Part 25
Le acque della savana sommersa, poco prima nere come l’inchiostro, cominciavano a scintillare con striature d’oro, mentre la brezza mattutina le increspava lievemente.
La _canoa_, sotto la spinta delle due pagaie, volava sulla superficie della immensa laguna, lasciandosi a poppa una bianca scìa.
Gli uccelli acquatici cominciavano a risvegliarsi, alzandosi rumorosamente dagli isolotti e dai banchi pantanosi e salutando con grida gioconde il ritorno del sole.
— Rospo Enfiato, — disse il marinaio di Solis. — Siamo sulla buona via?
— Non temere, uomo bianco, — rispose l’indiano.
— Verremo ancora inseguiti?
— Con quali scialuppe? Le ho affondate tutte.
— Che lo spirito malvagio si porti nella notte eterna quei Tupy.
— Taci e voga. Siamo ancora lontani ed i tuoi compagni sono forse in pericolo. Ogni colpo di remo aumenterà la probabilità di salvarli. —
Rospo Enfiato che conosceva la savana e che sapeva orientarsi senza difficoltà, mise la prora della _canoa_ verso il sud, arrancando con gran lena.
A mezzodì giungevano all’estremità meridionale della savana, di fronte ad un secondo fiume, più largo del primo, che pareva scendesse da levante.
Si riposarono qualche ora mangiando qualche frutto raccolto sugli alberi che coprivano le rive, quindi imboccarono il fiume salendo contro-corrente.
Anche Diaz cominciava a riconoscere quei luoghi che aveva percorsi per lunghi anni. Si trovavano sul territorio dei Tupinambi, territorio che egli non aveva creduto si trovasse così vicino avendo perduto, nelle sue lunghe fughe attraverso le foreste, ogni direzione.
Verso sera la _canoa_ giungeva dinanzi ad un grosso villaggio formato da parecchie centinaia di _carbets_ vastissimi, capaci di contenere ognuno venti famiglie. Era la grande _aldèe_ di Tulipa, la più grossa che possedevano i Tupinambi, capace di mettere in arme non meno di cinquecento guerrieri.
In quell’epoca i Tupinambi erano ancora potentissimi ed estendevano il loro territorio fino sulle rive dell’oceano, là dove oggidì sorge la città di Bahia.
Avevano numerosi villaggi ben popolati e godevano fama di essere valorosissimi. Ed infatti il loro nome equivaleva a quello di bravi e valenti, e veramente lo erano, essendo quasi sempre in guerra con tutte le tribù vicine, specialmente coi Tupy, loro secolari nemici.
La improvvisa emigrazione dei ferocissimi Eimuri, calati nelle selve a turbe immense, dopo sanguinosissimi combattimenti e lunghe resistenze, li aveva costretti ad abbandonare le loro _aldèe_ e cercare un rifugio momentaneo nelle foreste.
Passata però quella tremenda burrasca che aveva travolte un gran numero di tribù meno resistenti, a poco a poco erano ritornati ai loro villaggi riedificando quelli che erano stati distrutti, ma erano tornati ben decimati dai lunghi combattimenti e per di più senza capo, preso, ferito e divorato dagli Eimuri.
Si può immaginare lo stupore degli abitanti e anche la loro gioia nel veder sbarcare dinanzi all’_aldèe_ il gran _pyaie_ bianco che era il personaggio più importante della tribù dopo il capo e che avevano ormai creduto morto.
Il marinaio, durante i lunghi anni che era vissuto fra quei fieri selvaggi, aveva saputo acquistarsi la loro stima, insegnando a loro molte cose utilissime.
Fu quindi con una vera esplosione di gioia che venne ricevuto dai sotto-capi e dalla popolazione. Fu collocato in un palanchino e trasportato nella sua abitazione, una casetta di stile spagnuolo che faceva bella pompa in mezzo all’_aldèe_.
Diaz, che pensava sempre con angoscia ad Alvaro, fece radunare i sotto-capi ed i vecchi della tribù ed espose senz’altro il motivo che lo aveva indotto a tornare precipitosamente assieme a Rospo Enfiato.
Con suo stupore s’accorse subito che _Caramurà_ non era sconosciuto ai Tupinambi. Tutti avevano udito a parlare di quel terribile _Uomo di fuoco_ possessore del fuoco celeste che tuonava e fulminava; anche le tribù loro alleate che abitavano al nord del territorio. Il desiderio di poter avere un _pyaie_ così potente, così invincibile, fece subito breccia nel cuore dei sotto-capi e dei vecchi.
Coll’_Uomo di fuoco_ i Tupinambi acquistavano una forza straordinaria e dovevano diventare invincibili.
