Part 21
— Rospo Enfiato non ha ancora udito alcun rumore sospetto, ma è meglio allontanarsi presto dal fiume.
— Quando giungeremo all’_aldèe_ dei Tupy?
— Questa sera, se cammineremo bene. —
Si orientò col sole, poi si mise in cammino, seguendo un sentiero che pareva fosse stato aperto da qualche grosso animale a giudicarlo dal gran numero di cespugli calpestati.
— La strada d’un _anta_ (tapiro) — disse il marinaio ad Alvaro.
— D’uno di quegli animali che somigliano un po’ ai porci e che hanno una specie di tromba mobile all’estremità del muso? — chiese il portoghese.
— Sì, signor Viana e questo sentiero indica che noi siamo presso a qualche palude. Quegli animali non possono vivere senza l’acqua nutrendosi delle radici delle piante palustri.
— E perchè aprono questi sentieri che sembrano fatti dalla mano dell’uomo?
— Perchè hanno l’abitudine di percorrere sempre la medesima via che mette dal loro rifugio alla palude. Così a poco a poco aprono delle vere stradicciuole anche in mezzo alle più folte foreste.
— Uhao! — esclamò in quel momento Rospo Enfiato, fermandosi di colpo.
— Cos’hai? — chiese Diaz facendosi innanzi.
— Tupy passati per di qua, — rispose il selvaggio. — Correvano.
In quel luogo si vedevano cespugli strappati, felci arborescenti rovesciate, liane spezzate, orchidee calpestate come se un torrente umano fosse passato attraverso la foresta a guisa di un uragano.
Sul suolo umido della foresta si vedevano numerose orme di piedi nudi, mentre sui tronchi degli alberi si scorgevano delle freccie infisse nelle corteccie.
L’indiano ne prese una e la guardò attentamente.
— Freccia dei Tupy, — disse.
— Come la riconosci? — chiese Diaz.
— Dalla punta uncinata.
— E questa è degli Eimuri, — proseguì, staccandone un’altra. — La punta è spina di palmizio.
— Che i Tupy battuti sulle rive della savana sommersa siano passati per di qui?
— Sì, — rispose Rospo Enfiato.
Ad un tratto alzò la testa fiutando a più riprese l’aria.
— Cammina gran _pyaie_, — disse.
— Che cosa c’è ancora?
— Morti... laggiù....
— Che i Tupy siano stati raggiunti dagli Eimuri e distrutti fino all’ultimo? — si chiese il marinaio con angoscia. — Allora Garcia non avrebbe potuto sfuggire alla morte. —
Seguì l’indiano, col cuore stretto da una profonda ansietà, senza nulla dire ad Alvaro e dopo tre o quattrocento passi giungevano sulle rive di un ampio stagno, le cui rive erano quasi sgombre d’alberi.
Un terribile combattimento doveva essere avvenuto anche in quel luogo. Parecchie centinaia di cadaveri, già in via di putrefarsi, giacevano intorno allo stagno fra una confusione indicibile di archi, di gravatane e di mazze.
Pozze di sangue già coagulato si scorgevano dovunque nelle depressioni del suolo.
— Eimuri, — disse Rospo Enfiato, con un sorriso di crudele soddisfazione. — I Tupinambi sono stati vendicati.
— Che siano stati vinti a loro volta dai Tupy? — chiese Diaz.
— Sì, e sono caduti tutti o quasi tutti. Guarda la testa del loro capo. —
In mezzo ad un mucchio di cadaveri, infissa in una pertica, una testa umana semi-sfracellata da un terribile colpo di mazza, adorna ancora d’una corona di penne lorde di sangue e priva d’occhi, si ergeva.
Scorgendola Alvaro aveva mandato un grido.
— Il capo degli Eimuri, — disse. — Lo riconosco anche se così atrocemente conciato.
— Meglio per noi, — rispose Diaz. — Almeno quello non ci darà più alcun fastidio. —
L’indiano che percorreva il campo di battaglia rimovendo i cadaveri come se cercasse qualche cosa, ad un tratto si curvò e raccolse qualche cosa.
