L'Uomo di Fuoco

Part 20

Chapter 203,680 wordsPublic domain

Un animale che rassomigliava un po’ ad un gatto, col corpo esile lungo circa mezzo metro, dal pelame fitto, nero e bruno, la testa piuttosto grossa, con occhi grandi e gli orecchi pendenti, si era slanciato sul tronco d’un albero, arrampicandosi silenziosamente per raggiungere i rami sui quali strillavano noiosamente parecchi ani.

— Che cos’è? — chiese Alvaro.

— Un _tayra_, un vero predone che distrugge uccelli, rosicchianti e che non teme di assalire perfino i _capibara_ che sono i più grossi roditori conosciuti. Eh! Un altro concorrente!

— Oh! Il bellissimo gatto! — esclamò Alvaro.

Un altro animale che fino allora si era tenuto nascosto fra le ortensie e che, come il primo, spiava gli _ani_ colla speranza di sorprenderli, si era slanciato sul medesimo tronco.

Era un gatto pardino, animale comunissimo nelle selve brasiliane, dove al pari del _tayra_ commette stragi immense di volatili e spinge la sua audacia fino a dare la caccia anche alle scimmie, che vince facilmente essendo armato di artigli solidissimi e dotato d’una agilità straordinaria.

Un bel gattone d’altronde, lungo quasi un metro, alto mezzo dalla spalla, col corpo robusto, coperto d’un pelo fittissimo, morbido, a macchie ed a striscie bianche, brune, gialle, grigie e nere.

— Pare una piccola tigre, — disse Alvaro, che si era nascosto dietro il tronco d’un albero.

— E assalito si difende tenacemente anche contro gli uomini, — rispose il marinaio. — È il più grosso di tutti i gatti selvaggi e anche il più audace.

Vedrete che assalirà anche il _tayra_ se riesce a sorprenderlo.

Il _tayra_ però, quantunque fosse ben in alto, si era subito accorto della presenza del suo pericoloso vicino e abbandonò frettolosamente il posto, slanciandosi, con un salto immenso, su un albero vicino e quindi nel fitto delle macchie.

— Non lasciamoci sfuggire almeno il secondo, — mormorò il marinaio che non aveva prevista quella rapida fuga.

Soffiò nella cerbottana e la sua freccia infallibile andò a piantarsi nel fianco del pardino e così delicatamente che questi parve non se ne fosse nemmeno accorto, poichè continuò ad arrampicarsi dolcemente sul tronco, tenendosi celato fra i festoni di liane.

Già si trovava a qualche metro dal ramo occupato dagli ani i quali non si erano per anco accorti del pericolo che li minacciava e si preparava a spiccare il salto, quando piombò improvvisamente a terra.

— Il mio _vulrali_ è di prima qualità,. — disse Diaz, ridendo.

Raccolsero il gatto e tornarono nella _canoa_, contando di arrostirlo su una isoletta che sorgeva a due o trecento metri dalla spiaggia e dove almeno non correvano alcun pericolo di venire disturbati.

Attraversarono rapidamente quel braccio d’acqua che li separava da quella piccola terra e tirarono la _canoa_ sulla riva.

— Prendete una pentola. — disse il marinaio. — Lo metteremo in stufato.

— Sarà almeno buono? — chiese Alvaro. — Non ho mai avuta alcuna fiducia nella carne dei gatti.

— Tutti gl’indiani li mangiano: d’altronde non abbiamo di meglio e..... —

Si era interrotto guardando con una certa inquietudine fra le piante che coprivano l’isoletta.

— Che cosa avete? — chiese Alvaro, vedendolo cacciare rapidamente una freccia nella _gravatana_.

— Vedo la punta d’una capanna, — rispose il marinaio.

— Che sia abitato quest’isolotto?

— Vi dovrebbe essere allora qualche piroga ed io non ne ho veduta alcuna.

