L'Uomo di Fuoco

Part 17

Chapter 173,601 wordsPublic domain

Sotto la corteccia ha detto; andiamo a provare se ne esiste realmente. —

Si curvò sul marinaio e gli mise una mano sul cuore.

— Batte sempre e regolarmente, — disse. — Buon segno, d’altronde quest’uomo è robusto. — Lo coprì con un altro strato di foglie e si diresse verso la macchia delle _sapucaia_.

Non vi era che da scegliere, essendovi parecchie dozzine di quelle piante e tutte cariche di noci enormi.

Alvaro sollevò la corteccia colla punta del coltello e scoprì infatti al di sotto dei filamenti lucentissimi e fitti che potevano surrogare vantaggiosamente il canape.

— Quante cose sa quell’uomo, — disse. — Con queste fibre si potrebbero anche tessere delle vesti e assai resistenti. —

Ne fece un’abbondante raccolta e tornò presso il ferito sollecitamente.

Diaz pareva che si fosse addormentato o che fosse caduto in un profondo torpore. Nondimeno il suo respiro non era affatto affannoso e la febbre non era ancora sopraggiunta. Alvaro fasciò più volte il manicotto di bambù, specialmente verso i margini per impedire qualsiasi filtrazione, poi si sedette accanto al ferito, dicendo al mozzo:

— Che cosa faremo ora? Che cosa accadrebbe di noi se gli Eimuri tornassero qui per impadronirsi del corpo del _liboia_? E questo è il più grave pericolo che temo.

— Signore, — rispose il ragazzo. — Se trasportassimo il ferito altrove? I selvaggi potrebbero giungere domani.

Se costruissimo una barella con dei rami?

— Non potresti resistere a lungo, mio povero Garcia.

— Eppure non dobbiamo fermarci qui. È necessario raggiungere la savana sommersa.

Non sono un uomo ma le mie braccia non sono nemmeno deboli.

— Proviamo, — disse Alvaro. — Ci avanzeremo adagio adagio e faremo delle frequenti fermate per lasciarti riposare.

Qui non mi sento sicuro quantunque ora possiamo disporre di due fucili.

Fra i cespugli fracassati dalla possente coda del rettile presero alcuni rami e formarono una specie di barella legandola con delle liane e coprendola con uno strato di foglie di palma.

Il marinaio non aveva ancora aperti gli occhi, tuttavia non vi era da inquietarsi essendo il suo sonno abbastanza tranquillo.

La febbre però era sopraggiunta ed un intenso rossore coloriva la sua faccia.

Alvaro lo sollevò dolcemente e lo depose sulla barella, poi si misero in cammino avanzando lentamente.

Il mozzo resisteva tenacemente, dando prova d’una forza poco comune per un ragazzo della sua età; era ben vero però che aveva temprati i suoi muscoli nell’acqua marina e nel catrame dei paterazzi e delle sartie delle caravelle.

Procedettero per una mezz’ora, attraversando macchie e macchioni, senza incontrare nessun animale, poi fecero una breve sosta quindi ripartirono cercando di dirigersi verso l’ovest, trovandosi la savana sommersa in quella direzione.

Continuarono così tutta la notte con frequenti fermate e all’alba, entrambi sfiniti, s’arrestavano sul margine d’un colossale gruppo di piante cariche di frutta grosse come mele e di color bruno oscuro, che aveano già altre volte vedute e anche assaggiate.

Avevano appena deposto a terra il ferito e si preparavano a saccheggiare qualche pianta, quando lo udirono a mormorare con voce debole:

— Acqua..... signor Viana.....

— Come vi sentite Diaz? — chiese Alvaro, mentre il mozzo si cacciava nella macchia per cercare qualche fossatello.

— Ho la febbre, signore e assai forte e mi sento debolissimo. Quel jaguaro mi ha conciato per bene. —

Aveva aperti gli occhi e si guardava intorno.

— Delle _sapota!_ — sclamò ad un tratto, cercando di alzarsi. — Ecco un buon rimedio contro la febbre.

— Che cosa sono queste _sapota?_ — chiese Alvaro.

— Delle piante preziose. Le frutta sono eccellenti e la linfa è un ottimo, anzi miracoloso febbrifrugo. È una vera fortuna che voi vi siate fermati qui.

Tutti gl’indiani conoscono quel rimedio. Tagliate alcuni rami e portatemeli.

