Part 14
A furia di dirsela, di ripetersela, quella soluzione ingegnosa delle sue terribili dubbiosità morali, Elisa se ne fece una specie di convincimento. Visto che non poteva assolutamente essere altrimenti, la cosa doveva esser _così_ per l'appunto. E così... poteva andare. Così infatti era andata per tutto il tempo della malattia di Roberto, così andava ancora... sinchè potrebbe andare. Il lato più pericoloso di tutto ciò era questo per l'appunto. La parte _vera_ di quella ch'era in complesso nulla più d'una povera menzogna. Poichè, realmente, nel cuore di una donna che non ha avuto figli e che ama, se ama un uomo più giovane di lei, il sentimento materno non può rimanere escluso, anzi ha una forma misteriosa, travestita finchè si vuole, ma pure irrecusabile, di partecipazione alla passione stessa, e reca all'amore un contingente speciale, che, pur fondendosi nella corrente di questo, gli imprime a volte l'esteriorità dei caratteri propri. Da questa non ravvisata fusione, dalla lotta dei due sentimenti, che, pur coadiuvandosi a vicenda, a vicenda pure si soverchiano e costituiscono la realtà relativa della situazione, fra l'urto ugualmente impetuoso di due tenerezze appassionate e che facilmente si scambiano i propri attributi, deve essere, ed è invero crudele il martirio di un cuore, non solo, ma di un nobile spirito femminile. È terribile essersi a lungo orgogliosamente ignorata donna e trovarsi a un tratto, per sorpresa, di fronte all'ignoto della propria femminilità, bruscamente destatasi... E, come per salvarsi da quella terribile visione di un paventato cielo... di un paradiso pieno di fiamme d'inferno... ecco l'illusione serena, calmante, rivestita di vero, di una pseudomaternità; ecco il primo, il supremo degli istinti... eccolo con tutta la sua purezza infinita, colla sua normalità di cure, di abnegazioni, di appassionato esclusivismo; ecco l'attrattiva ardente del sacrifizio... l'oblio assoluto di sè stessa, la tenerezza pura, paga di sè sola, senza esigenze, ignara dei suoi diritti. Ecco il vecchio eterno istinto della protezione dell'amore, che vigila, che tutela... a qualunque costo! Ed ecco ciò che forse talvolta più di tutto, nel cuore straziato di Elisa affascinava il suo volere, dicendole: Vinci... a qualunque costo... Domalo, a furia di sprezzo, quel tuo indegno rivale, soffocalo, calpestalo, regna tu in sua vece, senza ch'egli sappia e se ne avveda! Ci giungerai, purchè non discuta il prezzo dei tuoi sforzi. Elisa non discuteva infatti. Il suo volere era gagliardo e la sosteneva. E Roberto aveva potuto dire a sè stesso: Ella è stata per me veramente una madre... Ed alla sua gratitudine si univa un senso di bizzarra e quasi amara umiliazione, ch'egli sentiva senza cercare di definirla. Egli non soleva studiare, nè discutere i propri sentimenti, come faceva Elisa. Perciò questa era tanto più infelice di lui.
* * *
Le cose si erano rimesse sul piede di prima. Il carnevale, ormai agli sgoccioli, toccava uno zenit quasi tempestoso di divertimenti e la società fiorentina pareva mossa da un turbine irresistibile. S'erano dichiarati parecchi matrimoni, ma non nella misura quantitativa sognata dalle mamme, le quali trovavano che i risultati finali minacciavano di presentare una rubrica molto più abbondante dal lato deplorevolissimo delle _liaisons_ in cui il matrimonio non entra che per uscirne assai maltrattato. Due o tre scandaletti ben condizionati avevano data una speciale dose di piccante alla stagione. Altre novità di quel genere erano alle viste, difendendosi ancora, benchè sempre più debolmente, contro le denegazioni degli increduli.
Oh! gli increduli di queste cose. Fortuna che sono pochi. Poichè, in realtà, chi più guastafeste di loro?
Una mattina la contessa Elisa, che conservava l'abitudine di uscir per tempo a passeggiare, passava in via Cavour e si trovava dirimpetto al palazzo Riccardi. Camminava con lena, recando in mano dei fiori che aveva testè ella stessa comprati da un fioraio in piazza S. Maria. Fiori di campo, a dir vero, niente di raro, ma di colori vivaci, crochi, anemoni di campo. Voleva metterli in mezzo al tavolo, in sala da pranzo. Chi sa che Roberto non capitasse quel giorno a colazione?