Armate il fucile e andiamo a vedere. —

Si aprirono il passo fra le piante che ingombravano l’isolotto e giunsero ben presto presso una tettoia formata da pochi bastoni incrociati alla meglio e coperta da uno strato di foglie di banano.

— Non vedo nessuno, — disse il marinaio.

Si avanzò tenendo la _gravatana_ all’altezza del mento per essere più pronto a soffiarvi dentro e si cacciò sotto la tettoia.

Non vi era alcuno, ma il suo proprietario non doveva averla lasciata da molto tempo, perchè in un canto, fra due sassi, si vedeva una pentola che conteneva ancora dei tuberi quasi freschi e delle _cuie_, ossia dei vasi formati con zucche, che sembravano pulite di recente.

Sospesa ad una traversa vi era un’amaca di grosso filo di cotone a varie tinte che serviva da letto, poi dei vasi di terra porosa per depurare l’acqua ed altri oggetti dei quali Alvaro ignorava l’uso.

— Prendiamone possesso, — disse il marinaio che pareva lietissimo di quella scoperta.

— Dove sarà andato il suo proprietario? — chiese Alvaro.

— Si sarà recato a cacciare sulla riva.

— Chi può essere?

— Un Tupinambo, ne sono certo.

Solo le indiane di quella tribù sono capaci di filare queste belle e comode amache.

— Uno dei vostri amici?

— Almeno lo suppongo.

— Che si sia rifugiato qui per sfuggire all’invasione degli Eimuri?

— Può darsi, signore. Se l’abitatore di questa bicocca è veramente un Tupinambo possiamo essere ben lieti. Egli ci servirà di guida per giungere al villaggio dei Tupy ed aiutarci validamente.

Ecco là della legna secca ed ecco qui il fornello. Prepariamoci la colazione e uniamo al gatto questi tuberi che sono eccellenti a mangiarsi. —

Accesero il fuoco e misero la pentola a bollire. Il gatto, già scorticato e ben pulito fu fatto a pezzi e gettato dentro.

— To! — esclamò il marinaio che frugava le _cuie_ che erano numerose e coperte da foglie. — L’indiano si divertiva.

— Che cosa avete scoperto?

— Una _cuia_ colma di _paricà_!

— Che cos’è?

— Una polvere assai inebbriante che gl’indiani estraggono dal seme d’una pianta leguminosa, l’_inga_, e che aspirano attraverso due penne d’avvoltoio.

— Ed a che cosa serve quella polvere?

— Fa diventare allegri come il buon vino. —

Ad un tratto mandò un grido di trionfo:

— Del tabacco! Era un bel pezzo che non ne fumavo!

— Del tabacco! — esclamò Alvaro che non capiva nulla.

— Ah! già, mi scordavo che in Europa non si sa ancora che cosa sia.

Mandiamo giù la colazione poi faremo una pipata, giacchè vedo che il proprietario di questa tettoia ha una collezione di pipe. —

[Illustrazione: Diaz, senza preoccupazione, si avvicinò ad un gruppo di cadaveri.... (CAP. XXVI).]

CAPITOLO XXVII.

Rospo Enfiato.

Non era da stupirsi che Alvaro si fosse mostrato altamente sorpreso a udir parlare di tabacco, foglia che in quell’epoca era assolutamente sconosciuta a tutti gli europei e anche agli asiatici.

Anche Cristoforo Colombo era rimasto assai stupito vedendo gl’indiani delle terre da lui scoperte, gettar fumo dalla bocca, ciò che gli aveva fatto supporre dapprima che quegli uomini mangiassero il fuoco.

Quantunque i suoi marinai a più riprese e anche i navigatori spagnuoli che continuarono più tardi le scoperte, l’avessero provato, pure il tabacco rimase sconosciuto in Europa fino al 1580, epoca in cui Nicoti, ambasciatore di Francia alla corte del Portogallo, lo rese popolare, introducendolo alla corte francese dove fu subito apprezzato non per fumarlo bensì per fiutarlo.

