L'Uomo di Fuoco

Part 24

Chapter 243,662 wordsPublic domain

— A me parve il sibilo d’una freccia.

— Che i Tupy immaginandosi che noi ci saremmo rifugiati nella savana, siano scesi lungo le rive di quel fiumicello? — si chiese il Tupinambi con una certa inquietudine. — È bensì vero che noi abbiamo la _canoa_ e che non saremo così sciocchi d’approdare.

— Tu sai che ne posseggono anche loro, — disse Diaz.

— Purtroppo, — rispose l’indiano.

Lanciò un rapido sguardo sulla savana e vedendo a breve distanza un gruppo d’isolotti boscosi, aggiunse:

— Se noi prendessimo terra fino a che spunta il sole? Desidererei sapere se i Tupy si preparano a darci la caccia anche sulle acque della savana, prima d’intraprenderne la traversata.

— Condivido pienamente la tua idea, — rispose il marinaio di Solis. — Saremo più sicuri in mezzo a quelle piante che su questa _canoa_ che è scoperta.

— Diamo dentro ai remi, uomo bianco. —

Volsero le spalle alla sponda e si diressero frettolosamente verso una di quelle isole, approdando sulla più vasta che era coperta da una vegetazione foltissima.

Essendo la riva ingombra di paletuvieri, nascosero la canoa sotto i rami contorti di quelle piante, poi passando di tronco in tronco giunsero a terra.

— Aspettami, — disse Rospo Enfiato, accostandosi ad una palma altissima, dal tronco diritto ed esile. — Di lassù potrò vedere se i Tupy ci hanno seguiti sulla savana. —

S’arrampicò lestamente sulla pianta fino a raggiungere le immense foglie piumate, ma vi era appena giunto che il marinaio di Solis lo vide ridiscendere precipitosamente.

— S’accostano? — gli chiese.

— No, — rispose l’indiano.

— Allora perchè sei subito sceso?

— Ho veduto un fuoco ardere sulla riva.

— Verso la foce di quel fiumicello?

— Sì, — confermò l’indiano — ed ho veduto anche delle ombre umane agitarsi presso la savana.

— Chi credi che siano? — chiese Diaz dopo qualche istante di silenzio.

— Non certo i tuoi amici.

— Dei Tupy?

— Od altri che non saranno meno pericolosi per noi. I Caheti hanno emigrato verso l’interno e quelli non sono migliori dei Tupy.

— Ecco della gente che ci farà perdere del tempo troppo prezioso. Se ripartissimo?

— Non ti consiglierei. La notte è ancora oscura e potremmo trovare sulla nostra rotta delle _canoe_.

Attraversiamo l’isola e andiamo a vedere se sulla riva opposta si scorgono delle scialuppe. Io comincio a non essere tranquillo.

— Andiamo, — disse Diaz.

Presero le _gravatane_ e s’inoltrarono attraverso le piante, scostando con precauzione le liane, non ignorando che le isole delle savane prossime alle rive, servivano sovente di rifugio ad animali pericolosi.

Un quarto d’ora dopo giungevano sull’opposta riva dell’isola. Guardarono attentamente sulle acque della laguna, senza scoprire nulla di sospetto.

— Finora non scorgo alcuna canoa, — disse Rospo Enfiato. — Possiamo prendere il largo da questa parte.

— Torniamo alla scialuppa dunque, — disse il marinaio. — È meglio che l’alba ci sorprenda lontani da quel fiumicello. —

Stavano per ricacciarsi sotto le piante, quando Diaz si arrestò afferrando la _gravatana_.

— Cos’hai veduto? — chiese Rospo Enfiato, che gli veniva dietro.

— Un’ombra a scivolare silenziosamente verso quel gruppo di palme, — rispose il marinaio.

— Un uomo?

— Mi parve piuttosto un animale.

— Grosso?

— Quanto un giaguaro.

— Brutte bestie, — brontolò l’indiano facendo una smorfia.

