L'Uomo di Fuoco

Part 18

Chapter 183,716 wordsPublic domain

Giunta in Inghilterra, si era sbarazzata di quel peso inutile, ignorandone il capitano il valore che poteva avere e lo aveva abbandonato sulla spiaggia.

Erano già molti mesi che si trovavano in quel luogo, quando un giorno un falegname, che non aveva denaro per comperare del legno, ebbe la felice ispirazione di servirsi di quelle travi per fabbricare un cofano.

Si può immaginare quale fu la sua meraviglia, quando lavorando quei tronchi scoprì le vene meravigliose e le tinte strane di quel legno! Fu una vera rivelazione che rese d’un colpo solo celebre l’_acagiù_.

L’anno seguente numerose navi partivano per l’America onde imbarcare quei tronchi preziosi che alla finezza e alla durezza della loro grana univano lo splendore delle loro tinte.

E quasi nell’istessa epoca, uno dei più famosi filibustieri, il francese De Grammont, dopo la presa di Campeche, e per celebrare la sua vittoria bruciava tutte le travi di acagiù che si trovavano nei forti spagnuoli, ignorando che gettava alle fiamme del legno che valeva dei milioni!....

Numerosi uccelli, vedendo quegli uomini a sbarcare, si erano alzati fra i canneti della riva e fra le piante, fuggendo in tutte le direzioni.

Non erano solamente acquatici. Vi erano, frammisti fra i beccaccini e le gallinelle dei bea _mahitaco_ dalla testa turchina, degli _arà_ tutti rossi, dei _canindè_ somiglianti ai cacatoa australiani e degli _aracari_ quei piccoli _tucani_ che non sono più grossi d’uno dei nostri merli e che pure hanno il becco che ha quasi le dimensioni dell’intero corpo di quegli strani volatili.

— Questo è un vero paradiso! — esclamò Alvaro, che era entusiasmato di quell’isolotto. — Voi, mio caro Diaz, potrete completare tranquillamente la vostra guarigione.

— Se i Caheti non verranno a disturbarci, — rispose il marinaio.

— Sono l’_Uomo di fuoco_, e farò tremare anche quei selvaggi, come ho fatto impallidire i ferocissimi Eimuri.

— È vero: abbiamo i fucili e riusciremo a respingerli se verranno ad assalirci. Badiamo però che non ci sorprendano.

— Veglieremo, — disse Alvaro. — Ehi, Garcia se tu accendessi il fuoco e fabbricassimo le pentole?

— E la selvaggina da far cuocere, signore? — chiese il mozzo.

— Dannato paese! Si deve pensare sempre al ventre!

— Non abbiamo ancora fatto colazione, signore!

— Me ne accorgo da certi brontolii dei miei intestini.

— Accendi il fuoco mentre io mi proverò a fabbricare un vaso.

Non sono mai stato un pentolaio, ma qualche cosa otterremo.

— Se quel maledetto giaguaro non mi avesse ridotto in questo stato, vi mostrerei io come fanno gl’indiani, — disse Diaz.

— Ne farete altre più tardi, — rispose Alvaro. — Anche in un catino si può cuocere un pezzo di selvaggina e noi non siamo persone da badare alle forme più o meno perfette. —

Il mozzo aveva già raccolta della legna secca ed aveva improvvisato un fornello con due pezzi d’arenaria trovati in mezzo agli _acagiù_. Affastellò le scorze dell’albero delle stoviglie e dopo non pochi tentativi vi diede fuoco.

Alvaro il quale pensava che anche avendo la pentola mancava lo stufato, aveva preso il proprio fucile per cercare di abbattere qualche arà o meglio ancora uno di quei _tatù_ che il marinaio asseriva d’aver già veduti, quantunque non sapesse affatto che razza di animali potessero essere, non avendo mai, prima di allora, udito a parlarne.

— M’immagino che avranno quattro gambe e del pelo, — s’era detto, Alvaro, cacciandosi sotto le piante.

Farò fuoco sul primo che incontrerò. —

Quel povero Diaz, dopo tanto sangue perduto, ha bisogno del buon brodo per rimettersi un po’ in gambe. —

L’isola che pareva avesse qualche miglio di circonferenza, era tutta coperta d’alberi e di cespugli foltissimi in mezzo ai quali svolazzavano miriadi di _beia flores_, quei microscopici uccelletti chiamati colibrì, dalle penne dorate, azzurre, verdi e nere e di _trochilus minimus_ i più piccoli volatili conosciuti non essendo più grandi di un tafano.

