L'ultima primavera: romanzo

Part 16

Chapter 163,615 wordsPublic domain

Aveva assistito al grande ultimo ballo in casa d'Accorsi, aveva veduta Marina, a fianco del suo fidanzato, ricevere gli omaggi di tutta la società, con una calma e una dignità che avevano formata l'ammirazione universale. Era di una bellezza squisita, più marmorea, più olimpica che mai. Il Principe era evidentemente sotto l'impero di un fascino e la sua vecchia faccia di soldato ad oltranza aveva dei luminosi riflessi di orgoglio; il suo busto si ergeva, dando alla persona una marziale rigidità di posa, quando il suo sguardo s'incontrava in quello limpido, grave della sua fidanzata. Si sussurrava di doni favolosi, di feste splendidissime che si preparavano nella piccola capitale in cui egli avrebbe condotta la fanciulla che il suo capriccio imponeva quale sovrana all'arcigna aristocrazia del suo piccolo regno.

Contuttociò, il contrasto degli aspetti era pure spiccato fra quei due, e avrebbe dolorosamente colpito chiunque avesse potuto in quella sera giudicare a mente fredda la realtà brutale o semplicemente illogica di quelle nozze. Ma chi ci pensava?... Un momento la contessa Serramonti (che tutti trovavano molto bella quella sera), si senti il cuore stretto da un senso di compassione. Ma a chi avrebbe potuto comunicarlo? E chi avrebbe compreso quel sentimento, se invano ella aveva tentato di comunicarlo a Marina stessa?

E ora, da qualche tempo in qua, non osava più giudicare, nè condannare. Si sentiva ella giudicata, malgrado il vero, dalla malevolenza, dal cinico scetticismo mondano. Indovinava la insolente curiosità dei più. Sentiva la indagatrice, la insultante nuova forma di ammirazione, tributatale da alcuni; avvertiva che le loro premure erano in realtà sollecitate da quel vago olezzo di scandalo ch'ella stessa sentiva aleggiarsi d'attorno. Capiva che le apparenze, per quanto innocue in sè stesse, militavano contro di lei, che l'accettazione universale della calunnia, sì sottilmente sparsa, la precipitava non solo dall'antico piedestallo, ma all'ipotesi della disfatta aggiungeva una spruzzatura di ridicolo per le speciali circostanze del caso, per la differenza d'età, per l'indole della missione che tutti sapevano esser stata assunta da lei... E tutto ciò gratuitamente, perchè il mondo giudica così, e se ride ha, per ridere, la ragione migliore, quella del più forte. Ed ella si sentiva in preda a questo. E sentivasi altresì ch'ella giocava ormai un gioco pericoloso e crudele, che più volte già s'era trovata bruscamente di fronte a delle eventualità, ch'ella non avrebbe certo, tempo addietro, credute possibili.

Tentava bensì per quanto era in poter suo di attenuare le conseguenze della sua passata imprudenza, dell'incoscienza assoluta colla quale ella aveva dapprima fatalmente trascurata la situazione.

Pure, non doveva dar nell'occhio questo segreto intento; l'intimità ch'ella aveva sdegnato un tempo di temere e di nascondere poi, non doveva parere alterata, bisognava continuare come si era cominciato.

Roberto aveva certo, anch'egli, sentore del sospetto appena mitigato di dubbio, che molti intrattenevano circa l'indole delle sue relazioni colla Contessa. Non faceva nulla per avvalorarlo e i suoi istinti di vero gentiluomo si sarebbero indubbiamente ribellati contro una palese allusione, che nessuno d'altronde avrebbe tentata, davanti alla correttezza del suo contegno e al suo fare risoluto ed indipendente. Noi sappiamo che, nel suo schietto amore per Elisa, c'era quell'elemento di rispetto per la donna amata che sembra quasi il correttivo ed il freno della passione a cui si accompagna. A questo sentimento, nonchè alla disperata risoluzione di Elisa d'ignorare l'amore di lui, egli, o meglio ella, doveva l'eccezionalità delle cose quali erano realmente. Ma con tutto ciò, Roberto era giovane, inesperto dell'incredibile attitudine umana a braccare lo scandalo, ignaro dell'arte consumata colla quale le vecchie esperienze mondane sanno decorosamente, in casi simili, dare, come suol dirsi, della polvere negli occhi.