In quell’istante udirono dietro le loro spalle un rauco miagolìo che terminò in un soffio poderoso.

— Siamo minacciati dinanzi e di dietro, — disse il marinaio, il quale cominciava ad inquietarsi. Che quest’isola pulluli di belve? Era ben un giaguaro quello che ha miagolato?

— Sì, — rispose Rospo Enfiato.

— Che brutta idea abbiamo avuto di lasciare la _canoa_. Che cosa fare?

— Rimani qui e fa fronte a quello che hai veduto scivolare verso quelle palme, — disse l’indiano. — Non occuparti di me, per ora.

— Dove vai?

— Ad accertarmi se siamo minacciati anche alle spalle.

— Vuoi farti divorare?

— La freccia del Rospo Enfiato è tinta nel _vulrali_ e io non sbaglio mai. D’altronde non soffierò nella gravatana se non quando sarò ben sicuro della distanza.

Tornerò presto. —

Fece cenno a Diaz di guardare verso le palme per non farsi sorprendere dall’animale che aveva veduto e che poteva essere anche quello un giaguaro e s’allontanò silenziosamente tenendosi nascosto dietro i tronchi degli alberi ed i cespugli che in quel luogo erano foltissimi.

La belva che aveva fatto udire quel miagolìo minaccioso, doveva essersi nascosta fra i paletuvieri che ingombravano la riva dell’isoletta.

Rospo Enfiato, aveva introdotto un cannello nella _gravatana_, quando si trovò fuori dalle macchie. Si diresse coraggiosamente là dove era partito quel miagolìo e non s’arrestò che quando giunse a una trentina di passi dalla prima linea dei paletuvieri.

Essendovi fra le ultime macchie e quelle piante acquatiche uno spazio scoperto, se l’animale lasciava il suo rifugio non poteva sfuggire agli sguardi vigilanti dell’indiano.

Trascorsero alcuni istanti d’attesa angosciosa.

Un profondo silenzio regnava sia sulla riva sia in mezzo alle piante, nè alcun altro miagolìo si era fatto udire.

Solo di quando in quando si udiva l’acqua della laguna, che la brezza mattutina agitava, rompersi con un gorgoglìo monotono contro la riva.

Ad un tratto un buffo d’aria portò fino alle nari dell’indiano un acuto odore di selvatico, quell’odore speciale che tramandano le fiere e che si espande anche a non breve distanza.

— Si trova dinanzi a me, — barbottò l’indiano.

Si volse lanciando un rapido sguardo verso le macchie e vide il marinaio di Solis rannicchiato dietro il tronco d’un _simaruba_, colla _gravatana_ accostata alle labbra.

— Devono essere due i giaguari, — mormorò — maschio e femmina forse e hanno manovrato in modo da prenderci in mezzo.

Ciò non deve durare molto; la pazienza non è il forte di quelle belve, specialmente se è la fame che le spinge. —

Fece ancora qualche passo sperando che il giaguaro si decidesse a mostrarsi. Non riuscendo a scorgerlo e temendo pel compagno, stava per retrocedere verso le macchie, quando vide slanciarsi fuori dai paletuvieri, con un salto fulmineo, la belva.

Era un superbo giaguaro, grosso quasi quanto una tigre malese, dal pelame splendido e dalle forme eleganti ed insieme vigorose.

I suoi occhi, che mandavano bagliori fosforescenti, si erano subito fissati sull’indiano.

Per alcuni istanti l’uomo e l’animale si guardarono, come se fossero sorpresi di trovarsi l’uno di fronte all’altro, a così breve distanza, poi la belva aprì le mascelle formidabilmente armate e si lasciò sfuggire un rauco brontolìo che non era certo di buon augurio.

Pareva che si preparasse a prendere lo slancio. Un momento di esitazione e l’uomo poteva essere perduto.

Rospo Enfiato non era però alle sue prime armi e ben altre volte si era misurato con quei pericolosi felini.

