L'Uomo di Fuoco

Part 22

Chapter 223,616 wordsPublic domain

— Garcia! Garcia! — gridò.

Un’ombra si era alzata in un canto e brancolava nel buio.

— Chi mi chiama? — chiese una voce.

— Sei tu, Garcia?

— Il signor Alvaro! — esclamò il mozzo.

— Silenzio... tutto è perduto... siamo stati sorpresi...

— Ed il marinaio? — chiese il ragazzo con voce strozzata.

— Non so... fuggito... forse morto o preso vivo... lascia che carichi l’archibugio. Maledizione! Il cuore me lo diceva che tutto sarebbe finito male. —

Al di fuori i selvaggi continuavano ad urlare spaventosamente

Turbe di uomini, muniti di rami accesi, correvano in tutte le direzioni agitando le mazze e cacciandosi nelle stradicciuole che separavano i _carbet_.

Parevano furiosi di non trovare i nemici che li avevano così audacemente sorpresi.

Anche in lontananza si udivano a echeggiare delle urla che diventavano rapidamente fioche.

— Che Diaz e Rospo Enfiato siano riusciti a fuggire? — si chiese Alvaro che ascoltava con angoscia quelle grida.

Aveva caricato il fucile e si era collocato dietro la porta, risoluto a vendere cara la vita ed a fucilare quanti Tupy avessero osato inoltrarsi.

Garcia che non era legato, non avendo i brasiliani l’abitudine di tenere i loro prigionieri immobilizzati nei _carbet_ a loro destinati, si era messo dietro di lui armato d’un bastone che aveva trovato in un angolo della prigione, pronto ad aiutarlo.

I Tupy si erano forse accorti che il terribile Uomo di fuoco si era riparato nel _carbet_ dei prigioniero, ma non osavano avanzarsi per impadronirsene.

Certo, la fama di quel _Caramurà_ che era possessore del fuoco celeste, era giunta fino ai loro orecchi e si sentivano venir meno il coraggio di affrontarlo.

Si vedevano ronzare per la vasta piazza, a gruppi, chiaccherando sommessamente fra di loro e facendo gesti minacciosi colle loro mazze, senza osare fare un passo innanzi.

— Si sono accorti che io sono qui, — disse Alvaro.

— E hanno paura, signore, — disse Garcia. — Il ragazzo indiano deve aver raccontato a quei Tupy che voi avete rapito il fuoco celeste e che uccidete meglio delle loro frecce.

— Durerà a lungo la loro paura?

— Avete molte munizioni?

— Almeno cinquecento colpi.

— Tanto da poter sostenere un lungo assedio.

— È solida la capanna?

— È formata di grossi tronchi d’albero, signore.

— Si può salire sul tetto?

— Ho veduto delle pertiche in un angolo e vi è lassù un buco che serve a dar luce alla prigione.

— Se potessimo barricare la porta?

— Vi sono qui dei vasi enormi destinati forse a cuocere i prigionieri e che potrebbero servirci.

— Prendi il fucile e appena vedi qualcuno avvicinarsi fa fuoco. Io vado a cercarli.

— In quell’angolo oscuro, signor Alvaro. Ve ne sono almeno dodici e tutti di dimensioni straordinarie.

Chissà quanti poveri diavoli sono stati cucinati là dentro. —

Alvaro si diresse verso l’angolo indicato da Garcia e alla luce proiettata dalle torcie dei selvaggi e che filtrava fra le fessure delle pareti, scorse infatti una diecina di vasi di terra, alti un metro e mezzo e così vasti da poter contenere due uomini interi.

— Le pentole degli antropofagi — mormorò, facendo una smorfia. — Canaglie! E forse noi dovremo finire qui dentro e cuocere come polli o come quarti di vitello. —

Trascinò, con non lievi sforzi, un vaso che appoggiò contro la porta, poi uno ad uno tutti gli altri, formando in tal modo una doppia barricata che non era facile a sfondarsi, dato il peso considerevole e lo spessore enorme di quelle pentole.