Quella piccola foresta non era però esclusivamente formata di _acagiù_. Parecchie piante fruttifere che potevano somministrare delle frutta squisite, crescevano qua e là a gruppi e anche le palme e le liane non mancavano.

Vi erano dei superbi _acajaba_ già carichi di quelle deliziose pere che Alvaro aveva già assaggiate ed i tronchi coperti di grosse gocciole di gomma profumata; dei _manzamba_, piante che possono supplire la vite, ricavandosi dalle loro frutta una specie di vino assai gustoso; delle _maraninga_ che danno delle frutta grosse come un uovo di anitra, assai stimate, ripiene di semi che sono avvolti in una sostanza gelatinosa e poi molte altre che Alvaro non aveva mai vedute.

— Le frutta non ci mancheranno a tavola, — disse il portoghese, — sarà forse la selvaggina che si farà desiderare giacchè finora non vedo altro che degli uccelletti, dei quali ce ne vorrebbero almeno duecento per fare un arrosto modestissimo, appena capace per una persona. —

Così monologando si era spinto fino quasi nel centro dell’isolotto, quando vide fuggire dinanzi a sè alcuni strani animaletti che fino ad un certo punto si potevano scambiare per testuggini, essendo avvolti in una vera corazza ossea formata da un gran numero di piastre.

— Che siano i _tatù_? — si chiese Alvaro. — _Tatù_ o no, non me li lascierò scappare. —

Gli animaletti avevano cominciato a scavare rapidamente il suolo coll’evidente intenzione di aprirsi una galleria e operavano con tale velocità, che quando Alvaro piombò a loro addosso, col calcio del fucile alzato, quasi tutti erano scomparsi.

Con un paio di calciate, bene appioppate, ne abbattè due, gli ultimi che non avevano avuto il tempo di scavarsi la tana.

— Che animali curiosi! — esclamò Alvaro, raccogliendoli. — Non ne ho mai veduti di simili! Saranno poi mangiabili? —

I _tatù_ giacchè erano veramente tali, sono in realtà dei rosicchianti singolarissimi, tanto per le loro abitudini quanto per la loro struttura.

Ordinariamente non sono più grossi d’un coniglio, e hanno il corpo inviluppato in una corazza ossia formata da piastre trasversali nella direzione dei fianchi e la testa difesa da una specie di visiera scagliosa e durissima che dà a loro un aspetto curiosissimo e strano.

Al pari delle talpe, si tengono per lo più celati sotto il suolo, e sono così lesti nello scavare la terra coi loro solidi artigli, che da un momento all’altro scompaiono sotto gli occhi del cacciatore. Volerli cacciare sotto il suolo sarebbe una fatica inutile perchè in pochi minuti sanno scavarsi delle gallerie interminabili.

— Ritorniamo, — disse Alvaro. —

Strappò da un albero un ramo, appese all’estremità i due _tatù_ e si rimise in cammino, lietissimo di poter fornire al povero marinaio un po’ di brodo.

Quando giunse all’accampamento, vide il mozzo accanto al fuoco, occupato a sorvegliare due vasi informi che cucinavano fra i carboni.

— Le pentole! — esclamò allegramente.

— Se possono chiamarsi tali, signore. — rispose il bravo ragazzo. — Sembrano più due catini che delle pentole.

— Serviranno ugualmente, — disse il marinaio, che si riposava all’ombra, d’un banano. — Ah! signor Viana avete fatto buona caccia! Ve lo avevo detto che avevo veduto dei _tatù_ su questo isolotto.

— Ah! sono questi i vostri _tatù_. Possono servire per fare un buon stufato?

— La loro carne vale quella delle tartarughe, signore. Ah!

— Che cosa avete?

— Dove avete tagliato quel ramo?

— Da un albero che si trovava presso il luogo dove ho uccisi questi animali.

— È _matè_.

— _Matè!_ che cos’è?

— Le foglie di quell’albero ci forniranno una bevanda deliziosa che tutti gl’indiani apprezzano assai.

Se non vi rincresce, finchè le pentole si cucinano, andate a raccoglierne e seccatele presso il fuoco.

— È una passeggiata di cinque minuti.

— E tu Garcia, sventra questi animali e sbarazzali delle loro scaglie, disse Diaz. — Il tuo coltello ha la lama solida.

— E le pentole?