Imboccò rapidamente la _gravatana_ e soffiò con forza. Il sottile cannello partì sibilando dolcemente e andò a piantarsi nella gola della belva.

Sentendosi ferita, fece un balzo di fianco, mordendo rabbiosamente la freccia e spezzandola, poi fece per avventarsi contro l’indiano che si era prudentemente gettato dietro il tronco d’un albero, le forze però bruscamente le mancarono e cadde agitando pazzamente le zampe.

Nell’istesso momento si udì il marinaio di Solis a gridare:

— Aiuto! —

Rospo Enfiato senza più preoccuparsi della belva che si rotolava fra le erbe e le foglie secche, si era slanciato fra le macchie introducendo rapidamente una nuova freccia nella gravatana.

Dinanzi a Diaz due altri giaguari, non meno grossi del primo, volteggiavano con slanci fulminei sopra i cespugli, miagolando e ruggendo.

Per qualche istante furono veduti slanciarsi or qua ed or là come se fossero impazziti, poi scomparvero di nuovo fra le piante prima ancora che Rospo Enfiato potesse lanciare su di loro la seconda freccia.

Si udì ancora qualche rauco brontolìo, poi il silenzio tornò.

— Hai colpito qualcuno? — chiese Rospo Enfiato.

— Lo dubito, — rispose Diaz. — Saltavano come se il suolo fosse cosparso di molle.

Ed il tuo?

— È morto, — rispose l’indiano.

— Che ritornino?

— Sono certo che ci spiano. Devono essere affamati, non abbondando qui la selvaggina.

— Se mi balzavano addosso entrambi, non so come la sarebbe finita per me. Come mai si sono radunate tante fiere su questa lingua di terra?

— Sono le inondazioni che le cacciano dalle rive, — rispose l’indiano.

— Proviamo a ritirarci verso la _canoa_.

— Non oso riattraversare le macchie.

— Seguiamo la riva.

— Sia, — rispose il Rospo.

Avevano però percorsi appena una trentina di passi, quando udirono ancora le due belve a mugolare. Pareva che non si trovassero più insieme, perchè le urla risuonavano in due diverse direzioni.

— Odi? — chiese Diaz. — Che chiamino dei compagni?

— Temo che ve ne siano altri, — rispose l’indiano. — Si direbbe che qui i giaguari pullulano come gli _jacarè_ nelle savane sommerse.

Sfuggire i Tupy per cadere sotto le unghie dei carnivori! È una vera disdetta, uomo bianco.

— E quest’altro urlo?

— Sono tre dunque?

— Affrettiamo il passo o non torneremo vivi nella canoa. —

Si erano rimessi in marcia, seguendo lo spazio compreso fra le ultime macchie ed i paletuvieri.

Di tratto in tratto però si fermavano per scrutare le piante, poi ripartivano a passo di corsa. La paura cominciava ad invaderli, quantunque fossero ancora ben forniti di frecce intinte nel _vulrali_.

Non camminavano più, correvano lungo la riva eppure non si sentivano ancora sicuri, anzi tutt’altro! Ogni volta che si fermavano udivano verso le macchie scrosciare le foglie secche e stormire i rami.

I due giaguari o tre che fossero, non li avevano ancora abbandonati e aspettavano certo l’occasione propizia per slanciarsi su di loro e divorarli.

L’assalto, fortunatamente, ritardava e forse in causa della zona scoperta che essi percorrevano e che impediva alle belve di piombare addosso a loro di sorpresa.

Correvano da venti minuti, quando Rospo Enfiato si gettò improvvisamente fra i paletuvieri gridando a Diaz:

— Seguimi senza ritardo.

— Vuoi cacciarti in acqua?

— No la _canoa_ è nascosta qui presso.

— L’hai veduta?

— Un indiano non s’inganna mai. —

Si erano issati sui rami contorti delle piante e s’avanzavano verso l’acqua, quando una forma oscura piombò a pochi passi da loro, sprofondando fra le foglie.

