Part 13
Il cane, che Roberto aveva fatto tacere con una energica scopola, s'era rifugiato sul copripiede del padrone, e di là, raggomitolato nella sua bellissima pelliccia bianca di lupetto, guardava sagacemente, studiandola, quella nuova visita capitata al padrone. Ma dopo un istante, soddisfatto del suo esame, cessò di brontolare. Depose il muso appuntato fra le zampette e chiuse gli occhiuzzi sagaci, pensando che poteva dormire tranquillo. E non aveva torto quel monello di Arnetto. Il suo istinto non lo ingannava. Molti potrebbero trovare ch'egli fosse un cane stranamente illuso, giudicando dalle circostanze... Ma no, per l'appunto.
* * *
Il flemmone si dichiarò davvero e quel povero braccio di Roberto divenne enorme. Il giovane era vinto ormai, sbattuto da quella febbre che lo teneva desto talvolta per notti intere, lasciandolo poi in uno stato di abbattimento e di semi-torpore che contrastava stranamente coll'irrequietezza d'altri momenti. Non era un malato cattivo, nè intollerante del male, ma si seccava molto della forzata dimora a letto, delle ore solitarie che gli parevano sì lunghe, mentre le idee sfilavano rotte, confuse, come una processione scompigliata da un uragano, in quella sua bella testa febbricitante. Si trovava male, a disagio, in quell'appartamento ristretto, privo delle comodità, delle eleganze a cui era abituato a casa sua.
In tempi normali egli passava ben poche ore della giornata in quelle stanze un po' scure, un po' malinconiche, ma ora soltanto, dacchè non poteva lasciarle, avvertiva quanto gli fossero antipatiche. Il suo domestico fiorentino lo serviva bene e con una certa specie di zelo, ma era giovanotto anche lui e colla testa un po' all'aria, e volentieri, quando lo supponeva addormentato, scendeva chiotto chiotto per andare a far quattro chiacchiere dal tabaccaio del canto o coi cocchieri di una vicina rimessa di vetture. Un altro domestico, fissato per la circostanza, era un fior d'imbecille. L'infermiere, mandato da Serristano, aveva una faccia color di gambero e dei capelli rossi. Ora, Roberto nutriva un odio speciale pei capelli rossi! Non voleva dirlo a Serristano e si faceva continuamente delle ammonizioni; ma tant'è, la notte, alla luce incerta della _veilleuse_, quella zazzera rossa chinata per lo più, perchè l'uomo scordava talvolta di star desto, gli faceva l'effetto di un incubo.
Non aveva punto deplorato il veto opposto alla buona volontà di Speroni e C.i di tenerlo allegro durante la sua malattia. Le poche visite di quella lieta brigata gli avevano lasciata una testa tanto fatta. Ma paventava ancor più le visite che ogni tanto si credeva in dovere di fargli la sua padrona di casa, una vecchia pinzocchera, che voleva guarirlo a modo suo, facendogli fare una novena a S. Bobi, e consigliandogli perennemente i rimedi del dottor Pagliano.
Serristano veniva ogni tanto a vederlo e le sue visite liete e confortanti erano care a Roberto. Anche il medico curante era un simpatico giovane, che sapeva il fatto suo e aveva presa grande simpatia per lui; ma aveva una clientela estesissima, non poteva fermarsi da lui che il tempo strettamente necessario e a Roberto le giornate, come le notti, parevano eterne. Non era stato mai malato fuori di casa, e, ricordando in quali condizioni si era altre volte presentato un tal caso, quante e quali cure gli avessero prodigate in famiglia la madre, i nonni, i dipendenti; un confronto si presentava, triste, alla sua immaginazione, e una grande malinconia s'impossessava di lui, mentre cercava dissimularla agli altri e a sè stesso quanto poteva. Pensava con infinito desiderio alle sue allegre passeggiate, ai lieti ritrovi fiorentini, ma più ancora al salotto della Contessa. Nella sua solitudine e nell'eccitamento della febbre, pensava molto anche a lei. Non avrebbe certo osato chiederle di venire, ma quando vide accostarsi al suo letto quella persona sì elegante e sì gentile, quando vide chinato maternamente sul suo quel volto un po' sbattuto dalle passate angosce, ma pur così dolce a vedersi, nella sollecitudine e nella tenera pietà dello sguardo, quando sentì posarsi sulla fronte greve ed accaldata quella mano morbida e fresca, dalla delicata epidermide, egli non la sgridò d'esser venuta. La ringraziò soltanto, baciandole la mano e si abbandonò come un figlio, col senso di una sicurezza, di un benessere al tutto nuovi in lui, alle cure di quella donna. Non pensò ad altro. Poi, lo sappiamo, pensare non era il suo forte.