Fra qualche ora la febbre diminuirà. —

Mentre il mozzo tornava con una foglia di palma arrotolata in forma di cornetto e piena d’acqua, Alvaro si recò sotto una di quelle piante e recise parecchi rami.

Vide subito cadere una linfa biancastra e vischiosa che s’affrettò a raccogliere entro la foglia d’una _cuiera_.

Quando ne ebbe qualche bicchiere la portò al ferito il quale trangugiò d’un fiato quel liquido, non senza fare una brutta smorfia.

— Non deve essere eccellente, — disse Alvaro.

— Ma mi salverà la vita, — rispose il marinaio il quale a poco a poco riacquistava un po’ di forza. — Le febbri qui sono sovente mortali.

— Vi addolora la ferita?

— Assai, signor Viana. Se potessimo trovare una _almesegueira_ si cicatrizzerebbe più presto.

Gl’indiani non vanno mai alla guerra o alla caccia senza averne qualche po’ nella loro borsa.

— È un’altra pianta?

— Sì e che produce un succo resinoso che arde con molto profumo e che serve ottimamente di balsamo alle ferite.

Oh! Ne troveremo, non essendo quelle piante rare, anzi tutt’altro.

— Non credevo che questi antropofagi si occupassero di medicina.

— Signor Alvaro, — disse il marinaio, che si era alzato a sedere. — Mi avete trasportato lontano dalla radura dove il capo degli Eimuri era stato preso dal _liboia?_

— Che cosa ne sapete voi, Diaz? — chiese Alvaro stupito.

— Ho assistito a quella scena, dall’alto d’un albero ed ho anche ammirato assai il vostro coraggio, — rispose Diaz sorridendo. — Senza di voi il capo poteva considerarsi un uomo morto.

— Ma voi dunque.....

— Non vi avevo abbandonato, anzi cercavo l’occasione propizia per strapparvi agli Eimuri.

Non trovandovi più, al ritorno dalla mia esplorazione, sulle rive della savana sommersa, m’immaginai subito che gli Eimuri vi avessero sorpresi e rapiti.

Mi riuscì facile scoprire le tracce dei selvaggi e le seguii fino nei pressi del villaggio, nondimeno l’occasione per farvi fuggire non si presentava.

Mi ero nascosto su un albero quando vi vidi giungere col capo degli Eimuri ed i suoi guerrieri e assistetti alla terribile scena col gigantesco _liboia_.

— È morto il capo?

— No e può ringraziarvi del vostro colpo di fucile. Il rettile, ferito mortalmente, aveva subito svolte le spire prima di aver avuto il tempo di stritolarlo.

— Ed è fuggito?

— Sì, dopo d’aver tagliata la testa al _liboia_.

— Sarebbe stato meglio per noi che fosse morto. Quell’uomo si metterà in cerca dei suoi _pyaie_.

— È qui che sta il pericolo, — disse il marinaio. — Noi dobbiamo raggiungere assolutamente la savana sommersa e rifugiarci sull’isolotto che ho scoperto.

— E attendere colà la vostra guarigione, — disse Alvaro. — Ne avrete per un paio di settimane se non di più.

È lontana la savana?

— Fra un paio d’ore vi potremo giungere.

— Allora ripartiamo senza indugio. Forse a quest’ora gli Eimuri hanno scoperte le nostre traccia.

— Potrete resistere?

— Garcia è più robusto di quello che supponevo. Lasciateci mangiare un po’ di quelle frutta e poi partiremo. —

Il mozzo tornava appunto in quel momento portando alcune dozzine di quella specie di mele ed un bel grappolo di quelle piccole banane gialle chiamate d’oro, assai più gustose delle _banane de plata_ che si usa mangiarle fritte.

Ne divorarono alcune, poi rialzarono la barella e si riposero in marcia, seguendo le indicazioni che dava il marinaio, il quale al pari degl’indiani aveva imparato a dirigersi anche in mezzo alle più folte foreste, senza bisogno della bussola.

Quando trovavano qualche pianta carica di frutta mangiabili, s’arrestavano per fare una buona raccolta, non potendo pel momento contare sulla selvaggina che si ostinava a non mostrarsi in quella parte della foresta, quantunque fosse da tutti desiderato un pezzo d’arrosto.

— Ne troveremo sulle rive della palude, — rispondeva il marinaio vedendo Alvaro arrabbiarsi.

— Non è già per me bensì per voi che non potrete rinforzarvi con delle frutta. Ci vorrebbe un po’ di brodo.