— Il figlio del gran _pyaie_ bianco è passato pure per di qua, — disse, volgendosi verso Diaz. — Ora siamo sicuri che si trova nelle mani dei Tupy.
— Che cos’hai trovato?
— La polvere che tuona. —
Rospo Enfiato così dicendo mostrava una borsa di pelle dalla quale aveva fatto uscire alcuni granelli neri, raccogliendoli nel palmo della destra.
— Me ne ricordo ancora, — disse. — Il gran _pyaie_ con questa provocava il lampo ed il tuono. —
Diaz si era slanciato verso di lui, strappandogli la borsa dalle mani.
— La riconoscete? — chiese, mostrandola ad Alvaro.
— La provvista di polvere da sparo di Garcia! — esclamò il portoghese con viva commozione.
— Sì, la sua, — disse Diaz.
— Sicchè voi credete?
— Questa è una prova che Garcia è stato rapito dai Tupy.
— Che sia ancora vivo?
— Non ne dubito.
— Ah! Povero ragazzo!
— Oh! Noi lo salveremo, dovessimo raccogliere tutte le tribù dei Tupinambi e piombare sui rapitori.
Signor Viana ecco della polvere che può diventare preziosa.
— E che non lascierò a questi morti, — rispose Alvaro. — La mia provvista comincia già a scarseggiare.
— Il gran _pyaie_ bianco mi segua, — disse in quel momento Rospo Enfiato. — Ormai siamo sul sentiero di guerra dei Tupy e lo seguiremo fino alla grande _aldèe_ dove tuo figlio si trova prigioniero. —
CAPITOLO XXVIII.
L’aldèe dei Tupy.
Alla sera, dopo una marcia lunghissima attraverso foreste quasi vergini, i due europei e l’indiano giungevano sulle rive d’un altro stagno amplissimo, un’altra savana sommersa che non aveva però le dimensioni di quella che avevano attraversata due giorni prima e sulle cui isole avevano soggiornato tanto tempo.
Agli ultimi raggi del sole morente avevano già scorto, sulla riva opposta, delle immense costruzioni circondate da palizzate altissime che formavano dei bastioni tutt’altro che facili da espugnarsi, anche da parte d’un nemico numerosissimo.
Quasi tutti gl’indiani del Brasile, che vivevano in perpetua guerra onde procurarsi dei prigionieri da divorare, costruivano i loro villaggi in modo da rendere impossibile una sorpresa da parte dei loro nemici.
A differenza dei negri dell’Africa, non usavano rizzare delle capanne appena sufficienti per una famiglia, bensì delle case immense, costruite con tronchi d’alberi, che chiamavano _carbets_, lunghe oltre cento metri, larghe cinque e alte quasi altrettanto, coperte con foglie di bananeire e con tre porte di cui una metteva sulla piazza destinata al macello dei prigionieri di guerra.
Ognuna di quelle abitazioni serviva ordinariamente d’asilo a venti famiglie, ma non avevano alcuna divisione che separasse una famiglia dall’altra, sicchè vivevano in comune.
Ogni villaggio poi, piccolo o grosso che fosse, come dicemmo aveva la sua cinta formata da una doppia palizzata sulla quale venivano esposte le teste dei nemici divorati, prive del cervello ed immerse nell’olio vegetale dell’_andiroba_, onde si conservassero lungamente.
In quelle _aldèe_ non vi restavano più di cinque o sei anni, ossia fino a quando avevano sfruttati gli alberi ed il terreno, poi col fuoco distruggevano cinte e abitazioni e andavano a fondare in altre località più ricche di frutta e di selvaggina un nuovo villaggio.
L’_aldèe_ dei Tupy scoperta da Rospo Enfiato, doveva essere una delle più importanti della tribù, a giudicarla dallo spazio racchiuso dalla doppia cinta e dal numero considerevole di abitazioni che sorgevano nel suo interno.
