissimo!--e profondeva le strette di mano.
L'altro, sebbene titubante, stava per battere la solita solfa, ma Cantasirena gli chiudeva la bocca.
--Non amareggiate il mio primo istante di benessere, di felicità!...--E, raccomandando il segreto, perchè prima, per un doveroso riguardo, la gran notizia doveva essere partecipata a Roma, annunziava il matrimonio della sua cara Eleonora.
--A Milano, siete il solo a saperlo. Ma è giusto che io faccia un'eccezione per voi! Matteo Cantasirena non è un ingrato!
E ricevute le congratulazioni, e ricambiati i complimenti, egli indugiava ancora, stava lì fermo, su due piedi, lisciandosi il bel barbone striato d'argento, pompeggiandosi, continuando a parlare, a parlare, a descrivere, socchiudendo gli occhi, maestoso, le ricchezze, gli splendori della villa, ma che villa!... della reggia di Casalbara; e a raccontare, a ricordare sospirando, soffiando, la ferocia della repressione austriaca, e gli orrori di Josephstadt.
Anche quei _tirolesi_, in fondo, erano buonissima gente. La Gioconda li calunniava!... Oh, assai migliori degli uomini del suo partito!...
Con la notizia ufficiale del matrimonio di Nora, tornò dal Brunetti a farsi dare dell'altro denaro, e riuscì a cavare un'ultima goccia di sangue al suo ex amministratore, il povero Bizzarelli. Poi, tornando a passeggiare, entrò dal Ferrario a ordinare dei fiori per la sua Eleonora; dal Testa a comandare una sporta di roba e di bottiglie. Si sentiva appetito, ma era ancora troppo presto. Prese un brum, andò a fare un girettino sui bastioni, ma in carrozza cambiò idea, e invece che a casa, andò a pranzare al _Cova_ passando prima dalla pasticceria, dove in un orecchio, annunziò la fausta novella anche alla signorina Annetta, che stava al banco.
Più tardi, pausando, attraversò la Galleria per andare al Manzoni.
Voleva vedere il prefetto: _Fabio Cunctator_!
Bisognava muoversi per le elezioni del novembre! Le istruzioni del Governo erano manifeste. Combattere a tutta oltranza nel collegio di Primarole il Bonforti, nel collegio di Castellanzo il Ghirlanda!
--Questo prefetto.... un'incapacità assoluta! Crede che l'"abilità" consista nel non far niente. È un funzionario gretto, un burocratico senza slancio!
Quando Matteo entrò al Manzoni, il dirigente che lo vide passare, voleva scansarlo; ma l'altro gli corse dietro. Si conoscevano da tanti anni: in varie occasioni si era prestato cortesemente. Matteo Cantasirena dimenticava qualche volta i nemici: gli amici mai. Sua figlia era sposa.
--Ma.... silenzio con tutti. Mi date la vostra parola d'onore? Sposa il duca di Casalbara.
E cercava nelle tasche la lettera della domanda ufficiale....
Il prefetto lo accolse freddamente, con un cenno del capo, senza dargli la mano, che teneva fra i bottoni del soprabito, e continuò a star attento al dramma: si rappresentava il _Nerone_.
Cantasirena si avanzò in punta di piedi, per non disturbarlo.... gli si sedette accanto.... Il prefetto rimase impassibile. Solo dopo qualche tempo, coll'accento marcato, meridionale, osservò che la ragazza che faceva da Egloge era abbastanza bravina.
Cantasirena guardò anche lui col cannocchiale.
--Sì, bravina,--rispose,--specialmente le gambe.
L'altro non sorrise; continuò a stare attento.
Recitavano male.
--Ah, povero Nerone!--esclamò di nuovo Cantasirena;--assassinato dai comici dopo esserlo stato dai pretoriani!... I pretoriani, sempre infidi, allora come adesso!
Questa volta anche il prefetto sorrise e assentì col capo.
--Senza contare che adesso abbiamo i pretoriani.... rompiscatole, come quel Bonforti! Quel Ghirlanda!
--Sicuramente!--e il prefetto sospirò.
Sospirò anche Matteo Cantasirena con tutto il fiato del suo pancione. Poi si alzò, restò ritto in mezzo al palco, guardando il teatro, guardando la scena, e finito l'atto sedette egli pure al parapetto.
--Non c'è che un mezzo,--disse poi sommessamente, e avvicinando il bel faccione tentatore, mentre il prefetto rimaneva rigido al suo posto--non c'è che un mezzo per vincere a Primarole e a Castellanzo.