— Dieci minuti ancora e saranno pronte. Rallenta il fuoco onde non si crepino. —

Un quarto d’ora dopo Alvaro tornava con un carico di rami coperti di foglie. Aveva trovati parecchi di quegli alberi mescolati alle palme e agli _acagiù_, quindi non aveva avuta alcuna difficoltà a fare un’ampia provvista.

Il _matè_, quella bevanda che oggi è così largamente usata in tutta l’America meridionale, in quell’epoca non era conosciuta che da alcune tribù brasiliane e paraguaiane. In Europa non si sapeva che cosa fosse.

L’albero che produce quelle foglie che non sono meno pregiate di quelle fornite dal the, cresce spontaneamente nelle foreste americane senza bisogno di coltura alcuna ed è una bella pianta di varii metri d’altezza con foglie sempre verdi, che si possono raccogliere in qualunque stagione.

Seccate semplicemente al sole o meglio ancora a fuoco lento poi messe in infusione nell’acqua bollente, forniscono una bevanda alimentare di primo ordine meno eccitante del _the_ e del caffè e soprattutto meno cara e che dovrebbe venire usata anche dalle popolazioni meno agiate dell’Europa perchè un _arroba_ di erba mate, che è sufficiente ad una persona per ben sei mesi, non costa più di nove lire e usandone anche tre volte al giorno, ciò importerebbe una spesa massima di venti lire all’anno mentre il caffè, preso nell’istessa misura, non costerebbe meno d’ottanta lire ed il _the_ duecento e anche di più.

E si noti che il _matè_ contiene meno olio essenziale del the, sia nero che verde, cosicchè anche abusandone non può riuscire nocivo; che possiede maggior quantità di resine e che è più diuretico del caffè che fornisce una bevanda aromatica di gusto piacevole, che calma la sete e che inganna la fame sostenendo le forze dell’uomo anche per parecchi giorni.

— Ne avremo per parecchie settimane, — disse il marinaio di Solis, che si mostrava contentissimo di quella raccolta. — Non speravo di trovare su questo isolotto delle piante così preziose.

Ah! se si potesse trovare anche del tabacco! È parecchio tempo che io non ne fumo.

— Che cos’è? — chiese Alvaro.

— Già, mi dimenticavo che in Europa non lo si conosce ancora.

— Quando torneremo fra i Tupinambi ve lo farò provare e ci prenderete gusto ad aspirare il fumo aromatico di quelle foglie.

Signor Viana, le pentole sono già raffreddate e altro non chiedono che di essere riempite d’acqua.

— Coi _tatù_ insieme, — rispose il mozzo.

— Gettali dentro dunque, — disse Alvaro. — Un sorso di brodo farà bene a Diaz.

— Ed il matè mi rinforzerà meglio, — disse Diaz. — Ah! occorre una _cuia_. Ne avete veduto nella vostra escursione.

— Delle zucche, vorrete dire? — chiese Alvaro.

— Sì e anche un cannuccio di bambù.

— Posso trovare la _cuia_ e anche i bambù.

— Oh!

— Che cosa volete ancora?

— Là, guardate quelle foglie.

— Vedo.

— Strappatele e scavate.

— Che cosa si troverà sotto?

— Dei tuberi eccellenti che non sono velenosi come la mandioca.

— E sarebbero?

— Ma... gl’indiani li chiamano _manihot_. So che sono buonissimi specialmente cucinati nel brodo.

— Quest’isola è un paradiso terrestre!

— Meglio per noi, signor Viana.

— Felice paese dove basta abbassarsi per avere tutto il necessario per vivere. Ed io che lo aveva chiamato ingrato! —

Garcia che aveva ascoltate quelle parole, in quattro salti si era slanciato verso quelle foglie che crescevano quasi a fior di terra e si era messo a scavare il suolo servendosi del coltello.

Non tardò molto a mettere allo scoperto parecchi tuberi grossi come le nostre patate, che portò subito presso il fuoco.

— Leva la buccia e gettali nella pentola, — disse il marinaio. — Il brodo riuscirà più gustoso. —

I _tatù_ già bollivano ed il vaso grillettava rumorosamente spandendo all’intorno un profumo squisito che sarebbe stato ben migliore se i naufraghi avessero avuto a loro disposizione un po’ di sale.

— Peccato, — diceva Alvaro, che sorvegliava la cottura dei due rosicchianti. — È il sale che manca.