— È là che risiede il gran capo dei Tupy, — disse l’indiano. — È una vera fortezza che i guerrieri della mia tribù non hanno mai osato assalire.
— E noi? — chiese Diaz.
— Noi?.... Tre uomini possono passare là dove centinaia e centinaia di guerrieri non riuscirebbero ad aprirsi un passaggio, anche usando la forza.
— Ma noi non sappiamo dove i Tupy custodiscono mio figlio, il piccolo _pyaie_, — disse il marinaio. — Conosci tu la disposizione interna dell’_aldèe_?
— No.
— Hai qualche piano nel tuo cervello?
— Sì.
— Parla dunque.
— Abbiamo bisogno d’un prigioniero.
— Per interrogarlo?
— E perchè ci guidi al _carbet_ dei prigionieri destinati ai banchetti dei guerrieri.
— Dove prenderlo?
— Tutte le mattine i ragazzi e le donne delle tribù lasciano l’_aldèe_ per recarsi a prendere acqua.
Cerchiamo lo stagno od il ruscello che alimenta la popolazione del villaggio. Non sarà difficile trovarlo.
— Ed il primo che giunge noi lo assaliamo.
— Il gran _pyaie_ bianco sa leggere i miei pensieri, — disse Rospo Enfiato.
— Cerchiamo dunque lo stagno od il ruscello ed un posto adatto per imboscarci.
— I _pyaie_ bianchi mi seguano. —
L’indiano, guidato dal suo istinto meraviglioso, rientrò nella foresta volgendo le spalle all’_aldèe_ dei Tupy, e mettendosi in cerca della fonte e del ruscello, poichè i brasiliani hanno l’abitudine di innalzare i loro villaggi in prossimità d’una palude o d’un corso d’acqua.
[Illustrazione: I tre uomini, preceduti dal ragazzo avanzavano lentamente.... (CAP. XXVIII).]
Vagò attraverso la foresta per qualche ora, soffermandosi di quando in quando per osservare il terreno, fino a che giunse sulle rive d’uno stagno quasi circolare che si trovava dalla parte opposta dell’_aldèe_.
Essendo circondato da macchioni e da mazzi immensi di bambù che raggiungevano delle altezze inverosimili era facile a nascondersi.
— Che sia questo che provvede l’acqua ai Tupy? — chiese il marinaio.
— Sì, — rispose l’indiano. — Vedo sul suolo numerose impronte di piedi umani.
— Accampiamoci qui dunque e aspettiamo che la notte passi, — disse il marinaio.
Non osando accendere il fuoco per paura che i Tupy si accorgessero della loro presenza, si accontentarono per cena di alcune _maraninga_, quelle frutta squisite che somigliano a delle uova, poi si cacciarono in mezzo ai bambù, sdraiandosi su uno strato di foglie di _jupati_ recise dall’indiano. Rassicurati dal silenzio che regnava nella foresta e certi d’altronde di non correre alcun pericolo, non tardarono ad addormentarsi.
D’altronde Alvaro ed il marinaio potevano fidarsi interamente dell’acutezza dei sensi dell’indiano. Quell’uomo, anche dormendo, non si sarebbe lasciato sorprendere e si sarebbe subito accorto dell’avvicinarsi d’un nemico.
Il loro sonno non fu interrotto che da qualche urlo dei _guarà_, ronzanti intorno all’_aldèe_ dei Tupy. Nè giaguari nè coguari, che pur allora erano numerosissimi e così audaci da slanciarsi perfino al di sopra delle palizzate e di entrare nei _carbet_ per rapire i fanciulli degl’indiani, si fecero udire. Si erano appena svegliati, quando udirono in lontananza, in direzione dell’_aldèe_, una voce che canticchiava e a poco a poco diventava sempre più distinta.
Rospo Enfiato si era rizzato, colla _gravatana_ in mano, dicendo al marinaio.
— Vengono a far acqua.