I selvaggi avevano lasciato fare, tenuti in rispetto dalla canna dell’archibugio che il mozzo di quando in quando mostrava al di sopra dei vasi.

— Ora cerchiamo di salire sul tetto, — disse Alvaro. — Da lassù potremo meglio osservare le mosse degli assedianti e sparare con maggior successo.

— Signore, badate alle frecce! Anche i Tupy conoscono il _vulrali_.

— Ci guarderemo, — rispose Alvaro. — E poi la piazza è vasta e le _gravatane_ hanno una portata limitata, mentre il mio archibugio può abbattere un uomo alla distanza di cinquecento metri.

Frugando negli angoli della immensa capanna riuscirono ben presto a trovare parecchie grosse pertiche che avevano alla distanza d’un piede delle profonde tacche.

— Che siano queste le scale dei brasiliani? — si chiese Alvaro.

— Lo siano o no, possono servire per scalare il tetto. —

Nel centro del _carbet_ s’apriva un foro circolare che dava luce all’abitazione. Appoggiarono due pertiche ai margini e raggiunsero senza fatica il tetto formato da robuste traverse coperte da un fitto strato di _bananeira_.

I selvaggi non avevano lasciata la piazza. Anzi avevano formato un immenso circolo attorno al _carbet_ pur tenendosi ad una notevole distanza ed avevano accesi qua e là dei fuochi per meglio sorvegliare gli assediati.

— Ve ne sono almeno duecento, — disse Alvaro, — senza contare quelli che si sono slanciati dietro Diaz e Rospo Enfiato.

Se potessimo resistere fino all’arrivo dei Tupinambi! —

— Che quei selvaggi vengano in nostro soccorso, signore? — chiese il mozzo.

— Non ne dubito, purchè Diaz ed il Rospo riescano a sfuggire all’inseguimento. No, il marinaio non ci lascierà divorare da questi antropofagi e lo vedremo tornare alla testa dei Tupinambi.

— Ah! Se potessimo avere anche il tuo fucile!

— Mi hanno detto che si trova nella capanna del _pyaie_ della tribù.

— Chi te lo disse?

— Il ragazzo indiano.

— Come sei caduto nelle zampe di questi furfanti? Se tu mi avessi subito seguito non ti troveresti in questa brutta situazione e nemmeno io.

— Avevo ben cercato di fuggire anch’io verso la savana, signor Alvaro, — rispose Garcia, — quando mi vidi piombare addosso i fuggiaschi.

Feci fuoco sperando di arrestarli e mancai, per mia disgrazia, il colpo.

Un indiano gigantesco mi prese fra le braccia e mi portò via correndo all’impazzata, poi fui chiuso in una rete e trasportato nella foresta.

Gli Eimuri ci inseguivano con accanimento cercando di fare dei prigionieri per poi divorarli.

I Tupy si credevano ormai perduti, quando un’orda dei loro compatriotti, gli abitanti di questo villaggio, piombarono sui vincitori facendo una strage orrenda.

Credo che nessun Eimuro sia sfuggito al massacro.

— Abbiamo veduto i loro cadaveri, — disse Alvaro. — E poi?

— Mi cacciarono in questa capanna facendomi comprendere che mi avrebbero divorato.

— Ti trattavano male?

— Anzi, signore. Mi mandavano perfino delle fanciulle per farmi danzare e mi rimpinzavano di cibi scelti.

— Premeva a loro che t’ingrassassi presto.

— E quando ero pieno da soffocare ricorrevano alla violenza per farmi trangugiare radici dolci. Non so come le mie budelle non siano scoppiate.

— Povero Garcia, — disse Alvaro che non potè trattenere un sorriso. — Ti trattavano come un’oca di Strasburgo!

Non mi pare però che tu abbia fatto notevoli progressi.