La spedizione fu subito decisa, tanto più che si trattava di dare un colpo mortale alla potenza dei Tupy, quegli insaziabili divoratori di carne umana che tanto male facevano alla tribù.
La stessa sera, quaranta grosse _canoe_, montate da cinquecento guerrieri armati di mazze, di scuri di selce, di archi e di gravatane e ben forniti di frecce tinte nel _vulrali_, lasciavano il villaggio scendendo rapidamente il fiume.
Diaz ne aveva assunto il comando, innalzando Rospo Enfiato alla carica di aiutante di campo. Non fu che l’indomani sera che la flottiglia giunse nel secondo fiume, là dove il marinaio ed il Rospo avevano tratta a galla la _canoa_.
Lasciarono cinquanta uomini a guardia delle scialuppe, poi il grosso, sotto la guida del Rospo, si spinse attraverso le foreste per sorprendere l’_aldèe_ dei Tupy.
Erano già giunti presso i margini dei grandi boschi, quando Diaz che marciava alla testa della spedizione assieme ai sotto-capi, udì in lontananza a rimbombare degli spari.
— È Alvaro, l’_Uomo di fuoco_! — gridò al Rospo. — Si difende ancora! Di corsa e armi in mano.
Attraverso le fronde si vedeva un intenso chiarore che rapidamente aumentava e saliva in aria una nuvola di fumo coi margini rosseggianti.
Urla acute si alzavano nel villaggio dei Tupy miste a spari. Era il momento in cui Alvaro stava abbandonando il _carbet_ ormai fiammeggiante.
Diaz, col cuore stretto da una profonda angoscia, incoraggiava i Tupinambi ad affrettarsi.
Correvano come cervi, colle mazze in pugno, anelanti di carneficina, assetati di sangue. Il nemico secolare era là e stava forse per opprimere quel terribile _Uomo di fuoco_, quel semi-dio che possedeva la folgore celeste.
Attraversano la pianura con slancio irresistibile e piombano sulle porte delle cinte, non più guardate dai Tupy, che si sono tutti rovesciati sulla piazza dell’_aldèe_, per opprimere i _pyaie_ dalla pelle bianca che hanno ucciso il capo della tribù.
Le porte, fracassate, scardinate dalle pesanti mazze dei Tupinambi cadono sfasciate e Diaz alla testa delle prime squadre irrompe attraverso i _carbets_ fra un urlìo furioso ed incessante.
L’assalto è così improvviso e così rapido, che quando i Tupy s’accorgono della presenza dei loro avversarii, questi sono già entrati nel villaggio.
Un combattimento furioso s’impegna nelle viuzze dell’_aldèe_. I Tupy accorrono da tutte le parti in difesa dei loro _carbets_, travolgendo le donne ed i fanciulli fuggenti, mentre altri tengono testa all’_Uomo di fuoco_ ed al mozzo che sparano all’impazzata presso la capanna fiammeggiante.
Da tutte le parti si combatte a colpi di mazza e di scure fra un fracasso infernale. I Tupy, quantunque inferiori di numero e già demoralizzati dalle fucilate dell’_Uomo di fuoco_, si difendono coll’energia che infonde la disperazione; ma perdono terreno, dinanzi agli attacchi fulminei dei Tupinambi.
Diaz che ha udito le fucilate rimbombare sulla piazza, raccoglie un pugno di valorosi e con Rospo Enfiato si slancia in quella direzione dove il _carbet_ dei prigionieri fiammeggia sempre come una torcia colossale spandendo intorno bagliori sanguigni.
Sfondano le linee dei Tupy già sconnesse e si scagliano verso l’_aldèe_, tutto rovesciando sul loro passaggio.
Un uomo, con a fianco un ragazzo, spara fra i vortici di fumo ed i tizzoni infiammati che cadono da tutte le parti.
— Alvaro! — urla Diaz. — I Tupinambi! —
Il signor Viana, nero di fumo e di polvere, lascia cadere l’archibugio e si getta nelle braccia di Diaz.
In quel momento una freccia colpisce il marinaio in un fianco.
— Sono morto! — grida. — Il _vulrali_! —
Si strappa rabbiosamente la freccia, ma cade subito fra le braccia del portoghese e di Rospo Enfiato.
— Mio povero amico! — esclamò Alvaro colle lagrime agli occhi.
Il marinaio fece un gesto d’addio, poi mormorò:
— I sotto-capi! A me! _Caramurà!_ —
I Tupinambi giungevano da tutte le parti. I Tupy, completamente sconfitti avevano già evacuato il villaggio fuggendo nei boschi vicini.