— Ed è la voce d’un fanciullo, — rispose Diaz che ascoltava attentamente.
— E non Tupy, — disse l’indiano che si era lasciato sfuggire un gesto di stupore. — È una canzone dei Tupinambi.
«Teniamo l’uccello pel collo e se tu fossi un tucano venuto a beccare nelle nostre campagne saresti volato via.» È così che cantano i nostri guerrieri quando legano i prigionieri destinati a essere macellati.
L’odi gran _pyaie_ bianco?
— E aggiungerei che io ho ancora udita questa voce, — disse il marinaio il cui stupore non era meno profondo di quello dell’indiano.
— Sì è la voce di Japy, non posso ingannarmi.
— Il fanciullo che noi ti avevamo affidato perchè lo istruissi nei misteri dei _pyaie_, è vero? — chiese Rospo Enfiato.
— E che gli Eimuri m’avevano rapito. —
Alvaro non comprendeva ciò che il marinaio e l’indiano si dicevano, ma anch’egli era convinto di aver udito altre volte quella voce ed il suo pensiero correva al fanciullo che gli aveva servito d’interprete quand’era _pyaie_ degli Eimuri.
Il canto era cessato, ma si udivano a breve distanza le foglie secche a scrosciare e le larghe foglie delle piante basse a sussurrare.
Colui che veniva pel primo a far la provvista d’acqua doveva essere ormai vicinissimo.
Rospo Enfiato si era raccolto su sè stesso come una tigre, pronto a slanciarsi.
Un ragazzo era comparso portando sul capo uno di quei vasi di terra porosa di cui si servivano gl’indiani per filtrare l’acqua.
Rospo Enfiato stava per percuoterlo colla _gravatana_ onde stordirlo, quando Alvaro e Diaz si gettarono fra lui ed il ragazzo.
— L’interprete del capo degli Eimuri! — aveva esclamato il primo.
— Japy! — aveva gridato il secondo.
Il giovane indiano era rimasto muto, guardando ora l’uno ed ora l’altro, poi si era precipitato verso Diaz, — esclamando:
— Il padrone! Il _pyaie_ degli Eimuri! Ah! Come sono felice di rivedervi ancora vivi!
— Sei solo? — chiese Diaz.
— Precedo le donne che vengono a fare la provvista d’acqua. Fuggite o verrete scoperti.
— Seguici! —
Il ragazzo gettò il vaso nello stagno e si mise dietro ai tre uomini che fuggivano a tutte gambe attraverso la foresta.
Non si arrestarono che un chilometro più lontano, in mezzo ad un gruppo di _bananeire_ le cui immense foglie erano più che sufficienti per nasconderli.
— Parla, Japy, — disse il marinaio quand’ebbe ripreso fiato. — È nell’_aldèe_ dei Tupy il fanciullo bianco?
— Sì, — rispose il giovane. — L’hanno condotto prigioniero due giorni or sono, prima della seconda battaglia data agli Eimuri.
— Temevo che lo avessero divorato.
— No, ma stanno ingrassandolo.
— L’hai avvicinato? — chiese Alvaro che era in preda ad una viva emozione.
— Non è permesso a nessuno di entrare nel _carbet_ che gli fu assegnato.
— L’hai almeno veduto?
— Sì, ieri sera, mi parve rassegnato alla sua triste sorte.
— Noi siamo venuti qui per salvarlo, — disse Diaz. — Credi possibile sottrarlo senza che i Tupy se ne accorgano?
— I Tupy sono numerosi e vegliano, — rispose Japy.
— Tu puoi aiutarci. Perchè ti hanno risparmiato pur sapendoti un Tupinambi?
— Un capo mi ha adottato, avendo saputo che io era ai servigi del gran _pyaie_ bianco.
— Godi dunque d’una certa libertà.
— Sì, padrone.
— Puoi lasciare il tuo _carbet_ di notte?
— È possibile farlo.
— Saresti capace di aprire una porta della palizzata?