Indifferente un po' per spensieratezza, un po' per logica naturale di _enfant gâté_, all'opinione altrui, egli non aveva della posizione sua in società, di fronte ad Elisa, quell'intuito preciso che avrebbe forse potuto meglio aiutare entrambi a difendere la situazione.

Nel suo carattere non entrava quel morboso terrore del ridicolo che ha talvolta sulla gioventù un'azione sì bizzarramente paralizzatrice. Prima di conoscere la contessa Serramonti, non avrebbe forse ammessa la possibilità ch'egli, a ventitrè anni, si innamorasse di una donna che aveva sedici anni più di lui; ma dal momento che la cosa era accaduta così per l'appunto, che c'entravano gli altri? La contessa Elisa a trentanove anni era una donna che qualunque uomo sarebbe stato fiero d'amare. E se egli deplorava la differenza d'età, era solo pel timore (giustificato apparentemente dall'intuitivo sistema di difesa della Contessa) ch'ella lo trovasse troppo giovane, troppo ragazzo. Del resto, egli non pensava più che tanto; amava, semplicemente.

Gli pareva dunque la cosa più naturale del mondo di trovarsi con lei quanto più gli tornava possibile, di recarsi in tutti i luoghi ove sapeva che l'avrebbe incontrata, di rimanere, sinchè gli fosse concesso, nel raggio di quella dolce bellezza, nell'agio e nella gioia di quella simpatia, di quell'indulgenza amorosa, che non lo fraintendeva, nè lo tormentava mai.

Provava un senso di malumore quando in società la vedeva accaparrata da altri e non lo celava abbastanza, come non celava abbastanza il buon umore che susseguiva quando, poco dopo il suo sopraggiungere nel crocchio della Contessa, questo si andava talvolta gradatamente assottigliando, sino a lasciare, dopo un certo tempo, il campo libero. Tutto ciò era un poco egoista e crudele, ma in fondo non più biasimevole di quanto lo sia la contentezza di un piccolo naturalista che ha acchiappata una magnifica farfalla e la stringe alquanto perchè non gli voli via, a rischio di ammaccarle un poco le ali. E non lo ha forse detto Lafontaine:

_Cet âge est sans pitié!_

* * *

Elisa soffriva naturalmente di tutto ciò. Era uno dei più gravi capi d'accusa che moveva a sè stessa, quello d'essersi fatta oggetto di siffatte sofferenze. E, a volte, ciò le pareva incomportabile e la causa più assoluta, più urgente della soluzione offertale... dell'unico scampo, la fuga!

Sola, non aiutata, cercava di attenuare gli effetti di quella falsissima posizione. Manovrava dunque perchè egli, in pubblico, le fosse vicino il meno possibile. A furia di ragionamenti, accampando mille pretesti, lo costringeva ad allontanarsi, ora per aiutare la padrona di casa, ora per far ballare questa o quell'altra signora o signorina... Ma quando egli, borbottando, se n'era andato, quando ella da lungi lo vedeva fatto segno alle più festose accoglienze, accaparrato alla sua volta dal più brillante elemento della festa, quando vedeva fissarsi su di lui qualche acuto sguardo di donna, una nuova forma di sofferenza si sovrapponeva a quell'altra e una specie di smarrimento si metteva nei suoi pensieri, un confuso terrore delle possibilità stesse, che a volte ella invocava, quasi imponendo al suo cuore la rude disciplina di accettarle preventivamente!... E il suo ritorno accanto a lei, il primo sguardo in cui ella ritrovava l'imprudente passione, la prima parola che glielo rendeva premuroso, suo, come prima, le parevano una visione, una musica celeste, gettavano nel suo cuore un'intensità sì acuta di gioia che diventava un oblìo di tutto il resto!

