L'ultima primavera: romanzo

Part 15

Chapter 153,698 wordsPublic domain

Se qualche timida voce si alzava per trovare che, dopo tutto, l'immensa ventura di Marina sarebbe stata più completa se si fosse trattato di uno sposo meno avanzato in età e di aspetto più aggradevole, la piccola nota andava tosto schiacciata nella sonorità incalzante del plauso generale e incondizionato. Fanciulle giovani, boccioli di rose appena sbocciate, invidiavano sinceramente Marina.

Non parlo dell'immensa invidia che le madri stesse di quelle fanciulle portavano alla duchessa d'Accorsi.

Pure, avrebbero dovuto tacere. Poichè sanno... le madri! Ma più di loro la sa lunga il criterio del mondo, la sua equità di estimazione dei sentimenti e dei fatti.

Contuttociò, la notizia trovò un'incredula, una donna che si ostinava a dire, pensando ai venticinque anni di Marina e ai sessanta del principe: — È impossibile.

E questa bizzarra ostinata era la contessa Elisa Serramonti.

Aveva una specie di terrore di quell'idea, una confusa apprensione di un male cagionato da lei, dalla fiacchezza del suo operato, dalla sua mancanza di coraggio e di perseveranza. Un picciol verme rodeva forse celato, in non so quale ripostiglio della sua coscienza?

Una mattina, dopo una notte insonne, Elisa s'alzò con un'idea fissa. Venire a capo del vero, a qualunque costo.

Marina Negroni aggrottò forte le ciglia quando udì dalla sua cameriera che la contessa Serramonti chiedeva di lei e saliva per l'appunto le scale che conducevano al suo piccolo appartamento di signorina. Poi disse a sè stessa: — Meglio così — e si preparò a ricevere l'inattesa visitatrice. E quando questa coll'accento affettuoso, colla libertà a cui le davano pieno diritto l'antica amicizia e le prove di reciproco interessamento, le chiese semplicemente se avesse fondamento la voce che correva, Marina rispose, senza imbarazzo, senza ambagi, un semplice: Sì.

— Da ier l'altro soltanto — proseguì poscia Marina — girando sull'anulare un grosso rubino contornato di brillanti di uno splendore degno di una fidanzata regale. — Non è ancora ufficialmente annunciato, ma la mamma le avrebbe scritto certamente quest'oggi. Il matrimonio si farà presto; Enrico desidera di ritornare in Germania.

Parlava disinvolta e senza il menomo imbarazzo, come se tutto ciò fosse la cosa più semplice, più ovvia di questo mondo. Nè la fisonomia, nè l'accento tradivano la menoma emozione: la sua bellezza glaciale pareva già educata all'impassibilità serena di una sovrana. Non era mai stata molto espansiva, neppur con Elisa; ma Elisa, guardandola ora e udendola, provava come uno stringimento al cuore. Quell'immensa calma non era nuova in Marina; ma in quella novità di circostanze, nell'entità dell'avvenimento, pareva ad Elisa ch'ella assumesse un significato strano e inammissibile. Nel cuore suo era una indefinita tormentosa lotta d'incertezze; ma non mai, neppur pel più lieve spiraglio, Marina, nel corso della conversazione, diede campo ad una spiegazione, ad una domanda. Solo quando fu in piedi per accomiatarsi, Elisa trovò ad un tratto, in un parossismo di angoscia che si tradiva nel tremito della voce, nell'alterazione della fisonomia, il coraggio di una domanda: — Sei felice? — Colta all'improvviso, Marina trasalì. Un lampo d'ira passò nei suoi occhi, qualcosa come un odio, una bieca meraviglia. Ma subito si spense. — Si, — disse ad alta voce.

— Lo ami? — insistè Elisa — lo ami? — sempre con quel cieco istinto di _dover_ dire, premunire. Una immensa pietà di quella fanciulla s'era levata impetuosa, risoluta, nel suo cuore.

— Certamente, lo amo — ribattè Marina con una quieta determinatezza. Ma la menzogna appariva visibile nel moto stesso delle labbra. Con un vago senso di terrore Elisa pensò al suo passato, al giorno in cui s'era fatta sposa al conte Serramonti, alla strana realtà che aveva ad un tratto squarciato il velo delle sue caste ignoranze, e che non aveva ad ausiliario, a scusa... a ragione nulla più del convincimento del dovere ed un ragionato senso di stima e di omogeneità intellettuali. E ora, ora soltanto intuiva, comprendeva che tutto ciò era stato un sacrilegio e stava per compierlo anche Marina, quell'inconscio sacrilegio.