— Basta levare le traverse interne, operazione che può compiere anche un bambino, — rispose Japy.
— Quanti indiani vegliano attorno al _carbet_ del prigioniero?
— Una dozzina.
— Dormono alla notte? — chiese Alvaro.
— Sì, attorno al fuoco che brucia dinanzi la porta del carbet. — rispose Japy.
— Avresti il coraggio questa sera, prima che la luna sorga, di aprirci una porta e di guidarci fino al _carbet?_ Non preoccuparti del resto. Sapremo noi entrare nella capanna ed involare il ragazzo.
— Sono un Tupinambi e non già un Tupy, — rispose il ragazzo con fierezza — e tu sei il mio padrone.
Io farò tutto ciò che vorrai gran _pyaie_, purchè mi riconduci nella mia tribù.
— Qual è la porta più prossima al _carbet_ del prigioniero?
— Quella che guarda verso il sole che tramonta.
— Noi vi saremo, — disse il marinaio. — Quando udrai il sibilo del _cobra cipo_ (serpe liana) tu l’aprirai e noi entreremo nell’_aldèe_.
— Puoi accostare Garcia ed avvertirlo di tenersi pronto? — chiese Alvaro.
— Glielo griderò passando dinanzi al _carbet_. I Tupy non conoscono la lingua degli uomini bianchi ed il piccolo _pyaie_ mi comprenderà.
— Va, onde le donne non si impressionino della tua scomparsa, — disse il marinaio, — e facciano sorgere dei sospetti nei Tupy.
Quando l’astro rosso tramonta, — disse il ragazzo, — io sarò al mio posto e aspetterò il segnale. —
E partì rapido come una freccia, scomparendo in mezzo alle piante.
— Sperate? — chiese Alvaro guardando il marinaio la cui fronte si era oscurata.
— O lo salveremo o ci divoreranno tutti, — rispose Diaz.
— Ah! Se potessi avvertire i Tupinambi! Ma sono troppo lontani e giungerebbero forse troppo tardi. —
Rospo Enfiato che non sapeva una parola di spagnuolo nè di portoghese, e che perciò nulla aveva potuto comprendere, fu informato dell’esito di quel colloquio e parve soddisfatto dell’audace progetto.
— A questa sera, — disse. — Domani i Tupy o saranno malcontenti o troppo contenti. —
Scrollò le spalle e si mise in cerca della colazione, frugando le macchie vicine colla speranza di poter sorprendere qualche _coati_ o qualche _tatù_. Pareva che non si preoccupasse troppo del pericolo a cui stava per esporsi, di venire preso e cioè mangiato dai nemici secolari della sua tribù.
La giornata trascorse in continue ansie per Alvaro e per Diaz. Quantunque fossero ben decisi a tentare qualunque sforzo e ad affrontare qualsiasi pericolo, pur di strappare quel bravo ragazzo alla graticola, si sentivano tremare l’anima al pensiero di dover servire da pasto a quegli abbominevoli antropofagi, nel caso, molto probabile, d’un insuccesso.
A sfidare la morte erano abituati ormai, ma finire divorati ed avere per tomba lo stomaco di quei selvaggi ferocissimi, produceva su entrambi una impressione che non riuscivano a vincere.
Alla sera Rospo Enfiato, che durante quelle dodici ore non aveva mai smentito un solo istante il suo sangue freddo, unicamente preoccupato a procacciarsi da mangiare, fece cenno ai due bianchi di seguirlo.
Si trovavano verso il lato meridionale del villaggio, mentre dovevano raggiungere la porta che guardava verso il sole che tramonta, ossia verso ponente.
L’indiano con un lungo giro li condusse verso l’altro lato dell’_aldèe_, marciando sempre attraverso la foresta, e verso la mezzanotte raggiungeva il margine della pianura su cui sorgeva il grosso villaggio dei Tupy.