— Se avessi continuato qualche mese sarei diventato una botte, signore.

— Ah!

— Che cosa avete signore?

— E come stiamo di viveri?

— Ci sarà ancora qualche tubero avanzato dalla cena o qualche galletta di mandioca.

— Ben poca cosa, — disse Alvaro che era diventato pensieroso. — Come potremo resistere fino all’arrivo dei Tupinambi con qualche galletta?

— Vi sono invece parecchi vasi porosi che filtrano acqua nelle catinelle.

— Bah! Non disperiamo, — disse Alvaro. — Ne faremo a meno. —

CAPITOLO XXIX.

Assediati nel carbet dei prigionieri.

Cominciava allora a diffondersi pel cielo un po’ di luce. L’aurora faceva la sua comparsa tingendo di rosso l’orizzonte orientale.

I selvaggi non avevano ancora rotto il circolo, anzi si erano seduti a terra, presso il _carbet_, e guardavano i due assediati appollaiati sul tetto della prigione.

Che cosa aspettavano per cominciare le ostilità? Eppure erano in numero sufficienti per tentare l’assalto della capanna.

Di quando in quando qualcuno si alzava e tendendo il pugno verso Alvaro, gridava a pieni polmoni:

— _Caramurà! Caramurà!_

— Sì, sono l’Uomo di fuoco, — rispondeva Alvaro mostrando il fucile, — e sono pronto a fulminarvi.

— _Caramurà! Caramurà!_ — rispondevano allora in coro i selvaggi alzando minacciosamente le mazze e dimenando poscia le mascelle, come per far comprendere agli assediati che aspettavano la loro resa per poi mangiarli.

Nessuno però osava muoversi. Erano spaventati dal fucile che brillava sempre nelle mani dell’Uomo di fuoco.

Anzi, ogni volta che vedevano la canna puntarsi orizzontalmente, i meno coraggiosi si affrettavano a precipitarsi dentro i _carbet_ dove le donne ed i fanciulli della tribù strillavano, come se quella terribile arma da fuoco avesse avuto la potenza di distruggere d’un colpo solo l’intero villaggio.

Qualche guerriero però, più temerario degli altri, lanciava talora qualche freccia, che di rado giungeva fino al tetto e che non poteva offendere efficacemente gli assediati. Fatto il colpo fuggiva disperatamente, temendo che l’_Uomo di fuoco_ gli scagliasse dietro la folgore celeste e correva a rintanarsi nei _carbets_ senza più osare mostrarsi.

Quell’assedio pacifico, cominciava però ad inquietare assai Alvaro, il quale avrebbe preferito un attacco violento per giudicare l’effetto che avrebbe prodotto l’archibugio su quegli uomini estremamente superstiziosi.

Nondimeno non voleva essere il primo ad aprire le ostilità per non inasprire quei formidabili antropofagi.

— Comincio ad annoiarmi, — disse a Garcia che stava coricato presso di lui per non esporsi alle frecce. — Quando finirà questo blocco?

— Mi viene un sospetto signore, — disse il mozzo.

— Quale?

— Che questi selvaggi aspettino il ritorno dei loro compagni per tentare un assalto.

— Non li vedo comparire. Devono aver continuato l’inseguimento colla speranza di riuscire a catturare Rospo Enfiato e Diaz.

— Se li prendono, saremo perduti, signore. Non possiamo ormai contare che sull’arrivo dei Tupinambi.

— Il marinaio è un furbo e se è riuscito a sfuggire per tanti giorni all’inseguimento accanito degli Eimuri, non si lascierà cogliere neanche dai Tupy. E poi ha con sè Rospo Enfiato, uno dei più valenti guerrieri della tribù.

— Quanto tempo impiegheranno a tornare? La quistione sta tutta qui.

— Gl’indiani sono camminatori infaticabili, — rispose Alvaro.

