Part 19
Il coguaro aveva raggiunto la cima del tronco e con un salto immenso si era slanciato fra i rami, cadendo così leggermente da non far nemmeno oscillare le foglie più vicine.
Le scimmie vedendolo così vicino si erano date alla fuga, cercando di raggiungere le cime più elevate, quando il coguaro, che non ci teneva a spingersi più su, con un secondo salto piombò sulla meno lesta spezzandole di colpo la colonna vertebrale prima e squarciandole poi il collo.
Con una zampa la rovesciò sul ramo per impedirle di cadere, poi applicò le labbra sulla ferita della gola, succhiando avidamente il sangue che sgorgava in abbondanza.
— A me ora, disse Alvaro.
Aveva puntato l’archibugio e stava mirando, quando udì un leggiero sibilo e vide un sottile cannello attraversare l’aria e piantarsi nel fianco sinistro del coguaro.
Questi aveva subito interrotto il suo pasto, guardandosi intorno.
Vedendo il cannello lo spezzò coi denti, poi si rimise a succhiare come se fosse stato punto da qualche mosca importuna.
Alvaro aveva abbassato prontamente il fucile.
— Una freccia, — mormorò agli orecchi del mozzo.
— L’ho veduta signore.
— Chi può averla lanciata? Un indiano di certo.
— Fuggiamo signore.
— No, l’uomo che l’ha gettata potrebbe udirci e noi non sappiamo se è solo od accompagnato.
Restiamo qui e non moviamoci. Il cespuglio che ci ripara è folto e nessuno può sospettare la nostra presenza.
— Ed io che stavo per far fuoco!
Un fracasso di rami schiantati seguito da un _ou-uu_ rabbioso si fece udire in alto.
Il coguaro che doveva essere stato ferito da una freccia avvelenata, era precipitato giù dall’albero assieme alla sua vittima, sfondando col proprio peso le liane ed i rami.
— Non muoverti, — mormorò Alvaro, trattenendo Garcia che spinto da una imprudente curiosità stava per farsi innanzi. — Accovacciati presso di me e non fiatare. —
Scostò adagio adagio i rami e cercò di scoprire il cadavere del coguaro. Lo vide infatti, dieci metri più innanzi, sdraiato alla base dell’albero, presso la scimmia.
— Vedremo chi andrà a raccoglierlo, — mormorò Alvaro.
Erano trascorsi appena due minuti quando udì un fruscìo di foglie e dei rami a crepitare. Una o più persone s’aprivano il passo fra i fitti cespugli che formavano come una seconda foresta sotto la prima, costituita invece dalle palme e dalle immense _summameire_ dalle _pekie_ ecc.
Ad un tratto due persone sbucarono fra le foglie d’una bananeira e si diressero sollecitamente verso il coguaro il quale non dava ormai più segno di vita.
Alvaro aveva fatto uno sforzo supremo per non lasciarsi sfuggire un grido di sorpresa.
In quei due selvaggi aveva riconosciuto il capo degli Eimuri ed il ragazzo indiano che gli aveva servito d’interprete.
Come si trovava là quel maledetto antropofago? Aveva seguite le tracce dei due fuggiaschi smanioso di vendicarsi d’essere stato così destramente giuocato? Oppure era giunto presso la savana sommersa per puro caso, guidando qualche partita di cacciatori?
— Non muoverti, Garcia, — sussurrò Alvaro. — Corriamo il pericolo di venire mangiati.
[Illustrazione: Era uno spettacolo bellissimo. I guerrieri che venivano colpiti.... (CAP. XXV).]
— Chi sono?
— Gli Eimuri.
— Ancora?
— Silenzio se ti preme la vita. —
Il capo ed il ragazzo strapparono al coguaro la punta della freccia, poi il primo mandò un fischio stridente.
Un momento dopo quattro altri indiani armati di _gravatane_ che fino allora dovevano essersi tenuti imboscati nelle vicinanze, si fecero innanzi e si caricarono del coguaro e della scimmia.
Il capo fece il giro dell’albero come se cercasse se vi fosse altra selvaggina da abbattere, ma le scimmie che poco prima si trovavano sulla cima erano ormai scomparse, slanciandosi di pianta in pianta.
Un momento dopo il piccolo drappello tornava a scomparire in mezzo ai cespugli.
Per alcuni istanti si udirono le fronde ad agitarsi, poi ogni rumore cessò e le arà, tranquillizzate, ripresero la loro monotona cantilena mentre i pappagalli cicalavano a piena gola.