— Se si potessero trovare dei _mollè_, ne potremmo ricavare dalle loro ceneri, — rispose il marinaio. — Ma tutto non si può trovare su un isolotto e avremmo torto a lamentarci, signor Viana.

Vi abituerete anche voi alla mancanza di quella derrata preziosa.

— Vi sono perfino degli alberi che forniscono il sale?

— Tutto si ricava dalle piante in questo fortunato paese. Il vino ed il latte, la cera per fabbricare le candele, balsami per le ferite, succhi d’ogni specie e perfino veleni terribili per ammazzare le persone.

Le foreste brasiliane tutto possono fornire, perfino le armi per difendersi contro le belve.

— E anche il pranzo tutti i giorni — disse Garcia.

— E senza affaticarsi, — aggiunse il marinaio.

— Il paese della cuccagna, — disse Alvaro sorridendo.

— Sì per coloro che sanno sfruttarlo, signor Viana.

— E dove si corre anche il pericolo di venire mangiati come polli.

— Questione di abitudini e di costumi signore, — rispose Diaz.

Da noi si mangiano i buoi ed i vitelli, qui si divorano gli uomini come fossero bistecche. Ah! Diavolo! Noi scherziamo e dimentichiamo gli Eimuri ed i Caheti!

— A tavola! — gridò in quel momento il mozzo, levando il vaso dal fuoco. — Finchè gl’indiani mangiano i loro simili noi diamo un colpo di dente ai _tatù_.

Io credo che valgano meglio della carne umana. —

CAPITOLO XXV.

Un combattimento fra antropofagi.

Una settimana era trascorsa dal loro approdo in quell’isoletta, senza che nessun avvenimento avesse turbata la loro esistenza.

La ferita del marinaio si cicatrizzava rapidamente, mercè frequenti unzioni di succo resinoso dell’_almescegueira_, pianta che era stata trovata su un’isoletta poco discosta e dei Caheti non avevano avuto fino allora più alcuna notizia.

Non avevano fatto altro che mangiare e dormire beatamente e bere _matè_ in quantità, avendolo trovato di loro gusto anche i due portoghesi.

Alvaro però cominciava ad affermare che la noia a poco a poco lo prendeva e che ne aveva un po’ troppo di questa vita così calma e che avrebbe desiderato tornarsene nei grandi boschi anche per variare un po’ i loro pasti che ormai si erano ridotti a uccelli acquatici ed a frutta.

_Tatù_ non se ne trovavano altri su quell’isolotto; altri animali non ne avevano veduti; i tuberi erano pure finiti e se delle testuggini si erano mostrate fra le acque melmose della savana, non si erano però lasciate prendere malgrado i pazienti tentativi del mozzo.

— Io non sono nato per vivere eternamente su un isolotto, — ripeteva ogni mattina ed ogni sera. — Mi sembra di essere un topo in trappola. Torniamo nella foresta.

— Aspettate che io sia completamente guarito, — rispondeva il marinaio, — poi ci metteremo in cerca dei Tupinambi.

— Lasciatemi fare una sola corsa per variare la nostra tavola.

— Non commettete imprudenze, signore. I Caheti possono sorprendervi.

— Se non si sono più mostrati vuol dire che se ne sono andati.

— Non fidatevi: conosco quei selvaggi, e so quanto sono pazienti.

Sono certo che ci spiano. —

Il giorno seguente erano le medesime frasi che si scambiavano, ma tutti i buoni argomenti del marinaio non riuscivano a sradicare interamente il desiderio che tormentava Alvaro, cioè di fare una corsa nelle foreste.

L’ottavo giorno il portoghese che si annoiava mortalmente e non ne poteva più di quella monotona esistenza, armò la canoa, risoluto a fare una gita fino alla costa più vicina per provvedersi di viveri.

Gli uccelli già da qualche giorno avevano disertato l’isolotto, spaventati dagli spari dei due archibugi e la cena della sera innanzi era stata magrissima non avendo potuto trovare che un paio di tuberi e poche frutta già quasi guaste.

— Tornerò presto, — disse Alvaro al marinaio, — e se vedrò che i Caheti sono scomparsi, domani andremo tutti nella foresta.

Ormai quest’isolotto non può fornirci altro che delle foglie e della fame in quantità.

— Conducete con voi il mozzo, — disse Diaz. — Io non ho più bisogno di cure e anche stamane ho potuto alzarmi e girare intorno all’albero.

Due fucili valgono meglio d’uno.

— Mi rincresce lasciarvi solo.