Asciugò ad una ad una le sue frecce intinte nel succo mortale del _vulrali_, per essere più sicuro della loro pronta efficacia, ne cacciò una nella _gravatana_ poi disse con voce sempre tranquilla:
— Andiamo: Rospo Enfiato è pronto. —
La notte era tenebrosa essendo il cielo coperto di nubi. Solo le _vaga lume_ e le _perilampo_ rompevano, coi loro lampi, la profonda oscurità che regnava nelle foreste e sulla pianura.
Fra le alte erbe ed in mezzo ai cespugli, le _parraneca_, le _sapos de mina_ ed altri batraci muggivano, fischiavano e si gargarizzavano con frastuono indemoniato, coprendo tutti gli altri rumori.
I tre uomini s’avanzavano cautamente, tenendo gli sguardi fissi sulle palizzate del villaggio che si delineavano vagamente fra l’oscurità.
L’indiano di quando in quando si fermava, alzandosi quanto più poteva per esplorare i dintorni, poi riprendeva la marcia strisciando come un serpente.
Un quarto d’ora dopo il minuscolo drappello, senza essere stato scoperto, giungeva sotto la palizzata.
Pareva che nell’_aldèe_ dei Tupy tutti dormissero non udendosi alcun rumore e che perfino il fuoco che ardeva dinanzi al _carbet_ dei prigionieri si fosse spento.
Seguirono la cinta procedendo carponi, finchè giunsero dinanzi alla porta dietro la quale doveva trovarsi il giovane Japy.
— Che ci sia? — chiese Alvaro sottovoce al marinaio.
— Conosco quel ragazzo da parecchi anni e so quanto vale, — rispose Diaz.
Strappò un filo d’erba, se lo mise fra le labbra e imitò il sibilo del serpente liana, così bene che Rospo Enfiato si guardò d’intorno credendo di aver realmente vicino uno di quei pericolosissimi rettili.
Un sibilo eguale rispose poco dopo dietro la palizzata, quindi si udirono dei crepitii ed una larga tavola fu alzata lasciando un varco appena sufficiente a lasciar passare un uomo.
Rospo Enfiato, colla _gravatana_ appoggiata alle labbra entrò pel primo, seguìto da Alvaro che teneva il dito sul grilletto dell’archibuso e quindi dal marinaio.
Japy era sorto dall’ombra facendosi innanzi. Un rapido scambio di parole s’impegnò fra Diaz ed il ragazzo.
— Si sono accorti di nulla?
— No.
— Dormono tutti?
— Tutti.
— Anche i guerrieri che vegliano sul _carbet_ di Garcia?
— Hanno lasciato spegnere il fuoco.
— Lo sa Garcia che noi siamo qui?
— Ho potuto avvertirlo.
— Benissimo: avanti, — disse il marinaio.
A destra ed a sinistra della porta s’alzavano delle enormi abitazioni rettangolari le quali proiettavano un’ombra fittissima.
I tre uomini, preceduti dal ragazzo, col cuore trepidante, la fronte bagnata di sudore, s’avanzavano lentamente, sulle punte dei piedi, tenendosi contro le pareti dei _carbet_.
Attraverso le cinte d’altronde mal connesse e difese da semplici stuoie di foglie di palmizi, si udivano gli abitanti a russare.
Avevano già oltrepassati quattro o cinque _carbet_ e stavano per giungere sulla piazza sulla quale si macellavano e si arrostivano i prigionieri, quando Japy si arrestò serrandosi contro una parete e rannicchiandosi su sè stesso.
— Che cosa c’è? — chiese Diaz che lo aveva raggiunto.
— Mi è sembrato d’aver veduta un’ombra umana svoltare l’angolo dei _carbet_ che ci sta di fronte.
— _Carrache!_ che tu sii stato seguito?
— Eppure quando io ho lasciato il mio _carbet_ tutte le famiglie dormivano.
— Hai lasciata aperta la porta della cinta?
— Sì, padrone. —
Stettero parecchi minuti rannicchiati addosso alla parete, ascoltando attentamente e guardando in tutte le direzioni, poi si alzarono.