— Siamo sfuggiti ad un grave pericolo per puro caso, — disse Alvaro che era ancora pallido. — Se io non m’indugiavo un poco a far fuoco a quest’ora noi avremmo addosso chissà quanti Eimuri.
— Era proprio il capo?
— L’ho riconosciuto subito, ragazzo mio.
— Che ci cerchi o che cacci?
— Cacciare così lontano dal villaggio non mi sembra ammissibile.
— Che cosa facciamo signore?
— Rimanere nascosti qui per ora e questa sera ritornare alla nostra isola. Non mi fido imbarcarmi; gli Eimuri ci potrebbero scorgere.
— Il marinaio aveva ragione a sconsigliarvi, — disse il mozzo.
— I selvaggi non ci hanno ancora presi.
— Ma torneremo a mani vuote.
— Attraverseremo la savana e andremo a cacciare su qualche altra riva. Non sarà già un oceano quel bacino paludoso.
Taci! —
Il silenzio era stato improvvisamente rotto da urla formidabili che aumentavano rapidamente d’intensità, accompagnate da suoni stridenti che pareva uscissero da quella specie di flauti formati con tibie umane e che usavano in quell’epoca quei terribili antropofagi.
Quelle urla echeggiavano in due diverse direzioni.
— Che due tribù siano alle prese? — chiese Alvaro.
— Signore, vi ricordate dei Caheti comparsi sulle rive della savana? — chiese Garcia.
— Andiamo a vedere, — disse Alvaro. — Se succede un combattimento nessuno avrà il tempo di occuparsi di noi. —
Uscirono dalla macchia e s’avanzarono verso il luogo dove le urla risuonavano sempre, tenendosi però prudentemente nascosti fra le piante più folte e scivolando di preferenza fra i cespugli.
Non avevano percorsi duecento metri, quando si trovarono sul margine d’una immensa radura, in mezzo alla quale non crescevano che pochissimi gruppetti di palme.
Alvaro non si era ingannato: due tribù, entrambe numerose, stavano per venire alle mani.
— Gli Eimuri alle prese con una tribù nemica! — esclamò il portoghese, gettandosi in mezzo ad un cespuglio.
Sei o settecento indiani, spaventosamente dipinti in nero, in azzurro ed in rosso, coi volti adorni di penne di pappagallo disposte in modo da figurare baffi, barbe e corna e divisi in due colonne, marciavano lentamente agitando furiosamente le mazze, le cerbottane, le lancie e le scuri di conchiglia.
La battaglia che doveva diventare ben presto sanguinosissima, essendo tutti i selvaggi brasiliani valorosissimi, non era ancora cominciata.
Prima di assalirsi, i brasiliani usavano provocarsi da lontano per eccitarsi.
S’avanzavano gli uni contro gli altri a passo cadenzato, fermandosi di quando in quando per ascoltare le arringhe infuocate dei capi che li mettevano in un incredibile furore.
Davan fiato poi ai pifferi ed ai flauti, stendevano le braccia mostrando gli archi e le mazze o le gravatane, provocandosi con urla spaventevoli e alzando sulle picche dalla punta di selce o di spine di pesce, le ossa dei prigionieri che avevano divorati.
Gli Eimuri erano assai più superiori di numero, ma i loro avversari parevano meglio armati e poi più alti e più sviluppati dei primi.
— Se si distruggessero almeno reciprocamente, — disse Alvaro che si teneva ben celato a fianco di Garcia. — Questi sono demoni piuttosto che esseri umani.
— Chi vincerà? — chiese Garcia.
— Lo sapremo presto, — rispose Alvaro. — Simili battaglie con attacchi a corpo a corpo non devono durare molto.
Le due tribù che procedevano senza ordine alcuno ma in ranghi serrati, giunte a cento metri l’una dall’altra, posero mano agli archi e alle gravatane saettandosi reciprocamente.
Era uno spettacolo bellissimo il vedere tutte quelle freccie che terminavano in penne variopinte e che percosse dal sole riflettevano tutte le varietà delle loro tinte, volare in tutte le direzioni.
I guerrieri che ne venivano colpiti, se le strappavano dalle carni rabbiosamente, le mordevano e le spezzavano, senza dare indietro un passo nè volgere le spalle e rispondevano fino a che il _vulrali_, quel veleno che non perdona, produceva il suo mortale effetto.