— Ed i nostri viveri sono scarsi, signore. Non so se ne avremo abbastanza per fare la colazione.

— Ne serberemo una parte pel pranzo.

— E domani?

— Guarderemo il sole. Scendi e va a fare una visita alla dispensa.

— Ahi Se avessi saputo che ci avrebbero assediati, avrei fatto economia.

— Tardi rimpianti, mio povero Garcia. Orsù scendi, mentre io sorveglio questi bricconi che mirano ai nostri polpacci. —

Il mozzo scomparve. La sua assenza non durò che qualche minuto e quando tornò sul tetto la sua faccia era più oscura del solito.

— E dunque, ragazzo? — chiese Alvaro.

— La nostra dispensa signore è ben misera.

— Cos’hai trovato?

— Tre gallette di mandioca e due tuberi.

— Sono almeno grossi?

— Come la testa d’un fanciullo.

[Illustrazione: Uno sparo rintronò, e l’arma, spezzata a metà, cadde sulla testa del selvaggio.... (CAP. XXIX).]

— Ne avremo abbastanza per fare tre pasti.... Oh! Japy! Da dove è sbucato costui! Io credevo che fosse fuggito con Diaz e Rospo Enfiato.

Il giovane indiano era comparso sulla soglia d’un _carbet_ che si trovava proprio di fronte alla prigione.

Pareva assai triste quel bravo ragazzo e aveva le lagrime agli occhi. Fece di nascosto alcuni segni ai due assediati, poi scomparve entro il _carbet_.

— Sono lieto doverlo veduto, — disse Alvaro al mozzo.

— Non potrà fare nulla per noi, signore, — rispose Garcia. — Se si provasse a salvarci lo mangerebbero senza troppi scrupoli quantunque sia stato adottato dalla tribù!

— Chissà, — disse Alvaro. — Eh! Che gl’indiani tentino qualche cosa? —

Il cerchio si era spezzato ed i guerrieri entravano in un immenso _carbet_, il più vasto che esisteva nel villaggio e dove già Alvaro aveva veduto ritirarsi poco prima dei capi e sotto-capi, riconoscibili pei loro diademi di penne di tucano.

— Si radunano a consiglio, — disse al mozzo. — Avremo presto qualche novità.

— Che si risolvano ad assalirci?

— Si proveranno, forse.

— Preveniteli, signore.

— Sì, facendo fuoco sul _carbet_, — rispose Alvaro. — Quando conosceranno meglio la potenza del mio archibugio forse non oseranno tentare l’attacco. —

Il _carbet_ dove si erano radunati i capi ed i guerrieri si trovava all’estremità della piazza, ad una distanza di trecento passi.

Alvaro che voleva impressionare quei selvaggi e persuaderli che l’_Uomo di Fuoco_ era invincibile e che possedeva realmente il fuoco celeste, mirò la porta della capanna e sparò.

Urla spaventevoli scoppiarono in tutto il villaggio.

Uomini, donne e fanciulli si precipitavano fuori dalle capanne fuggendo all’impazzata verso le cinte; come se l’intera _aldèe_ fosse lì lì per saltare in aria o prendere fuoco.

Nel _carbet_ poi dove si trovavano radunati i guerrieri, il tumulto era spaventevole. Pareva che tutti quei selvaggi fossero stati tramutati in belve feroci, perchè ululavano come lupi e ruggivano come giaguari.

— Che abbia ammazzato qualcuno? — si chiese Alvaro, ricaricando precipitosamente l’archibugio.

Dieci o dodici guerrieri si erano precipitati fuori dal _carbet_ urlando:

— _Caramurà! Caramurà! Paraguazu!_ —

Erano in preda alla più violenta eccitazione. Dimenavano furiosamente le mazze percuotendo il suolo, balzavano come tigri, roteando su sè stessi e si graffiavano le gote facendo zampillare il sangue, ripetendo sempre:

— _Caramurà paraguazu!.... Paraguazu!_

— Che cosa vorrà dire _paraguazu_? — si chiese Alvaro.