Era riuscita quella sera, in casa d'Accorsi, a tenerlo quasi sempre lontano. Non aveva ballato che due contraddanze e un lanciere, e non con lui. Era andata al _buffet_ col Conte e con Serristano, s'era trattenuta a lungo con alcune vecchie signore, e ora prolungava un fine colloquio con Sacha Dzworoff più tisico e più maligno che mai, e sempre incorreggibile nella sua antipatia per Roberto. Appunto in omaggio alla tenacità di questo sentimento, egli si era deliberatamente schierato fra gli ammiratori della contessa Serramonti.

Ciò aveva fatto rider molti. Egli che l'aveva sempre chiamata il Polo nord!... Ma se lo faceva, era, a detta sua, solo per far dispetto a quel ragazzaccio, del quale diceva con sottilissima ironia:

_Aux innocents les mains pleines!_

Strano davvero. Ora Sacha trovava dello spirito in quella donna, un fascino che non aveva mai avvertito e che accendeva in lui delle bizzarre fantasie.

Godeva, come si è detto, di una specie d'impunità. Ed egli usava, abusava anzi, dei suoi privilegi di eterno monello moribondo. E ciò che disse quella sera, con quel suo equivoco sorriso, all'orecchio della contessa Elisa, mentre la riconduceva al suo posto dopo il secondo lanciere, fu abbastanza ardito perchè un senso d'indignazione intima facesse salire alla fronte di Elisa una subita vampa, perchè ella, senza esitare, con una breve, ma non dubbia frase, con un lampo fiero dei suoi splendidi occhi, rimettesse a segno la mala ispirata audacia del giovane. E fu così bella, così nobile, così signora nel suo sdegno che la faccia, già sì pallida, del Russo assunse una tinta livida, ed egli dovette attendere un momento perchè il suo spirito gli suggerisse qualcosa di simile alla solita imperturbabile disinvoltura. Ma non fu un tratto di spirito ciò che gli salì alle labbra, fu una sola, sincera, profondamente detta parola:

— Perdonatemi.

Elisa abbassò su di lui la subita pietà del suo sguardo. Lo vide, qual era, coi segni della morte sul volto, si rammentò essere ormai poco lungi il termine che la scienza presumeva fissato ai giorni di lui. Ed egli disse ancora:

— Perdonatemi. Sapete che muoio e siete così belle, la vita e voi!

La salutò e se ne andò bruscamente. Ed Elisa non la vedrà mai, mai più quella pallida faccia, sulla quale ella sola, Dio sa da quanto tempo, aveva letta poc'anzi la espressione di un sentimento vero, di un sincero rammarico, non camuffato di sarcasmo mendace.

Poichè egli morì quindici giorni dopo, quasi inaspettatamente e con moltissimo spirito!

Ella era rimasta sola per un momento al posto dove Sacha l'aveva lasciata. La sua fisonomia recava visibile la traccia della recente eccitazione. Ma le parve ad un tratto d'essere investita da una corrente d'aria fredda. Si voltò e vide che l'aveva raggiunta la padrona di casa.

Ginevra pareva contemplarla ironicamente.

— Ebbene — le disse — ha messo in fuga anche il mio povero Sacha?...

Era una sofferenza quasi intollerabile, per Elisa, il suono di quella voce stridente. E il solo aspetto di quella donna pareva fugare, irridere quanto nel cuore era il senso esclusivamente suo della vita, del dolore, di tutto ciò che è umano.

Stava per rispondere, ma Ginevra non gliene lasciò il tempo.

— Ah! come è stata carina di non mancarmi stasera; non me ne sarei mai data pace. Ecco Berto Rescuati che viene in cerca di lei.

Il giovane veniva infatti in cerca di Elisa, e la Duchessa, con un sorriso discreto, si mosse per andar via. Ma tornò indietro un momento solo per dire: — A proposito, cara Contessa, la zia è completamente ristabilita, nevvero? Quanto ne sono lieta!

Poi se ne andò, ridendo.

* * *

Elisa rientrava dopo una delle sue lunghe passeggiate mattutine.