Esaurite le freccie le due tribù si slanciarono l’una contro l’altra con un clamore assordante e le mazze alzate.
CAPITOLO XXVI.
La scomparsa del mozzo.
Una mischia terribile si era impegnata fra gli Eimuri ed i loro avversari.
Quei selvaggi, che Alvaro aveva giustamente paragonati più a fiere che a esseri umani, combattevano con furore estremo scambiandosi colpi di mazza che di rado cadevano a vuoto.
L’abilità con cui adoperavano quell’arma pericolosissima, preferita dai guerrieri alle _gravatane_ dalla freccia mortale e anche alle scuri di conchiglia che d’altronde si spezzavano facilmente, era straordinaria.
Quantunque quelle mazze, formate di legno del ferro, fossero pesantissime, tali anzi che gli Europei non riuscivano ad alzarle e farle girare con una sola mano e avessero sovente una lunghezza di due metri, le maneggiavano con destrezza facendole volteggiare in aria con velocità prodigiosa.
Ogni colpo faceva una vittima, giacchè miravano sempre alla testa che fendevano nettamente per metà, essendo sottili sui due lati.
Per parecchi minuti Alvaro ed il mozzo non videro che un rimescolamento orribile di corpi nudi e sanguinanti che si dibattevano fra un urlìo incessante, poi i combattenti si separarono in varii gruppi continuando la lotta con crescente furore.
Un gran numero di guerrieri giacevano al suolo coi crani spaccati ed i petti sfondati dai colpi formidabili delle mazze, ma gli altri, per nulla atterriti non cedevano ancora il campo, spinti dal desiderio di fare dei prigionieri poichè non usavano i brasiliani, chissà per quali inesplicabili cause, divorare i morti caduti sul campo di battaglia.
Gli Eimuri però più numerosi quantunque meno armati, avevano avuto subito un notevole vantaggio sui loro avversari, decimandone crudelmente le file.
Il loro capo, che ruggiva come un giaguaro e che aveva la mazza lorda di sangue fino al manico, si sforzava a raccogliere le file per dare l’ultimo colpo.
Gli avversarii invece cominciavano a tentennare quantunque opponessero ancora una ostinata resistenza. Anche il loro capo faceva sforzi sovrumani per stringerseli intorno, senza però riuscire nell’intento.
Ad un tratto fu veduto scagliarsi contro il capo degli Eimuri con slancio disperato ed investirlo a colpi di mazza.
Era un bel selvaggio di alta statura, adorno di collana e di piume variopinte e di ossa che dovevano essere umane e che gli pendevano lungo i fianchi.
L’Eimuro che forse si aspettava quell’attacco, si volse di colpo e siccome nella destra teneva la _gravatana_ gli soffiò contro una freccia, colpendolo con precisione matematica nel pomo d’Adamo, ossia nel centro della gola.
Il guerriero, quantunque non dovesse ignorare che la morte ormai doveva sorprenderlo, si gettò sull’avversario a corpo perduto, sperando ancora di fracassargli il cranio con un colpo di mazza, ma le forze lo tradirono.
Il _curaro_ aveva agito istantaneamente ed il sangue era stato subito avvelenato.
Lasciò sfuggire l’arma che impugnava e cadde sulle ginocchia; un colpo di mazza dell’Eimuro lo finì, rovesciandolo al suolo col cranio fracassato.
I guerrieri, vedendo cadere il capo e gli Eimuri slanciarsi nuovamente all’assalto, scoraggiati e già ridotti alla metà, volsero le spalle dirigendosi verso la savana e precisamente là dove Alvaro ed il mozzo si tenevano nascosti.
— Maledizione! — esclamò il signor Viana, alzandosi precipitosamente. — Gambe, Garcia! —
I fuggenti, che correvano come daini, erano ormai troppo vicini per permettere ai due naufraghi di ritornare nel folto della foresta prima di venire scorti.
In quel supremo frangente, Alvaro si rammentò di essere il temuto _Uomo di fuoco_. Alzò rapidamente il fucile contro i selvaggi che si trovavano già a pochi passi di distanza.
L’effetto prodotto da quel colpo fu incredibile. Vinti e vincitori, presi da un subitaneo terrore si erano arrestati lasciandosi cadere al suolo, come se sopra le loro teste fosse scoppiata la folgore.
— Fuggi! Alla scialuppa, Garcia! — gridò Alvaro, slanciandosi a corsa disperata in direzione della savana.
