Part 23
Per quanto la cosa potesse sembrare inverosimile, Alvaro non si era ingannato. Quel _pagara_ che era lungo quasi due metri, sotto le foglie che lo coprivano nascondeva l’archibugio che i Tupy avevano preso al ragazzo e avevano affidato al _pyaie_ della tribù.
E non era tutto. Quel misterioso protettore degli assediati non aveva solamente pensato a fornirli d’un terribile istrumento di difesa, bensì anche di viveri, onde potessero prolungare la resistenza.
Ed infatti il _pagara_, oltre quell’arma preziosissima, conteneva due dozzine di gallette di mandioca, dei tuberi simili a quelli che avevano mangiati a colazione, ed un uccello grosso come un tacchino e già arrostito e perfino una zucca piena di un liquido forte, probabilmente del _casciri_.
— Signore, — disse il mozzo, — chi può averci mandate tutte queste cose che per noi sono preziose più delle munizioni?
— Chi?
— Ah! Sì, non può essere stato altri che quel bravo ragazzo.
— Si, Garcia, — disse Alvaro, — Japy, l’amico fedele del marinaio.
Ora sfido i Tupy a prenderci. Due fucili e viveri per una settimana! Possiamo aspettare, senza angoscie e senza paure, l’arrivo dei Tupinambi. —
CAPITOLO XXX.
Fra il fuoco e le freccie.
Sì, solo Japy, quel bravo ragazzo che aveva già date ai due _pyaie_ bianchi tante prove di amicizia quando si trovavano prigionieri degli Eimuri, aveva potuto interessarsi della loro critica situazione.
Approfittando della confusione che regnava nell’_aldèe_ e dell’oscurità, doveva prima aver rubato il fucile che custodiva lo stregone della tribù e quindi far raccolta di viveri, poichè non doveva ignorare che nel _carbet_ non poteva regnare certo l’abbondanza.
Quel soccorso inaspettato e preziosissimo, aveva ridato animo ai due assediati i quali già cominciavano a disperare sull’esito finale di quel blocco. Padroni ormai di due archibugi, ben forniti di munizioni e di viveri, si sentivano capaci di tener testa a qualsiasi assalto, e di attendere, senza troppo inquietarsi, la fine di quell’avventura.
Forse in quel momento i Tupinambi erano già in cammino e s’avanzavano a marcie forzate verso l’_aldèe_ dei Tupy, i loro secolari nemici che inquietavano incessantemente le loro tribù per provvedersi di carne umana.
— Eccoci diventati invincibili, — disse Alvaro, dopo essersi assicurato che l’archibugio di Garcia non era stato guastato. — Quando i Tupy ci vedranno entrambi armati, mancherà loro il coraggio di ritentare un nuovo attacco. —
Mio caro ragazzo, non credevo di avere tanta fortuna. Decisamente noi siamo nati sotto una buona stella e comincio a credere che i brasiliani non riusciranno mai a piantare i loro denti nelle nostre carni.
— Quale sorpresa per quei selvaggi quando s’accorgeranno che il fucile è scomparso dalla capanna del loro stregone e che è volato nelle nostre mani! — disse il mozzo.
— Acquisteremo fama di essere dei _pyaie_ insuperabili e non mi sorprenderei se mangiassero il loro stregone.
— Povero diavolo!
— Ma che cosa fanno quei selvaggi? Mi sembra impossibile che non approfittino di questa oscurità per tentare qualche cosa.
Questa calma non mi rassicura.
— Eppure, signore, non vedo alcuna ombra umana aggirarsi per la piazza e non odo alcun rumore.
— Nondimeno non lasciamoci cogliere dal sonno; anzi raddoppiamo la vigilanza.
To’! Non hai udito questo colpo sordo? Si direbbe che è caduto qualche albero.
— Avranno chiusa la porta di qualche _carbet_ o della cinta.
— Uhm! Ti dico che i selvaggi non dormono.
— Abbiamo due archibugi, signore.
— E li faremo tuonare, Garcia, — disse Alvaro. — Tu veglia da quella parte, mentre io sorveglio la piazza da questa.
Al primo allarme fa fuoco, senza attendere il mio comando.
Non tiri già troppo male. —
Scesero i due versanti opposti del tetto, accostandosi ai margini per meglio dominare la piazza e attesero pazientemente l’alba.
I Tupy dovevano essere occupati in qualche operazione misteriosa.