Aveva scelte in quel giorno le Cascine, ove non andava più da parecchie settimane, per non incontrarsi con Roberto, il quale soleva recarvisi ogni giorno a cavallo. Nei tempi «inconsci» erano stati per lei uno dei migliori momenti della giornata quegli incontri non concertati nei grandi viali così diversi, nella loro solitudine mattiniera, dell'ingombro chiassoso della passeggiata propriamente detta. S'era attardata laggiù... piena il cuore dell'immagine di lui, memore dell'intuito che, sollecitando i battiti del suo cuore, l'avvertiva quale fra i vari passi di cavalli, ch'ella udiva echeggiare nei viali laterali, fosse per l'appunto il passo di _Thor_, il cavallo favorito di Roberto. Sentiva quel passo farsi più veloce, ad un tratto, quando Roberto l'aveva ravvisata. In un attimo le era accanto, ed era una piccola fermata di chiacchiere. Quando egli ripartiva, faceva impennare il cavallo, lo costringeva a degli scambietti, si compiaceva di tutto ciò che lo faceva figurar bene in sella, nella vanità dolce d'esser così visto da lei, ben sapendo ch'ella gli terrebbe dietro collo sguardo... ma non sapendo ancora quanto ella mettesse, in quello sguardo, della illusa anima sua! A volte, egli mandava ad aspettarlo colà il suo palafreniere, e, raggiunta la Contessa, scavalcava e, affidato il cavallo all'uomo, veniva compagno ad Elisa pel resto della passeggiata. Ed ella _allora_ non sapeva, non temeva, credeva di poter vivere così nella gioia cieca e pura di quelle ore sì belle, in cui il solo accento delle parole di lui bastava per dare al suo orecchio la percezione di una ignota scienza, di tutto quanto havvi di bello, di gentile, di sacro nella primavera dell'umana esistenza, la gioventù!

Ora, la lunga passeggiata l'aveva compita sola. Egli non era accanto a lei, si trovava con tutto il fiore della società mascolina di Firenze ai funerali di Sacha Dzworoff. Elisa rincasava col senso invano combattuto di un indefinibile vuoto, di una lassezza cagionata non solo dal lungo tratto di via percorso, ma anche dall'impressione deprimente della primavera che già si spiegava, mettendo nell'aria dei vaghi effluvi di campagna, degli olezzi indefiniti, che davano al corpo dei piccoli brividi nervosi, e alla mente una specie di assorbimento, d'inerzia, di disarmo. Sceglieva pel suo percorso, anche a costo di prolungarlo, le vie più isolate, per un istinto di solitudine, coll'idea che forse così potrebbe facilmente concretare la forma della decisione ch'essa _doveva_ prendere di fronte a sè stessa a qualunque costo!

Dalla piazza degli Zuavi, costeggiò il viale Principe Umberto, poi si mise per via Luigi Alamanni. Senonchè, presso allo sbocco di questa sul Piazzale della Stazione, s'arrestò ad un tratto, e si ritrasse. Una musica funebre riempiva l'aria di note lamentose, una sfilata di persone vestite a bruno passava, formando corteo ad un carrozzone mortuario, sul quale, completamente affondata in mezzo ad una piramide di mazzi e di ghirlande di fiori freschi, stava la bara di Sacha Dzworoff. Davanti al carrozzone camminava il pope della sua chiesa, seguita da due accoliti e dai simboli del culto greco. Quando passò il feretro davanti allo sbocco della via Alamanni, un venticello fresco spinse in quella direzione un'acuta folata dell'olezzo di quei fiori, e quell'olezzo investì Elisa come se il povero Sacha volesse così, trovandola sul suo ultimo passaggio, salutarla ancora, fare omaggio di ammenda a quella donna che egli aveva offesa, ma di cui aveva sì umilmente implorato il perdono, dicendole ch'egli moriva e che erano così belle... lei e la vita.

Gli occhi di quella donna si velarono di lacrime, ed ella ebbe un pensiero d'infinita pietà per quel morto, che stava per cominciare il suo lungo viaggio verso la Russia, verso il grande sepolcreto di famiglia, ove lo voleva vicino, a portata del suo disperato dolore, la donna che lo aveva partorito! Gelata dietro un crocchietto di popolane, ammirate dello spettacolo, Elisa assistè a tutta quanta la sfilata. E finalmente, quasi in coda al corteo, assieme ad altri giovani, ravvisò Roberto.