Fu Caterina dei Medici, regina di Francia, che per la prima diede a quell’aromatica foglia una certa celebrità che divenne ben presto mondiale.

Sir Walter Raleigh, l’esploratore dell’Orenoco, l’aveva però già fatta conoscere in Inghilterra.

Vedendo gli indiani a fumare quelle foglie si provò ad imitarli e ne contrasse presto l’abitudine.

Si narra anzi un grazioso aneddoto che dimostra la sorpresa che provarono i primi europei nel vedere del fumo a uscire dalla bocca d’un uomo.

Tornato Raleigh in Inghilterra, stava un giorno seduto nella sua sala da pranzo, dinanzi al caminetto, fumando in una pipa regalatagli da un capo indiano, quando entrò improvvisamente un suo vecchio e devoto servo.

In vita sua, ed era da credervi, il brav’uomo non aveva mai veduto una cosa simile ed attribuendo quel fumo che usciva dalla bocca del suo padrone, ad un fuoco interno, corse nella camera vicina, afferrò una brocca d’argento piena d’acqua e gliela rovesciò addosso gridando:

— Al fuoco! Al fuoco! —

Chi avrebbe detto che cent’anni più tardi quella pianta, ignorata dal mondo intero e nota solo agl’indiani dell’America del sud, avrebbe portata una vera rivoluzione nei costumi e nelle abitudini di milioni e milioni d’uomini e che tutti i governi ne avrebbero approfittato per arricchire le casse dello Stato?

Alvaro e Diaz avevano già divorata la colazione e stavano provando il tabacco dell’indiano, quando verso la riva udirono un cozzo come se due barche si fossero urtate.

Entrambi si erano alzati, balzando sulle loro armi.

— Che sia il proprietario della tettoia che torna? — chiese Alvaro, armando per precauzione il fucile.

— Deve essere lui, — rispose il marinaio. — Aspettate: se risponde al richiamo è un Tupinambi. —

Accostò alla bocca un pezzo di foglia piegata in due e cavò due o tre sibili stridenti che si potevano udire a grande distanza, poi attese.

Un momento dopo tre suoni consimili echeggiarono sotto le palme nane che coprivano la riva.

— È un amico, — disse il marinaio.

Si udiva fra le fronde un fruscìo che aumentava rapidamente, poi le foglie d’una bananiera s’aprirono ed un indiano balzò sulla piccola spianata su cui si ergeva la tettoia.

Era un uomo di mezza età, alto, slanciato, dai lineamenti un po’ angolosi, cogli occhi piccoli, neri e mobilissimi ed i capelli lunghissimi e piuttosto grossolani.

La sua pelle, come tutti quelli della sua tribù, invece di essere rossastra era verdognola, tinta dovuta al soverchio uso che facevano d’olio di cocco e di grasso pei tatuaggi sul petto e sulle braccia rappresentanti degli orribili batraci colle bocche aperte.

Era interamente nudo; aveva solo una collana di denti umani, probabilmente strappati ai vinti nemici e nella destra una gravatana.

— Mi riconosci Cururupebo (Rospo enfiato)? — chiese il marinaio facendosi innanzi.

— Il gran _pyaie_ di Zoma! — esclamò l’indiano, facendo un gesto di stupore.

Poi guardando con viva curiosità Alvaro, proseguì:

— È tuo figlio?

— Che ho ritrovato dopo tanti anni. Dove sono i Tupinambi? E tu che cosa fai qui?

— Mi sono rifugiato su quest’isolotto dopo la distruzione della mia _aldèe_[11], — rispose l’indiano.

— Sono sempre in fuga le tribù?

— Lo ignoro, ma so che gli Eimuri, dopo d’aver devastati i villaggi dei Tupy sono in ritirata dovunque, perseguitati dai Caheti, dai Tamoi e dai Guaitacazi.