— Voi dimenticate signore che non abbiamo alcuna pentola, — disse il mozzo. — Anch’io ci terrei a un bel pezzo di bollito. È molto tempo che non ne assaggiamo più.

— Verrà anche la pentola, — disse il marinaio. — Ho veduto sulle riva della savana due alberi delle stoviglie.

— Come! — esclamò Alvaro. — Vi sono in questo paese delle piante che producono dei tondi e delle pentole? La sarebbe curiosa.

— No ma che ci procureranno la materia per fabbricare gli uni e le altre e che resisteranno al calore più intenso.

— Meraviglioso paese! —

Così chiacchierando continuavano ad inoltrarsi, passando sotto piante splendide che avevano delle foglie immense che impedivano ai raggi del sole di penetrare. Superbe bananiere si succedevano senza posa, mescolate sovente a gruppi di palme appartenenti per lo più alla specie chiamata _palmite_, altissime, slanciate, che diventano pericolosissime quando vengono abbattute per la singolarità che hanno di dare il così detto _conce_, ossia calcio del palmito, perchè appena toccato il suolo rimbalzano dalla parte opposta causando sovente gravi disgrazie.

Talvolta invece incontravano gruppi di piante che producono delle frutta somiglianti a palle di cannone, assai pericolose quando, giunte a maturanza, si staccano; o macchie di _verzino_, i famosi alberi che danno il prezioso legno del Brasile, chiamato dagl’indiani _ibiripitanga_.

Queste piante, delle quali oggi se ne fa una esportazione immensa, traendosi dai loro tronchi una superba tinta rossa che serve alla fabbricazione della lacca e del carmino, non sono più alte dei nostri roveri e all’aspetto non compariscono troppo belle, avendo i rami disposti senza alcun ordine e portano foglie che somigliano a quelle dei mughetti; i fiori sono d’una superba tinta rossa e la scorza assai ruvida.

Alle nove del mattino dopo parecchie fermate, i due portoghesi ed il castigliano giungevano finalmente sulla riva della savana sommersa e precisamente là dove il marinaio aveva abbandonata la zattera di cui si era servito per compiere l’esplorazione.

CAPITOLO XXIII.

Ritorno alla Savana.

La savana era deserta. Solamente dei trampolieri sonnecchiavano sulle foglie acquatiche delle victoria e qualche coppia di pappagalli chiacchierava sulla cima degli alberi che circondavano quell’immenso stagno dalle acque putride e nauseabonde.

Non si vedeva nemmeno un _jacarè_, quegli assidui frequentatori delle acque stagnanti e delle paludi.

— Gli Eimuri non devono essere ancora giunti fino qui, — disse Alvaro. — Avremo il tempo di rifugiarci sull’isolotto che abbiamo scoperto.

— Non prima d’aver fabbricata la pentola promessa dal signor Diaz, — disse il mozzo.

— Ah! È vero, — rispose il marinaio sorridendo. — Ci tieni ad averla.

— Senza avere poi nulla da metterci dentro, — osservò Alvaro.

— I trampolieri abbondano sull’isolotto, — disse il marinaio. — Ho anzi veduto anche dei _tatù_ che ci daranno un brodo squisito, se saremo lesti a prenderli.

— E delle testuggini? — chiese Garcia.

— Sì, qualche _careto_ mi pare d’averla scorta. Ah! Là, guardate, ecco l’albero delle stoviglie. —

La pianta che indicava era magnifica, alta più di trenta metri, dal tronco slanciato e piuttosto esile.

La _moquilea utilis_, tale è il nome dato a quegli utilissimi alberi dai botanici, s’incontra sovente nelle foreste brasiliane dove è assai ricercata dagl’indiani per fabbricare delle ottime stoviglie.

Essendo i terreni brasiliani piuttosto poveri di silici, materia necessaria per rendere più consistenti i vasi, gl’indiani ricorrono alla _moquilea_.

Senza abbattere l’albero, il quale d’altronde ha delle fibre tenacissime, impregnate d’una quantità straordinaria di silice che guasta le scuri meglio temprate, staccano semplicemente la corteccia.

La carbonizzano, poi la polverizzano servendosi d’un mortaio o d’un semplice sasso, quindi la mescolano in date proporzioni all’argilla, materia questa che si trova dovunque nelle foreste.

Alvaro e Garcia, informati rapidamente dal marinaio di ciò che dovevano fare per guadagnarsi la pentola, si misero subito all’opera, temendo di venire, da un istante all’altro, sorpresi dagli antropofagi.