— Non preoccupatevi, signor Viana. Impiegherò il tempo a intrecciare due cappelli di paglia che vi ripareranno meglio dei vostri berretti, già sdrusciti.

Ma siate prudenti e non accostatevi alla riva se prima non siete ben convinti che sia deserta.

— Ve lo prometto. D’altronde torneremo prima che il sole tramonti e con qualche capo di selvaggina, almeno così spero. —

Presero i due archibugi lasciando al marinaio la gravatana di cui sapeva servirsi abilmente, come abbiamo già veduto, e balzarono nella canoa.

— Prudenza! — gridò un ultima volta Diaz, il quale si era coricato sotto l’ombra di una _bananeira_ che lanciava le sue immense foglie in tutte le direzioni.

Alvaro rispose con un gesto della mano e la _canoa_ si allontanò velocemente, scivolando sulle acque nerastre della savana sommersa.

— Non allentiamo, Garcia, — disse Alvaro. — In un’ora noi saremo nella foresta.

— La rivedrò anch’io volentieri, — disse il mozzo. — L’isola era diventata ormai troppo piccina anche per me e mi annoiavo al pari di voi.

— Fra quattro o cinque giorni ci metteremo in cerca dei Tupinambi, se gli Eimuri ne hanno lasciati ancora di vivi.

Non so ma anche Diaz non è tranquillo sulla sorte che può essere toccata alla tribù.

Prima gli Eimuri e poi i Caheti, e gli uni e gli altri sono grandi consumatori di carne umana.

— E se non ne trovassimo più di vivi?

— Allora mio caro, andremo verso la costa e con qualche scialuppa saliremo al nord fino a trovare gli stabilimenti spagnuoli del Venezuela.

Diaz s’è pure deciso a tentare il lungo viaggio. —

Pur chiacchierando non arrestavano di remare vigorosamente, girando e rigirando intorno agli isolotti ed ai banchi che ingombravano la savana e mettendo in fuga nuvole di volatili i quali s’affrettavano a fuggire avendo ormai provato gli effetti delle armi da fuoco.

Alle otto del mattino la _canoa_ usciva finalmente da quel dedalo di terreni emersi e da quei gruppi enormi di paletuvieri rossi, raggiungendo le acque libere.

La riva appariva a meno d’un miglio colla sua imponente linea di alberi maestosi fra i quali torreggiavano sopratutto gli enormi _summameira_ e le cupole ondeggianti delle _iriastree_, capricciosamente dentellate.

Alvaro abbandonò per un momento le pagaie e riparatisi gli occhi colle mani esaminò attentamente la spiaggia.

— Non vedo alcun canotto nè alcuna zattera, — disse poi — e nessuna colonna di fumo alzarsi fra le piante.

I Caheti devono essere tornati ai loro villaggi.

— E noi approfitteremo per fare una battuta nella foresta, — disse Garcia.

— E anche una buona raccolta di frutta, — aggiunse Alvaro.

Vedo laggiù e per la prima volta delle piante che mi sembrano cocchi.

Se le frutta non sono troppo mature ti offrirò un buon bicchiere di latte alla crema.

Animo, Garcia. Ancora dieci minuti e sbarcheremo. —

Attraversarono velocemente l’ultimo tratto della savana e giunsero in una cala minuscola che era cinta da bellissime piante chiamate _pequià_ e anche _morfim_ ossia dell’avorio, essendo il legno che se ne ricava d’una trasparenza e chiarezza meravigliosa.

Prima di sbarcare, i due portoghesi armarono i due archibugi e stettero in ascolto qualche minuto, temendo di vedere sorgere dietro le piante i terribili Caheti.

Udendo solamente le grida monotone d’uno stormo di arà rosse, si decisero a lasciare la canoa.

— Siamo soli, — disse Alvaro. — Andiamo innanzi a tutto a fare una visita a quei cocchi.

Mi pare che siano ben carichi di frutta. —

Si erano appena cacciati sotto le _pequià_ quando grida acutissime echeggiarono in mezzo alle palme che formavano la prima linea della grande foresta.

— _Eske! Eske!_ —

— Gl’indiani? — disse Garcia preparandosi a tornare verso la scialuppa.

— Mi pare che queste grida siano mandate da una truppa di scimmie.

— Che battaglino fra di loro?

— Andiamo a vedere, Garcia. Tu sai che la carne delle scimmie non è poi cattiva. —

Le grida continuavano sempre più stridenti, coprendo gli schiamazzi dei pappagalli e le note squillanti delle arà.