— Guardati! — gridò Rospo Enfiato.

— _Carrachà!_ — gridò Diaz. Un po’ più innanzi e mi piombava addosso. —

S’appoggiò fra due rami e si volse tenendo la _gravatana_ accostata alle labbra.

Il giaguaro che aveva tentato quel salto, pareva che non si trovasse troppo bene fra i paletuvieri sui quali non poteva trovare l’appoggio che gli era necessario. Lo si udiva a dibattersi ed a brontolare.

Saliva, poi ricadeva e probabilmente non gli piaceva affatto di sentirsi bagnare la coda e le zampe deretane.

Diaz aspettò che mostrasse la testa a livello delle foglie e gli lanciò una freccia che lo colpì fra i due occhi.

L’animale non parve nemmeno accorgersi di essere stato colpito a morte anzi con uno sforzo supremo si issò su un ramo più robusto degli altri, tentando di avventarsi sulle prede che stavano per sfuggirgli.

Il terribile veleno faceva però il suo effetto, con rapidità fulminea. Si era appena alzato, quando fu veduto ricadere.

Si udì un mugolìo soffocato poi un tonfo. L’acqua lo aveva inghiottito.

— È morto! — gridò Diaz che aveva cacciata un’altra freccia nella _gravatana_.

— E gli altri? — chiese Rospo Enfiato che continuava a passare di ramo in ramo.

— Non li vedo più.

— Ed io sono presso la piroga.

— Ti seguo! —

Ad un tratto l’indiano si lasciò sfuggire una sorda imprecazione.

— Ecco quello che temevo!

— Che cos’hai?

— Vengono.

— Chi?

— Non lo so; i Tamoi od i Caheti. Canaglie! Non hanno perduto il loro tempo. Guarda, uomo bianco! —

CAPITOLO XXXII.

L’assalto dei Tupinambi.

Diaz si era rapidamente voltato, guardando verso la savana sommersa.

Se l’indiano che sapeva non essere facile ad impressionarsi, aveva pronunciate quelle parole, la cosa doveva essere ben seria e realmente era molto grave.

Quattro punti luminosi, forse delle fiaccole, solcavano silenziosamente le nere acque della savana sommersa e quello che era peggio, pareva che si dirigessero verso l’isoletta sulla quale il marinaio di Solis e l’indiano avevano cercato un momentaneo rifugio.

Si distinguevano abbastanza nettamente le prore di quattro canoe che parevano assai più grosse di quella dei fuggiaschi e si vedevano anche ad agitarsi delle forme umane quasi nude.

— Bella notte! — mormorò Diaz, — Prima i giaguari, ora i Tupy od i Caheti! Come finirà?

— Li vedi? — chiese Rospo Enfiato.

— Non sono cieco.

— Vengono qui.

— Me ne sono accorto.

— Ci spiavano dalla foce del fiumicello. Tu non ti eri ingannato quando hai udito quel fischio.

— Vorrei sapere chi sono.

— Tupinambi no di certo, — rispose l’indiano — I miei non devono essere giunti sulle rive di questa savana.

— Allora sono Tupy.

— Od altri non meno pericolosi.

— Che cosa dobbiamo fare?

— Tenerci nascosti nella _canoa_, per ora, — disse l’indiano.

— Vorresti, in caso di pericolo, rifugiarti ancora a terra? La nostra situazione non potrebbe allora diventare peggiore?

— È vero avremmo da misurarci anche coi giaguari.

— Trova qualche cosa d’altro.

— Lasciamoli sbarcare, poi filiamo a tutta forza di remi verso il sud. L’alba non comparirà prima di due ore e protetti da questa oscurità forse potremo sfuggire ancora ai nostri nemici.

Coricati presso di me e aspettiamo. —

Si sdraiarono sul fondo della _canoa_, appoggiando le _gravatane_ sulla prora, decisi a far uso delle loro terribili freccie.