Egli non la vide dapprima. Camminava grave, decoroso, col corretto contegno della circostanza. Ma di subito, per un impaccio di carrozze avvenuto alla testa del corteo, questo si fermò... e Roberto svagato, chiamato forse magneticamente dall'appello, dalla fissità rapita dello sguardo di Elisa, mosse il proprio verso di lei, e nel suo quasi nascondiglio... la ravvisò.

Non si mosse, non la salutò. Parve intendere ch'ella non volesse essere avvertita da altri. Scambiò solo con lei un sorriso furtivo d'intesa, così luminoso, così pieno di gioconda sorpresa, di tenerezza, d'ardore che Elisa si sentì penetrata di una dolcezza ineffabile, di un senso folle di letizia cieca, assorbente, irresistibile. E nello sguardo col quale rispose a quello di Roberto... ella... obbliando per un secondo tutto ciò che era l'impressione del momento, mise tutta la sorpresa anima sua... tutta l'inconscia dedizione di sè stessa in un trasporto d'amore vittorioso, senza limiti...

Roberto ebbe come un abbagliamento, le sue palpebre si socchiusero.

Ma la sfilata ricominciava in quel punto, ed egli dovette rimettersi in via senza voltarsi. Dietro quel feretro, camminava lento, grave, colla gioia senza freno di ciò che gli era parsa una rivelazione suprema... una confusa, una appassionata confessione!... E Sacha se ne andava davanti a lui, verso il sepolcro che aveva tanto paventato, nel gelo eterno che fiamma d'amore non discioglie!... E la contessa Elisa, nel suo nascondiglio, palpitava smarrita... inebbriata, con un solo pensiero, un solo istinto!... Roberto.

Collo sguardo folle, inebbriato anch'esso, seguiva nella sfilata il passo di Roberto. Di Sacha, morto, non si ricordava certo, in quell'istante, ma ancora alle sue orecchie, come un inno sonoro di gioventù, di felicità, vibravano quelle parole giustificatrici... assolvitrici di tutto: Siete tanto belle voi e la vita!

. . . . . . .

Quando giunse a casa, erano le undici e mezzo. Appena entrata udì una novità. Che, in assenza sua, un'ora prima, era giunta una signora che il portinaio, nuovo di casa, non conosceva.

La signora aveva detto di mandare alla stazione a ritirare due bauli. Intanto aspettava in sala.

Elisa, entrando, si trovò davanti a zia Balbina.

— La montagna non veniva verso di me, ed io son venuta verso la montagna, — le disse tranquillamente la degna signora. — Spero che andremo subito a far colazione. Ho un appetito formidabile, mia cara Elisa!

XIII.

Per alcuni giorni non vi furono spiegazioni.

La zia Balbina non aveva accennato comechessia ai perchè della sua venuta, non aveva neppure alluso alla sua lettera, rimasta senza risposta. Era venuta per dar battaglia, ma si limitava per ora a studiare il terreno.

L'accoglienza di Elisa fu doverosa, nulla più. Ella aveva sempre avuta un'immensa considerazione pel famoso senno pratico di zia Balbina ed una sincera riconoscenza per le molte prove d'interessamento che n'aveva ricevute, ma in questi sentimenti non era mai entrata la simpatia. Ed un suo innato senso d'indipendenza si ribellava al despotismo un po' sprezzante che era sempre stato caratteristico della zia Balbina.

E poi... sciocchezze, ubbie, ingratitudine forse; ma strano a dirsi, era sempre lei, zia Balbina, quella che veniva a scuotere le persone quando erano in preda al sonno d'un'illusione!... Era lei, sempre lei ad avvertire, a mettere il dito esattamente là dove la piaga era più dolorosa e più celata, lei ad insegnare il rimedio più amaro, la forma di rassegnazione più razionale, più consona al suo ideale di rassegnazione. Essa distribuiva benevolmente i tesori della sua farmacopea spirituale, ma coll'obbligo assoluto di trangugiarli, a tutte le persone che onorava della sua protezione.

Elisa era sempre stata prima fra queste, specialmente all'epoca in cui aveva la buona abitudine di lasciarsi assolutamente consigliare da lei.