* * *
La cosa fu presto organizzata e in questo modo:
La mattina per tempo Elisa gli mandava Andrea, il quale, ammesso nella camera di Roberto, stava a sua disposizione per due ore circa, assistendo alla prima visita del medico, tanto da poter fare il suo rapporto alla Contessa. Verso le tre, capitava ella stessa e alle quattro veniva il dottore per la seconda visita, ed ella conferiva con lui.
Poi il medico se ne andava ed ella prolungava la sua dimora per qualche po'.
Roberto amava specialmente quei momenti, in cui egli sentiva tanto benefica, tanto placatrice l'influenza di quella donna. Ella parlava poco, si muoveva pochissimo, non aveva nessuno di quei zeli incomodi, di quelle insistenze crucciose che esasperano talvolta i malati, ma senza ch'ella facesse gran che, tutto pareva farsi più facilmente e meglio da che c'era lei. La camera stessa, quell'uggiosa camera volgare, pareva avere acquistato un nuovo carattere. Ella aveva fatta qualche alterazione nell'ordine dei mobili e degli accessori, recato qualche ninnolo, distribuita meglio la luce, disposto nei vasi qualche fiore senza profumo. Le sue visite erano inesprimibilmente care a Roberto, avrebbe voluto che non cessassero mai. Ma ella se ne andava invariabilmente quando nella camera calavano le prime ombre della sera. Ed egli, col rammarico di vederla partire, pensava dolcemente al domani. I suoi pensieri di malato non erano più inquieti, erano pieni d'abbandono e di una vaga spensieratezza beata.
La sera veniva Serristano, ma neppur egli faceva tardi, e, uscendo dall'abitazione di Roberto, soleva per un istante recarsi da Elisa a darle un piccolo resoconto finale. Ovvero, lo faceva incontrandola in società dove la Contessa doveva pure qualche volta fare un po' di comparsa e dove udiva chiedere sempre con molto interessamento della salute di Roberto Rescuati.
Prima di coricarsi, scriveva a Tecla. Era molto stanca quando si coricava. E dopo aver fatto uno stretto esame di coscienza, prima di addormentarsi e pur già come in sogno, pensava anch'ella dolcemente: domani....
* * *
— Oh! Oh! — esclamò Speroni un giorno in cui, uscendo dalla portineria ove era stato a chieder notizie di quel caro Roberto, si imbattè, sulla soglia, colla contessa Elisa; la quale era tranquillamente avviata, non alla portineria, ma verso le scale.
La Contessa non faceva mistero alcuno delle sue visite. Non osservò neppure l'aria stolidamente attonita di Speroni, nè la mossa incerta ed imbarazzata colla quale egli la salutò. Aveva fretta di salire quel giorno; il riferto d'Andrea non l'aveva al tutto soddisfatta, e sapeva che il medico deciderebbe dell'opportunità di operare il flemmone. Salutò con evidente distrazione, e salì.
Speroni la lasciò salire. Attese un istante per vedere se, avute informazioni più immediate dal domestico di Roberto, sarebbe ridiscesa. Attese a lungo anzi, con una gran paura che la Contessa ritornasse subito.
Ma no... Trascorse quasi un quarto d'ora, ed egli cominciò a gongolare. Una soddisfazione sincera ed ignobile si dipinse sul suo volto... Ora, era certo del fatto suo. Ma che _toupet_ aveva quella donna!
