L'onorevole

Part 5

Chapter 53,572 wordsPublic domain

Follìe giovanili, aberrazioni di cervelli malati!

Da Miralto mancava da circa quindici anni; avrebbe preferito non ritornarvi mai più; necessità di affari ve lo ricondusse: la morte di un parente lontano, il quale lo aveva eletto crede universale del modesto patrimonio.

Dopo quindici anni la piccola città aveva subìto ben pochi mutamenti: le vie intatte; perfino i cartelli e le vetrine delle botteghe immutati; non così gli abitanti, invecchiati o morti; i fanciulli erano diventati uomini, i vecchî non erano più, sostituiti da altri, alla partenza lasciati nel fiore dell’età.

Anche i parenti della sua povera morta avevano raggiunta la loro diletta al cimitero, e la nota, la cara casetta, era abitata da nuovi inquilini, sconosciuti.

Il piccolo Giuliano ormai aveva venticinque anni, dei conti Sicuri ultimo rampollo.

Ettore non aveva riconosciuto nel giovinotto elegante il biondo fanciullo; questi, a sua volta, a fatica ricordò l’amico suo, lo zio d’adozione, che l’aveva colmato di dolci, di giocattoli e di carezze.

Straniero in patria, Ettore, si sentì afferrato da indicibile malinconia, ed un mattino, soffocato dai ricordi, volle recarsi al cimitero per visitare la tomba della giovinetta, sì dolorosamente e sì lungamente rimpianta. Un nuovo disinganno! La pietra sepolcrale, bagnata da tante lacrime, cosparsa di tanti fiori, non esisteva più. Gli eredi non avevano curato di acquistare il terreno in perpetuo e le misere spoglie eran state gettate nella fossa comune.

Altra tomba, di altra fanciulla, sorgeva a quel posto, da altri nuovi fiori, da altre nuove lacrime bagnata.

Ettore Ruggeri, ospite di Giuliano, rincasò malinconico sino al suicidio, confidò al giovane amico la desolazione dell’animo suo, e questi, nell’egoismo della giovinezza felice, per contro gli narrò il suo amore, le sue fidanze colla giovinetta Adele, che presto, fra un anno, avrebbe sposata.

L’amante, nella piena della gioja, non pensava quanto amaro doveva essere il contrasto della propria felicità collo sconforto dell’amico.

Una esistenza che incominciava fra le più ridenti promesse; l’altra che finiva nella solitudine, senza speranze, senza scopo.

— Ti presenterò alla mia fidanzata. Domani, San Giovanni, è l’onomastico della sua mamma; avremo una festicciuola di famiglia, sarai dei nostri... Non sei tu il mio zio? Non ti chiamavo così, quand’ero piccino?

Ettore ringraziò Giuliano, abbracciandolo commosso.

— Sta bene! Almeno avrò un nipote, anzi due, perchè la tua sposa necessariamente diverrà nipote mia il giorno del vostro matrimonio... E mi darete presto dei bei nipotini. Avrò ancor io una famiglia nella tua. Finirò per fissarmi a Miralto. Chi me l’avrebbe detto soltanto jeri! Ed io, che meditavo un nuovo viaggio fra i miei buoni patagoni!

* * *

Anche a Miralto, per quanto la leggenda e le tradizioni nella incivilita Alta Italia vadano perdendosi, la notte di San Giovanni è sacra agli amanti, ai fidanzati. La rugiada di quella notte primaverile è acqua lustrale, acqua benedetta che lava i peccati d’amore e cementa gli affetti.

La signora Giovanna Alfredi, la buona mamma ad Adele, fidanzata a Giuliano, gelosa osservatrice delle tradizioni di famiglia, aveva abitudine di solennizzare con pompa il suo onomastico, non tanto in proprio onore, quanto in omaggio al santo patrono, il Precursore, troppo innamorato o troppo amato dalla bellissima figlia di Erode.

Se il pranzo fu intimo, alla sera il grande giardino di casa Alfredi, illuminato a palloncini tricolori, accoglieva tutta Miralto. La Miralto ufficiale ed abbiente, la _high-life_.

In quella sera, Ruggeri rinnovò antiche conoscenze; nella qualità di ex deputato, ebbe omaggi dalle autorità ed un lungo colloquio col commendatore Cerasi, sottoprefetto a vita, diceva lui con amarezza, raccomandandosi indirettamente all’ex, persuaso che nella vita politica sarebbe rientrato, ed avrebbe usato della propria influenza in di lui favore. Un naufrago che segnala a tutti i piroscafi, anche se passano tanto lontano da non poter avvertire i richiami disperati. Robinson eternamente in attesa della nave liberatrice.