Sorrise. Ella amava quelle visite così improvvise, in cui egli, capitando, le diceva: — Ho fame, sa?...
Mentre sorrideva così, ai suoi pensieri, vide avanzarsi dall'altra parte della via una signora di sua conoscenza, accompagnata dalle figlie, due leggiadre signorine, per le quali ella aveva una speciale simpatia e che la madre loro, la marchesa di San Terenzio, aveva educate rigidamente nell'atmosfera di una speciale austerità d'ambiente.
Elisa, vedendole, ebbe un senso di rimorso... Soleva scambiare con esse, un tempo, frequenti visite. Ora, da qualche tempo le aveva trascurate. È vero che anche le San Terenzio da qualche tempo non s'erano fatte vive, ma certo, la colpa era sua. Le venne il desiderio, lì per lì, di andare a salutarle e a far loro le sue scuse. Fece un piccolo cenno da lungi coi suoi fiori e si disponeva ad attraversare la via, quando si fermò... a un tratto. Le tre signore non avevano avvertita la sua presenza e con un moto pronto, simultaneo, come obbedendo ad una parola d'ordine, invece di procedere per la via retta avevano improvvisamente svoltato l'angolo del palazzo Riccardi, filando strette, sollecite, per piazza S. Lorenzo.
L'incontro era dunque mancato.
Elisa restò alquanto perplessa. Non le era parso dapprima che le tre signore dovessero per l'appunto voltare da quella parte.
E proprio non l'avevano veduta? Era stata così subitanea quella loro mossa... così brusca!
Esitò un istante, stretto il cuore da un vago sgomento. Poi disse: — Non m'avranno veduta... La Marchesa è tanto miope infatti. Ma le figlie?...
Procedeva lenta, a capo chino, cercando di persuadersi che decisamente esse non l'avevano veduta, e meravigliandosi in cuor suo dell'inquietudine di quel dubbio. E così non si avvide che qualcuno camminava rapidamente dietro a lei, per raggiungerla... Se ne avvide solo quando udì alle sue spalle una voce giovane, nota, inesprimibilmente cara al suo udito.
— Contessa!
— Ah! Roberto!
Si fermò. Una subita, folle emozione l'aveva colta; un repentino oblìo di tutto ciò che non fosse quella voce.
— Si può sapere dove va a quest'ora? — le chiese Roberto, mettendosele semplicemente a fianco.
— Oh! vado a casa. E voi, Roberto?
— Io?... vengo da lei, se me lo permette.
— Certo... faremo colazione assieme.
Egli s'inchinò. — Magari — disse. — Ho un appetito tremendo.
Ella sorrise, contenta.
Camminavano assieme, scendendo per Via Cavour, scambiando qualche parola, ma senza nessuno sforzo reciproco per mantenere la conversazione. Egli non aveva l'abitudine di spendere molte parole e non amava prendersi la briga d'intrattenere le persone colle quali si trovava. Una delle ragioni che gli rendeva sì cara la compagnia della Contessa era questa, che ella, nel suo squisito intuito di bontà, lo lasciava sempre a sè stesso, indovinando tutte le più riposte varietà della sua disposizione del momento, assecondandolo sempre, con una suprema delicatezza di indulgenza e di simpatia, ch'egli era troppo giovane e troppo inesperto per apprezzare al tasso reale del suo valore, ma di cui sinceramente approfittava, senza studiarla, contento che così fosse e ch'ella, stando con lui, non lo molestasse obbligandolo a parlare di scienze e arti e di quelle altre storie delle quali ella faceva il suo pane quotidiano.
No... ella non parlava mai di ciò, con quel giovane, non lo seccava mai. Lo aveva accettato, lo amava qual'era, senza neppur studiarlo, imperfetto, mondano, fanciullo, lontano le mille e mille miglia dal suo ideale dell'uomo. Lo amava incondizionatamente, ciecamente, con una dedizione bizzarra e a lei stessa incomprensibile, di tutti i suoi vecchi sogni, di tutte le esigenze della sua immaginazione, della superfetazione della sua fantasia, tanto raffinata dal complicato, incessante lavoro della coltura. Forse tutto ciò non era che un'intima, crudele rivincita di quel destino di donna, lungamente offeso, disprezzato, rinnegato da lei.