Di quando in quando agli orecchi degli assediati giungevano dei colpi sordi come se dei tronchi d’albero venissero rotolati per la piazza e si udivano anche dei bisbigli sommessi, come se venissero impartiti degli ordini a bassa voce.
Qualche volta delle ombre umane attraversavano velocemente l’_aldèe_ senza produrre alcun rumore e scomparivano dietro i _carbets_ che sorgevano intorno alla piazza.
Alvaro si sforzava invano di comprendere quale lavoro stavano eseguendo gli assedianti. L’oscurità e anche la pioggia che non aveva cessato di cadere, gl’impedivano di discernere ciò che accadeva alle estremità della piazza.
— Che si preparino a stringere il blocco? — si domandava. — Sapremo resistere egualmente e tener duro fino all’arrivo di Diaz. —
Finalmente le tenebre si diradarono e anche i goccioloni cessarono di cadere.
I suoi timori si erano avverati.
I Tupy per non esporsi al fuoco degli assedianti, fuoco che temevano così immensamente, durante la notte avevano circondata la piazza con grossi tronchi d’albero, perfettamente rotondi e privi di rami e che si potevano, anche senza troppo fatica, far rotolare e spingere verso il _carbet_.
Dietro a quelle barricate mobili si erano già nascosti numerosi guerrieri armati di archi e di _gravatane_, pronti a saettare gli assedianti.
— È un assedio in piena regola, — disse Alvaro, che si era ritirato precipitosamente verso il buco che serviva da finestra alla capanna, onde evitare quelle pericolose frecce. — Mio caro Garcia saremo costretti a sloggiare se quei tronchi d’alberi verranno spinti attraverso la piazza.
Non credevo che questi selvaggi fossero così astuti.
— Che finiscano per prenderci, signore? — chiese il mozzo con qualche apprensione.
— Potremo opporre una lunga resistenza dentro il _carbet_. Se sarà necessario apriremo delle feritoie e non faremo risparmio di munizioni.
Ne siamo già ben provvisti.
Cala i viveri intanto.
— Oh! Il bel tacchino, signore!
— Se non sarà precisamente un tacchino, non avendone io mai veduti in queste foreste, l’uccello è ben grosso e ne avremo per un paio di giorni.
— Sgombrate anche voi?
— No, anzi faremo prima alcune scariche per far capire agli assediati che abbiamo ora due archibugi invece d’uno.
Ciò produrrà un certo effetto su quei cannibali. —
I Tupy, che parevano decisi a farla finita coi due europei, avevano cominciato a far rotolare i tronchi, cercando di tenersi ben nascosti per non esporsi ai colpi d’archibugio d’Alvaro.
— Sali, Garcia! — gridò il signor Viana che cominciava a diventare inquieto. — Non lasciamoli avvicinarsi fino alle pareti del _carbet_.
Il mozzo che aveva già messe in salvo le provviste, saliva precipitosamente.
— Un colpo a destra ed un colpo a sinistra, — disse Alvaro. — Cerca di far scoppiare qualche testa, se lo puoi. —
I selvaggi, quantunque non fossero ancora giunti a buona portata, avevano già cominciato a scagliare delle freccie servendosi di preferenza dei loro archi e qualcuna era già giunta fino al _carbet_ piantandosi nelle pareti.
Garcia ed Alvaro fecero fuoco uno dopo l’altro.
Udendo quelle due detonazioni, i Tupy alzarono grida altissime e abbandonarono precipitosamente le barricate salvandosi nei _carbets_ vicini.
La loro sorpresa doveva essere ben grande nel vedere entrambi gli assediati armati di quei terribili istrumenti di distruzione, mentre il giorno innanzi il solo Alvaro ne era provvisto.
Quale potenza avevano dunque quei _pyaie_ dalla pelle bianca per rapire così facilmente al cielo il fuoco che fulminava?
I due colpi d’archibugio erano andati a vuoto; tuttavia lo spavento dei selvaggi era stato egualmente intenso.
La collera non doveva però tardare ad avere la prevalenza e vincere quel momento di terrore.
Ed infatti non erano trascorsi dieci minuti quando si videro i selvaggi precipitarsi nuovamente fuori dai _carbets_ e raggiungere le barricate.
Ululavano spaventosamente, lanciando nuvoli di freccie; mentre i loro capi pronunciavano arringhe infuocate per incoraggiarli e spingerli all’attacco.
Due uomini soli che da ventiquattro ore tenevano in iscacco una intera tribù che godeva fama di essere invincibile, era cosa inaudita e anche vergognosa.