Un grido di furore era sfuggito da tutti i petti vedendo il gran _pyaie_ della tribù a terra. Il disgraziato aveva alle labbra una schiuma sanguigna e guardava Alvaro cogli occhi semi-spenti.
Colla mano fece cenno ai sotto-capi di accostarsi e additando Alvaro che piangeva come un fanciullo al suo fianco.
— L’Uomo di fuoco, — balbettò. — Il capo dei Tupinambi... l’invincibile. —
Prese le mani d’Alvaro e di Garcia e cercò di sorridere un’ultima volta.
— Addio, — mormorò con voce appena distinta. — Il _vulrali_ non perdona. —
Cercò di rialzarsi poi d’un tratto ricadde.
Diaz, il gran _pyaie_ dalla pelle bianca, era morto!
Conclusione.
Dieci giorni dopo _Caramurà_ veniva nominato gran capo dei Tupinambi e fondava un nuovo villaggio all’estremità della baia di Reconcavo, nel luogo ove sorge la città di Bahia.
Per lunghi anni rimase fra i selvaggi che avevano imparato ad apprezzarlo grandemente, difendendoli contro gli assalti di tutte le tribù indiane e rendendosi temuto in tutto il Brasile meridionale.
Sposo di parecchie figlie di capi celebri, aveva già fondata una numerosa famiglia e si era rassegnato a terminare i suoi giorni fra le foreste del Brasile, quando un giorno una nave normanna andò a gettare l’àncora nella baia di Reconcavo.
Il desiderio di rivedere il suo paese e gli uomini della sua razza era diventato tale, che non potè rifiutare le offerte fattegli dal capitano di ricondurlo in Europa.
Dopo aver promesso solennemente alle sue orde di tornare un giorno, s’imbarcò conducendo con se Paraguazu, la preferita delle sue mogli, non osando mostrarsi fra i suoi con una famiglia così numerosa.
Si narra che le altre mogli, vedendolo abbandonare la costa del Brasile, si gettarono in acqua supplicandolo di condurle con loro e che parecchie preferirono annegarsi piuttosto che dimenticare l’_Uomo di fuoco_ che tutti riguardavano come un semi-dio.
Il normanno però, invece di sbarcarlo a Lisbona, come era stato pattuito, lo condusse in Normandia, mandandolo alla corte di Francia dove Paraguazu, la bella brasiliana, fece furore e fu accolta con grandi onori da Enrico II e da Caterina de’ Medici.
Fu anzi battezzata ed ebbe per padrini il re e la regina che la colmarono di regali.
Se tutte quelle cose lusingavano l’amor proprio di _Caramurà_, sopra tutto però gli stava a cuore il desiderio di tornare in patria, ciò che invece non garbava ai reali di Francia i quali avevano formato il progetto di valersi di lui per tentare la conquista del Brasile.
Trovato però il modo d’informare il re Giovanni del Portogallo e accordatosi con un ricco armatore francese, riusciva alcuni mesi dopo a lasciare di soppiatto la corte e fuggirsene a Lisbona.
Qualche anno dopo _Caramurà_, che non aveva dimenticata la sua tribù e che non voleva mancare alla promessa fatta, s’imbarcava alla volta del Brasile guidando una grossa spedizione armata da Francesco Pereira Coutinho a cui il re Giovanni aveva concesso in feudo la vasta provincia marittima compresa fra il fiume S. Francesco e la Punta Padram di Bahia.
Era però quel Coutinho un avventuriero senza scrupoli che essendo stato molti anni nelle Indie orientali, aveva contratto l’orgoglio della prepotenza e la crudeltà del conquistatore.
Sbarcato nel Brasile invece di seguire i consigli di Caramurà, aveva cominciato a incrudelire contro gli stessi Tupinambi, senza pensare che quegli indiani erano i più formidabili guerrieri del Brasile.
Che più? Spinse la sua audacia fino ad arrestare l’_Uomo di fuoco_ e tradurlo prigioniero su una nave, per fare dispetto ai selvaggi.
Invece si sparse la voce che _Caramurà_ era stato assassinato.
Paraguazu, la bella brasiliana, arma i suoi sudditi ed invoca anche il soccorso dei Tamoie, altri formidabili guerrieri.
I brasiliani mettono tutto il paese a ferro ed a fuoco. Bruciano i villaggi portoghesi e le fabbriche di zucchero, trucidano i coloni e lo stesso figlio di Coutinho e dovunque fanno fronte, con rara intrepidezza agli avventurieri europei.