Perciò ella gli camminava allato, queta, senza obbligarlo a discorrere, misurando il proprio sul passo di lui, celere e spedito. Pensava solo ch'era con lui, che per qualche ora starebbe con lui. Ciò le bastava. Un vago sorriso errava sulle sue labbra, una dolcezza vaga, diffusa per tutte quante le facoltà dell'esser suo le teneva luogo di tutto, per quell'istante, come per tutti quelli ch'ella passava con lui.
Sapristi! che appetito aveva quel Roberto!... Sparivano quei piattini leggeri, delicati di colazione da signora che formavano il solito _menu_ della Contessa; sparivano ch'era un piacere!
Andrea, quel buon vecchio domestico il quale conosceva ormai così bene i gusti dell'ospite della sua signora, aveva servito un supplemento improvvisato, qualcosa di solido e di meglio adatto al robusto appetito d'un giovane. E l'idea e l'esecuzione di essa erano state ben accolte e il vecchio domestico, il quale subiva come tutti il fascino della bellezza, del fare sciolto e bonario di Roberto, lo serviva con un piacere quasi visibile attraverso la correttezza austera del contegno.
Oh l'allegra colazione! e che gaiezza intima, squisita metteva la presenza di Roberto in quella sala, ove Elisa soleva talvolta trovare interminabili i pasti elaborati ch'ella consumava, sola, di fronte a quel lusso, nell'apparato austero, quasi oppressivo nel suo cerimoniale immutabile e silenzioso. C'erano i suoi pranzi di amici, è vero, i pranzi delicati, elegantissimi, tanto ricercati, in cui ella presiedeva un'accolta di persone intelligenti, celebri, che andavano a gara per farle provare tutte le compiacenze di un elettissimo ambiente, per darle tutte le soddisfazioni d'amor proprio che un ospite possa desiderare. Pure, cosa le parevano ora, di fronte alla bizzarra gioia che le procuravano quelle colazioni o quei pranzi con Roberto solo, lieto, affamato, che mangiava con tutto lo spensierato appetito della sua età, che rideva di tutto, dicendo tutto ciò che gli passava per la testa, come se fosse in casa sua!
Non si accendeva più il fuoco in sala da pranzo. Era primavera ormai e dalle finestre aperte entrava un'arietta mite, in seno alla quale danzava sussurrando il traforo verde delle piccole fogliuzze nuove sugli alberi del giardino. Erano capitate di recente le prime rondinelle. C'erano dappertutto per la casa tante mammolette ed egli ne aveva sempre all'occhiello un mazzolino.
Era guarito bene ora, stava benissimo. Non portava più il braccio al collo. Della sua malattia non gli rimaneva ora che un leggero dimagramento della persona e questo, affinando ancor più le sue fattezze, pareva averle rese più cesellate e più belle. E attorno alle palpebre, nell'incavo profondo come quello di certe statue greche, l'ombra diffusa, indefinibile pareva essersi più intensa tra il naso profilato e la forma alquanto smagrita dell'ovale. La fisonomia diveniva così più espressiva, assumendo quasi una nuova dolcezza di sentimento.
Mentre egli sorseggiava tuttora il suo cognac, Elisa si alzò, pregandolo di rimanere per fumare la solita sigaretta. Ella darebbe frattanto un'occhiata alla posta del mattino, che aspettava da parecchie ore.
Elisa passò nel suo salotto e trovò infatti giacenti al solito posto i giornali e parecchie lettere. Fra queste una da Milano, di Marcello Plana.
— Ah! — pensò con uno schietto senso di rimorso, mentre apriva la busta con mano tra esitante e impaziente — e io che non gli scrivo più da tanto tempo!
Infatti, era assai trascurata la sua corrispondenza da qualche tempo in qua.
Marcello Plana scriveva breve, senza lagnarsi del suo silenzio. Non era una delle sue solite lettere briose; parve anzi ad Elisa che l'intonazione fosse un po' fredda. Rileggendola, si avvide di un poscritto:
«E il marito di Marina: come sta?»
La lettera le cadde sulle ginocchia, ed un senso di malessere la invase subitamente, mentre un rossore impetuoso le saliva alle guance.