— Garcia, — disse Alvaro. — Non perdiamoci d’animo o verremo presi.
I selvaggi si preparano per un tentativo supremo.
Se non riusciamo a respingerli, domani verremo mangiati.
— Ah! Signore! Comincio ad aver paura.
— Orsù fuoco e non risparmiar nessuno. —
I tronchi d’albero, spinti da decine e decine di braccia, rotolavano, mentre numerosi arcieri mandavano frecce verso il tetto facendo uso di archi e di gravatane.
Alvaro e Garcia, inginocchiati l’uno presso l’altro, aprirono il fuoco abbattendo due arcieri che avevano commessa l’imprudenza di mostrarsi.
Quel doppio colpo rallentò per un momento lo slancio degli assalitori. Quelle detonazioni producevano sempre su di loro un effetto disastroso che non riuscivano a vincere.
— Garcia, — disse Alvaro che non aveva troppa fiducia nell’abilità del ragazzo. — Carica gli archibugi e lascia a me la cura di abbattere quelle canaglie.
Non puoi essere sempre fortunato nei tuoi tiri.
— Sì, signore e poi le mie braccia tremano.
— Non temere; riusciremo a respingerli. —
E riprese il fuoco, mentre il mozzo ricaricava precipitosamente gli archibugi.
I colpi spesseggiavano e non risparmiavano gli assalitori.
Ogni palla abbatteva un uomo ora a destra, ora a sinistra, ora dinanzi ed ora di dietro, giacchè gl’indiani s’avanzavano da tutte le parti.
Ad ogni indiano che cadeva, i suoi compagni s’arrestavano un momento vociferando spaventosamente, ma poi riprendevano l’avanzata fino a quando un altro stramazzava.
Già le freccie cominciavano a cadere intorno ad Alvaro e la posizione diventava ormai insostenibile, quando un avvenimento fortunato arrestò l’attacco.
Già da qualche minuto il portoghese aveva notato fra gli assedianti, la presenza d’un indiano di alta statura, che portava sulla testa un diadema di penne di tucano e che aveva il petto e le braccia adorne di numerose collane formate da granelli d’oro e da certe pietre risplendenti che erano forse dei diamanti greggi[13].
Immaginandosi che potesse essere il capo della tribù, non avendone veduti altri così riccamente adorni, gli aveva fatto fuoco addosso per ben tre volte senza riuscire mai a colpirlo.
Avendolo veduto slanciarsi sulla cima d’uno di quei tronchi che gl’indiani facevano rotolare, forse per meglio osservare la posizione occupata dagli assedianti o per colpirli con qualche freccia, Alvaro che già lo spiava e che aveva appena ricevuto da Garcia un archibugio carico, aveva sparato precipitosamente.
La palla era giunta a destinazione.
Il capo, ferito in mezzo al petto, era stramazzato dietro al tronco, dopo aver spiccato un salto in aria.
La caduta di quel guerriero aveva sparso fra gli assedianti un panico indicibile.
Tutti i selvaggi erano fuggiti a gambe levate, come se una mitragliatrice avesse sparsa la morte fra le loro file, gettando archi, _gravatane_ e mazze per essere più lesti.
Mai fuga era stata più completa, nè più rapida.
— Signore, — disse il mozzo, sorpreso da quella improvvisa ritirata. — Che colpo maestro avete fatto voi?
— Credo di aver ucciso il capo della tribù, — rispose Alvaro. — Erano già parecchi minuti che lo spiavo per mandarlo all’altro mondo con una palla nel petto o nel cervello.
— Che ne abbiano abbastanza?
— È quello che vedremo, mio caro Garcia.
— Non si scorgono più.
— Se quello che ho ucciso è veramente un capo non lo lascieranno lì. Ah! Ecco, li vedi avanzarsi strisciando dietro i tronchi degli alberi? Vanno a raccogliere il cadavere.
— Li vedo, signore.
— Quel selvaggio doveva essere un personaggio importantissimo. —
Degl’indiani usciti dal _carbet_ più vicino, strisciavano in mezzo ai tronchi d’albero, cercando di avvicinarsi al cadavere del capo.
Alvaro avrebbe potuto fucilarli con tutta facilità, giacchè dall’alto del tetto li scorgeva distintamente, invece li lasciò fare. Non voleva inasprirli maggiormente, dopo il furioso assalto tentato pochi minuti prima e che per poco non aveva avuto terribili conseguenze.