— Ho udito a pronunciare ancora questa parola quando mi condussero qui, — disse Garcia. — Sarà qualche imprecazione. —

Altri guerrieri erano usciti portando sulle loro mazze, incrociate a guisa di barella, un uomo che non dava più segno di vita e che aveva ancora, infisso nei capelli, un diadema di penne di tucano.

— Ho ucciso qualche capo, — disse Alvaro.

I guerrieri deposero a terra il cadavere, poi cominciarono attorno a lui una fantasia indemoniata, ululando come _guarà_.

Spiccavano salti, percuotevano con fracasso assordante le mazze, soffiavano entro flauti di guerra formati con tibie umane, poi tendevano le pugna verso Alvaro con gesto minaccioso.

Altri guerrieri erano sopraggiunti e altri ancora ne venivano dai _carbet_ vicini e tutti armati di mazze, di gravatane, di archi lunghi quasi due metri e di scuri di pietra o di conchiglia.

Ad un tratto una fitta tempesta di freccie attraversa l’aria. Archi e gravatane lanciano dardi verso il tetto della prigione con rapidità prodigiosa, contro le pareti e contro i vasi che barricano la porta.

— Ci assalgono, — disse Alvaro, sdraiandosi sul tetto, subito imitato da Garcia.

Le frecce però non giungevano fino a loro, giacchè i selvaggi si tenevano prudentemente a debita distanza. La paura li tratteneva ancora, quantunque in meno di due minuti il loro numero si fosse raddoppiato.

Erano almeno quattrocento e guai se in quel momento si fossero scagliati tutti insieme all’assalto del _carbet_.

Alvaro ben poco danno avrebbe potuto fare con un solo fucile e che per ricaricarlo richiedeva un certo tempo. Avesse almeno avuto anche quello del mozzo!

Quel grandinare di freccie, e probabilmente avvelenate, durò alcuni minuti, fra un frastuono impossibile a descriversi, poichè i selvaggi per eccitarsi non cessavano di urlare e di percuotere le une contro le altre le mazze; poi alcuni guerrieri, i più valenti della tribù, si staccarono dal grosso dirigendosi verso la porta del _carbet_.

— Signor Alvaro, — disse il mozzo che cominciava a perdere un po’ della sua sicurezza. — Vanno a sfondare i vasi che barricano la porta.

— La vedremo, — rispose il signor Viana, alzandosi.

Un capo precedeva il drappello, facendo eseguire alla sua mazza dei mulinelli vertiginosi.

— Voglio provare a spaccargliela fra le mani, — mormorò Alvaro. — Se vi riesco si persuaderanno che nulla resiste al fuoco di _Caramurà_. —

Si inginocchiò appoggiando il gomito sinistro sulla gamba e mirò con profonda attenzione.

Il capo aveva cessato di far roteare la mazza e la teneva ritta e ben alta, come fosse una bandiera.

Uno sparo rintronò e l’arma, spezzata a metà, cadde sulla testa del selvaggio che si piegò sotto l’urto.

È impossibile a descrivere l’effetto prodotto da quel colpo che avrebbe sorpreso anche i più destri bersaglieri d’Europa.

Le grida erano cessate istantaneamente, come se uno spavento indicibile avesse paralizzate tutte quelle gole.

Poi lo stupore si tramutò in terrore. I selvaggi, con un insieme sorprendente avevano voltato i dorsi fuggendo a tutte gambe attraverso le viuzze del villaggio, chi rifugiandosi nei _carbets_, chi nascondendosi dietro la cinta dove già si erano raccolte le donne ed i fanciulli.

Il capo si era invece lasciato cadere al suolo come se la palla dell’_Uomo di Fuoco_ lo avesse colpito insieme alla mazza.

— Che sia morto di paura o che l’abbia veramente ucciso? — disse Alvaro che rideva a crepapelle, vedendo i selvaggi a fuggire come lepri.