Speroni amava far visite. Era ciò che gli inglesi chiamano a _lady's man_, un uomo da signore. L'espressione è bizzarra e da noi assumerebbe troppa varietà d'aspetti per essere facilmente adottata. Nel caso di Speroni, per esempio, avrebbe definito un uomo che della società delle signore avesse esclusivamente assorbite e fatte sue tutte le piccole viltà, le piccole cattiverie, i piccoli ignobili accanimenti che potessero mai, per avventura, lievemente adombrare lo splendore complessivo del carattere femminile, considerato da tutti i lati del poliedro.
Perciò Speroni provò subito un bisogno immenso di trovarsi fra delle signore e di farle divertire un pochino. Se si scandalizzavano, erano delle sciocche; se arrossivano, delle ingenue; se ridevano, delle donne di spirito. Se qualche volta toccava un'aspra o ben azzeccata risposta, rideva anche lui, ch'era un uomo di spirito alla sua volta. E, ad ogni modo, la novità era in corso e per merito suo.
Quel giorno cominciò a far visite ad ore impossibili e siccome ad ognuna non dedicava che poco tempo, quello necessario per narrare la sua «novità» e raccogliere il primo fiore dei commenti che suscitava, è facile credere ch'egli fornì in quel giorno una discreta carriera di visite. Erano solo le cinque e mezzo quando giunse da Mrss Glengham e in tempo pel suo _five o clock tea_.
Mrss Glengham era un'americana ultramilionaria alla quale non conferiva troppo l'aria circolante per tutta quanta l'atmosfera del Nuovo Mondo. Era un'aria troppo vibrata per i suoi polmoni, malati, poverini! La duchessa d'Accorsi le aveva accordata la sua protezione, e l'aveva sovvenuta dei suoi consigli sul modo da seguire perchè la società fiorentina aiutasse la buona signora a sbarazzarsi d'una incomoda pletora di quattrini, i quali non avrebbero forse, sul luogo della propria origine, osato mostrarsi sì bellamente alla luce del sole.
Aveva già dato parecchi gran balli, dei pranzi di gala e delle _soirées_ intime, alle quali gli invitati si divertivano immensamente; anche un pochino per le _toilettes_ della padrona di casa e per gli spropositi che le facevano piacevolmente dire in italiano. Si divertivano assai delle malinconiche passeggiate, alla ricerca di un cantuccio quieto, del padrone di casa. Mr Glengham non capiva una parola di italiano, e aveva il «porter» malinconico e amico dell'ombra. Lo si trovava ordinariamente a cose finite, addormentato su un divano, o anche sotto qualche tavolo, d'onde poi era difficilissimo il persuaderlo ad uscire.
I _five o clock teas_ di Mrss Glengham erano sempre molto frequentati. Quel giorno, c'era folla. C'era la duchessa d'Accorsi colla figlia, della quale si diceva ormai con molta insistenza che fosse davvero invaghito il Principe regnante di Hetzengenfeld; invaghito al punto di pensare sul serio a sposarla! Ah se faceva questo la Duchessa, se ci arrivava... chi avrebbe potuto negarle l'omaggio di una sconfinata ammirazione?
Il salotto era affollato e ad ogni istante capitavano nuove visite, che rendevano necessari spostamenti di gruppi e allargamenti di circoli. In mezzo alle ricchissime, ma semplici e scure acconciature da passeggio delle visitatrici, spiccava la stravagante e fantastica _toilette d'intèrieur_ che Mrss Glengham si credeva in diritto di sfoggiare ai suoi ricevimenti di giorno. Era qualcosa di splendido e di grottesco ad un tempo e lo squisito taglio Vatteau di quella creazione di Worth faceva assolutamente a pugni colla tozza, enorme corpulenza della donna che l'indossava e che aveva creduto di completarne l'intonazione capricciosa colla innovazione d'un _foulard_ alla creola, negligentemente stretto attorno alla propria zazzera ribelle, che si ostinava a proclamarsi nera, sotto una generosa tintura d'aurocrome. Ma tutti stavano serii davanti a quella stonatura stridente, e il coraggio civile di fargliene i complimenti non mancò a qualcuno. Ed ella era felicissima, contenta di sè e degli altri, gongolante per il novero straordinario delle tazze di thè che avevano in quel giorno irrorati i petti di tanti rappresentanti dell'_high-life_ fiorentina.