— Marina, — le disse, con intensità profonda di sentimento — sei risoluta, lo vedo... Ma pensaci, per pietà, pensaci ancora. A un'altra non direi così... Ma io ti voglio bene... ti ho sempre voluto bene, ho sempre desiderato la tua felicità.

— Lo so, — interruppe tranquillamente Marina — più volte mi ha dato prove del suo interessamento. Si è adoperata anzi più volte per procacciarmi un collocamento. E allora... non le pareva necessario che io ci pensassi tanto per prendere una risoluzione, nevvero?...

Sotto l'ironia crudele di quell'allusione, Elisa si sentì di fronte ad un nuovo, inatteso ostacolo. Marina le appariva sotto un nuovo aspetto... un aspetto che non aveva mai sospettato in lei.

— Marina, — le disse, con la serietà dolorosa di un animo che si sente ferito a un tratto da un'ingiustizia e da un'ingratitudine — in tutti _quei_ casi... tu avresti potuto amare. E ora? interroga il tuo cuore, Marina, interroga tutta te stessa.

Davanti al puro e chiaro sguardo di Elisa si abbassò quello audace e aggressivo della fanciulla. Ella non osò ripetere la sua menzogna.

— Ora, — disse tranquillamente, — la cosa è decisa, io ne sono contentissima... Non sia in pena per me, Contessa; questo matrimonio colma tutti i miei voti, e quelli di mia madre. Tutto a questo mondo non si può avere. E l'amore. Oh! l'amore!...

Ebbe un bel riso perlato in cui suonava un amarissimo scherno.

— Ci crede, lei, all'amore? — soggiunse poi accostandosi ad Elisa, e piantandole in faccia uno sguardo quale Elisa non aveva mai conosciuto nell'occhio di quella fanciulla. Qualcosa, un impulso misterioso e irresistibile costrinse la Contessa a rispondere gravemente:

— Sì!

Di nuovo nella bocca di Marina stridette il piccolo riso cristallino.

— Ah! Contessa, meglio tardi che mai! nevvero?

Un grande pallore coperse il volto di Elisa, un pallore sì intenso che Marina stessa ne rimase un istante sgomentata.

Ma la contessa rimase immobile e quieta. Poi come dal profondo del cuore, dal profondo di un abisso di dolori e di lacrime, la risposta venne involontaria, precisa:

— No, Marina, meglio mai che tardi!....

. . . . . . .

Marina non replicò. Stettero mute un istante, raccolte ognuna nell'intensità delle proprie angoscie. Così erano state un'altra volta nel salotto della Contessa, quel giorno in cui Marina era venuta a chieder ragguagli sul duello di Roberto. Ma allora non sapevano! Ora sì, sapevano, e forse in quel momento ebbero pietà l'una dell'altra!...

Quando ricominciarono a parlare, il colloquio parve avere ad un tratto ritrovate le antiche basi calme e cordiali. Elisa non reiterò i suoi consigli e nessuna allusione venne fatta agli intimi sentimenti di entrambe. Marina diede tranquillamente le notizie di quanto si atteneva alla circostanza, ai progetti di viaggio, ecc.

Nulla in Marina rivelava l'ubbriachezza del trionfo. Nulla dell'interno suo stato d'animo trapelò più in lei. Ell'era, adesso, quale era sempre stata, fredda, indifferente, intangibile..., padrona del suo destino. Senonchè, ora, nella serena normalità delle sue parole, c'era come una nuova dignità, una forma di riservatezza, un _noli me tangere_, che aveva veramente qualcosa di regale, che si elevava sovrano, imperante sulle confuse rovine d'una passata debolezza, rinnegata ora e dominata, per sempre...

* * *

Elisa stava dinanzi allo specchio e lo interrogava. Lentamente passò la mano sui proprii capelli, sulle piccole striature bianche che li chiazzavano. Ma la capigliatura era abbondante, morbida, finissima. Le sue mani ebbero l'impressione di una carezza.