--Per me.... io me ne lavo le mani; e l'ho scritto anche a Roma. Dov'è impossibile vincere, la lotta è inutile e pericolosa. Primarole e Castellanzo sono due rocche inespugnabili.
--Inespugnabili col fuoco.... Ma coll'acqua?--E Matteo sorrise, socchiuse gli occhi, tornò a sorridere. Era un sorriso di adulazione, di protezione, di finezza, d'ironia....
L'altro, che non capiva, stava sempre sulle sue, e sempre più in sospetto.
D'un tratto, Matteo si alzò, tornò a sedersi accanto al prefetto, nell'ombra, e gli disse cambiando tono, risolutamente:
--Commendatore: verrò a trovarla domani: dobbiamo discorrere a lungo. Si tratta di un progetto colossale, che indipendentemente dalle elezioni, da ogni idea politica, può essere di una straordinaria importanza per l'avvenire economico del paese. Noi non abbiamo bisogno del Governo. L'idea è grandiosa: pareva un'utopia al Paleocapa, e il Fara-Bon ha saputo renderla attuabile. Il Comitato è pressochè costituito. Metteremo alla testa il duca di Casalbara.
--Benissimo!--esclamò il prefetto, con un'affermazione che pareva anche un saluto, per quel nome,--Casalbara.
Matteo soffiò più forte, e ripetè con maggiore solennità:
--Noi non vogliamo niente dal Governo; il solo appoggio morale; e in ricambio--questo lo prometto io, Matteo Cantasirena, privatamente--il Bonforti e il Ghirlanda saranno battuti. Il sottosuolo politico-elettorale di que' due collegi rimarrà sconvolto dai nuovi interessi e dai nuovi interessati alla _Navigazione Cisalpina_.
Il prefetto era tornato rigido, serio, impassibile.
--Il duca di Casalbara è con noi; e la villa di Casalbara è vicina a Primarole, vicina a Castellanzo.
--Ma come potete assicurare che.... il Casalbara sia con voi?
--Sposa la mia figliuola, Eleonora!--esclamò Matteo Cantasirena, sorridendo, senza dare nessuna importanza a quella notizia.--Non volevo parteciparle questo matrimonio perchè ancora vogliamo tenerlo segreto; ma, sono sicuro, mi userà la cortesia di non parlarne!...
.... Quando Matteo Cantasirena fu per andarsene, il prefetto lo accompagnò fin sull'uscio del palchetto:
--Dunque, domani, vi aspetto alla prefettura, dopo le due?
--Farò di tutto per non mancare. Al caso, manderò un bigliettino;--e Matteo soggiunse, sorridendo maliziosamente:--Vado a portare i vostri saluti a Egloge!
Poi se ne andò, dondolando, sul palcoscenico per vedere Egloge da vicino.
La notizia della risurrezione di Matteo Cantasirena, del matrimonio, si era sparsa per tutto il teatro. Nerone gli corse incontro, con Egloge, circondato dai romani.
--Sono cinque sere che recito al Manzoni e lei ancora non si è lasciato vedere! Non è il modo di trattare cogli amici. No!... Mi lasci parlare perchè io--basta.... io.... sarò un cane....--e Nerone rideva lui per il primo della enormità che diceva--ma qui, qui--e si batteva sul cuore--ce n'è! ce n'è!--E mi deve fare un favore grande: mi deve sentire in questa scenettina che faccio adesso con Atte....
--Se proprio.... è per farvi piacere....
Matteo Cantasirena sbadigliò. Si avviò lentamente, più faticosamente lungo il corridoio; entrò in un palchetto che l'amministratore stesso della compagnia era corso innanzi a fargli aprire. Si ammirò nello specchio; si fece portare un cannocchiale, cercò, guardò Egloge fra le quinte.... si sdraiò al parapetto, sorrise a Nerone che appena entrato in iscena lo aveva cercato coll'occhio.... poi chinò sul petto il grosso testone e, taffete, si addormentò.
XII.
Pietro Laner era infelicissimo. Sconvolto, straziato dal dolore, dall'amore, dalla collera, aveva impeti di passione e di gelosia terribili;... eppure sperava, sperava sempre. Ed era quel barlume di speranza che lo teneva ancora a Milano.... forse era soltanto quell'ultima illusione del cuore che gl'impediva di diventar pazzo, pazzo davvero, e di commettere un delitto contro sè stesso o contro quella svergognata, infame, che si vendeva a un vecchio!