Fra pochi giorni quei predoni saranno ricacciati nei loro deserti. Tutte le loro colonne sono in fuga e non resistono più.

— Eppure ieri hanno dato battaglia ai Tupy.

— Lo so, ma mentre li inseguivano, a loro volta sono stati sorpresi e battuti. Ed il gran _pyaie_ di Zoma che cosa fa qui?

— Ero in viaggio per cercare l’altro mio figlio che è stato preso dai Tupy. —

Gli occhi dell’indiano si accesero d’una luce sinistra.

— Sempre quei lupi immondi, — disse. — Sono peggiori degli Eimuri costoro e non rispettano nemmeno i nostri _pyaie_ dalla pelle bianca.

— Lo hanno divorato?

— Non ancora.

— Perchè ti sei fermato qui?

— Zoma, il padrone dei venti e delle acque, della terra e del sole, che insegnò ai figli rossi delle foreste a coltivare la mandioca, mi aveva suggerito di venir a trovare Rospo Enfiato onde mi aiutasse a salvare mio figlio. —

L’indiano si rizzò quanto era lungo e prese un atteggiamento fiero.

— Dunque Zoma mi reputa un grande guerriero? — chiese.

— Sì e te ne dà una prova mandandomi qui.

— La mia carne, il mio sangue e la mia gravatana appartengono al gran _pyaie_ bianco, — disse l’indiano. — Che cosa devo fare?

— Guidarmi al villaggio dei Tupy ed aiutarmi a liberare mio figlio.

— Cururupebo è pronto a partire: egli è un grande guerriero e non ha paura di quei lupi maledetti.

— Prendi quello che ti può essere utile e partiamo. —

Mentre l’indiano entrava nella tettoia per staccare la sua amaca e prendere i suoi vasi, il marinaio che era lietissimo dell’esito di quel colloquio condusse Alvaro verso la riva, dicendo:

— Tutto va bene. Rospo Enfiato ci condurrà sul territorio dei Tupy e ci aiuterà con tutte le sue forze nella difficile impresa.

Sarà un compagno preziosissimo.

— È un valente guerriero?

— Uno dei più indemoniati, che ha ucciso più di quattordici nemici e mangiati non so quanti.

— Essendo la _canoa_ dell’indiano troppo piccola e anche assai avariata, decisero d’imbarcarsi sull’altra che era più comoda e anche meglio tagliata.

— Dove approderemo? — chiese Diaz all’indiano.

— Vi è un fiume più al sud, che conduce nel territorio dei Tupy, — rispose l’indiano. — Se sarà libero lo saliremo.

— È lontano? —

Rospo Enfiato guardò il sole, poi disse:

— Dopo il tramonto vi giungeremo. —

Avendo tre paia di pagaie, ed essendo l’indiano, al pari della maggior parte dei suoi compatriotti, un battelliere inarrivabile, la _canoa_ partì rapidissima, tenendosi a mezzo chilometro dalla costa.

La savana era sempre cosparsa di banchi, coperti ora di paletuvieri rossi ed ora da enormi mazzi di _taquara_, bambù altissimi di cui gl’indiani si servono per fabbricare le loro frecce.

Gli uccelli acquatici vi svolazzavano sopra a migliaia e migliaia, senza troppo spaventarsi della presenza della _canoa_.

Eppure l’indiano, remando, approfittava sovente per mandare una freccia, con abilità prodigiosa ora a qualche _piassoie_ ed ora a qualche bel _mahilaco_ od a qualche _canindè_ che schiamazzavano sulle cime dei bambù.

Da uomo previdente pensava alla cena e anche alla colazione dell’indomani.

Qualche altra volta invece, mandava le sue freccie a fior d’acqua arrestando qualche _traira_, quei grossi pesci che popolano le paludi o qualche _rascudo_ dalle squame durissime, ma non sufficienti a ripararlo dalla sottilissima punta di quei dardi.