— Ma no, signore, vedo che agita le gambe, — rispose Garcia che si era spinto fino all’orlo del tetto.

Ed infatti l’indiano non pareva che fosse morto, perchè continuava a muovere le braccia e le mani.

Ad un tratto fu veduto balzare in piedi e precipitarsi come un fulmine dentro il _carbet_ più vicino senza osare raccogliere i pezzi della sua mazza.

— Credo che ne abbiano abbastanza per ora e che lascieranno in pace l’_Uomo di Fuoco_, — disse Alvaro. — Non oseranno più tornare.

— E noi approfitteremo per fare colazione, signore, — disse Garcia. — Credevo che dovessero guastarmi l’appetito.

— Adagio coll’appetito, ragazzo. Non è permesso soddisfarlo interamente, ghiottone. Dovrai accontentarti d’una mezza galletta e d’un pezzo di tubero.

Dobbiamo essere strettamente economici. —

Si sedettero presso il foro, lasciando penzolare le gambe nel vuoto e sicuri di non venire, almeno pel momento, disturbati, si divisero fraternamente una delle gallette ed un tubero.

Un’abbondante sorsata d’acqua filtrata attraverso i vasi porosi, surrogò il vino di palma che non potevano procurarsi.

I selvaggi si erano tenuti lontani, accontentandosi di sorvegliarli per impedire che fuggissero, cosa impossibile a tentarsi d’altronde con quelle cinte così alte che non si potevano superare e con tanti nemici da affrontare e armati di frecce intinte nel _vulrali_.

Alvaro non vi pensava affatto, non desiderando provare gli effetti di quel veleno che abbatteva così prontamente anche le più feroci belve. Preferiva rimanere assediato e aspettare i Tupinambi.

La giornata trascorse tranquilla, senza allarmi, tanto che Alvaro potè dormire un paio d’ore, mentre il mozzo vegliava, prevedendo che la notte non sarebbe trascorsa così calma.

Qualche ora prima che il sole tramontasse, dall’alto del loro osservatorio videro entrare nel villaggio numerosi drappelli di selvaggi, lordi di fango dalla testa alle piante.

— Devono essere quelli che si erano slanciati dietro i nostri compagni, — disse Alvaro che li osservava attentamente.

— Vedete Diaz fra loro?

— No, Garcia e nemmeno Rospo Enfiato.

— Allora sono riusciti a sfuggire all’inseguimento.

— Te lo aveva detto che quelli erano due furbi.

— Che marcino verso i villaggi dei Tupinambi?

— Non ne dubito, — rispose Alvaro. — Il marinaio tenterà tutto pur di salvarci.

— E se i Tupinambi si rifiutassero di seguirlo?

— Allora, mio povero Garcia, non ci rimarrà altro che di lasciarci cucinare e divorare.

— Mi ucciderò con un colpo d’archibugio, signore, — disse il mozzo.

— Non sfuggiresti egualmente alla pentola o alla graticola. Anzi sarà meglio che tu ti uccida in uno di quei vasi per risparmiare a loro la fatica di metterti dentro.

— Oh! Signore! Non scherzate così!

— Bah! Morire ridendo o piangendo è tutt’uno, — disse Alvaro. — Oh! Ma non corriamo troppo. Non è ancora venuto il momento di perdere ogni speranza.

— E anche di prepararci a battagliare, signore. Vedo i selvaggi abbandonare le cinte e strisciare lungo le pareti dei _carbet_.

— Stringeranno il cordone d’assedio per impedirci la fuga. Apriamo gli occhi e non lasciamoci sorprendere.

Ceniamo Garcia, finchè abbiamo tempo. La colazione è stata ben magra e l’appetito invece è terribile.

— E domani?

— Ci rimane ancora una galletta e ci accontenteremo. —

E anche la cena scomparve in pochi minuti, senza riuscire a calmare la fame che tormentava specialmente Alvaro.