Al di là degli alberi, delle grida echeggiavano;
— _Caramurà! Caramurà!_ —
Dovevano essere gli Eimuri i quali avevano certamente riconosciuto il loro _pyaie_.
Alvaro, che correva a rotta di collo, credendosi sempre seguito dal mozzo, in meno di cinque minuti si trovò sulla riva della minuscola cala, presso cui trovavasi la scialuppa.
Si volse gridando:
— Presto Garcia! —
Invece udì in quel momento uno sparo, poi un grido:
— Signor Alvaro! —
Poi vide una torma di selvaggi passare come un uragano fra gli alberi e scomparire in mezzo ai cespugli con fantastica rapidità.
Erano gli sconfitti che fuggivano.
— Aiuto.... — signore! — udì ancora in lontananza.
Ma i selvaggi che erano stati sopraffatti erano ormai scomparsi e giungevano invece a corsa disperata gli Eimuri preceduti dal loro capo.
Alvaro mandò un urlo.
— Mio povero ragazzo! —
Per un momento, non badando che al proprio coraggio e alla propria generosità, ebbe l’idea di scagliarsi dietro ai fuggenti.
Fortunatamente s’accorse subito che non sarebbe mai riuscito a raggiungere quegli uomini che correvano meglio dei cavalli e che avrebbe dovuto misurarsi contro l’intera orda vincitrice. Per di più l’archibugio era scarico e non aveva il tempo di ricaricarlo.
Balzò nella scialuppa, afferrò le pagaie e frenando le lagrime che gli empivano gli occhi, si spinse rapidamente al largo, salutato da una pioggia di frecce, di cui alcune si infissero, malgrado la distanza, nella poppa della canoa.
Invece di avanzarsi nel mezzo della savana, piegò verso la riva meridionale, tenendosi a sufficiente distanza per mettersi fuori di portata dalle _gravatane_ e dagli archi.
I selvaggi che avevano avuto la peggio erano fuggiti in quella direzione e sperava di ritrovarli al di là d’una lunga penisola che si spingeva nella savana per parecchie centinaia di metri.
Delle grida echeggiavano in quella direzione e si vedevano gli Eimuri a dirigersi velocemente da quella parte. Pareva che sotto le alte piante si fosse impegnata un’altra battaglia perchè si udivano a squillare i pifferi di guerra e risuonare cupamente le mazze.
— Mio povero Garcia! — ripeteva Alvaro senza cessare di remare con suprema energia. — È perduto! —
Le grida si allontanavano e non già lungo le rive della savana bensì nell’interno della foresta diventando rapidamente fioche.
Certo i vinti, dopo un tentativo di resistenza, si erano dati nuovamente alla fuga, salvandosi nell’immensa boscaglia che offriva dei rifugi ben più sicuri che le macchie di bambù che sorgevano lungo le rive.
Alvaro si era arrestato, giudicando inutile continuare la corsa in quella direzione. Era meglio tornare prontamente all’isolotto ed informare il marinaio, l’unico che potesse dare qualche prezioso consiglio sul da farsi.
— Non abbandoneremo quel caro ragazzo, — disse Alvaro, riprendendo i remi. — Se ha avuto il tempo di scaricare il suo fucile verrà considerato come un uomo superiore, ne faranno forse un _pyaie_ e non lo mangeranno.
Quei selvaggi che sono stati vinti non saranno più feroci degli Eimuri.
Un po’ tranquillizzato da quelle riflessioni, si mise ad arrancare affannosamente, ansioso di giungere all’isolotto.
La battaglia doveva essere finita, giacchè non si udiva ormai più nulla e se continuava, i guerrieri dovevano trovarsi ormai ben lontani dalle rive della savana sommersa.
Era quasi mezzodì quando Alvaro, assai triste, approdò sulla riva dell’isolotto.
Il marinaio, stanco forse di aspettarli e non sperando che tornassero prima del tramonto, sonnecchiava all’ombra d’una pianta, colla _gravatana_ a portata della mano.
Udendo la voce di Alvaro, aprì subito gli occhi alzandosi a sedere.
— Solo! — esclamò, non scorgendo il mozzo e facendosi smorto. — Gran Dio! Che cosa vi è toccato signor Viana? Mi sembrate sconvolto.
— Perduto, — rispose Alvaro con voce spezzata.
— Garcia!
— Rapito dai selvaggi.
— Dai Caheti?