Le quattro scialuppe s’accostavano con precauzione, su una sola fronte, mantenendo una distanza di trenta a quaranta passi l’una dall’altra.

Erano più lunghe e più larghe di quella montata dai fuggiaschi e ognuna portava non meno di una dozzina di selvaggi.

Sulle panche si vedevano _gravatane_ e mazze da guerra.

— Chi sono? — chiese sottovoce Diaz.

— Tupy, — rispose Rospo Enfiato.

— Come mai quei cani si trovano qui?

— Ci hanno seguiti lungo il fiume senza che noi ce ne accorgessimo.

— Sono ben furbi quei bricconi.

— Vedremo se saranno capaci di prenderci.

— Non mi lascierò divorare senza aver prima consumate tutte le mie freccie e ne ho almeno una quindicina.

— Ed io altrettanto, — rispose l’indiano.

Le _canoe_ erano giunte dinanzi ai paletuvieri, e si erano riunite, ad una sessantina di passi dal luogo ove si trovavano nascosti i due fuggiaschi.

— Sbarchiamo qui? — aveva domandato un indiano.

— Sì, — aveva risposto un altro che doveva essere il capo della spedizione a giudicarlo dal diadema di penne di tucano che portava sulla testa. — Devono aver preso terra su questo isolotto.

Dividiamoci in due drappelli e lasciate uno di noi a guardia delle _canoe_. —

Legarono i legnetti ad un tronco d’un _paletuviero_, poi, passando di ramo in ramo, i quaranta o cinquanta guerrieri scesero sull’isolotto.

— Preparerò loro un bel tiro, — mormorò Rospo Enfiato agli orecchi di Diaz.

— Che cosa vuoi fare?

— Impedire loro di seguirci.

— In quale modo?

— Lo vedrai. —

L’indiano si era alzato scostando con infinite cautele i rami e le foglie che coprivano la _canoa_.

I due drappelli, preceduti da alcuni uomini che portavano dei rami resinosi accesi, stavano per scomparire fra le macchie.

— Eccoli lontani, — mormorò.

Prese una pagaia e tastò il fondo della savana.

— L’acqua è profonda assai, — disse. — Non sento le sabbie.

— Dimmi dunque che cosa vuoi fare? — chiese il marinaio un po’ impazientito.

— Vado a uccidere l’uomo che hanno lasciato a guardia delle _canoe_, — rispose l’indiano. — Un soffio nella _gravatana_ e lo spaccio in un attimo.

— A quale scopo? Se l’uomo riesce a mandare un grido i suoi compagni accorreranno e li avremo tutti addosso.

— Non camminano sull’acqua.

— Non comprendo.

— Ucciso l’uomo affondo le _canoe_. Come potranno inseguirci poi?

— Sei più furbo di loro, tu.

— Aspettami, uomo bianco.

— E gli _jacarè_? Credi che non ve ne siano qui?

— Rospo Enfiato non li teme, — disse l’indiano levandosi dalla cintola, un bastoncino lungo un piede ed aguzzo d’ambo le parti.

— È di _pao de fero_, — aggiunse. — Sai a che cosa serve. —

Si calò silenziosamente in acqua tenendo fra i denti la _gravatana_, fece cenno a Diaz di non muoversi e si mise a nuotare lentamente tenendosi sotto i rami arcuati delle piante da febbre.

Manovrava così agilmente da non produrre il più lieve rumore. Pareva, anzichè nuotasse, che scivolasse sulle nere acque come un vero pesce.

Le quattro _canoe_, come abbiamo detto, si erano arrestate ad una sessantina di passi.

Sulla più vicina si trovava l’indiano incaricato dì guardarle. Stava seduto sulla prora, accanto ad un lungo ramo resinoso infisso in una fessura del banco e s’appoggiava alla mazza da guerra.

Rospo Enfiato si era arrestato a quindici passi, fuori dal cerchio di luce proiettato dai rami resinosi.