La nuova nipote, Adele, divina nella sua bellezza bionda, dagli occhî cupi, tutta previdenze e cortesie per lo zio nuovo, lo zio d’America, di Patagonia, diceva essa adorabilmente gentile, andava man mano presentandogli le amiche, che facevangli ressa intorno, per avere particolari dei lunghi viaggi; domande ingenue o maliziose sui costumi dei selvaggi, sui loro abbigliamenti, sui loro matrimonî. E risate argentine che rallegravano l’aria, già sì lieta nella limpida serenità primaverile.

Venne la volta della presentazione della signorina Stella Gabelli, una bruna, un Murillo sublime, come giustamente l’avrebbe qualificata cinque anni dopo Guglielmi, il segretario del sottoprefetto.

Veramente sublime, il Murillo, nella geniale irregolarità de’ lineamenti, un capolavoro della natura, che avrebbe convertito al romanticismo lo scultore più classico fra gli imitatori ed ammiratori della fredda convenzionale bellezza greca.

Ma, una bambina di quindici anni, quasi un fanciullo, ancor più ringiovanita dalle gonne succinte, che l’amor proprio materno le infliggeva, a suo dispetto.

Ettore Ruggeri rimase attonito, non seppe articolare una parola, e, dopo la stretta, ritrasse la mano come impaurito.

— È la mia più cara e bella amica, susurrò la fidanzata di Giuliano ad Ettore, per non essere intesa che da lui. Ha un anno meno di me, pure è la mia consigliera... Avrà quindici anni il cinque dicembre.

— Il cinque dicembre? ripetè Ettore. Il cinque dicembre 1873?

— Appunto.

Ettore fece uno sforzo titanico per sembrar cortese e calmo, perchè si sentiva impazzire... Un sogno! Un’allucinazione! Ada! Ada! Come l’aveva conosciuta vent’anni prima. Ada morta da quindici anni, il cinque dicembre 1873... Ada, la cui tomba aveva invano cercata al cimitero... Non era rassomiglianza, identità.

La giovinetta fu quasi atterrita dallo sguardo di Ettore; ma dopo il primo scambio banale di parole, vedendo raddolcirsi la di lui fisionomia, il carattere gajo dominò il sentimento di paurosa soggezione, e come per rompere il ghiaccio, con curioso sorriso chiese:

— Mi ha detto l’Adele che lei è stato tanti anni fra i selvaggi. È vero?

— Tanti anni no, appena due. Fui assente alcuni anni dall’Italia; ma, non sempre fra i selvaggi.

— E da Miralto?

— Sono quasi quindici anni... a dicembre, alla fine di dicembre.

— Non è bello rimanere tanto tempo assenti dal paese nativo.

— Che ci facevo? Non avevo più alcuno. Pochi amici, nessun parente. Giuliano era un bambino...

— Più nessuno? Nessuno? Tutti morti i suoi parenti?

— Tutti!

Ed Ettore fissò lo sguardo nei profondi occhî della fanciulla, quasi per indagare se quella domanda avesse un’intenzione recondita; come per indovinare se sapesse.

Stella, non sapendo reggere alla fissità dello sguardo di Ettore, abbassò gli occhî arrossendo.

Con Adele si erano allontanati dal crocchio delle signore e signorine; silenziosi s’avviarono al parapetto del giardino pensile dominante il Ticino, indovinato appena nell’oscurità dai guizzi lucenti delle limpide e rapide acque, dal mormorìo della corrente. Furono raggiunti da Giuliano:

— Che ne dici, Ettore, della nostra festicciuola? Non sono le feste dei saloni di Roma; ma il Ticino vale il Tevere.

— Oh! di tanto più limpido, se non egualmente glorioso.

Giuliano offerse il braccio alla fidanzata. Stella, con fare da monello, e senza che le fosse offerto, si mise a quello di Ettore.

— Ora, si fermerà a Miralto. Se non ha famiglia, bisognerà farsene una. Lei è ancora giovane.

— Le pare? Quarantacinque anni.

— Quarantacinque! Già, certo, sono molti.

— Trenta più de’ suoi, signorina.

— Trenta!

E contando sulle dita da bambino, con un’adorabile smorfia ripetè:

— Sicuro! Trenta! Chi lo direbbe? Vi sono tanti giovinotti che sembrano più di lei attempati. E poi, tanto stupidi, così manierati...