Guardò ancora attentamente, come si guarda negli occhi di un giudice. Si vide grande e snella. Le linee del suo corpo serbavano tuttora un'integrità giovanile, quasi virginea. Il collo era fresco, rotondo. Inalterato il fine ovale del volto, cesellate le fattezze. Una tinta delicata pareva dar loro un rilievo indefinito e brillante. E gli occhi suoi le parvero grandi, vivi di una luce diffusa, irradiante. Attorno ad essi le piccole rughe parevano essersi celate, fatte quasi invisibili.

Una suprema compiacenza le penetrò nell'animo, una gioia tenera di quella bellezza sua, rivelata a lei stessa, constatata in uno di quei momenti in cui l'anima a tutto s'avvinghia di ciò che può salvarla da un terrore segreto, senza nome.

— Sono bella, — mormorò Elisa, — sono bella!

Lo era in quel momento, squisitamente. Era bella del suo amore segreto, combattuto, messo alla porta da lei stessa cento volte al giorno, ma che cento volte al giorno, insidioso, prepotente tornava.

Si guardò ancora, e sorrise. Un senso di immensa gratitudine le irruppe dal cuore:

— Roberto, — mormorò sottovoce — Roberto, tu sei la mia gioventù!...

Si lasciò cadere come spossata nella poltrona e gli occhi, lentamente, si socchiusero. Una mano si levò, tremante con un inconscio gesto d'appello...

Roberto!... mormorò ancora una voce semispenta!

Ma Roberto non l'intese. Era al _Club_ cogli amici.

* * *

La duchessa d'Accorsi diede una grande _soirée extra_ per annunziare ufficialmente le nozze di sua figlia. Passò in persona, un momento, dalla contessa Serramonti per invitarla verbalmente, e rimase molto, ma molto attonita udendo da Elisa stessa ch'ella non avrebbe forse potuto approfittare del gentile invito. Partiva.

Partire! Ma che! non poteva crederlo. Partire ora, sul finire del carnevale e nel più bel momento della stagione. Impossibile! Sarebbe un dispiacere immenso per lei e per Marina se la loro cara Elisa non assistesse a quella festa. E ora ch'era sì bella, sì brillante! Ah! non l'avevano mai vista così bella, così fresca. Era l'opinione di tutti; un vero incanto.

La Duchessa ripeteva infatti ciò che da qualche tempo era la _vox Dei_ della società fiorentina. Ma il complimento non era giustificato in quell'istante. Elisa non era nè giovane, nè bella. Dimostrava tutti i suoi anni, forse più dei suoi anni.

— Parto, — disse ancora. — Vado da una mia zia, malata, alla quale ho da lungo tempo promessa una visita.

— Malata... molto?... — chiese la Duchessa col suo formidabile sorriso.

Elisa non sapeva mentire. Arrossì.

— Sì... piuttosto gravemente.

— Ah! davvero! Me ne spiace.

Un sorriso stranamente equivoco schiuse le labbra di Ginevra. Ella si appressò con una mossa confidenziale, di compagna, alla poltroncina di Elisa.

— Quella cara Contessa! Misteriosa sempre! sempre avvolta di un velo di poesia. Ah!... la comprendo... sa!... più di quanto ella creda. Per quanto ciò le sembri strano, forse audace da parte mia, ho sempre avuta l'intuizione, che, un giorno o l'altro, fra noi dovesse esistere un'intesa più intima, meno superficiale di quanto lo concede la nostra esistenza così agitata, così frivola... A volte, non ho mai osato dirglielo; poichè ella vive in una sfera tanto superiore alla mia. Ma se sapesse quanto ho pensato all'isolamento della sua vita, del suo cuore....

La Duchessa seguiva attentamente sul volto di Elisa le tracce delle sue velate insinuazioni. Non invano era sì subdola e sì crudele. Voleva sapere e sapere da lei.

Poichè era in dubbio; un dubbio curioso. Ella aveva bensì, senza mai formulare un'accusa precisa, scatenata la calunnia sui passi di quella donna; ma in fondo, per conto suo, non era sicura. Sapeva, lei, ciò che il mondo bene spesso ignora, cioè che si può lottare vittoriosamente anche con una passione vera, che spesso le apparenze ingannano, anche nel senso del male, che ci sono delle anime schiave di un principio, di un ideale di altera purezza, e per le quali, come per l'ermellino, l'idea della macchia è più dura... più crudele della morte stessa.

Elisa sentiva l'oppressione incalzante di quella volontà imperiosa. Un ipnotismo pareva costringerla a subire il fascino malvagio di quello sguardo.