Ma la svergognata, l'infame era Nora; Nora che gli aveva promesso, giurato tutto l'amore colla sua bella voce armoniosa, cogli occhi appassionati e teneri:
"....Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!..."
Era credibile che Nora potesse tutto dimenticare? Dimenticare col cuore, coll'anima.... dimenticare coi sensi?
No, non era credibile; era impossibile. Era uno stordimento dell'orgoglio, della vanità, dell'ambizione, dei danari!... Era quell'essere ignobile del direttore che l'aveva abbindolata, raggirata; era un'illusa o una sedotta, ma pure era Nora, la sua Nora, e non avrebbe potuto dimenticare....
"....Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!"
Ma Dio, Dio santo, non avesse cuore, era pur fatta di carne e di sangue!... Doveva sentire la diversità del suo amore, dall'amore d'un vecchio, la diversità de' suoi baci dai baci di un vecchio! Ma non avrebbe mai, mai, un fremito di ribrezzo, un impeto di rivolta, un pentimento, un rimorso?...
E Pietro Laner tornava a sperare. Aspettava una lettera di Nora, a tutte le ore del giorno. A casa, spiava, tremava quando arrivava il postino. Alla _Gazzetta Lombarda_ aspettava sempre il cupo _tuc-tuc_ della gamba di Taddeo, che arrivasse con un biglietto. A condurlo dall'avvocato, a spingerlo a fare quell'intimazione delle ventimila lire, era stato Paolo Jona. Il Laner aveva accettato il consiglio perchè era l'unica via, anche indiretta, anche odiosa, per riavvicinarsi a quella gente.... a Nora. Avrebbero dovuto rispondere, e lui, finalmente, avrebbe saputo qualche cosa: questo soltanto gli premeva.
Se Nora gli avesse scritto, gli avesse detto una parola, egli le avrebbe subito perdonato. Perdonato?... L'avrebbe amata ancora di più! Sarebbe stato più umile.
E soltanto per Nora, per farle migliore impressione, caso mai rincontrasse, le aveva sacrificato anche quegli occhialacci colle suste, che le erano tanto antipatici.... E faceva la posta alla Gioconda.
Per ciò, quando gli giunse la lettera di Evelina, il povero ragazzo, che non era ancora diventato matto pel dolore, quasi lo diventava per la gioia. Certo, Evelina gli aveva scritto per incarico di Nora; di Nora pentita, ma che non voleva essere la prima a cedere....
Le ventimila lire, il direttore, la citazione, non gli passarono nemmeno per il capo!
Nora! Nora! Era stata Nora! Evelina era d'accordo con Nora!
Aveva ricevuto la lettera prima di sera, tornando a casa dalla _Gazzetta Lombarda_: e doveva aspettare fino alle dieci della mattina dopo!
"Quante ore!... Quante ore!... Come far passare tante ore?..."
In mezzo a quel primo impeto di gioia, sentì nell'animo rinato anche un trasporto più vivo di fede; e insieme con tutte le nuove speranze, ritornarono a galla i pregiudizi paurosi. Corse a ringraziare la Madonna, "la sua" Madonnina buona di San Francesco!... Ma nell'uscir di chiesa si turbò, per aver incontrato un frate: gli avrebbe portata la jettatura!
Che notte eterna, affannata, angosciata!... Sempre dinanzi la Nora e il Casalbara,--come una volta, nelle notti dell'adolescenza, sempre la Doralice e il croato. Ma adesso, per di più, che strazio, che furore di gelosia, che delirio!...
Voleva alzarsi tardi perchè giungessero più presto le dieci; ma poi, appena l'alba, saltò giù dal letto, uscì: aveva bisogno di camminare.
Nora, sarebbe venuta lei ad aprire?... O egli l'avrebbe trovata lì, nella saletta, con Evelina?... Sarebbe rimasta in camera sua ad aspettarlo?...--Ma che importava dove, quando?...--C'era! Ci sarebbe stata! L'avrebbe riveduta!...--E l'immagine di Nora riempiva tutta quella contrada dalla quale non era più passato, altro che di notte; tutta quella casa, che non aveva più riveduta, altro che di notte, quando stava lì, per ore e ore, pauroso di essere scoperto, come un ladro in agguato; stava lì per ore e ore, a girare, a guardare, a spiare.... e ad almanaccare, a fantasticare, a sospettare le cose più strane, più terribili.