Con una mano s’aggrappò alla radice d’un paletuviero, accostò la _gravatana_ alla bocca, mirò per qualche istante con grande attenzione, poi si udì in aria un sibilo appena percettibile.

Il Tupy era balzato prontamente in piedi portando ambo le mani alla gola. La terribile freccia gli si era conficcata, con matematica precisione, nel pomo d’Adamo.

Strappò il cannello mandando un urlo rauco, poi s’abbassò cercando di afferrare la mazza.

Ad un tratto però vacillò, alzò le braccia tentando di aggrapparsi a qualche cosa, poi cadde nelle nere acque della savana sommersa con un tonfo lugubre.

— Buono per gli _jacarè_, — mormorò Rospo Enfiato.

Si rimise la _gravatana_ fra i denti, raggiunse con poche bracciate la prima _canoa_, si aggrappò al bordo e con una scossa la rovesciò, lasciandola empirsi d’acqua.

Passò poi alle altre alle quali fece subire l’eguale sorte.

Quando furono scomparse sotto le tenebrose acque, il bravo indiano salì sui rami d’un paletuviero e lanciò uno sguardo sulla riva.

I due drappelli non si scorgevano più.

— Non se ne sono accorti, — disse, gettandosi la _gravatana_ a bandoliera. — Ora possiamo andarcene senza temere che c’inseguano. —

Si rituffò senza far rumore e nuotò verso il nascondiglio.

Già non distava che qualche decina di passi, quando un corpo rugoso lo urtò rigettandolo da una parte.

Quasi nel medesimo istante un acuto odore di muschio si sparse sulla superficie dell’acqua.

— Un _jacarè_! — esclamò, facendo rapidamente tre o quattro bracciate per allontanarsi. — Che lo abbia svegliato? —

Si rovesciò sul dorso e si guardò intorno, tenendo nella destra quella specie di pugnale di _pao de fero_ a due punte.

Un leggiero risucchio lo avvertì che il caimano lo aveva seguito nuotando sott’acqua.

Riprese l’appiombo spingendo innanzi la mano. Con un grido avrebbe potuto far accorrere in suo aiuto Diaz, ma non osò farlo per tema di attirare l’attenzione dei selvaggi che si trovavano forse più vicini di quanto supponeva.

Preferì far fronte al pericolo da solo. D’altronde non era la prima volta che si provava a misurarsi con quei mostri acquatici e sapeva come difendersi.

Non erano trascorsi cinque secondi che vide l’_jacarè_ rimontare alla superficie.

Il rettile aveva aperte le sue formidabili mascelle, irte di denti triangolari e acutissimi, e moveva verso la preda colla speranza di tagliarla in due.

Rospo Enfiato non si era mosso. Agitava solamente le gambe per mantenersi a galla e conservare la sua posizione orizzontale.

Con un ultimo slancio il rettile gli fu addosso. Pronto come un lampo, l’indiano cacciò audacemente la mano armata del pugnale fra le mascelle, in modo che le due punte si appoggiassero contemporaneamente sulla lingua e sul palato.

Il mostro, credendo di stritolare il braccio, le aveva chiuse precipitosamente.

Ad un tratto fece un balzo indietro mandando un soffio poderoso accompagnato da un sordo muggito e si mise a dibattersi con furore spaventevole.

Le due punte del _pao de fero_ gli si erano conficcate profondamente nelle mascelle, senza poter più nè riaprirle, nè rinchiuderle. La sua morte non era ormai che questione di minuti. L’asfissia non doveva tardare a manifestarsi in causa dell’acqua che gli entrava già in gola.

Rospo Enfiato si era allontanato precipitosamente nuotando fra due acque, per non ricevere qualche colpo di coda.

Descrisse un largo giro intorno al rettile che non cessava di dibattersi, sollevando delle ondate e si cacciò sotto i paletuvieri dove Diaz, udendo quei fragori che non riusciva a spiegarsi, lo aspettava con angoscia.