A dir vero, questa preferenza aveva subìto una certa alterazione allorchè, rimasta vedova, la contessa Serramonti aveva opposto una imprudente opposizione alla magnanima offerta d'andare a star presso la zia. Ma la zia Balbina era tenace nel generoso proposito di voler far del bene alle persone che amava, anche se queste non fossero state completamente persuase della infallibile efficacia del suo intervento. Ella era assai ricca, e certi altri nipoti che accettavano devotamente i suoi consigli, anche correndo il rischio di una possibile delusione per l'avvenire, avrebbero dato di gran cuore molto del proprio perchè Elisa, con qualche amabile sproposito o in qualsiasi altra maniera, riescisse ad alienarsi un po' di quel formidabile bene che la zia Balbina non mancava di professarle, assieme ad un profluvio di elogi per quella nipote ammaestrata da lei. E quasi quasi, in fondo a quel cuore di benefica virago, c'era un lievito di pia soddisfazione che la profezia emanata dal suo alto senno si fosse un pochino avverata.

Intendiamoci: un pochino, giusto quel tanto che ci voleva per rendere necessario il suo intervento, e persuadere Elisa che talvolta i consigli pratici possono tornare, dopo tutto, non inutili. Perchè in fondo sapeva benissimo, lei... ch'erano tutte ciarle. Figurarsi! Sua nipote! Una donna di tanto senno; educata da lei! Per i ciarlieri basterebbe la sua presenza... Per Elisa una sua parola!...

Elisa la sentiva in aria quella parola sospesa sul suo capo... come la spada di Damocle. Il giorno stesso del suo arrivo, a zia Balbina era stato presentato Roberto Rescuati. Povero Roberto! che sorpresa per lui, trovarsi di fronte inevitabilmente, quella degna signora, che lo guardava attenta, paziente, servendosi qualche volta dell'occhialino, come se si trattasse di un grazioso insetto d'una nuova specie! Era stata piuttosto gentile per lui e s'era degnata di dire ch'era abbastanza distinto, ma c'era nel tuono della sua voce, quando gli parlava, qualcosa di così serenamente sprezzante nell'apparente bonarietà, che Elisa, più ancora di Roberto, ne risentiva delle vere trafitture. La zia Balbina aveva subito assunto con Rescuati un fare leggermente ironico, lo aveva chiamato talvolta: giovanotto, e c'era proprio voluto lo sguardo supplichevole di Elisa a lui rivolto, una specie di sorriso di semi confidenza, perchè egli mandasse giù, in santa pace, l'appellativo.

Il giovane era, come può credersi, potentemente seccato; un'irritazione violenta lo coglieva a volte davanti a quell'intervento inatteso, ingrato, e in cui subodorava un'ostilità sistematica. Quando c'era gente da Elisa, la zia Balbina si permetteva qualche assenza dal salotto, ma non appena era libero il campo, ella, come avvertita da un dispettoso spirito familiare, compariva tosto, sempre elegante nella sua ricca austerità di vestiario, col suo occhialino, col suo ricamo di tappezzeria, colle sue lane. Aveva un vezzo tutto suo di non dare importanza alla presenza di Roberto, di costringere Elisa ad occuparsi con lei di cose alle quali egli non poteva o non sapeva interessarsi: ora le chiedeva il suo parere su un'opera scientifica, ora la intratteneva di vecchie conoscenze, di vecchi episodi. Altre volte, rivolgeva a Roberto una specie d'interrogatorio sugli studi fatti, sulle sue idee a proposito delle questioni sociali, e ascoltava le risposte con un mezzo sorriso distratto, come di un professore che pensa: Quanti punti dargli a quell'allievo? In modo che Roberto, esasperato, finiva per lo più coll'andarsene, recando in cuor suo un vero impeto d'esecrazione per quella donna che nulla lasciava d'intentato per farlo figurare come un ragazzo agli occhi di Elisa. Tale era veramente il piano della zia Balbina. In sè, non sarebbe stato un cattivo piano. Ma nell'attuarlo la donna superiore scordava due cose soltanto: il senso della misura e la forza della reazione.

Roberto si schermiva come poteva, e... tornava.