Sperava di veder Nora alla finestra; o che le finestre fossero socchiuse, come quando la ragazza era in collera e lo aspettava nascosta dietro le persiane, per vederlo senza lasciarsi scorgere. Invece la finestra era spalancata, il piccolo tappetino del letto buttato sul davanzale....
La Gioconda faceva la camera?... Nora era uscita?
Il Laner si fermò di colpo: non aveva più una goccia di sangue.
--Oh, il signor Pietro!--esclamò la Gioconda, che spazzava l'anticamera. Era quello il giorno del gran pranzo al duca di Casalbara, e tutta la casa, per ordine del direttore, doveva essere in ordine e lucente come uno specchio.
--Il signor Pietro!...--E la Gioconda continuava a fissarlo, col faccione attonito.--Ma sa che lei è diventato brutto?... Brutto da far spavento?
--C'è la signora Evelina?...--balbettò l'altro, che non riusciva a vincersi.
--È di là!... In saletta! E non c'è che lei in casa. La signorina Nora è fuori; il signor direttore è fuori!
E mentre il Laner, colle lacrime alla gola, si avviava per entrare nella saletta, la Gioconda lo seguì con una lunga occhiata canterellando: "Ah, l'amore, l'amore è un dardo!"--e ricominciò a scopare.
--Oh, il signor Laner!--esclamò Evelina alzandosi allegra e sorridente, per corrergli incontro e stringergli la mano. Ma poi, guardandolo, anche Evelina rimase colpita.
--Come sta, signor Laner?
--Bene!--rispose Pietro arrossendo, perchè la ragazza si era levato il _pince-nez_ per fissarlo faccia a faccia.--Bene!...--e abbassò il capo, si chinò, accarezzando _Numa_ che gli era capitato, sfregandosi, fra le gambe.
Evelina era vestita di nero, con un _foulard_ celestino sulle spalle; il vestito e il colore che le stavano meglio. Tornò subito a sedersi e a scartabellare il dizionario.
--Sto facendo il conte Bobboli.
--Il conte Bobboli beì?--domandò distrattamente Pietro Laner, guardandosi attorno in quel salotto che gli pareva mutato, diverso. Era già pentito; aveva rabbia di esserci tornato.
--Sì, il conte Bobboli e Pio Calca. Lo zio Matteo, credo, li vuol cucinare per le prossime elezioni, per contrapporli al Bonforti a Primarole e al Ghirlanda a Castellanzo!--soggiunse sorridendo Evelina, col disprezzo che le veniva dal suo mestiere di fabbricar grandi uomini a un tanto la riga.
Ma l'altro, ascoltava senza capir niente: Evelina ricominciò a scrivere.
--Dunque?--domandò il Laner colla voce grossa, soffocata.--Dunque?... è proprio vero?
--Sì,--rispose la ragazza più col capo che colla voce, lentamente. Poi soggiunse:--Quella lì, non ha mai saputo cosa voglia dire amare.... essere amati!... Oh, non aver cuore.... è una gran fortuna!
Pietro Laner si buttò sopra una seggiola, nascose il capo fra le braccia incrociate sulla tavola, e scoppiò in lacrime.
Evelina si alzò, gli andò vicino, per confortarlo, per consolarlo, accarezzandogli i capelli colle dita leggere, col fiato caldo.
--No! No! signor Pietro!... Non pianga così!... Mi fa troppo male!... Pensi.... lei non è mai stato apprezzato! Non è mai stato capito!... È un grande dolore, sì, è vero; ma se invece fosse poi stato infelice tutta la vita?... Lei è giovane; potrà ancora dimenticare, amare ancora; essere tanto tanto amato, lei così buono, colla sua nobile intelligenza; lei che merita tutto: amore, adorazione, tutto, tutto! Signor Pietro, la supplico, non faccia così!... Mi guardi!... Abbia un po' di compassione anche per me!
Evelina gli alzava il viso con le due mani, perchè la vedesse in faccia, perchè vedesse anche le sue lacrime, poi ricominciava sempre più vicina, sempre più a ridosso:
--E io allora, signor Pietro?... Io che non ho una speranza al mondo? Io che non ho nessuno, che non avrò mai un'anima che mi voglia bene? Nora mi odia, lo zio Matteo mi tiene qui soltanto perchè gli sono utile.... Che cosa sarà di me?...--E la ragazza pure singhiozzava mormorando:--Morire.... morire.... finirla.... morire!