Vide raccogliere il cadavere del guerriero e trasportarlo in uno dei _carbets_ più prossimi.
— Sì, — disse al mozzo che lo interrogava. — Devo aver ucciso uno dei più famosi guerrieri.
— Mi stupisco che non cerchino di vendicarlo, — rispose Garcia.
— Rimanderanno la vendetta a momento più opportuno. Mio caro ragazzo, difendiamoci disperatamente perchè se cadiamo vivi nelle mani di quegli antropofagi, chissà a quali spaventevoli torture ci sottoporranno, prima di metterci sulla graticola.
— Signor Alvaro, comincio a disperare.
— Io non ancora, — rispose il signor Viana. — Finchè avremo palle, polvere e viveri non dobbiamo perderci d’animo.
— Sperate sempre nei Tupinambi?
— Sempre, Garcia.
— Se giungessero prima di domani!
— Lasciamo i selvaggi e mangiamo un boccone giacchè ci lasciano tranquilli. —
I Tupy si erano tutti ritirati trasportando il cadavere del capo e degli altri caduti durante quel breve, ma terribile combattimento, senza più occuparsi delle barricate.
Solamente alcuni guerrieri erano rimasti nascosti dietro gli angoli dei _carbets_ per impedire la fuga agli assediati.
Delle grida lamentevoli echeggiavano nelle ultime capanne che si addossavano alle cinte, grida e pianti di uomini, di donne e di fanciulli.
Pareva che la tribù intera piangesse la morte del capo.
Alvaro, profondamente impressionato, aveva ingollato a stento pochi bocconi, poi si era rimesso in osservazione sulla cima del _carbet_.
Sentiva per istinto che qualche tremendo pericolo lo minacciava e che quei selvaggi non avrebbero tardato a vendicare la morte del valoroso guerriero e dei suoi compagni.
Garcia poi era in preda ad un vero spavento e guardava con orrore le gigantesche pentole che barricavano la porta della capanna, entro una delle quali, presto o tardi, avrebbe dovuto cucinare.
Tuttavia anche quella giornata trascorse senza allarmi. Gl’indiani non avevano cessato di urlare lugubramente e di suonare i loro pifferi di guerra.
Quando il sole scomparve e le tenebre invasero l’_aldèe_, grida e suoni cessarono improvvisamente.
Alvaro, assai preoccupato, guardò il mozzo che di quando in quando era scosso da un tremito.
— Hai paura è vero, mio povero Garcia? — gli chiese.
— Mi pare che la morte mi sfiori, — rispose il mozzo. — Che domani siamo ancora vivi? —
Alvaro non ebbe il coraggio di rispondere. Si rizzò portandosi verso la parte più alta del _carbet_ ed interrogò ansiosamente l’orizzonte, spingendo gli sguardi verso ponente dove il cielo ancora rosseggiava.
— Ancora nulla, — mormorò. — Che giungano troppo tardi?
Si lasciò cadere sul tetto mettendosi il fucile fra le ginocchia.
Le tenebre cadevano rapidissime anche verso ponente, coprendo la striscia rossastra la quale si dileguava con fantastica velocità e nel villaggio regnava il più profondo silenzio. Si avrebbe detto che gl’indiani avevano abbandonate le loro capanne.
— Che cosa fanno? Che cosa preparano? — si chiedeva con angoscia Alvaro. — Questo silenzio mi fa paura! —
[Illustrazione: Ora appariva in mezzo alle fiamme, ora scompariva in mezzo ai turbini.... (CAP. XXX).]
Ad un tratto un punto luminoso attraversò velocemente la piazza e cadde sul tetto.
Alvaro era balzato in piedi mandando un grido d’angoscia.
— Siamo perduti! —
Aveva capito il piano infernale dei Tupy.
Quei terribili antropofagi, disperando ormai di riuscire ad impadronirsi dei due europei vivi, si preparavano a bruciarli dentro la loro fortezza come belve feroci.
Rinunciavano all’arrosto, forse lungamente sospirato, pur di vendicare la morte del loro capo.
— Garcia! — gridò Alvaro. — Non cessare il fuoco e preparati a seguirmi quando te ne darò il segnale.
— Signore, — balbettò il povero ragazzo. — Ci arrostiranno.
— Sì, col fuoco vogliono vincere l’_Uomo di fuoco_, — rispose Alvaro con ira. — Ebbene daremo battaglia e resisteremo finchè avremo una palla e un granello di polvere. —
Le freccie incendiarie, che erano munite verso la punta d’un batuffolo di cotone impregnato di resina, giungevano da tutte le parti piantandosi nel tetto e contro le pareti.