Mentre il primo tagliava parecchi pezzi di corteccia i cui grani di silice che la impregnavano, scricchiolavano sotto la lama del coltello, il secondo scavava il suolo per raggiungere lo strato argilloso.

Avute le une e l’altra stavano per accendere il fuoco, quando il marinaio con un gesto li arrestò.

— No, — disse. — Finiremo l’operazione sull’isolotto.

Costruite invece la zattera, accendere qui del fuoco, sarebbe pericoloso.

— Io stavo per commettere una imprudenza imperdonabile, — disse Alvaro. — Sì, pensiamo prima alla zattera. —

Avevano già abbattuti parecchi grossi bambù che crescevano sulla riva della savana e raccolte parecchie liane, quando un ululato che aveva un non so che di triste echeggiò a breve distanza.

Il marinaio udendolo aveva alzato il capo.

— Una belva? — chiese Alvaro che si preparava ad armare il fucile.

— Un _guarà_, — rispose il marinaio.

— Che cos’è.

— Una specie di lupo.

— Pericoloso?

— Non per gli uomini.

— Eppure mi sembrate inquieto.

— È vero. I _guarà_ non escono che di notte dalle loro tane e se fugge vuol dire che qualcuno lo ha scovato.

— Guardatelo: fugge a tutte gambe. —

Un animale che aveva la statura d’un lupo siberiano, colla testa lunghissima, le gambe altissime, col pelame rossiccio ed il dorso coperto da una fitta criniera lunga tre o quattro pollici, si era slanciato fuori dalla foresta spiccando salti immensi.

Vedendo quei tre uomini, si fermò un momento guardandoli con viva curiosità, poi riprese la fuga balzando come se il suolo fosse tutto coperto di molle.

— Non era troppo bello, — disse Alvaro. — I nostri lupi d’Europa sono più graziosi.

— Affrettatevi, signor Viana, — disse Diaz. — Se quel _guarà_ non ha più osato ricacciarsi nella foresta, è segno che sotto le piante si nasconde qualche vicino pericoloso.

— Che gli Eimuri non ci lascino mai in pace? Comincio ad averne perfino troppo di quegli antropofagi.

È ora di finirla!

— Pensate che io non sono capace di aiutarvi, anzi che vi sarei d’imbarazzo.

— Se quell’animalaccio non vi avesse ferito vorrei un po’ mostrare a quelle canaglie che io sono veramente l’_Uomo di fuoco_.

— Sì, _Caramurà_, — disse il marinaio, sorridendo. — Un nome terribile, signore, che vi renderà temuto presso tutte le tribù brasiliane.

Ecco un altro animale che fugge e anche questo un notturno! Brutto indizio!

— Oh! Il bel gatto! — esclamò Alvaro.

Un altro animale si era slanciato fuori dalla foresta fuggendo velocemente.

Era un bell’animale, dal corpo esile, dal pelame giallognolo con sfumature rosse e bianche, colla testa piccola assai, più grosso d’un gatto comune essendo lungo almeno mezzo metro.

— Un _vermelho_, — disse il marinaio, — e anche questo mi sembra spaventato.

— Ancora cinque minuti e la zattera sarà pronta. —

In quel momento un grido di gioia mandato dal mozzo, gli fece alzare la testa.

— I furbi! — aveva esclamato il ragazzo. — E noi non l’avevamo ancora scorta.

— Che cosa, Garcia? — chiese Alvaro.

— Vi è una scialuppa affondata, nascosta fra le piante acquatiche e legata al bambù che stavo per recidere. —

Alvaro in pochi salti aveva già raggiunta la riva.

In mezzo alle immense foglie delle _victoria_, che la nascondevano quasi completamente, si scorgeva una bella scialuppa affondata fino ai bordi superiori e trattenuta da una solida liana.

— Tira, Garcia. Con due foglie di banano la vuoteremo, — disse Alvaro.

— O meglio con una _cuia_ — disse il marinaio. — Ecco là una pianta che vi servirà per fabbricarvi dei mastelli. —

Venti passi lontano, quasi sul margine della foresta, si stendeva una pianta immensa, con foglie larghissime e di rami coperti da una infinità di piante parassite, che reggevano a malapena delle frutta d’un verde pallido, di forma sferica e grosse più dei poponi.