Un ricordo si fe' ad un tratto vivo, imperioso dinanzi a lei. Il ricordo del colloquio che avevano avuto cinque mesi prima, lei e Marcello, in quel salotto... Pensò al sorriso ironico di lui, alle velate parole in cui ella non aveva saputo ravvisare l'ammonimento...
Per un secondo ebbe un vivo rancore verso l'amico, che non le aveva parlato più esplicitamente.
Ma subito un senso di giustizia e di profonda umiliazione corresse in lei quel vago grido di rimprovero... Oh! come avrebbe egli potuto supporre ch'ella potesse dimenticare così la sua età, le convenienze, le circostanze per lasciarsi vincere da una sì insana, sì ingiustificabile, sì sciagurata debolezza?
Visse un istante d'acuta angoscia intima, ripensando a ciò ch'era accaduto in quei cinque mesi, alla progressiva infatuazione del suo cuore, alla cecità colpevole, imperdonabile che l'aveva colpita. Per un minuto fu schiacciata dal senso della responsabilità che pareva essersi a un tratto aggravata su di lei. Poi, coll'intimo orgoglio di una reazione, quasi di una sfida:
— Ebbene, — mormorò. — Soffrirò... ecco tutto... Ma nessuno saprà... nessuno!
Squassò il capo, alteramente, gettando sul tavolino la lettera di Marcello Plana.
Prese le altre non ancora aperte. Su una delle buste ravvisò la calligrafia di zia Balbina. Provò un senso disaggradevole di sorpresa. Zia Balbina scriveva assai di rado. Ma sempre, dalla sua lettera rimaneva qualcosa di spiacevole, un'impressione o dolorosa o umiliante. Stavolta, lì per lì, Elisa non ravvisò subito il carattere solito delle epistole di zia Balbina. Ella scriveva soltanto per invitare Elisa a recarsi per qualche tempo presso di lei.
L'invito sorprese Elisa. Sapeva che zia Balbina le serbava tuttora un certo rancore pel suo rifiuto di andar ad abitare con lei, e le pareva strano che, dopo parecchi anni, dopo un lunghissimo periodo di silenzio, così ad un tratto, ella reiterasse l'invito in quella forma secca, quasi imperiosa:
«Credo che il tuo buon senso non darà luogo ad esitazioni od indugi da parte tua. Ti aspetto dunque infallantemente. Il resto a voce; intanto spero ti sarai convinta che _non sempre_ va errato nei suoi giudizi e nelle sue previsioni il criterio della tua affezionatissima zia
«BALBINA.»
Per un momento ci fu un po' di caos nella mente di Elisa... Ma, poi, un raggio di fosca luce le penetrò nel cuore, col freddo di una lama. Si ricordò l'aspra profezia di zia Balbina: «Credi di cavartela così sola, senza un appoggio, un consiglio. Ma verrà un giorno che ti morderai le unghie e gli altri rideranno.»
Balzò in piedi spaventata. Ridere... gli altri! Di chi? di lei! del suo soffrire!
Strinse le tempia fra le mani... Le parve che una mano brutale, con un colpo subitaneo, la denudasse tutta da capo a piedi, in mezzo ad una piazza ingombra di una moltitudine.
Pensò disperatamente:
— Ma come? come?
Si ricordò ad un tratto di una circostanza. La San Terenzio era intrinseca di zia Balbina. Le due signore mantenevano un nutrito carteggio a proposito di buone opere, di predicatori e simili. Sì, ora si ricordava senza equivoci, senza incertezze. Da qualche tempo in qua, le San Terenzio la trattavano con molta freddezza. Quella mattina stessa avevano, (non c'era dubbio ormai) evitato il suo incontro.
Zia Balbina era stata informata da loro. Certo ella alludeva a Roberto! Ma interpretando sinistramente la familiarità, l'amicizia...
Si arrestò, nella foga stessa dei suoi pensieri. Una voce si levò nella sua coscienza e ripetè come un'eco beffarda:
— Amicizia?
Ma dunque... si parlava di ciò, dunque quello ch'ella credeva il suo segreto era invece il segreto delle signore San Terenzio, di tanti, di tutti... Dunque credevano ch'ella fosse...