Gli strati di foglie cominciavano a fumare, essendo ancora un po’ umidi ma già qualche fiammella serpeggiava sull’orlo del tetto.
Alvaro e Garcia sparavano all’impazzata ora a destra, ora a sinistra, ora dinanzi ed ora di dietro.
Le loro detonazioni si confondevano colle urla furibonde dei selvaggi.
Gli spari si succedevano agli spari, ma con ben poco successo, perchè dalla parte degli assedianti regnava oscurità completa.
Non si vedevano che le freccie partire senza riuscire a scorgere gli arcieri che si tenevano ben nascosti dietro ai tronchi degli alberi.
Il fumo già avvolgeva i due portoghesi e le fiamme continuavano a divorare l’orlo del tetto, spargendo all’intorno una luce sinistra.
L’_Uomo di fuoco_, ritto sul culmine del _carbet_ continuava a sparare, sordo alle preghiere di Garcia il quale lo consigliava di abbandonare quel punto pericoloso, ormai battuto dalle freccie incendiarie.
— Prendete! — urlava, in preda ad una viva esaltazione, ogni volta che scaricava l’archibugio. — Ecco la risposta di _Caramurà_! Venite a prendermi se l’osate! —
Ora scompariva in mezzo ai turbini di fumo che il vento spingeva verso ponente ed ora appariva alla luce delle fiamme come un dio della guerra, tuonando furiosamente contro quelle centinaia e centinaia di nemici.
Ma il fuoco guadagnava rapidamente. Le travi cominciavano a cadere e gli strati di foglie fiammeggiavano su tutti i punti. Il tetto minacciava di cadere seco trascinando i difensori.
— In ritirata, Garcia! — gridò ad un tratto Alvaro, che aveva finalmente compreso il pericolo che lo minacciava.
Si slanciò in mezzo ai turbini di fumo e si lasciò scivolare nell’interno del _carbet_.
Anche le pareti cominciavano a bruciare e nella capanna regnava già un calore insopportabile, un calore da forno.
Alvaro gettò intorno a se uno sguardo disperato.
— È finita, — ruggì. — Ebbene, sia; ma morremo coll’arme in pugno. —
Spostò alcuni vasi e si slanciò sulla piazza gridando a Garcia:
— Carichiamo a fondo! Mostreremo a questi antropofagi come sanno morire gli uomini dalla pelle bianca! —
CAPITOLO XXXI.
La ritirata di Diaz.
Il marinaio e Rospo Enfiato, più fortunati di Alvaro, avevano rapidamente approfittato del terrore che aveva invasi i Tupy dopo quel primo colpo d’archibugio.
Mentre i selvaggi si sbandavano da tutte le parti, si erano slanciati in un viottolo laterale che serpeggiava fra i _carbets_ fuggendo disperatamente verso la cinta, credendo in buona fede di aver alle spalle anche Alvaro.
Giunti dietro la palizzata, in prossimità della porta che Japy non aveva ancora chiusa, con loro stupore si erano accorti di essere soli.
— Il disgraziato si è smarrito! — aveva esclamato Diaz, facendo un gesto di disperazione. — Invece di fuggire verso le cinte si è diretto verso il centro dell’_aldèe_.
Rospo Enfiato, torniamo e cerchiamo di salvarlo! —
Il Tupinambi lo afferrò invece strettamente per un braccio dicendogli:
— La pelle pesa indosso al _pyaie_ bianco? Eccoli che arrivano i Tupy. Fuggi se vuoi salvare la vita.
I Tupinambi vendicheranno la morte degli uomini dalla pelle bianca. —
I Tupy, rimessisi dalla sorpresa e dal terrore, avevano ripresa la corsa.
Avendo scorti quei due uomini fuggire verso la cinta, si erano subito immaginati che potessero essere dei nemici e si erano scagliati sulle loro traccie agitando furiosamente le mazze.
Erano un centinaio per lo meno. Volerli affrontare sarebbe stato come correre incontro ad una morte più che certa, specialmente colle povere armi di cui disponevano Diaz e l’indiano.
Avessero avuto degli archibugi, avrebbero forse avuta qualche speranza di arrestarli e anche di sgominarli; colle _gravatane_ c’era ben poco da sperare.
Diaz aveva subito capito che la partita era ormai irreparabilmente perduta e che non era il momento di occuparsi del disgraziato Alvaro.