— Come sono destri questi selvaggi, — diceva Alvaro che ammirava la bravura di Rospo Enfiato. — Se i miei compatriotti vorranno occupare questo paese colla violenza avranno ben da fare a tener testa a questi indiani. —

Verso sera la _canoa_ che non aveva cessato d’avanzarsi sotto la spinta delle sei pagaie, giungeva all’imboccatura d’un fiume largo un centinaio di metri e che pareva fendesse per un tratto immenso la gigantesca foresta, a giudicarlo dal volume delle sue acque.

— L’Ibira, — disse Rospo Enfiato, volgendosi verso il marinaio. — Salendolo noi giungeremo in un paio di giorni nel paese dei Tupy.

— Sono abitate le sue rive?

— Lo sospetto, — rispose l’indiano.

— Dai Tupy?

— Sì.

— Allora ci scopriranno.

— Navigheremo solamente di notte.

— Se si accorgono della nostra presenza ci chiuderanno il passo.

— Lo so ed i Tupy non mancano di _canoe_. Saliremo fin che potremo, poi ci getteremo nella foresta. Là almeno saremo al sicuro e ci sarà più facile accostarci ai villaggi dei Tupy.

Riposiamoci un po’ e ceniamo. —

Si spinsero verso la riva sinistra la quale era coperta da enormi palme maurizie, piante preziosissime perchè, prima che mettano i fiori, dai loro tronchi si può estrarre una certa sostanza farinosa che disseccata ed impastata può benissimo surrogare le gallette di mandioca, e col succo fermentato, che cola abbondante incidendo la corteccia, si può ottenere una specie di vino dolce ed inebbriante che è assai gustato anche dagl’indiani.

Rospo Enfiato battè la riva per cinque o seicento metri onde assicurarsi che non vi fosse nei dintorni alcuna abitazione, poi accese il fuoco e preparò rapidamente la cena, mettendo sui carboni una bella _traira_ e nella pentola un paio di uccelli acquatici e due tuberi lunghi quasi un piede, grossi come il polpaccio d’un uomo e dolcissimi, che aveva raccolti durante la sua breve esplorazione.

Quando tutto fu pronto, si trasse in disparte, non usando gl’indiani brasiliani mangiare l’un presso l’altro, nemmeno in famiglia e vuotò destramente la sua pentola colma di brodo, servendosi non già del cucchiaio, bensì del dito indice e medio e con tale rapidità da terminare prima dei due europei.

Anche la _traira_ fu divorata senza che perdesse tempo a pulirla delle spine e delle scaglie. Di boccone in boccone separava le une e le altre servendosi della lingua al pari delle scimmie, cacciandole in un angolo della bocca, per rigettarle poi tutte insieme a pasto finito.

Durante i loro pasti gl’indiani non usavano nè parlare, nè bere. Dopo però amavano chiacchierare come pappagalli per delle ore intere e bere in abbondanza, specialmente _casciri_ e altri liquori forti fino a ubbriacarsi.

Mancando però dell’uno e degli altri, Rospo Enfiato dovette accontentarsi dell’acqua del fiume e d’una presa di _paricà_ che aspirò attraverso un doppio tubetto formato con due ossa alari d’avoltoio e che lo mise subito di buon umore, essendo quella polvere inebbriante.

Quella fermata, necessaria per dare un po’ di riposo alle loro membra, si prolungò fino alla mezzanotte, poi tornarono ad imbarcarsi volendo approfittare delle tenebre per guadagnare via, senza correre il pericolo di venire notati e disturbati dagli abitanti delle rive.

Da una parte e dall’altra del fiume, dei superbi palmizî proiettavano un’ombra così fitta da rendere la _canoa_ quasi invisibile.

Erano palme da cera, le più belle e le più eleganti della numerosa famiglia delle _palmares_, dal tronco altissimo, esile, bianchissimo e coronato sulla cima da un elegantissimo ciuffo di foglie lunghe cinque o sei metri.