Come colta da un’idea improvvisa, si sciolse dal braccio del suo cavaliere dicendo:

— Corro da mamma, che, non vedendomi, deve essere inquieta.

Spiccato un salto, agile come capretto, sparì infilando il gran viale, tutto luce e colori, illuminato com’era da miriadi di palloncini.

Ettore, ritornando al parapetto, nel punto più bujo per non essere veduto, nè importunato, i gomiti appoggiati sul davanzale, stette lungamente, lo sguardo perduto nell’oscurità.

— Quale rassomiglianza!

Mezz’ora dopo era ancor là, fissando il bujo. Giuliano venne a chiamarlo.

— Vieni, perdio; ti si cerca dappertutto, e la signorina Gabelli dice che sei ripartito per la Patagonia.

— Ah, ci pensavo! Ho la nostalgia degli oceani... l’Atlantico e il Pacifico, che al capo Horn si confondono; ed in presenza del nostro minuscolo Ticino, bello, limpido come un ruscello da giardino, penso con rimpianto alle rapide furibonde del Rio Negro, alle terribili burrasche dello stretto di Magellano...

— Non è cortese per le signore di Miralto, il preferir loro le patagone. Se lo sapessero, ti caverebbero gli occhi!

La fredda brezza aveva spopolato il giardino, gli invitati si erano raccolti negli appartamenti. I palloncini andavano man mano spegnendosi; i pochi rimasti accesi, agonizzando, mandavan sprazzi intermittenti di luce. Dall’interno il pianoforte intonò un valzer, e dal giardino ormai oscuro, distinguevasi la ridda dei danzatori sfilanti dietro le aperte finestre del salone.

— Presto, presto! disse Giuliano. Ho impegnato il primo ballo coll’Adele.

Affrettarono il passo; ma, impaziente, Giuliano prese la corsa, piantando l’amico per raggiungere la fidanzata, che l’attendeva al limitare del vestibolo, sull’ultimo gradino della scalea del giardino. I due giovani sparirono per confondersi colle coppie danzanti nella sala.

Immobile, la personcina di una giovinetta, rischiarata dai lumi interni, spiccava nel vano della grande porta del vestibolo. Era il Murillo, Stella Gabelli, messa in luce, in tutta la soavità delle forme gentili, dalle curve deliziose, protestanti contro l’abbigliamento quasi infantile. Non attese che Ettore avesse salita la scala; scese ad incontrarlo, e con sorriso tutto innocenza, più indovinato che veduto nella penombra:

— Oh, bravo, signor Ruggeri; lei, che è coraggioso, mi accompagni fino in fondo, laggiù nel giardino. Ho esposto sul lauro il mio moccichino per raccogliere la rugiada di san Giovanni, e d’andarci sola ho paura.

— Paura di che, signorina? balbettò Ettore.

— Non so. Ho paura del bujo e della solitudine. — Nell’oscurità mi pare che mi manchi il respiro, come fossi in una tomba... Oh, ma questa non è oscurità completa, i palloncini, le stelle, e poi c’è lei. Via, mi dia la mano; la precederò, perchè adesso mi sembra che paura ce l’abbia lei.

Infatti la mano, da Ettore porta a Stella, tremava come una foglia al vento. La giovinetta, scoppiando in una risata argentina, si diede a correre attraversando i noti sentieri, trascinando a rimorchio il cavaliere.

Aveva detto giusto, Stella; il lauro era in fondo in fondo al giardino, ed il fazzoletto non era più al suo posto, portato dalla brezza. Cercarono a tentoni, curvi alla ricerca; le loro mani si incontrarono; la lussureggiante capigliatura della giovinetta sfiorò ripetutamente il volto di Ettore; il caldo alito della respirazione di Stella si confondeva col suo, troppo vicini per non urtarsi, e troppo bujo per poter evitare i contatti.

Ad Ettore il sangue affluiva al cuore, che pulsava concitato; come una vertigine... La bambina non rideva più.

Se Ettore avesse potuto meglio discernerla nell’oscurità, l’avrebbe veduta pallida... pallida come la morta.

— Ah, eccolo! gridò la fanciulla. L’ho ritrovato. Quale fortuna! è tutto molle di rugiada... Anch’io l’avrò il mio fidanzato, quest’anno, soggiunse tentando di ridere...

E ammutolì. Poi, dopo breve silenzio:

— Senta com’è intriso.