— Partiamo subito, — disse l’indiano.

— Le _canoe_?

— Affondate.

— Ed il Tupy?

— Morto.

— Chi produce queste ondate?

— Un _jacarè_ che mi aveva assalito e che sta per spirare.

— Sei un valoroso. —

L’indiano sorrise e prese le pagaie, ripetendo:

— Partiamo subito.

— Non ci scorgeranno gli altri? — chiese Diaz.

— Si provino ad inseguirci ora che sono senza canotti. —

Lasciarono il loro rifugio e si spinsero fuori dalle piante, senza però troppo allontanarsi dalla riva.

— Ci scosteremo quando avremo raggiunta la punta meridionale, — disse l’indiano. — Queste piante ci nascondono e anche ci riparano dalle frecce.

— Dove ci cercheranno?

— Certo fra le macchie.

— Non credevo che questa avventura finisse così bene.

— Andiamo, forza, uomo bianco. —

Continuarono ad avanzarsi radendo i paletuvieri e cercando di fare meno rumore che era possibile, finchè raggiunsero felicemente la punta estrema dell’isola.

L’avevano già superata oltrepassandola d’una cinquantina di metri, quando udirono una voce a gridare:

— Là! Là! Eccoli che fuggono!

— Maledizione! — esclamò Diaz.

Alcune ombre umane si erano precipitate fuori da una macchia, slanciandosi verso la riva.

— Abbassati! — gridò Rospo Enfiato, udendo sibilare in aria delle freccie.

Il marinaio di Solis si era già gettato nel fondo del canotto, quando udì parecchi tonfi.

— Ci assalgono a nuoto! — gridò.

— Ho la mazza, — rispose Rospo Enfiato.

— Afferra le pagaie!

— Le freccie volano e sono certo tinte nel _vulrali_. —

Diaz, a rischio di riceverne qualcuna alzò la testa riparandola dietro la parte larga e piatta del remo che poteva, fino ad un certo punto, servire da scudo e guardò verso la riva.

Otto o dieci indiani balzavano come se fossero indemoniati, lanciando di quando in quando qualche freccia che si piantava sui bordi della _canoa_ quantunque la distanza fosse già considerevole.

Altri sei o sette si erano gettati in acqua e nuotavano vigorosamente per assalire l’imbarcazione.

Si servivano d’una sola mano poichè nell’altra tenevano le mazze.

— Ah! Canaglie! — gridò Diaz.

— Vengono? — chiese il Rospo.

— Sono a breve distanza.

— Fuggiamo! —

Afferrarono le pagaie e approfittando del momento in cui gl’indiani rimasti sulla riva s’aprivano un varco fra i paletuvieri per diminuire la distanza e rendere più efficaci i tiri delle frecce, si allontanarono d’una trentina di passi, distanza sufficiente per essere fuori di portata.

Tre Tupy però, più lesti degli altri, li avevano seguiti da vicino, anzi uno con un ultimo slancio aveva posata una mano sulla poppa tentando di issarsi nella _canoa_. Diaz che lo aveva veduto, afferrò la mazza del compagno e gli assestò sul cranio un tale colpo da cacciarlo sott’acqua per sempre.

Nel medesimo tempo il Rospo lanciava una freccia contro il secondo, colpendolo in mezzo al petto.

Il terzo, spaventato, s’immerse, imitato tosto anche dagli altri che si trovavano più lontani.

— Voga! Voga! — gridò il marinaio, — Ora non ci prendono più! —

Senza occuparsi delle urla furibonde degl’indiani rimasti a terra e che avevano assistito, senza nulla poter fare, alla sconfitta dei loro compagni, diedero dentro ai remi allontanandosi velocemente verso il sud-est.

Cominciava allora a spuntare l’alba. Le tenebre si diradavano rapidamente ed il cielo si tingeva d’un rosso vivissimo, annunciando l’imminente comparsa del sole.