Ginevra le si era fatta presso ora, assai presso. Il suo sguardo dardeggiava vicino, intollerabile. La mano della Duchessa accarezzava con un gesto furtivo, pieno di simpatia felina, la povera mano di Elisa. E un sorriso dolce, quasi amoroso pareva dire alla misera: — Suvvia, dunque, tradisciti; non vedi che son qui, che so, che voglio, che devi dirmi il tuo segreto?

— Ella ha sofferto!... sì, deve aver sofferto tanto! — continuò Ginevra. — Il mondo non le sa queste cose. Pure, è tanto naturale. Ci sono delle fatalità, oh... così dolci, nevvero? E la vita è così breve, così pochi i compensi delle sue amarezze. E certi spauracchi, che spaventano le anime timide, insufficienti, non bisogna curarsene... mia cara amica. La questione è tutta lì, dominare o essere dominata. E lei, dopo tutto, è libera, è uno spirito forte, superiore a tante meschine considerazioni. La società si contenta di così poco, in realtà... basta una piccola, oh... una così piccola dose di _savoir faire_, per assicurarsi la sua indulgenza, la sua simpatia, anche nelle questioni che riguardano noi... il nostro povero cuore.

Fu intollerabile per Elisa l'umiliazione di quell'istante. Comprese ciò che quella donna voleva dire, ciò che implicava la benevolenza del suo consiglio, l'allusione tacita che creava fra loro un'analogia... che le metteva entrambe, per un momento, allo stesso livello!

E tosto, un istinto, un orgoglio la sovvenne liberandola da quel fascino abbietto.

Non si mosse, non ritrasse la mano fredda e rigida dalla mano di Ginevra. Rialzò il capo con un moto impercettibile, che non l'allontanava più di dieci centimetri dal volto della duchessa, ma che parve ad un tratto mettere fra loro una distanza infinita. E la calma del suo sguardo parve scendere da una smisurata altezza e ricercare la mota di una bassura, mentre ella rispondeva con grande chiarezza e pacatezza di voce:

— Duchessa, che intende dire?

Per un istante, forse l'unica volta in vita, Ginevra si sentì vinta, e rimase interdetta. Ella aveva provocato un atto inconscio di debolezza, un tradimento della volontà disarmata. Voleva la confessione di una disfatta. Ma non una discussione, non quel calmo, altero sprezzo di sfida!... E la sua crudele curiosità rimaneva insoddisfatta e delusa.

— Nulla — disse ridendo. — Ella, cara Contessa, è, e sarà sempre, un angelo, e queste cose profane non la riguarderanno mai personalmente. Contuttociò, non me ne voglia se ho osato darle... oh, non oserei mai dire un consiglio; e se ne rammenti, all'occasione, come io non mi scorderò certo...

S'arrestò bruscamente. Elisa non l'ascoltava più. Il suo volto, poc'anzi sì pallido, era soffuso di un rossore squisito che non si riferiva a lei, che la metteva in disparte, subitamente.

Un rapido passo virile si accostava all'uscio; la portiera si mosse, e Roberto entrò, baldo, spigliato.

La Duchessa lo apostrofò vivamente.

— Oh, Rescuati, bravo, bene ispirato! Qua subito, alla riscossa, in mio aiuto. Mi aiuti a scongiurare un grande pericolo, a convertire un'ostinata, una cattiva, che vuole, proprio alla vigilia del mio ultimo ballo, fuggire, lasciar Firenze.

Sul volto del giovine si dipinse una intensa meraviglia. Si volse verso la Contessa, e le chiese con un impeto che non pensava a celare:

— È vero, Contessa, è vero?...

— Può essere. Credo infatti di dover recarmi a Foligno presso mia zia.

— Come? perchè? — interruppe Roberto. — Ma se non mi ha detto niente!

La frase gli era sfuggita imprudente... e la Duchessa l'aveva colta a volo. Si volse verso Elisa, ridendo:

— Ha udito, mia cara Contessa? Non bisogna fare così... non bisogna mancare di confidenza verso gli amici. Vede cosa succede quando si vogliono tener per sè i segreti! Capita una stordita come me, che li tradisce ingenuamente, senza pensarci. Perchè, sicuro... non dovevate saper niente, voi, Rescuati! E adesso che ci penso... chissà che malanno ho fatto... eh, tra voi due?

— Nessun malanno — rispose tranquillamente Elisa. La Duchessa ha detto nulla più di quanto avrei tosto annunziato io al conte Rescuati, nonchè a quanti amici miei avessi veduti quest'oggi.