A questa gradita sì, ma accaparrante occupazione, ella doveva pure ogni tanto frapporre qualche pausa di riposo; ed allora la sostituiva al tavolo da thè, qualche visitatrice di buona volontà e fra le signorine specialmente si spiegava un gaio zelo di aiuto. Così fu che Marina Negroni, vedendo a un dato momento un po' intralciato il servizio, si offrì a far circolare le tazze e cominciò col recarne di qua e di là, secondo l'occorrenza: cosa non molto facile con tutta quell'agglomerazione di gente e di mobili. Ma ella seppe destreggiarsi benissimo, e aveva quasi sbrigato il suo incarico, quando giunse presso un gruppo di signore e di giovanotti, in mezzo ai quali Neri Speroni narrava, come già l'aveva narrata tante volte in quel giorno, la sua famosa avventura del mattino.
Così n'ebbe piena contezza anche Marina Negroni, mentre aspettava, sorridendo, con una tazza di thè in una mano, con un adorabile bricchettino di Boemia, per la panna, nell'altra. E udì pure al centro del gruppo alzarsi la voce stridente di sua madre. Ella difendeva Elisa e canzonava Speroni.
— Mio caro, siete uno sciocco. Da quando in qua si dicono di queste cose? Può essere una cosa naturalissima. Rescuati è stato raccomandato a quella cara Elisa, e lei, che gli ha fatto sin qui da istitutrice, ora gli fa da infermiera. È nell'ordine.
— Ma come, come? — ribatteva energicamente Speroni, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a ciò che egli riteneva il valore intrinseco della sua novità — come interpretare altrimenti... E poi già, si sa, egli ci andava tutti i giorni sin da prima. Del duello, non si è mai potuto appurare la causa reale. E noi, che per tanto tempo abbiamo creduto... poveri gonzi!...
— Parlate per voi, — interruppe Ginevra, con una sì insolente e fina espressione di canzonatura che tutti si misero a ridere — e lasciate stare Elisa Serramonti, se vi piace. Sapete che non vi può vedere dipinto. Ovvero, provate a battervi e rovinarvi un braccio per vedere se Elisa viene a farvi da suora di carità. Ha tanto buon cuore, sapete!
La sortita della Duchessa ebbe un effetto di plauso e di risa che finì di annichilire il povero Speroni. Ma un altro effetto ebbe ancora. Che, pur difendendo generosamente la sua amica Elisa Serramonti, la duchessa d'Accorsi riuscì ad imprimere nell'animo de' suoi uditori l'impressione assoluta della realtà di ciò che egli, Speroni, aveva solo voluto insinuare.
Una delle signore componenti il gruppo si voltò, avvertendo qualcuno dietro di sè.
Era Marina colla sua tazza di thè, un po' oscillante, fra le mani, ma con un gentile sorriso d'invito.
— Con panna, nevvero, cara Sofia?
* * *
— Adesso — disse Elisa lietamente — siete proprio guarito.
— Le pare? — rispose Roberto dal seggiolone ove stava affondato, avvolto in una vesta da camera orientale, che gli dava un aspetto singolare, niente affatto disdicevole al suo tipo bruno e delicato.
— Mi pare ed è — replicò la Contessa. — Lo ha proclamato il dottore. Un po' di pazienza ancora e il braccio al collo per un po' di tempo e poi starete benone e non vi sarà più traccia delle vostre campagne.
Scherzava, ma aveva in cuore un'angoscia segreta, il pensiero che per l'ultima volta ella era venuta a trovare Roberto in casa sua.
Roberto taceva. Sapeva anch'egli che, dopo quel giorno, non sarebbe più tornata.
— Vorrei essere ancora malato!... — disse con un sospiro.
— Bravo... Mi rallegro. Bell'onore fate alla vostra infermiera! al dottore, a tutti quanti. E non vi bastano trenta giorni di dolori, febbre, tagli, chinino e compagnia bella?
— Sì... — diss'egli. — Ma c'era lei...
Elisa scosse il capo ridendo.