— Non so.... vi erano anche gli Eimuri.... combattevano.
— Calmatevi, signor Viana e narratemi tutto. —
Alvaro quantunque fosse in preda ad un vero accesso di disperazione, lo mise subito al corrente di quanto era avvenuto.
— Ditemi, Diaz, riusciremo noi a salvarlo? — chiese Alvaro.
Il marinaio aveva ascoltato il racconto in silenzio, corrugando più volte la fronte.
— Siete certo che non siano stati gli Eimuri a portarlo via? — chiese.
— Quei selvaggi non erano ancora giunti.
— Dunque sono stati gli altri?
— Sì, Diaz.
— Ditemi come erano quegl’indiani.
— Erano di statura più alta degli Eimuri, avevano i capelli lunghi e neri ed il colorito bruno fosco.
— Avete notato se avevano delle incisioni sulle braccia e sulle coscie?
— Sì, dei tagli abbastanza profondi, delle vecchie cicatrici.
— E delle penne appiccicate agli angoli degli occhi? — chiese ancora Diaz.
— Anche quelle.
— Erano indiani Tupy, i nemici più accaniti e più formidabili dei Tupinambi. Sono lieto che le abbiano prese dagli Eimuri, quantunque sì gli uni che gli altri siano del pari crudeli.
— Potremo noi ritrovarli?
— So dove hanno il loro villaggio principale e mi immagino che avranno condotto Garcia dal loro gran capo Piragibe, che vuol dire _Braccio di pesce_.
— Che lo mangino?
— Forse, se non preferiranno farne uno stregone. Non avranno però fretta essendo Garcia, per sua fortuna, troppo magro per costituire un buon arrosto e prima che lo abbiano ingrassato, passeranno parecchie settimane e fors’anche dei mesi.
— Sicchè voi non disperate di salvarlo.
— La cosa non sarà facile, tuttavia ci proveremo. Se vedremo che l’impresa sarà troppo difficile, chiameremo in nostro aiuto i Tupinambi i quali a quest’ora saranno certo tornati ai loro villaggi.
— Vi sentite di poter camminare?
— Fra un paio di giorni io sarò completamente ristabilito.
— Due giorni! Sono lunghi, Diaz, — disse Alvaro.
— Non perderemo egualmente il nostro tempo, — disse il marinaio, — anzi sloggeremo subito.
Ho osservata attentamente questa savana e mi sono ormai già convinto che dirigendoci verso il sud, noi ci avvicineremo considerevolmente al territorio dei Tupy.
Abbiamo la canoa e ne approfitteremo.
— È anche necessario abbandonare l’isola per non morire di fame, — disse Alvaro, — non avendo io potuto portare nulla dalla foresta.
— Sì, partiamo, — disse il marinaio.
Si alzò senza l’aiuto di Alvaro e si diresse verso la canoa con passo abbastanza sicuro.
— La gamba funziona benissimo, — disse. — Sotto questo clima le guarigioni sono più rapide che in altri paesi. —
S’imbarcarono portando con loro la gravatana ed il fucile e presero le pagaie.
— Conducetemi innanzi a tutto là dove è avvenuto lo scontro, — disse il marinaio. — Voglio accertarmi coi miei occhi se gl’indiani sconfitti dagli Eimuri erano veramente dei Tupy.
— Che vi siano ancora gli Eimuri?
— Saranno occupati ad inseguire i loro avversarii e poi non sbarcheremo che dopo il tramonto del sole. —
Si misero a remare senza affrettarsi, avendo più di tre ore di tempo, procurando di tenersi sempre dietro le isolette onde non farsi scorgere dagli abitanti delle rive, dato il caso che ve ne fossero ancora.
Il sole tramontava dietro le alte piante dell’occidente quando giunsero nella piccola cala.
Sulle rive regnava un profondo silenzio. Nell’interno invece della foresta si udivano a echeggiare le urla acute e tristissime dei _guarà_.
— Buon segno, — disse il marinaio sbarcando.
— Perchè dite ciò? — chiese Alvaro.
— Se i lupi rossi pasteggiano coi cadaveri dei morti, è segno che i combattenti si sono allontanati.
Quegli animali si tengono lontani dall’uomo.
Siete capace di guidarmi fino sul campo di battaglia?
— Mi rammento benissimo la via percorsa, — rispose Alvaro.
Presero le loro armi e s’inoltrarono sotto gli alberi, spiccando qua e là qualche frutto, non avendo mangiato dal mattino.