Pietro si asciugò gli occhi, fece forza per vincersi, per non dar troppa pena alla buona Evelina.
--No.... no. Lei troverà sempre chi le vorrà bene.... perchè lei ha molto cuore!
Si guardarono, s'impietosirono l'uno per l'altra e sospirarono insieme. Poi il Laner, con una matita, distrattamente, cominciò a disegnare figure e geroglifici sur un vecchio libro.
Evelina, in piedi, accanto a lui, gli aveva preso l'altra mano e gliela stringeva, con affetto, per confortarlo.
Dopo un istante si guardarono di nuovo: la stretta di mano fu assai più forte, più lunga, e seguitarono a sospirare e a tacere.
Nel salotto non si udiva che il russare di _Numa_ sul canapé, e dalla cucina il rumor sordo dei colpi della Gioconda che batteva le costolette.
--Che cosa sarà di me?--tornò a gemere la fanciulla sospirando.--Cosa farò?... Dove andrò?
--Perchè?--domandò l'altro, tornando a sentir più vivo il suo dolore e soltanto tutto il suo dolore, dopo quel primo abbattimento, dopo quello sfogo di lacrime.
Lì, sulla tavola da pranzo, dove andava sempre a finire tutta la roba, c'era un ritratto di Nora: una _prova_, mandata dal fotografo.
--Perchè?--ripetè il giovane fissando il ritratto.
--Perchè.... io.... resterò sola,--rispose Evelina,--quando Nora si mariterà.... Resterò sola.... e sarà presto.
--Allora, lei, perchè m'ha scritto? Perchè m'ha fatto venir qui?--proruppe il Laner brutalmente.
Evelina lo fissò smarrita, poi balbettò, chinando il capo:
--Se ho fatto male, mi perdoni!... Che cosa le ho scritto? Non so: non ricordo più. Avevo bisogno di aiuto, di conforto.... Credevo, speravo.... che anche lei desiderasse il conforto di una parola amica....
--Io?... Perchè?... Confortarmi?... Io?...--gridava Pietro, accendendosi, fuori di sè.--Confortarmi?... Se tutti si congratulano della mia fortuna! Sì! Per essermi salvato a tempo!... Anche Paolo Jona me lo diceva: Sei stato fortunato: devi ringraziar Dio!... Oh, se lo ringrazio Dio!... Ti ringrazio! ti ringrazio! ti ringrazio!--E il giovane levava diritto verso il cielo il pugno chiuso. La voce rotta da un tremito convulso, il viso contraffatto, sconvolto, livido, gli occhi torvi, stralunati, ansava, smaniava, pestava i piedi, barcollava come un ubriaco.
--Signor Laner! Signor Laner!--balbettava Evelina spaventata.
--Le fo paura? Ha paura?... Perchè mi ha fatto venir qui, lei? Risponda!--E il giovane, fissandola, le si avvicinò, mentre l'altra premeva già la mano sulla maniglia dell'uscio per essere più pronta ad aprire e a scappare.--Perchè? Deve esserci il suo perchè, se mi ha fatto venir qui! Io sono caduto nel laccio anche stavolta!... Sono corso qui, come una bestia, senza capir niente, ma adesso voglio saperlo! Voglio saperlo!--E perduto affatto il lume degli occhi afferrò Evelina per il braccio, e la buttò in mezzo alla saletta, minacciandola.--Perchè mi ha scritto di venire? Perchè mi ha fatto venire?.... Voglio saperlo!
--Gioconda! Gioconda!--strillò Evelina tutta tremante.
Ma invece della Gioconda, si presentò di colpo Matteo Cantasirena.
--Voi qui? In casa mia? Che volete?
L'esaltazione del Laner era arrivata a un punto tale che più nulla poteva frenarlo.
--Da lei, intanto, voglio essere pagato!... Cogli altri la discorreremo!
--Egregiamente!--rispose il direttore, con solenne sicurezza.--Preme a me, più che a voi di finirla; finiamola! Venite di là!
E si avviò maestoso, mentre l'altro lo seguiva a testa bassa, cogli occhi stravolti.
Entrato nello studio, Cantasirena andò a sedersi alla scrivania, cercò un foglio e lo distese sulla cartella, domandando al Laner che gli stava dinanzi immobile, muto:
--Quanti ne abbiamo oggi del mese?
--Non so,--rispose l'altro colla voce alterata.