Le loro mani s’imbrogliarono daccapo, ed Ettore, incosciente, portò alle labbra la gentile, fredda manina della bimba, che lasciò fare, mentre colla sinistra spiccava un ramoscello d’alloro porgendolo ad Ettore.

Ritornarono, non più correndo, lentamente, tenendosi per mano, senza pronunziare parola. Giunti alla scalea, Stella la salì in due salti, e nel salone si confuse fra le amiche. Ettore, riposto il ramoscello, salì al vestibolo... Scorgendo la giovinetta:

— Com’è bella e pallida... L’altra! Ada! La morta!...

* * *

Questo il secondo, l’ultimo romanzo di Ruggeri, ricaduto in piena teoria della perpetuazione dell’io, la teoria dell’identità umana. — No! non era un secondo romanzo; la continuazione del primo, del romanzo giovanile.

Tale fede era piuttosto allo stato di superstizione, non mutando per nulla le di lui convinzioni filosofiche e scientifiche. Un’aberrazione, lo sapeva; pure, in tale aberrazione si cullava volontieri... Ed ormai anche la giovinetta, convinta di aver ricordi d’oltre tomba, rimembranze vaghe di una esistenza precedente, riamava il suo Ettore, come se la morte non avesse interrotto il loro primo idillio; lo riamava, come se egli non fosse invecchiato di quindici anni ed essa di tanto non fosse ringiovanita.

Cinque anni dopo il loro incontro, troviamo Stella a Miralto, Ettore a Roma.

Perchè quella separazione?

Perchè egli, comprendendo tutta la follìa di un amore in tanta sproporzione di età, fuggiva. Infelice nella giovinezza, primavera della vita; infelice nell’autunno.

Una tomba li aveva uniti nella superstizione comune; le esigenze della vita sociale, le stesse leggi della natura li separavano.

— Fra dieci anni, Stella, che ne ha venti, sarà in tutto lo splendore della sua bellezza; io... io, sessantenne. Un vecchio!

Il sacrificio di entrambi.

Questa la ragione dell’esclamazione di Giuliano, quando i due amici si separarono, dandosi ritrovo per il mattino seguente.

CAPITOLO VII.

A Belvedere.

Chi sale la dolce erta di Monte Mario, il più elevato dei colli romani, a mezzo del cammino per giungere alla chiesa, dalla pietà di un De Rossi eretta alla Madonna del Rosario, incontra un edificio a foggia di chalet.

È la trattoria del Belvedere, scelta da Ruggeri per la colazione offerta all’amico Giuliano.

Il nome di Belvedere non mente; dalle terrazze dello chalet si svolge superbo il panorama di Roma; dal Monte Pincio a Monte Cavallo, da Piazza del Popolo al Colosseo; la città Leonina, la mole Adriana, il Tevere, il Gianicolo, San Pietro, il Pantheon, il Campidoglio, Sant’Onofrio, sacro alla memoria dell’infelice poeta della _Gerusalemme Liberata_, martire dell’amore... L’intiera Roma; e, da lungi, i monti Albani, in tutto lo splendore di un dolce meriggio autunnale... L’estate di San Martino del Lazio, indescrivibile nella luminosa limpidità delle sue tepenti giornate.

I due amici si assidevano al desco, appunto quando il cannone di Castel Sant’Angelo annunziava alla città ed al mondo il mezzogiorno... quello di Roma, non ancora germanizzato dal compianto Genala.

La loro passeggiata era stata taciturna. Giuliano aveva troppe impressioni da nascondere ad Ettore, delle visite del giorno precedente, per non guardarsi dalle espansioni; dal canto suo, Ettore era assorto ne’ ricordi evocati, non solo dalla presenza di Giuliano: da una lettera, una dolcissima lettera datata da Miralto.

Entrambi, la mente ingombra, avevano segreti da guardare.

A colazione servita, la conversazione cominciò ad animarsi. Ruggeri nella sua qualità di anfitrione sentiva il dovere di distrarre il giovane amico, pur non rendendosi conto delle ragioni della di lui taciturnità.

Suppose benevolo che la preoccupazione di Giuliano fosse causata dalla lontananza de’ suoi cari e lo invidiò.

La famiglia!... L’amore nella famiglia!

Il sogno, vagheggiato nelle notti solitarie, nelle tristezze quotidiane dell’esistenza di _vieux-garçon_. Ed era con affetto quasi paterno che Ruggeri tentava diradare la supposta malinconia di Giuliano. Il soggetto alle distrazioni non mancava. Roma ai loro piedi, tremila anni di storia dell’umanità.