— _Eske! Eske!_

— Sì, sono scimmie, — disse Alvaro che aveva già raggiunto il margine della foresta. — Le vedi lassù, su quella pianta che lancia i suoi rami quasi orizzontalmente.

— Sì, le vedo.

— Sarei curioso di sapere perchè urlano tanto. Non ti sembrano spaventate?

— Sì, signor Alvaro. Non vedete come guardano abbasso e come cercano di spingersi verso i rami più alti? Qualcuno deve minacciarle.

— Il dito sul grilletto del fucile, — ragazzo mio. — L’animale che minaccia quelle scimmie potrebbe prendersela anche con noi.

Avanziamoci adagio ed in silenzio. —

Fra i rami d’una _massaranduba_, cinque scimmie si agitavano freneticamente balzando ora da una parte ed ora dall’altra, urlando a squarciagola e scagliando frutta e foglie contro qualche nemico che non si poteva ancora scorgere, essendo il tronco di quella pianta avvolto fra un caos di liane.

Erano delle _barrigudo_, scimmie che non raggiungono mai l’altezza d’un metro, che hanno il pelame morbido, quasi lanoso, di tinta quasi nerastra con striature grigie e una specie di criniera che scende fino sulle spalle.

— Alt, Garcia, — mormorò Alvaro che si era nuovamente avanzato, aprendosi il passo fra un folto cespuglio. — Eccolo il loro nemico! Lo vedi arrampicarsi su pel tronco? —

Un bellissimo animale, grande quanto un cane di Terranuova, ma molto più snello, saliva aggrappandosi alle liane ed altre piante parassite che cingevano l’albero, con quelle mosse leggere e prudenti che si osservano nei gatti.

Aveva il pelame folto, corto e morbido, rosso giallastro sul dorso e bianco arricciato sui fianchi e sotto il ventre; la testa rotonda adorna di lunghi baffi con due occhi scintillanti; due veri occhi da carnivoro; la coda lunga più di mezzo metro e le zampe nervose, secche, armate all’estremità di lunghi artigli che laceravano con estrema facilità le liane anche le più dure.

Se Alvaro fosse stato un brasiliano, avrebbe subito riconosciuto in quell’animale un _onça parda_, chiamato anche _puma_ o _coguar_ e anche leone d’America, una belva meno pericolosa dei giaguari ma tuttavia sempre temibilissima.

Ed infatti i coguari, pur essendo relativamente piccoli, non avendo mai più di un metro e venti centimetri di lunghezza, compresa la coda, nè un’altezza superiore ai settanta, hanno una forza straordinaria e sono dotati d’un coraggio a tutta prova.

Vivono per lo più nei boschi dove inseguono accanitamente le scimmie, perseguitandole fino sui più alti rami essendo estremamente agili e potendo spiccare dei salti di cinque e perfino di sei metri. S’incontrano però sovente anche nelle praterie, specialmente là dove oggidì si allevano i montoni, dei quali fanno strage quando riescono ad entrare nei _ranchi_ ossia nei recinti costruiti dai pastori.

Ordinariamente sfuggono l’uomo, ma se la fame li tormenta, piombano anche sugl’indiani con rapidità fulminea, sgozzandoli con un buon colpo d’artiglio alla gola.

Assaliti poi, si difendono con coraggio disperato e tengono lungamente testa ai cacciatori i quali non sempre escono vittoriosi da quelle lotte.

Il puma, che doveva essere affamato e che non si era ancora accorto della presenza dei due naufraghi, continuava ad arrampicarsi senza però dimostrare eccessiva fretta, punto preoccupato delle grida delle scimmie e dei rami che gli venivano scagliati addosso.

Di quando in quando anzi si fermava e guardava sotto di sè mandando un _eù-uu_..... rauco che ripeteva più volte.

— Non vorrei trovarmi al posto delle scimmie, — mormorò Alvaro curvandosi verso il mozzo, il quale seguiva con vivo interesse la manovra della belva. —

— Che riesca a raggiungerle?

— S’arrampica meglio d’un gatto. Fra qualche minuto avrà la sua preda.

— E noi lo lascieremo commettere quell’assassinio?

— T’interessi per quelle scimmie?

Farò fuoco sull’animale ma dopo, quando si sarà impadronito della preda.

Così d’un colpo solo prenderemo l’una e l’altra. —