Le urla dei _guarà_ o lupi rossi diventavano sempre più acute. Quei lupi ingordi dovevano essersi gettati avidamente sui cadaveri e dovevano farne scempio.
Un quarto d’ora dopo il marinaio ed Alvaro giungevano sul margine della vasta radura.
Vi erano là, disseminati o distesi a gruppi, non meno di duecento guerrieri fra Tupy ed Eimuri, parte trafitti da frecce ed i più colle teste orrendamente fracassate dalle terribili mazze.
Numerosi _guarà_ giravano fra quei poveri morti, azzannando or questi ed or quelli, urlando e mugolando, e stormi di avvoltoi reali, di _caracari_, di _gaviaos_ che sono specie di sparvieri e di _urubu_, quegli insaziabili divoratori di carogne, calavano a prendere parte a quel colossale banchetto.
Diaz senza preoccuparsi dei lupi rossi, si avvicinò ad un gruppo di cadaveri e li osservò per qualche istante.
Vi erano mescolati insieme Tupy ed Eimuri, ancora strettamente abbracciati, come se anche dopo morti cercassero di lottare.
— Sì, — disse poi. — Sono Tupy quelli che sono stati sconfitti dagli Eimuri. Li conosco benissimo dalle loro collane e dalle loro cicatrici.
Non vedete questo indiano che ha dei profondi intagli sulle braccia? Sette! Doveva essere un famoso guerriero.
— Perchè? — chiese Alvaro.
— Ogni cicatrice segna un nemico ucciso.
— Sono terribili dunque questi indiani?
— Guerrieri formidabili.
— Povero Garcia, — disse Alvaro con un sospiro. — Potremo noi giungere in tempo per salvarlo?
— Vi ho dettò che finchè non l’avranno ingrassato non correrà pericolo alcuno. Torniamo alla canoa, signor Viana.
Non sono ancora abbastanza forte per resistere alle marce.
— Dove dormiremo?
— Nella canoa; almeno saremo al sicuro da qualunque sorpresa. —
Tornarono lentamente verso la savana, facendo raccolta di banani e anche di cocchi e s’imbarcarono spingendosi sempre verso il sud.
Verso la mezzanotte arenarono la _canoa_ su un banco che sorgeva a cinquecento metri dalla riva, distanza sufficiente per evitare una sorpresa, e si addormentarono non ostante i muggiti, i fischi, i martellamenti, i latrati dei rospi, delle _parrancia_, dei _sapo de minas_ e di tutte le altre varietà di batraci che popolavano le isolette della savana.
L’indomani, dopo d’aver vuotate due o tre noci di cocco, riprendevano la corsa, mantenendosi sempre ad una considerevole distanza dalla riva.
Quella immensa palude non accennava a restringersi, nè a finire. La riva meridionale non si delineava e nemmeno quella occidentale appariva.
Doveva avere una immensa estensione e chissà, fors’anche si prolungava verso il mare essendo le sue acque leggermente salmastre.
Il marinaio ed Alvaro arrancarono fino al mezzodì senza prendere un momento di riposo, poi vedendo che sulla riva non si mostrava nessun essere umano, presero terra per cercarsi la colazione.
Tutta la sponda era coperta da bellissime _jabuticabeire_, piante alte non più di sei o sette metri, dal fogliame foltissimo ed i tronchi carichi di frutta grosse come i nostri mandarini, d’un giallo lucente, che spuntano sulle corteccie degli alberi e che forniscono una polpa assai delicata e molto apprezzata anche dagli indiani.
Stormi di ani, uccelli bianchi e neri, grossi come merli, dalla coda lunghissima, che vivono di buon accordo con tutti gli animali, anche quelli feroci, perchè hanno la strana abitudine di sbarazzarli delle pulci e di tutti gli altri insetti che si nascondono fra i peli, svolazzavano fra i rami più bassi, mentre su quelli più alti cinguettavano senza posa gli _japu_, i più noiosi di tutti i volatili, avendo una voce sgradevolissima.
— Un arrosto di uccelli? — chiese Alvaro, vedendo il marinaio introdurre una freccia avvelenata nella _gravatana_.
— Penso di offrirvi qualcosa di meglio, — rispose Diaz che guardava invece fra le macchie di ortensie che crescevano intorno ai tronchi delle _jabuticabeire_.
Eccolo che si preparava a sorprendere gli ani. Lo vedete? —