Come la sera innanzi, il cielo a poco a poco si era coperto, sicchè l’oscurità era scesa fittissima. Anzi delle larghe gocce di pioggia quasi tiepida, cadevano con un sordo crepitìo sui tetti dei _carbets_.

Gl’indiani pareva che fossero scomparsi o che si fossero rifugiati nelle capanne e nessun fuoco era stato acceso nei dintorni della piazza.

Quella calma e quell’oscurità non rassicuravano Alvaro, anzi lo rendevano più inquieto.

— Che cerchino di sorprenderci approfittando delle tenebre? — si domandava ad ogni istante.

— Signor Alvaro, — disse Garcia, — se noi tentassimo di andarcene? Non vedo più i selvaggi.

— Non fidarti, ragazzo. Io sono certo che ci spiano e che aspettano forse il momento di assalirci.

Sdraiati presso di me e teniamoci pronti a rispondere. —

Si rannicchiarono sulla cima più alta del _carbet_, l’uno accanto all’altro, coprendosi con alcune foglie strappate dal tetto e che avevano delle dimensioni mostruose.

I goccioloni continuavano a cadere, crepitando, ed in lontananza si udiva di tratto in tratto a rumoreggiare il tuono. Nessun lampo però rompeva la profonda oscurità che regnava sull’_aldèe_ e sopra le mensime foreste che la circondavano.

Alvaro che teneva la batteria dell’archibugio nascosta sotto la casacca onde la polvere dello scodellino non si bagnasse, ascoltava trattenendo il respiro.

Gli pareva di udire degli strani fruscii e perfino di sentire il tetto a tremare, come se degli uomini lo avessero già scalato.

Erano trascorse tre o quattro ore, quando udì a breve distanza un colpo secco come se un dardo o qualche cosa di simile si fosse piantato in una trave del tetto.

— Avete udito signore? — chiese Garcia che vegliava, facendo sforzi supremi per non lasciarsi vincere dal sonno.

— Sì, — rispose Alvaro.

— Devono averci lanciata addosso una freccia colla speranza di colpirci.

— Non certo colla _gravatana_, — rispose Alvaro. — Quelle cannuccie non fanno rumore.

— Mi sembra di scorgere un’asta verso l’orlo del tetto.

— Andiamo a vedere, Garcia.

— Badate, signore. Potreste riceverne una nei fianchi e voi sapete che il _vulrali_ non risparmia nessuno.

— Con questa oscurità non si può mirare. —

Si coricò sul ventre e si mise a strisciare verso il margine del tetto. I suoi occhi, abituati già alle tenebre, avevano scorta un’asta che non doveva essere una freccia comune.

La raggiunse e un lieve grido di stupore gli sfuggì.

Era una canna di bambù lunga quasi un metro, foggiata a freccia, che doveva essere stata lanciata da uno di quei grandi archi che aveva già veduto nelle mani di alcuni selvaggi ed a metà vi era attaccata una sottile corda che sembrava formata con tendini intrecciati.

Quella corda si prolungava fuori dell’orlo del tetto. Alvaro si provò a tirare e trovò della resistenza come se all’opposta estremità vi fosse appeso qualche oggetto.

— Che cosa sarà, — si chiese. — E perchè hanno lanciata questa freccia? —

Tirò a se con tutte le forze e udì un urto contro la parete inferiore del _carbet_.

— Signore? — chiese Garcia che lo aveva raggiunto. — Che cosa issate?

— Non lo so.

— Qualche selvaggio?

— Peserebbe ben di più. —

Ritirò rapidamente la cordicella e mise le mani su un _pagara_, uno di quei canestri usati dagl’indiani per porvi le loro provviste.

Lo afferrò pel manico e lo trasse a sè, aiutato da Garcia.

— Che mistero è questo? Ah! Garcia!... Il tuo archibugio! —