— Ma io ci sono sempre, Roberto; non scappo mica. Fra qualche giorno verrete a trovarmi, e riprenderete la vostra vita solita. A proposito, sapete che siete l'eroe del giorno? Vi preparano delle ovazioni. Sarete perseguitato dall'entusiasmo generale, non vi lasceranno in pace.
— Mi pare ch'ella canzoni alquanto, cara Contessa, — disse placidamente Roberto.
— Ma che, — protestò Elisa, — non canzono affatto. Ve ne accorgerete. E bisogna che vi spicciate di tornare all'onor del mondo. Il carnevale è agli sgoccioli.
— Come... è già finito il carnevale?
— Quasi; era breve quest'anno. Ma è stato brillantissimo. Lo pensavo sempre quando mi trovavo alla sera ad una festa: se ci fosse Roberto...
— Ah! pensava... Allora dunque pensava a me anche quando era nel mondo, quando non era qui?
Sul volto di lui era un sorriso tenero e beato, e la guardava con una espressione, involontaria forse, ma che a lei faceva sempre l'effetto di un brusco richiamo all'idea di un grande pericolo e di un grande dovere.
Ella sentì un moto più rapido dei battiti del cuore. Ma si attenne al sistema adottato. Ignorare...
— Certo, rispose semplicemente — Perchè no?
E prese a narrargli, col suo fare sciolto e quieto, i particolari delle ultime feste, quanto aveva in esse attirata l'attenzione dei curiosi. Il pettegolezzo non era il suo forte, ma ella sapeva, narrandolo, dare all'episodio di società un colore originale e divertente.
Egli l'ascoltò, interessandosi a quanto ella diceva. Senonchè, a volte l'attenzione dello sguardo pareva assorbita più dalla narratrice stessa, che dalla narrazione.
* * *
Egli stava bene ora, decisamente. Aveva superato, mercè la sua robusta costituzione, in un periodo relativamente breve, tutte le fasi di un male non lieve. Ma i dolori prolungati, le lunghe febbri prodotte dal processo d'infiammazione, la dieta prolungata l'avevano indebolito alquanto. La convalescenza era normale. E, cosa strana, egli non la affrettava, nè colla volontà, nè col desiderio, quei due sì validi efficienti al pronto ricupero delle forze giovanili. E in quel momento, per esempio, così mollemente adagiato nel suo seggiolone, colla bellissima testa appoggiata al grande guanciale di piuma, collo sguardo accarezzato da un non so quale riflesso di benessere intimo, egli pareva assorto in una bizzarra e languida contentezza infantile.
Quando ella si alzò per andar via, egli non la trattenne. Lasciò che, per risparmiargli un moto incomodo al braccio tuttora fasciato e raccomandato ad un fazzoletto sospeso al collo, gli rialzasse il guanciale che s'era alquanto rimosso. Per fare ciò più speditamente, ella depose il suo manicotto sulle ginocchia di Roberto. Egli passò nell'interno di quel leggero batuffolo di trine e piume la mano che aveva libera, mentre, attorno alle cartilagini del suo naso affinato dalla malattia, si produceva una vibrazione, l'aspirazione d'un olezzo, sentito coll'acuità di sensazione speciale ai nervi delle persone convalescenti.
Frugò alquanto, sinchè trovò e ne trasse qualcosa con un'esclamazione di gaio trionfo.
— To'... cos'ha qui? dei misteri!
I misteri erano due foglie di violetta che cingevano cinque viole, in numero. Ma viole comuni, la volgare mammoletta del prato.
Si voltò verso Elisa:
— Come, già le viole? È dunque passato l'inverno?
— Oh non ancora. Siamo ai primi di marzo. Ma non è più l'inverno. L'ho avuto stamane, questo mazzolino, dal fattore delle Celle. Me le mandano sempre. È il mio messaggio di primavera.
— Quando mi sono coricato nevicava, e adesso è primavera... — disse Roberto, con accento bizzarramente pensoso.
— Quasi...
Il giovane tacque, odorando il profumo delle viole. Poi chiese:
— Fuori fa freddo?
— No, affatto.
Erano accanto alla finestra. Egli s'alzò e l'aprì. Era la prima volta, dopo tanti giorni.
La Contessa aveva detto il vero; non faceva freddo affatto. L'aria aveva un tepore straordinario, come accade talvolta a Firenze prima ancora che vi giunga la buona stagione.