— Tirate prima verso la riva la piroga, signore, — disse il marinaio. — Poi penserete a vuotarla, ma fate presto. —

Alvaro ed il mozzo, unendo le loro forze la trassero fuori dalle foglie e siccome, quantunque piena d’acqua, galleggiasse essendo scavata nel tronco d’un enorme albero, non riuscì a loro difficile di arenarla su un bassofondo.

— Prendete un paio di quelle zucche ora e tagliatele a metà, — disse Diaz.

Il mozzo si era già arrampicato sulle piante parassite che avvolgevano interamente il tronco grosso e basso della _cuiera_, gettando fra le erbe una mezza dozzina di quelle zucche.

Alvaro piantò la punta del coltello in una credendo di spaccarla per metà, ma il frutto si crepò in tutte le direzioni.

Ne provò un secondo senza miglior risultato.

— Oh non così, signore, — disse il marinaio. — Non riuscirete a nulla. Prendete una liana sottile, legate la zucca e stringete forte.

È così che fanno gl’indiani. Il vostro coltello non servirebbe a nulla. —

Oh meraviglia! Quelle zucche che pure parevano durissime, appena strette dalla liana si spaccavano per metà, come fossero state segate.

Le _cuia_, così si chiamano le frutta della _cuiera_ (_crescentia cajeput_) sono pregiatissime dagli indiani. Ben seccate servono da vasi ed in tutte le capanne brasiliane o venezuelane se ne trovano in gran numero, abbellite sovente con disegni a colori, assai originali.

Vuotatele della loro polpa biancastra e ottenuti quattro bei recipienti, Alvaro ed il mozzo vuotarono rapidamente la piroga, facendola rimontare interamente a galla.

Era una bella _canoa_ scavata col fuoco più che colle scuri di pietra, nel tronco d’un cedro, lunga dieci metri e larga uno e fornita di quattro pagaie di forma lancellata ed a manico corto.

È incredibile l’abilità degli indiani nella fabbricazione delle loro piroghe. Quantunque privi completamente di istrumenti adatti, sanno dare alle loro imbarcazioni delle forme stupende senza comprometterne la stabilità e non di rado le adornano di sculture che rappresentano bene o male teste di caimano, di giaguaro o di serpenti.

La _canoa_ era già stata interamente vuotata e sbarazzata delle piante acquatiche che avevano cominciato a spuntare, segno non dubbio della sua lunga immersione, quando un secondo lupo _guarà_ uscì dalla foresta, fuggendo a precipizio.

— Qualcuno sta per giungere, — disse Alvaro. — Sbrighiamoci. —

Prese fra le braccia Diaz e lo portò nella _canoa_ dove già il mozzo aveva preparato un letto formato con foglie di palma.

Ve lo adagiarono delicatamente, imbarcarono le frutta raccolte, le corteccie dell’albero delle stoviglie e l’argilla e presero le pagaie spingendosi rapidamente al largo.

— In mezzo alla savana, un po’ a mezzodì, — disse Diaz ad Alvaro. — È là che ho scoperta l’isola che ci servirà di rifugio. —

Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando alcuni selvaggi, spaventosamente dipinti e colle teste adorne di piume, irruppero dalla foresta gettando clamori assordanti.

— I Caheti! — esclamò Diaz, facendosi smorto. — Guardiamoci da loro! Sono ben peggiori degli Eimuri costoro!

— Forza, Garcia! — gridò Alvaro.

I selvaggi vedendo la _canoa_ allontanarsi, avevano cominciato a soffiar dentro le _gravatane_, colla speranza di abbattere i remiganti i quali, per buona fortuna, avevano avuto il tempo di mettersi fuori di portata da quelle frecce probabilmente avvelenate col succo mortale del curaro.

Vedendo che la _canoa_ guadagnava rapidamente via, alcuni selvaggi si gettarono coraggiosamente in acqua; non avevano però percorsi dieci metri, quando urla di terrore s’alzarono.

Due enormi _jacarè_ che sonnecchiavano forse sotto le larghe foglie delle _victoria_, irritati di essere stati disturbati, si erano improvvisamente scagliati sui nuotatori, portandosene via uno.

Gli altri, spaventati, erano tornati precipitosamente alla riva dove i loro compagni gridavano a piena gola senza però osare di assalire i due caimani.

— Eccoli arrestati di colpo, — disse Diaz. — Dove vi sono gli _jacarè_ l’indiano non si tuffa e se non trovano dei canotti non ci prenderanno.