— Ma è deciso, proprio deciso? — chiese ansiosamente Roberto, avvolgendo la Contessa d'uno sguardo di sì calda ansietà che la Duchessa strinse alquanto, dietro le labbra sorridenti, quei tali larghi denti sì atti al morso.

— Oh non dica che è deciso — supplicò Ginevra. — Speriamo che la zia si rimetta in salute, che non si effettui questa fuga. Marina sarebbe impicciatissima se non avesse i suoi consigli pel corredo.

E s'alzò con una specie di grazia brusca, con un sorriso sagace e malizioso, come di persona memore ad un tratto che la sua presenza può essere inopportuna.

— No, cara, no! — rispose ad Elisa, che, pur alzandosi di scatto e simultaneamente a lei, mormorava qualche frase cortese. — Non posso trattenermi davvero: ho venti visite da sbrigare, s'immagini! E questo matrimonio mi dà un da fare! Marina è così felice che non pensa a nulla! E potete immaginare se lo sono io! Contuttociò, pensate che fra un anno posso essere nonna. Orribile, n'è vero? Beata lei, cara Contessa, che non corre di questi pericoli, che si conserva così bella, così fresca, di persona, di cuore, di sentimenti, di affetti, di sensazioni...

Le parole piovevano alate, leggere, in un'onda di chiacchiere amichevoli, colla volubilità, la grazia di un'effusione quasi tenera. Ma così talvolta percuote la grandine, a chicchi piccini piccini, un povero fiore, e lacera i lembi delicati dei suoi petali.

Si voltò verso Roberto.

— E voi? — gli chiese a bruciapelo, — vi assentate pure?

Colto all'impensata, lì per lì, il giovine fu per tradirsi, esclamando ciò ch'era nel suo cuore. E solo un suo vago istinto salvò la donna ch'egli stava per compromettere agli occhi della sua nemica.

— No, — disse tranquillamente, — rimango.

— Ah! — disse la duchessa, dandogli una stretta di mano, che gliela lasciò indolenzita, — ecco un bravo figliuolo che non diserta al momento del pericolo.

L'ambiguità di quella frase fu subito corretta: — Parlo del mio ballo, naturalmente. E ora decisamente vi lascio. Fate le mie parti, Rescuati, presso questa bella ostinata. Ragionatele, ammonitela, e sopratutto persuadetela a rimanere. La persuasione, oh... sono certa ch'è il vostro forte!

Baciò Elisa teneramente. Mentre la baciava, le sussurrò a mezza voce: Adorabile!

Elisa accompagnò la Duchessa sino all'uscio, e sostenne le sue frasi d'addio, un ultimo sforzo di lei, concretato in una rapida eloquente occhiata gettata verso il salotto ov'era rimasto Roberto, in attesa del ritorno di Elisa.

Elisa era affranta. Ma la Duchessa si mordeva le labbra scendendo le scale.

* * *

— Il diavolo se la porti! — esclamò calorosamente Roberto, mentre Elisa tornava indietro. — Cos'aveva in capo con tutte quelle storie? Io non ci ho capito. E lei?

— Credo, suppongo... Oh, Roberto è terribile quella donna!

— Uhm!... Certo... ha uno spirito, un brio! Ma... mi dica ora, Contessa, è vero, è vero?

Ella impallidì. — Vero? Ma cosa?

— Ch'ella parte!

Elisa ebbe un piccolo senso di spasimo — Forse... — mormorò.

Egli insistè — Ma perchè?

— Perchè? — Il perchè vero saliva impetuoso e appassionato alle pallide labbra di lei. Ma si dischiusero solo per accampare i motivi plausibili della partenza, la malattia, l'appello della zia.

Egli disse irriverentemente: Al diavolo anche la zia!

Non era persuaso. Prese però a riflettere e si ricordò.

— Ah! — disse con accento iroso. — È stato quel giorno, quella lettera. Ho ben visto io...

Rimase pensoso, cogli occhi adombrati da una tristezza tenera.

— Quella lettera — disse Elisa — ha certamente contribuito. Ma da tempo si andavano realmente accumulando alcuni motivi e delle cause che...

Egli l'interruppe col fare nervoso che da qualche tempo pareva talvolta sostituirsi alla sua placida calma:

— Perchè non mi ha detto niente?