Mille piccole futili circostanze a cui non aveva posto mente, che aveva disprezzate, nell'assorbimento della sua nuova esistenza, le tornarono ad un tratto, inesorabilmente, vive al pensiero. Le visite diradate degli amici, una indefinibile e pur sentita alterazione nel modo in cui le parlavano gli uomini, certi sguardi curiosi in cui la riverenza solita era come attenuata da una curiosità ironica, nuova, certi sguardi di signore... Non ne rammentò uno, speciale, velenoso, pieno di ironia, che le aveva rivolto pochi giorni prima la Duchessa d'Accorsi.
Per un momento fu intollerabile l'angoscia di quella misera. E veramente terribile per una donna che, pur avendo scordato per un istante il mondo ed i suoi giudizii, li conosce e sa cosa possano. È terribile il sentirsi ad un tratto, a torto od a ragione, in balìa del mondo e dei suoi giudizii!
— Contessa, — disse all'uscio la voce fresca e sonora di Roberto.
Ma Elisa in quell'istante non l'udì; stava seduta accanto al tavolino, con la testa sprofondata tra le mani, rannicchiata su sè stessa, come inconsciamente ella volesse ridursi al minor spazio possibile, sopprimersi, annientarsi.
La involontaria posa era rivelatrice di una così intima angoscia che Roberto si spaventò.
Le venne presso rapidamente, si inginocchiò ai suoi piedi, e ripetè dolcemente, con un inquieto e tenero appello:
— Contessa! cara Contessa!
Colle mani, le sue belle mani morbide e nervose, cercava di rimuovere quelle di Elisa dalla fronte che esse celavano.
Il volto di lei apparve; apparve anche una contrazione dolorosa, che voleva essere un sorriso, uno sguardo che voleva essere calmo, ma che si tradiva saturo di un dolore ineffabile.
Egli era sempre inginocchiato ai suoi piedi. Una pietà turbata, crucciosa, gli gonfiava il cuore.
— Mi dica cos'ha. Contessa, cos'è accaduto. Suvvia, mi dica... Oh non si crucci così. Sono state quelle letteracce, nevvero, che le hanno fatto pena, che le hanno recata qualche brutta notizia.
Oh la pietà crudele di quella voce dolcemente imperiosa, pressante, che voleva sapere!...
Ella scosse il capo.
— No... no... Nulla, vi accerto.
Ma egli era convinto... Prese la lettera di zia Balbina. Era caduta a terra; la gettò sul tavolino accanto alle altre, cacciandole tutte quante in un fascio.
— Così... — disse. — E nuovamente si rimise come prima, trattenendo le mani che cercavano debolmente di ritirarsi, cercando colla pietà, coll'amore dei suoi sguardi, gli sguardi smarriti che volevano e non potevano fuggire.
— Perchè è così triste? Era così contenta un momento fa... E ora... cosa è accaduto? chi le ha dato pena? perchè non vuol dirmelo?
La voce aveva un tremore sempre più accentuato, una tristezza sempre più dolce, più incalzante.
— Oh, parli, dica, posso far qualcosa? Perchè non mi vuol dire? perchè mi nega la sua confidenza? E lo sa pure, lo sa che io le sono tanto grato, che io le voglio tanto bene!
Oh ella lo sapeva... Ella aveva ravvisata tardi, ma finalmente l'indole della simpatia, della gratitudine che Roberto aveva per lei. Si sentiva amata da lui, da quegli che ella adorava. E per un secondo una gioia intima, acuta le innondò il cuore. Ma tenne il capo chino, stette immobile, padrona di sè, sotto la carezza inebbriante di quella voce, di quelle parole, obbedendo al crudele ammonimento d'un supremo istinto: «Se alzi il capo ora, se rispondi in questo minuto, sei perduta.»
Non si perdette... la calunnia non divenne una verità.
Roberto l'amava; ma era inesperto della passione. Non comprese... non seppe...
Quando rialzò il capo, ell'era già la più forte.
— Si, — disse dolcemente, — queste lettere mi hanno fatto pena; hanno...
Un dubbio colse Roberto. Egli stette perplesso un istante, guardandola non più teneramente, ma con un'aspra perentoria espressione, ch'era anche essa una conferma.
Un nuovo, un immenso senso di gioia colmò l'animo di Elisa.
— È geloso! — pensò.
Gli sorrise con una dolcezza infinita, arrossendo come una fanciulla.
— Oh! no — disse quasi inconsciamente... — no!
Ma subito, subito dopo, si fece seria, pacata, in tutto presente a sè stessa.