Quella guerra durò parecchi anni finchè Coutinho, disperando ormai di vincerli e perdute tutte le fortezze si vide costretto a salvarsi sulla nave e fuggire vergognosamente nella vicina capitaneria d’Os-Ilhèos che cominciava già a prosperare sotto la saggia amministrazione del portoghese Figuredo.
Aveva però condotto con se Alvaro. Fosse l’influenza di quell’uomo, fosse il desiderio di vivere in pace dopo tanta guerra, fra gli emissari di Coutinho ed alcuni capi dei Tupinambi fu fatto un accordo il quale doveva conciliare l’interesse dei due popoli.
Già stavano per sottoscrivere il trattato, quando l’irascibile Coutinho avendo ricevuto rinforzi, ruppe le trattative e veleggiò nuovamente verso Bahia per punire i Tupinambi.
Aveva già imboccata la baia quando una orribile tempesta lo sorprese e la sua nave si ruppe sulle scogliere di Itaporica.
I Tupinambi che sapevano esservi a bordo _Caramurà_ si armano, salgono sulle loro piroghe e assaltano la nave dell’ammiraglio e le altre caravelle.
Coutinho cade sotto le loro mazze ed il suo tronco, privo della testa, viene portato in trionfo ed i portoghesi caduti vivi nelle mani di quei fieri e vendicativi selvaggi vengono divorati per celebrare la vittoria non ostante la presenza di _Caramurà_.
Fu quella l’ultima battaglia.
Alvaro ritornato capo dalle orde dei Tupinambi, non tardò a riprendere coi suoi compatriotti buone relazioni che non furono mai rotte, nemmeno all’arrivo della grande spedizione capitanata da Tommaso de Souza che fu, si può dire, il più grande colonizzatore del Brasile.
_Caramurà_ si spense assai vecchio, lasciando un gran numero di figli e le famiglie più cospicue di Bahia anche oggi vanno superbe di discendere da quel fortunato avventuriero.
FINE
INDICE
CAP.
I. Sulle coste del Brasile 3 II. Gli antropofagi 11 III. L’assalto degli antropofagi 24 IV. Alla costa 36 V. Nelle foreste brasiliane 51 VI. Il giboia delle paludi 62 VII. L’assalto del «jacarè» 74 VIII. La zattera vivente 84 IX. Assediato dai pecari 94 X. Un dramma nella foresta 104 XI. Nella foresta vergine 116 XII. Il marinaio di Solis 123 XIII. Gli Eimuri 132 XIV. La caccia agli uomini bianchi 138 XV. Le anguille tremanti 143 XVI. Una sorpresa dei selvaggi 153 XVII. La savana sommersa 163 XVIII. I _Pyaie_ bianchi 172 XIX. Le vittime della guerra 182 XX. L’Uomo di fuoco 190 XXI. La fuga 199 XXII. Ancora il marinaio di Solis 208 XXIII. Ritorno alla Savana 218 XXIV. L’isolotto 227 XXV. Un combattimento fra antropofagi 234 XXVI. La scomparsa del mozzo 246 XXVII. Rospo Enfiato 259 XXVIII. L’aldèe dei Tupy 271 XXIX. Assediati nel carbet dei prigionieri 287 XXX. Fra il fuoco e le freccie 298 XXXI. La ritirata di Diaz 309 XXXII. L’assalto dei Tupinambi 319 Conclusione 331
NOTE:
[1] Era la baia di Reconcavo, una dalle più belle dell’America del sud e dove più tardi sorgeva Bahia, una delle più ricche città del Brasile.
[2] Le più cospicue famiglie brasiliane di Bahia, si vantano di discendere da questo audace e fortunato avventuriero.
[3] Quell’isola si chiama oggi Staporica.
[4] In quella pericolosissima caccia, che certo nessun marinaio o pescatore europeo oserebbe tentare, erano specialmente famosi gl’indiani delle tribù dei Guaitacazi.
[5] Baia di Rio Janeiro.
[6] I gimnoti.
[7] È il più grosso dei roditori conosciuti.
[8] Orso formichiere.
[9] Anche oggidì nel Brasile si fa un gran consumo di tali formiche e anche gli europei le trovano squisite, superiori ai gamberetti.
[10] Gl’indiani sono convinti che se i tuberi non sono masticati dalle vecchie, il _taroba_ perderebbe le sue proprietà.
[11] Villaggio.
[12] I brasiliani lo chiamano _Beco do piè_ bestia del piede.
[13] Duecento anni più tardi e precisamente nel 1727 si scoprivano nel Brasile le prime famose miniere di diamanti.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il ritratto dell'autore, menzionato nel frontespizio, non è presente nelle scansioni originali da cui è stato trascritto il libro.