Di quando in quando, in mezzo ai folti cespugli che avvolgevano i tronchi di quelle palme si vedevano vagare delle ombre e luccicare dei punti giallo-verdastri e si udivano dei miagolii soffocati e delle urla rauche che si ripercuotevano lungamente sotto le infinite vôlte di verzura.

Erano giaguari e coguari, lupi rossi e gattoni pardini che vagavano sui margini della foresta cercando la cena.

Rospo Enfiato, appena s’accorse della loro presenza, s’affrettò a spingere la _canoa_ in mezzo al fiume. Conosceva per prova lo slancio e l’audacia dei giaguari e dei puma per non prendere le sue precauzioni.

— Che abbondanza di belve! — disse Alvaro, vedendo due grosse ombre spingersi rapidamente verso una lingua di terra che si prolungava fino quasi in mezzo al fiume.

— Tutte le rive dei corsi d’acqua sono così popolate di carnivori, — rispose Diaz. — La grande foresta è poco frequentata dai tapiri, dalle scimmie, dai pecari e dai _caspybara_, le vittime ordinarie dei giaguari e dei coguari, essendo scarsa di stagni e di ruscelli.

— Silenzio gran _pyaie_, — disse in quel momento Rospo Enfiato, ritirando le pagaie.

— Che cosa c’è? — chiese il marinaio.

— _Aldèe!_....

— Dove?

— Lassù, verso quella punta.

— Dei Tupy?

— Certo, — rispose l’indiano.

— Potremo passarvi dinanzi senza destare l’attenzione degli abitanti? A quest’ora devono dormire come i _sucuriù_ durante la stagione secca.

— Se gli Eimuri non sono stati completamente scacciati dal territorio, nell’_aldèe_ si veglierà.

— Già, è vero. Che cosa ci consigli di fare?

— Lasciare la canoa e gettarci nella foresta. Marcieremo con maggior sicurezza e potremo avvicinarci, senza venire facilmente scoperti, alla grande _aldèe_ dei Tupy.

Tuo figlio deve trovarsi colà, ne sono sicuro.

— Mi spiace abbandonare la _canoa_.

— L’affonderemo, così potremo ritrovarla nel ritorno e rifugiarci ancora nella savana sommersa.

— Che cos’ha dunque l’indiano? — chiese Alvaro che s’impazientiva.

— Vi è un _aldèe_ dinanzi a noi, ossia un villaggio di Tupy, — rispose Diaz. — Rospo Enfiato non osa passarvi dinanzi e ci consiglia di gettarci nella grande foresta.

— Possiamo fidarci di lui?

— Interamente.

— Allora andiamo alla riva. —

Attraversarono il fiume approdando sulla riva destra e sbarcarono.

L’indiano legò la _canoa_ al tronco d’un albero, servendosi d’una liana molto lunga, mise a terra le sue provviste, la sua amaca ed un paio di pentole, poi riempì d’acqua la scialuppa, facendola affondare in mezzo ad un gruppo di enormi foglie di _victoria regia_ onde nessuno potesse scorgerla.

Stavano per salire la riva e coricarsi sotto i palmizi, quando l’indiano tese un braccio verso l’alto corso del fiume, dicendo al marinaio.

— Vede il gran _pyaie?_ —

Una forma allungata e nera si era staccata dalla penisoletta sulla quale sorgeva il villaggio e scendeva rapidamente il fiume.

— Una canoa, — disse Diaz.

— Vegliavano nei _carbet_, — rispose l’indiano. — Vengono ad assicurarsi se noi siamo sbarcati.

— Sì, ci avevano già scoperti.

Presto, nel bosco e marciamo con lena. —

Si cacciarono sotto le palme che s’intrecciavano con rigogliose felci arborescenti, con liane, con piante di vaniglia selvatica e con gruppi d’orchidee, che cadevano dai rami in festoni olezzanti di soave profumo e partirono con passo veloce, temendo di venire inseguiti dai canottieri della _piroga_.