— In fondo — disse, alzando lievemente le spalle e rivolgendosi con grande semplicità a Roberto... — sono io che sono una sciocca e che ho torto... Si tratta di pettegolezzi, cose da nulla.
— Sì? — chiese Roberto solo a mezzo convinto. — Ma allora... perchè se n'è crucciata così?
— Appunto, perchè sono una sciocca...
Roberto tacque un istante, guardandola fiso nel bianco degli occhi, mentre ella cercava di trattenere sotto il fuoco di quello sguardo la voluta quiete della sua fisonomia.
— Lei, cara Contessa, è un angiolo, nè più nè meno. Ma ha un benedetto vizio. Di prendersela troppo facilmente per ciò che le dicono, o dicono gli altri.
— Ma Roberto....
— Sì, signora... è proprio così... Crede forse che, quando abbia fatto tanti sacrifici e contentata una massa d'imbecilli, questi le saranno grati o la compenseranno in qualche modo? Mai più. E così, tutto il bello e il buono della vita se ne va... per niente.
— Per niente! — echeggiò una voce di supremo desiderio nel cuore di quella donna!
— Guardi — proseguì Roberto... — faccia come me... faccia ciò che vuole, ciò che le pare. Io, vede, di quello che possano dire o far gli altri non m'importa affatto. È il mio metodo, e me ne trovo bene.
— Ma voi siete un uomo. Roberto.
— E lei è una donna. Ma dev'esser sempre una vittima perchè è una donna? Sacrificarsi sempre, perchè? Si vive una volta sola. Chi ce le ripaga le gioie che non abbiamo saputo godere?
Negli occhi di Roberto s'era accesa una strana intensa luce; le sue mani serravano, tremanti, quelle della Contessa.
Ma ella sorrise, e disse rapidamente, ridendo:
— Oh Roberto, ma questo è un ricordo classico di scuola. Siete un vero epicureo.
E rimase anelante, quasi convulsa, colla contrazione di quel riso fissa sulle labbra.
Roberto arrossì violentemente sotto la sferza di quel ricordo di scuola, gettatogli in pieno volto.
Neppur questa volta ravvisò l'estremo terrore che aveva suggerito a lei come uno scampo, quell'allusione. Un avvilimento lo colse, un'ira contro di lei, contro sè stesso. Con un atto violento afferrò il cappello.
— Buon giorno — disse bruscamente, avviandosi verso l'uscio.
Ma una subita vergogna lo colse a mezza via. Si fermò; guardò quella donna pallida, che gli teneva dietro collo sguardo angosciato, ansioso.
Tornò indietro lentamente. Pareva ora davvero un fanciullo confuso, incerto del perdono.
Quando le fu vicino, stette immobile, aspettando. Essa gli porse la mano senza parlare, ma con una grande dolcezza di sorriso.
— A rivederci — gli disse.
— Mi manda via? — sussurrò egli.
— Oh no! Roberto. Ma è tardi e... devo vestirmi per uscire.
— Oggi, alle Cascine?
— No, non credo, ho molte visite da fare.
— Allora stasera, alla Pergola...?
— Sì... cioè non son certa. Sono un po' stanca. Ecco; domani.
— Sino a domani? È lunga, sa, sino a domani.
Ma non osò insistere. Se ne andò lasciando, ignaro, dietro a sè un'anima affranta da mille lotte contradditorie, e pur già penetrata tutta quanta dal desiderio febbrile, inebbriante di quel domani, che le avrebbe ricondotto Roberto...
XII.
La voce prendeva molta consistenza; non si poteva fare una visita, nè frammettersi in un crocchio, senza udir parlare di quel benedetto matrimonio... Non era per anco dichiarato ufficialmente, ma si dava per certo. Marina Negroni era fidanzata al principe di Hetzengenfeld.
La duchessa d'Accorsi era portata a cielo. Un coro frenetico di entusiastico plauso si elevava da mille bocche, fatte turiboli. Poichè, indubbiamente, il merito della felice manovra era tutto suo. Marina non avrebbe mai saputo da sola, col suo mediocre fascino, tentare una impresa sì incredibilmente audace, raggiungere una sì portentosa fortuna. Ovvero ella aveva ingannati tutti quanti colla sua finta freddezza, colla sua calma imperturbabile. Si era abilmente riserbata per la sorte sognata dalla tacita ambizione. E se l'aveva raggiunta, buon per lei. Il mondo è di chi lo sa prendere.