— E se costruissero delle zattere? — disse Alvaro, senza cessare di dar dentro a tutta forza, nelle pagaie.

— Non so se sappiano fabbricarle, quantunque i Caheti siano degli abilissimi canottieri.

— Mi avete detto che sono formidabili quei selvaggi.

— I più valorosi di quanti abitano le foreste brasiliane, signore. —

Diaz, che conosceva da molti anni le tribù brasiliane, diceva il vero. Se gli Eimuri erano temibili, i Caheti godevano fama di essere i più coraggiosi ed i più temibili.

Formavano allora una tribù potentissima, che aveva villaggi sia nell’interno che sulle rive del mare e che disponeva di moltissime canoe capaci di contenere perfino quindici persone.

I Portoghesi dovevano più tardi provare l’audacia di quei selvaggi i quali si erano alleati coi Francesi che tentavano di prendere possesso d’una parte del Brasile e sopratutto d’impadronirsi della magnifica baia di Rio Janeiro.

Ed infatti fu un vero miracolo se Pereira che si può considerare come il fondatore delle colonie portoghesi, riuscì a sfuggire agli assalti di quei valorosi selvaggi che lo avevano già circondato, ammazzandogli un gran numero di soldati.

Arrancando con lena affannosa, la _canoa_ giunse ben presto presso le prime isolette che erano coperte d’una vegetazione foltissima che impediva ai selvaggi di poter seguire cogli sguardi la direzione presa dai fuggiaschi.

— Tenetevi sempre dietro queste terre, — disse il marinaio. — Mi preme che i Caheti non vedano dove noi ci arresteremo.

— È lontano ancora l’isolotto che avete scoperto? — chiese Alvaro.

— Ci giungeremo fra qualche ora.

— È dunque immensa questa savana?

— Vastissima signore. Non sono riuscito a scoprire la sponda opposta.

— Animo dunque, Garcia, — disse Alvaro. — Dopo ci riposeremo. —

Le isolette si succedevano alle isolette, ingombre di paletuvieri rossi e di altre piante acquatiche, non erano però altro che banchi di fango, appena emersi, sui quali un uomo non avrebbe potuto posare i piedi senza correre il pericolo di sprofondare.

Erano banchi traditori, formati da sabbie mobili senza fondo, pronte ad inghiottire l’imprudente che avesse osato calpestarle.

Nubi di uccelli acquatici s’alzavano dai paletuvieri all’accostarsi della scialuppa e fuggivano via schiamazzando. Erano _tanagri_ dalle penne azzurre ed il ventre aranciato; delle gallinelle turchine; dei mariapreta, graziosi uccellini tutti neri e la testa bianca e anche dei bellissimi _ciganas_ i fagiani delle paludi e dei corsi d’acqua.

Per più di un’ora i due portoghesi continuarono a maneggiare le pagaie, non ostante il caldo intenso che regnava sull’immensa savana, passando in mezzo ad una moltitudine di banchi e di piante acquatiche, finchè si trovarono dinanzi ad un’isola coperta di alberi bellissimi e svariati che non potevano crescere che su un suolo consistente.

— Siamo giunti, — disse il marinaio.

— Cominciavo a rallentare, — rispose Alvaro che aveva le vesti inzuppate di sudore.

— Ed anch’io non ne potevo più, signore, — disse il mozzo.

Spinsero la _canoa_ verso la riva e dopo d’averla legata al tronco d’un albero, sbarcarono portando con loro il ferito.

[Illustrazione: In quel punto due jacarè si erano scagliati sui nuotatori.... (CAP. XXIII).]

CAPITOLO XXIV.

L’isolotto.

Quell’isola, l’unica forse che era emersa nella savana, era ben più vasta di quella che aveva servito di rifugio ai due portoghesi, dopo la loro fuga dalla costa. Aveva una maggior estensione ed era coperta da bellissime piante che dovevano più tardi far accorrere nel Brasile delle flotte intere per imbarcarne i tronchi preziosissimi.

Erano _acagiù_, piante che allora non avevano alcun pregio nemmeno per gl’indiani e che non dovevano venire apprezzati che tre secoli più tardi e anche per una mera combinazione.

Ed infatti non fu che verso la fine del secolo XVII che presero il loro posto fra i legnami più preziosi dell’ebanisteria.

Una nave, di ritorno dall’America, aveva caricato un certo numero di quei tronchi, come zavorra, non avendo trovato alcun articolo da trasportare in Europa.