L’indiano i cui sensi e specialmente l’udito erano acutissimi, di quando in quando si fermava ad ascoltare, poi riprendeva la marcia con maggior velocità, addentrandosi sempre più nella tenebrosa foresta.

Il marinaio, abituato alle rapidissime marce degl’indiani, i quali in una sola notte attraversavano delle distanze incredibili, non aveva difficoltà a seguirlo, ma Alvaro invece doveva fare degli sforzi disperati per non rimanere indietro.

E, poi da quando era sbarcato aveva cominciato a provare dei dolori acuti alle dita dei piedi, come se delle spine vi si fossero confitte.

Dopo due ore di corsa indemoniata fu costretto a confessarsi vinto.

— Arrestiamoci, Diaz, — disse. — Non posso più seguirvi e mi sembra d’altronde che nessun pericolo ci minacci.

— Sì, fermiamoci, — rispose il marinaio. — Voi non siete abituato alle lunghe corse dei selvaggi brasiliani.

— E poi non so che cosa abbia, mi pare che le dita dei piedi siano in cattivo stato.

— Ah! — disse Diaz, ridendo. — So che cosa avete. La bestia maligna vi mangia.

Bisogna sbarazzarvene subito o vi rovinerà i piedi.

— Una bestia!

— Veramente è una specie di pulce: la _chique_[12]. Rospo Enfiato ve la leverà. Aspettate fino all’alba perchè se il sacco non viene levato intero e si rompe si svilupperà un’ulcera maligna che vi rovinerà i piedi per parecchie settimane.

— Una pulce avete detto?

— Che è comunissima qui e che non risparmia nemmeno i piedi degl’indiani. Non si sa il perchè si caccia di preferenza nelle dita e se è una femmina vi si annida, formando entro la carne un minuscolo sacchetto che raggiunge le dimensioni d’un pisello entro cui deposita le uova.

Guai se non si leva a tempo; come vi dissi il piede corre il pericolo di venire rovinato.

Accampiamoci sotto questa pianta e aspettiamo che il sole si alzi.

— Che i battellieri della piroga ci abbiano inseguiti?

— Se Rospo Enfiato è tranquillo, vuol dire che nessuno ci minaccia. —

Infatti l’indiano non dava alcun segno di essere inquieto. Appoggiato al tronco d’una palma aspirava beatamente un pizzico di _paricà_, guardando distrattamente le splendide _vaga lume_, quelle superbe lucciole dei boschi brasiliani, che volavano a ondate fosforescenti, ora abbassandosi verso il suolo ed ora innalzandosi fino alla impenetrabile vôlta di verzura.

Quando l’aurora spuntò, diffondendo sotto gli alberi una dolcissima luce rosea, Rospo Enfiato che era già stato avvertito dal _pyaie_ bianco dell’inconveniente che aveva colpito Alvaro, andò a levare alcune spine da una palma carà scegliendo con cura quelle che avevano la punta più sottile.

Il marinaio fece cenno al portoghese di levarsi le scarpe e di denudare i piedi.

— L’operazione sarà rapida e niente dolorosa, — disse poi. — Levato il nido della _chique_ potrete riprendere la marcia senza provare disturbo alcuno. —

L’indiano esaminò i piedi d’Alvaro e mostrò su entrambi due piccolissime rigonfiature.

Prese una delle spine e con destrezza meravigliosa e senza che il portoghese provasse quasi dolore, strappò una dietro l’altro tre granelli grossi come piselli che gettò via.

— Le pulci avevano trovati i vostri piedi più adatti per deporre le loro uova, — disse Diaz, sorridendo. — Il sangue bianco conviene forse meglio ai piccini. Eccovi sbarazzato da quei pericolosi ospiti. —

L’indiano mise sulle punture fatte un pizzico di _paricà_, poi disse al marinaio:

— Andiamo.

— Che siamo inseguiti? — chiese Diaz.