— Devi esserti ingannato, — disse il marinaio.
Interrogò Rospo Enfiato che pareva ascoltasse ancora.
— Hai veduto nulla? — gli chiese.
— No, — rispose l’indiano, — ma Rospo Enfiato ha udito.
— Che cosa?
— La sabbia dell’_aldèe_ a stridere.
— Io nulla ho udito.
— L’indiano delle foreste percepisce i menomi rumori, — rispose il Rospo. — Anche il serpente che striscia non sfugge ai suoi orecchi.
— Che cosa fare?
— Non siamo qui venuti per passeggiare, — disse l’indiano. — La mia _gravatana_ ha la sua freccia avvelenata e volerà silenziosamente verso il Tupy che ci spia. —
Con un gesto imperioso fece cenno al marinaio di non muoversi e si allontanò senza produrre il menomo rumore.
Attraversò lo spazio che separava i due _carbet_ poi scomparve dietro un angolo.
Passarono alcuni istanti d’angosciosa attesa, poi un grido rauco e selvaggio ruppe improvvisamente il profondo silenzio che regnava nell’_aldèe_ dei Tupy.
Un uomo, un indiano, si era slanciato verso la piazza, tenendosi ambo le mani strette alla gola. Fu veduto barcollare poi stramazzare pesantemente al suolo, mentre dai _carbet_ uscivano vociferando spaventosamente i guerrieri del villaggio.
— Fuggiamo! — gridò il marinaio.
Rospo Enfiato tornava verso di loro correndo come un cervo. Dei Tupy lo inseguivano agitando le mazze.
— L’ho colpito troppo basso, — ebbe appena il tempo di dire a Diaz.
Si erano slanciati tutti tre attraverso i _carbet_, preceduti dal ragazzo, ma i Tupy accorrevano da tutte le parti, dalla piazza e dalle capanne che s’appoggiavano alla cinta.
— Signor Viana, fate fuoco o siamo perduti! — gridò Diaz.
Sì, un colpo di archibugio solo poteva arrestare l’orda che stava per piombare su di loro e opprimerli.
Alvaro si volse e fece fuoco in mezzo ai Tupy che irrompevano dalla piazza.
Vedendo quel lampo e udendo quel rombo, i selvaggi si erano arrestati, poi presi da un improvviso terrore si erano dispersi urlando spaventosamente.
Disgraziatamente i guerrieri che venivano dalla parte della cinta e che avevano udito solamente quel tuono senza aver veduto chi lo aveva prodotto, nella loro corsa disordinata si erano gettati fra Rospo Enfiato, Diaz e Japy tagliando fuori Alvaro il quale si era trovato come chiuso fra i fuggenti.
Accortosi del pericolo che correva di venire preso e fors’anche ucciso da qualche colpo di mazza e vista l’impossibilità di raggiungere ormai i suoi compagni, si gettò istintivamente verso la piazza, spinto dalla speranza di attraversare l’_aldèe_ e di poter giungere a qualche altra porta.
Approfittando dello spavento e della confusione che regnava fra i Tupy e anche delle tenebre, potè infatti giungere sulla piazza in mezzo alla quale sorgeva il _carbet_ dei prigionieri, ma colà, con suo terrore s’accorse che il passo gli veniva chiuso dai guerrieri che venivano dalla cinta opposta.
Per un momento ebbe l’idea di afferrare il fucile per la canna e di scagliarsi a corpo perduto fra le file degl’indiani. Comprese però subito che sarebbe stata una follia impegnare la lotta contro quegli uomini che sapevano servirsi così abilmente delle loro terribili mazze.
— Sono preso, — mormorò con angoscia.
Era presso il _carbet_ dei prigionieri e le sentinelle che guardavano la porta, chiusa da una semplice stuoia, erano fuggite.
Un lampo gli attraversò il cervello.
— Garcia è qui, — disse.
Si gettò dentro il fabbricato procedendo a tentoni, tanta era l’oscurità che regnava nella immensa capanna.