Rospo Enfiato aveva già varcata la porta e correva come un cervo attraverso la tenebrosa prateria, dirigendosi verso la foresta, la cui massa imponente giganteggiava cinquecento passi più innanzi.
Con uno sforzo disperato lo raggiunse, mentre i Tupy si disperdevano per la pianura ululando ferocemente.
— Verso il fiume, — disse Diaz. — È necessario raggiungere la barca, se non ce l’hanno portata via.
— Sì, al fiume, — rispose il Rospo. — La nostra salvezza sta nella savana sommersa. —
Avevano raggiunta la immensa foresta.
Il Tupinambi si orizzontò rapidamente, poi riprese la fuga seguito da Diaz il quale ormai già abituato alle lunghe corse degl’indiani, aveva acquistata un’agilità straordinaria.
I Tupy continuavano ad inseguirli con accanimento, ma costretti a cercare le tracce, dovevano di frequente arrestarsi, e come si può ben immaginare, i due fuggiaschi ne approfittavano per guadagnare sempre via.
Rospo Enfiato teneva una via quasi diritta, essendo quella parte della macchia formata da sole palme della cera, alberi che non crescono l’uno a fianco dell’altro e che essendo altissimi spingono molto in alto le liane e tutte le piante parassite che ingombrano le boscaglie brasiliane. Ogni mezz’ora concedeva al compagno un breve riposo, poi ripartiva spronato dalle grida dei Tupy che non cessavano di echeggiare in lontananza.
Verso le tre del mattino, entrambi esausti, giungevano sulle rive del fiume.
Rospo Enfiato diede uno sguardo alla riva e scorgendo verso levante il promontorio su cui si ergeva il villaggio che già avevano notato, ridiscese verso ponente.
Percorsi sette od ottocento passi, si arrestò presso un albero che bagnava nel fiume le sue radici, esclamando con accento giulivo:
— La _canoa_! Il gran _pyaie_ bianco mi aiuti. —
La liana che tratteneva la scialuppa non era stata scoperta dai selvaggi del villaggio.
Unendo i loro sforzi, l’indiano e Diaz trassero a galla la _canoa_ scostando le enormi foglie delle _victorie_ che la coprivano, poi servendosi dei due vasi che vi stavano dentro, rapidamente la vuotarono.
— Alla savana, — disse il Rospo, prendendo le pagaie.
La corrente era piuttosto rapida e aiutava potentemente la canoa, spinta anche dalle quattro _pagaie_; in meno di tre ore raggiunse la savana sommersa, senza aver fatto alcun cattivo incontro.
Già i Tupy da parecchio tempo non si udivano più. Dovevano essersi fermati nella foresta, credendo forse che i fuggiaschi avessero trovato qualche nascondiglio.
— Dove potremo trovare i Tupinambi? — chiese Diaz, quando ebbero lasciata la foce del fiume.
— Andiamo alla grande _aldèe_ di Tulipa, — rispose il Rospo. — Sono certo di trovarvi già i miei compatriotti. Le orde degli Eimuri si sono ritirate ormai ed altre sono state distrutte.
— Quando vi potremo giungere?
— Prima del tramonto.
— Sicchè ci saranno necessarii almeno due giorni prima di giungere addosso all’_aldèe_ dei Tupy.
Potrà resistere Alvaro, ammesso che si sia barricato in qualche capanna?
— Anche se l’avranno preso, non lo mangeranno subito, — disse il Rospo. — I prigionieri vengono serbati per le grandi solennità, tu lo sai.
— Che vengano i tuoi compatriotti?
— L’_Uomo di fuoco_ è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani dei Tupy. Pensa quale potenza acquisterebbe la nostra tribù con un _pyaie_ così potente che possiede il fuoco celeste che tuona e uccide ad una così grande distanza.
— È vero, — disse Diaz.
— Tutti sarebbero orgogliosi di avere un tale uomo. Io anzi sono quasi certo che anche i suoi nemici non oserebbero divorarlo.
— Nondimeno non sono affatto tranquillo sulla sua sorte e vorrei già..... —
Diaz si era bruscamente alzato deponendo la pagaia e guardava verso la riva vicina che era spaccata da un piccolo corso d’acqua ingombro d’isolotti.
— Che cosa guardi? — chiese il Rospo.
— Ho udito un sibilo echeggiare laggiù, fra quelle canne palustri.
— Sarà stato qualche tapiro, — disse il Rospo. — Quegli animali abbondano sulle rive delle savane.