Roma, grande non solo per le glorie antiche, per ciò ch’è pur sempre. Non la Roma villaggio, sede di una dinastia transitoria, di un governo anomalo, la terza Roma ingombra delle rovine dello recenti crisi edilizie e bancarie, rovine materiali, morali e politiche; la Roma dei papi, capitale della cattolicità... immensa quasi quanto il mondo civile.

Roma Cosmopolis!

La Roma del Vaticano e di Propaganda Fide, la Roma dei credenti, la Città Santa dei pellegrini, l’Urbs dalla quale un vegliardo lancia dogmi indiscutibili e crea santi, nuove divinità da gran parte dell’umanità adorate. Roma sopravvissuta a Bisanzio, la Roma del papato ancor più vitale per la prigionia volontaria de’ suoi pontefici.

— No! no! caro mio, soggiungeva Ruggeri alle obiezioni ottimiste di Giuliano. L’occupazione di Roma, prima dell’avvento di una democrazia federalista al potere, fu una sventura, un errore necessario, inevitabile, fatale; ma un errore. Tentare poi di risuscitare la romanità e di eguagliarla, diceva Ettore additando l’embrione del colossale monumento a Vittorio Emanuele, dominante da Ara Cœli il Campidoglio, è follìa. La romanità è ben morta coll’ultimo dei tribuni, Cola da Rienzo, sublime illuso; la romanità l’hanno lapidata gli ultimi quiriti.

«Di romano, in questa grande necropoli, non rimaneva che il solo Pasquino; il proconsolo mutilato di Palazzo Braschi esulò, per farsi giornalista sabaudo a Torino, esulò venticinque anni prima della breccia di Porta Pia.

«Ha fatto bene ad andarsene da Roma; i suoi inni a Bismarck ed al Kaiser Kœnig, dalla capitale della latinità sarebbero stati doppiamente sacrileghi.

«Il _cactus_ dà il frutto e muore; non si ricostituiscono nuove glorie sulle macerie delle antiche.

«Bibliopolis, la città imaginaria di Charles Nodier, fu distrutta dalle formiche. Le nuove Rome che, ad intervalli di molti secoli, si tentò ricostruire, non furono che opera di demolizione dell’antica, della Roma grande.

«La vedi, la vedi laggiù, la nera rovina?

— Dove? chiese Giuliano facendo riparo agli occhi colla mano.

— Là, fra il Palatino e le alture dell’Esquilino, quasi in direzione di San Giovanni Laterano. L’hai ritrovata?

— Sì! sì! Una massa nerastra, la distinguo benissimo... Il Colosseo!

— Appunto... L’anfiteatro Flavio, cementato dal sangue di migliaja di martiri cristiani, i nihilisti di Roma imperiale; ebbene, minato da ottanta generazioni, da cento rivoluzioni, condannato ad immondezzajo, fortezza smantellata e saccheggiata dai barbari, tempestata dal piombo delle artiglierie medioevali, secolare cava di travertino, è più solido, più grandioso ed imponente del Vaticano e del San Pietro insieme.

«Lo scheletro imperituro di Roma antica... Imperituro, ma scheletro... un fossile! Il genio della rinascenza italiana si smussò in Roma, patria del barocco, infelice tentativo di rivolta contro la severa architettura antica. Nessuno disconosce Bernini; troppo fedele interprete del pensiero del papato, geloso di grandezze inarrivabili, l’artista esimio ha continuata l’opera fatale dei barbari e dei Barberini, accomunando nella distruzione le antichità romane alle medioevali. Ciò che non osò il sommo Michelangelo, l’artista divino, egli l’ha osato. La critica gli sia leggiera, esso pure vittima della fatalità storica, formica demolitrice della grande Bibliopolis.

«Che dire ora dell’arte piemontese, la quale ai capilavori di Bramante e di Michelangelo, ai palazzi della Cancelleria e Farnese, per affermare la intangibilità sabauda in Roma, oppose il palazzo delle Finanze, e ricostrusse, sconciando, o sovrapponendosi alle preziose rovine, rovine nuove sulle antiche, la terza Roma, coi criteri degli architetti di Montecarlo e di Aix-Les-Bains?