Roberto aspirò quell'aria fortemente, con avidità. Era un'arietta vibrata, ma sciroccale. Veniva dai paesi caldi, era una di quelle arie inquiete, capricciose, che sembrano sature dei vaghi misteri della terra e del cielo.
La finestra guardava su una corte cinta da tre lati dal fabbricato della casa, e al quarto lato dall'alto muraglione d'un giardino limitrofo. Dalla parte del giardino s'alzava, sovrastando d'alquanto al sommo del muraglione, un mandorlo, i cui rami, privi affatto di foglie, si andavano qua e là costellando di botoline bianche. E nello sfondo cupo di un'anticamera, nella casa dirimpetto, da una gabbia posata accanto a una finestra aperta, giungeva un acuto, giocondissimo gorgheggiare di canerini.
In tutto l'essere di Roberto si operò quasi una trasformazione. Un subito colore roseo subentrò al suo pallore di convalescente. Si eresse sulla persona e le sue nari aspiravano a lungo voluttuosamente quell'aria, mentre un leggero tremore scorreva la sua persona.
A un tratto, quasi inconsciamente, afferrò la mano di Elisa, ed ella se la sentì stretta come in una morsa, si sentì avvolta da uno sguardo di fuoco. Sentì da quella mano sprigionarsi un calore umido di febbre, vide sul volto di lui una rapida contrazione, il succedersi di violente indefinibili espressioni; ebbe il presentimento e il terrore di una esplosione.
Ma egli s'era già dominato; aveva lasciata la mano di lei e chiudeva tranquillamente la finestra.
— È la primavera, — disse, tornato al tutto padrone di sè. — Ecco il suo manicotto, Contessa. Le viole me le lascia, nevvero?
— Se vi fanno piacere... Roberto.
— Sì, tanto...
Ella si dispose a partire e non permise che egli l'accompagnasse sino all'uscio. Volle vederlo seduto tranquillamente nel suo seggiolone. E gli mise accanto un giornale.
— Sarete buono, — gli chiese — non farete imprudenze?
— Sì — rispose il giovane asciugandosi la fronte ancora imperlata di un lieve sudore — io sarò buono... Ma ella non venga più, nevvero... non venga più!
* * *
Egli era affatto guarito: andava, veniva per conto suo, raccoglieva la sua messe a lungo differita di applausi, di mirallegro e di ammirazione. In tutti i salotti era accolto con grandi feste, poco meno che come un eroe. La duchessa d'Accorsi aveva saputo trovare e dirgli qualcosa di molto lusinghiero pel suo amor proprio, qualcosa di così francamente ed abilmente espresso ch'egli ne rimase incantato e dovette pur convenire seco stesso che, dopo tutto, la Duchessa era una persona di molto spirito e di una conversazione assai gradevole. Poi aveva saputo che aveva presa a cuore la cosa. Naturalmente, ciò si doveva attribuire all'interessamento per Carisi. Ma ella sorrise con sì fine ironia quando Roberto gli parlò di Carisi e del suo prossimo matrimonio... Ed il suo occhio grigio ebbe un'acuità finissima, improvvisa, che avrebbe potuto servir d'uncino ad una più lunga conversazione. Ma Rescuati non era, come sappiamo, molto avveduto, nè pronto a cogliere la palla al balzo. E la Duchessa, per così dire, rintascò il suo sguardo, con un sorriso paziente, che Roberto non avvertì.
La contessa Elisa aveva riprese le sue abitudini. Riceveva i suoi amici, dava i suoi soliti pranzi, faceva le sue solite visite. S'era riavuta dal terribile sgomento della sua scoperta. Aveva detto alteramente a sè stessa che non era vero, ch'era stato il delirio, l'immaginazione di un istante, l'opera di una surrecitazione momentanea del pensiero. Una violenta ira beffarda le gonfiava il cuore, ora, quando pensava a ciò che l'era parso per un istante. La malattia di Roberto era venuta in buon punto per tranquillizzarla, per calmare la sua coscienza a torto allarmata. Ella amava Roberto... sì... ma come si amava un figlio, nulla più.