Ma non attese risposta e un amaro sorriso sfiorò le sue labbra. — Capisco... Non ho nessun diritto alla sua confidenza.

— Siete ingiusto... Roberto. Sapete pure quanto vi sono affezionata e il conto che faccio di voi. Vi accerto che siete nel novero... dei miei più cari amici.

— Certo! — diss'egli, con una specie di acredine — nel novero, assieme agli altri. Ma capisco. Sono così giovane, nevvero?

S'interruppe bruscamente. — È vero dunque che parte? — le chiese un momento dopo.

Ella chinò il capo, assentendo.

Roberto tacque, mordendo il pomo della sua mazza.

Poi, con un accento quasi smarrito, fioco, dolcissimo: — E io? — chiese.

La Contessa strinse le mani rigidamente. Le strinse così... per trattenerle, perchè non cingessero, appassionate, in un folle trasporto, il collo di Roberto.

Sorrise e gli disse:

— Oh! non vado mica via per sempre. Per un poco, così... Tornerò, mi scriverete... Andrò forse anche in campagna o da vostra madre e ci vedremo ancora presto.

La sua voce era tremante, ed ella cercava di farla risoluta e gaia, lottando anche contro un malessere fisico che l'invadeva.

Ma Roberto non era persuaso.. E colla crudeltà cieca, che è talvolta indivisibile dall'amore, insisteva, con quello sguardo, con quell'accento sempre più dolci, più teneri.

— Ma lo sa, lo sa pure ch'io non posso... che ho tanto bisogno di vederla!... che voglio vederla sempre; che non potrei vivere senza di lei!

Elisa volle ridere. Il riso indulgente di chi oda una gustosa corbelleria. Ma nella sua gola, subitamente stretta da uno spasimo, il riso, chiaro dapprima, assunse un suono sibilante. Si fe' persistente, convulso, mentre il corpo era scosso da violenti contrazioni e la testa si riversava come quella d'una morta sulla spalliera della poltroncina, mentre gli occhi assumevano uno sguardo fisso e indeterminato.

Roberto non aveva esperienza di ciò che era, in realtà, nulla più che un semplice attacco nervoso.

Era realmente spaventato, non sapeva che fare. Gettatosi in ginocchio al fianco di Elisa, le stringeva le mani, la chiamava, scongiurandola a dirgli cos'avesse, cosa volesse. Ma ella rideva sempre, senza udirlo, senza vederlo, dibattendosi; solo un istante fra due scoppi di quel riso pauroso, fra il gorgoglio di frasi indistinte, egli udì, mormorato come un appello, come uno scongiuro, il suo nome...

Balzò in piedi. La guardò. Erano soli, ella era incosciente. Qualcosa, un'onda di sangue parve salire alla fronte di lui, qualcosa di simile al terrore di sè stesso che l'aveva assalito durante l'ultima visita di lei in casa sua, come infermiera. Per un minuto, come allora, larghe goccie di sudore imperlarono la fronte di Roberto, una confusione, un'onda di sensazioni lo scossero profondamente, in un rimescolìo di tutti i suoi buoni e cattivi istinti. Ma non invano s'alzò suprema un'altra voce, un senso di rispetto, di gratitudine, d'onore! Non invano il sangue freddo di lui reagì alla sua volta. Egli si mosse di là, andò dov'era il campanello elettrico e premette risolutamente il bottone.

Al domestico che giunse frettoloso: — La signora si sente poco bene. Chiamate la cameriera — disse il giovane.

Quasi subito, Elisa ricuperò la coscienza di sè stessa, e con un brusco repentino atto di volontà si riebbe. Volle alzarsi, in un impeto inconsulto, ma Roberto la trattenne.

— No, no, si riposi.. Si è sentita male, nevvero? Ma non è nulla. Ho suonato... verrà la cameriera. Non si agiti, la prego, per farmi piacere!

Ella ubbidì come una bambina a quella voce sì cara. I suoi nervi s'acquietarono. Sorrise e chiuse gli occhi, senza pensare a nulla, nel fascino di quella sollecitudine, nell'incanto di quella preghiera, in quella specie di assoluta prostrazione di forze che la toglieva tuttora alla responsabilità di sè stessa.

La cameriera entrò in fretta, sgomentata, recando dei sali. Ma Elisa s'era già riavuta, la piccola crisi era passata.

* * *

Due settimane passarono e la contessa Serramonti non era partita.