«Ove fallì Michelangelo, il quale di grande in Campidoglio lasciò soltanto ciò che non era suo, la statua di Marco Aurelio, potevano trionfare gli architetti di Quintino Sella e di Agostino Depretis? No! Roma antica fu troppo grande, troppo grandiosa la Roma de’ papi, perchè la Corte di Torino potesse accettarne l’eredità.

— La Corte... la Corte di Torino, è l’Italia ch’entrò in Roma per la breccia di Porta Pia! sclamò Giuliano impazientito.

— Te lo concedo... Ma, ti pare che il nuovo piccolo popolo possa gareggiare colle schiaccianti memorie?

«L’Italia in Roma è il Capitan Fracassa di Gautier nel castello diroccato degli avi.

«E poi, troppe rovine da abbattere a nostra volta, millenarie anch’esse, solide esse pure quanto il travertino del Colosseo, rovine, ostacoli, dei quali l’Italia nuova non si rese conto. Quanti miliardi di formiche, quanti secoli per demolirle nel mondo intiero?

«E quale nuova divinità opporrete alla divinità imperante?

«Quale il mito che sorgerà dalla crisi celeste sugli altari abbattuti?

«Perchè gli uomini sono così fatti: eternamente in rivolta, non sanno vivere senza padroni in terra, senza miti nelle nuvole.

— lo non ti riconosco più! sclamò Giuliano scandalizzato. Ragioni come l’arciprete di Miralto, che sostiene l’immortalità della Chiesa.

Ruggeri sorrise e mescendo nel bicchiere dell’amico:

— Bevi di questo Frascati! Moderatamente, perchè ubriaca, come la gloria ed i ricordi delle grandezze romane. Quando per qualche anno ne avrai bevuto, con moderazione, di questo vino eccellente, senza avvedertene avrai cambiato di idee.

«Io non ho mutato di principî, ho soltanto perduto molte illusioni.

«La Chiesa non è più eterna di ogni altra instituzione umana; ma, duttile, malleabile come cera, ha la facoltà di trasformarsi a seconda delle esigenze dei tempi. L’avvenire è della democrazia; ebbene, la Chiesa precede le rivoluzioni sociali e lancia il verbo socialista.

«Finchè aveva il poter temporale da salvaguardare, materialmente debole, il vice Dio era il servo umilissimo dei monarchi; oggi sono i sovrani che ne invocano l’appoggio. La repubblica moderata in Francia gli deve in gran parte l’ultima vittoria elettorale contro i partiti monarchici.

«Il giorno nel quale, in Italia, la Chiesa volesse decisamente partecipare alle lotte politiche, mezzo il Parlamento sarebbe composto di clericali... Non le gioverebbe però, perchè una reazione sarebbe inevitabile. Preferisce minare lentamente i nostri ordinamenti politici, lasciando che gli errori, le colpe dell’Italia officiale facciano il resto.

— Dunque tu credi che Roma ritornerà ai pontefici?

— E chi ti ha detto ciò? Credi tu che vi siano tre matti in Vaticano, i quali vagheggino seriamente il ristabilimento del potere temporale?

«Ci pensi? Le ferrovie, i telegrafi, i telefoni, il giornalismo, un esercito di mercenarî con tutti i terribili e rovinosi progressi delle nuove armi, dei nuovi ordinamenti militari, i regolamenti sull’igiene e sulla prostituzione, l’anarchismo da combattere... Sarebbe il suicidio. Roma ritornerebbe ludibrio, come già lo fu, prima del 1870, quando in piena Europa civile vedevi come a Costantinopoli i cani vaganti cibarsi delle immondezze deposte dagli abitanti sulle porte, in attesa della prolunga del treno militare per portarle al Testaccio o buttarle ne’ pubblici immondezzaî, che ad onore e gloria della teocrazia ingemmavano le strade della Città Eterna, dai nomi pomposi di eroi e cesari, di papi più o meno gloriosi, di dogmi cattolici, di santi e perfino della santissima Trinità. Il poter temporale è ben morto, come i comuni medioevali, come le repubbliche italiane, già sì fiorenti e gloriose. Tanto varrebbe voler tentar un ritorno al feudalismo in Francia.

Giuliano scoteva il capo per diniegare, pur non avendo ragioni da opporre.

— Anacronismo, continuava Ruggeri; il poter temporale era ben morto prima di morire. Non così il papato, dalle guarentigie riconosciuto sovrano. E due re in Roma sono incompatibili. Se Costantino abbandonò le sponde del Tevere per quelle del Bosforo, gli è che la convivenza col vescovo di Roma era divenuta impossibile.

Giuliano sorrise esclamando: