Part 4
Un redattore che stava ad una finestra degli uffici, riconoscendo il noto equipaggio, annunziò burlescamente ai colleghi la visita della contessa Silva, travestita da uomo, con mustacchi biondi. Tutta la banda, sfaccendata a quell’ora mattutina, fu alle finestre e Giuliano scese di carrozza, oggetto alle maligne spiritosaggini di tutto un pubblico giornalistico, ch’egli non avvertiva, nè sospettava.
La contessa Silva si era spesso recata all’_Ordine_, suo consigliere, complice, patrono ed avvocato il direttore in molti gravi affari e recentemente in un famoso ricatto contro una principessa romana dell’aristocrazia bianca. Si trattava di certe lettere fatte sottrarre dal figlio alla madre, al figlio pagate, parte in amore, parte in contante, e poi presentate, per la restituzione, col conto ingrossato di un centinajo di mila lire.
Una bazzecola! Se ne parlò per due giorni, poi le male lingue furono messe al silenzio da una passeggiata in grande equipaggio, eseguita sul Corso, nella evidente massima cordialità, della principessa col piccino imprudente. Poverino! Il sangue non è acqua! Anch’egli aveva diritto di essere molto perdonato per aver troppo amato... la contessa Silva, che, generosa a sua volta, per l’intervento della questura, dovette accontentarsi del pagamento, senz’altro, della lettera di cambio del figlio col cambio delle lettere private della madre.
Giuliano, guidato dai cartelli affissi alle pareti delle scale e seguendo le indicazioni delle freccie, salì al primo piano, consegnò all’usciere una carta da visita, chiedendo di essere ammesso dal direttore.
— Pazienti un minuto, il signor direttore è in conferenza con S. E. Malagoli e col senatore Settembri; sarà presto spicciato, perche il colloquio dura da più di un’ora.
E, l’usciere, cortese, certamente sedotto dalla corona di conte, che illustrava la cartolina da visita, gli porse una seggiola.
— Il senatore Settembri, l’influente ex ministro, patrocinatore di tante ferrovie, pensò Giuliano; Sua Eccellenza Malagoli, sottosegretario alla marina! Aveva ragione il commendatore Cerasi, quando mi disse che il direttore dell’_Ordine_ è un ente superiore al Governo, perchè i ministeri sono transitorî, mentre egli rimane inamovibile.
Giuliano, novizzo, ignaro dei compromessi d’ogni giorno nel mondo politico romano e delle abitudini democratiche delle alte notabilità parlamentari, sì gonfie e contegnose in provincia, fu invaso da un sentimento di profondo rispetto.
La inelegante anticamera nuova, come il palazzo, ingombra di mobili vecchî, usati, coperti da stoffe gualcite, gli parve un tempio; un grand’uomo l’usciere, in atto ossequioso, in aspettativa forse di una mancia, che Giuliano non avrebbe mai osato offrire.
L’attesa fu breve infatti. L’uscio sul quale stava un cartello colla scritta a grandi caratteri: _Gabinetto del Direttore_, si spalancò. Una clamorosa risata a tre inondò l’angusta anticamera, prima ancora che gli esilarati personaggi apparissero.
Giuliano sorse da sedere, osservando con timida curiosità quel triumvirato, sì influente sui destini della patria.
Un vecchio alto di statura, ma curvo, tutt’ossi, in abiti neri mal spazzolati, ampî, troppo ampî per lo scheletro che ricoprivano; calvo, una faccia da faìna, pochi peli sotto il naso, che volevano essere baffi, due occhietti piccoli, incolori, dallo sguardo aguzzo come la punta di un pugnale, Riconobbe il senatore Settembri per la rassomiglianza perfetta colle caricature che gli dedicavano i giornali. L’altro, il sottosegretario Malagoli, aveva l’aspetto piuttosto di un ufficiale di cavalleria in borghese che d’un marinajo, nulla di notevole, una di quelle fisonomie dimenticate mezz’ora dopo la presentazione.
Il direttore dell’_Ordine_ li congedò famigliarmente, trattando col _tu_ il marinajo e con un lei talmente confidenziale il senatore, che si comprendeva accordato all’età, non all’alta situazione del personaggio.
Usciti, Giuliano e il direttore dell’_Ordine_ rimasero faccia a faccia.
Il giornalista, che ormai chiameremo per nome, col nome, almeno, universalmente riconosciuto; il giornalista Ferretti, atteggiato il volto a punto interrogativo, chiese a voce alta, imperativa:
— Il signore, desidera?
L’usciere, accompagnati gli uscenti, tolse d’imbarazzo Giuliano, presentando la di lui carta da visita.
— Oh! il conte Sicuri! Passi! passi! Son dolente che ella abbia dovuto attendere.
— No, no! Non sono qui che da dieci minuti.
— Tanto meglio! sclamò Ferretti porgendogli la mano. Poi facendogli segno di entrare nel gabinetto, rivoltosi all’usciere:
— Non ricevo nessuno! Venisse chicchessia, sono uscito. Ordina la carrozza!
Raggiunto Giuliano nel gabinetto, chiusa la porta con circospezione:
— La sua visita mi fu preannunziata dal commendatore Cerasi, riprese Ferretti assidendosi allo scrittojo, dopo aver porta una seggiola al visitatore.
«Quando è ella giunta in Roma?
— Stamattina.
— Bene! Non ha perduto tempo. Il commendatore Cerasi l’ha certamente informata della gravità della situazione.
Sì dicendo, il Ferretti, fissava gli occhietti grigi, indagatori, impertinenti, nello sguardo azzurro e languido di Giuliano; sguardo distratto, che sembrava non vedesse, anche allorchè fissava intento.
— Sì. Infatti il commendatore teme assai dalla giunta delle elezioni.
— Si capisce. Se al sottoprefetto di Miralto annullassero le sue due elezioni, sarebbe spacciato. Non basta vincere, bisogna affermare la vittoria.
Con fare importante, di protezione, soggiunse:
— Per altro, della sua convalidazione rispondo io. La giunta, emanazione della maggioranza, è sempre ligia al Governo... Ed il Governo sono io! È una grande istituzione il giornale l’_Ordine_!
«I consiglieri della corona si mutano, passano, ed io col mio giornale rimango...
Poi, senza lasciar tempo a Giuliano di metter parola, suggiunse:
— Ci tengo ad esser franco... franco, sincero, fino alla brutalità; quindi ella non meraviglierà, signor conte, se incomincio per dove altri finirebbe. Tre elementi occorrono ad assicurare la vittoria: Denaro! Denaro! Denaro! L’_Ordine_ non è un giornale a grandi tirature.
«Io non faccio l’editore; sono giornalista, il giornale non è scopo, è mezzo... E costa un occhio.
«Se avessi curato la speculazione editoriale, non le terrei tali discorsi; allo stato delle cose è meglio intendersi.
Su quel tono il giornalista continuò a discorrere con rapidità vertiginosa, correndo incontro alle objezioni, alle osservazioni, ai possibili commenti.
— L’_Ordine_ è un avvocato; clienti, coloro che ne invocano il patrocinio. La retribuzione per essere equa non deve misurarsi soltanto all’importanza della causa, anche alla lunghezza della borsa del cliente.
Giuliano, pur assentendo del capo, trasecolava. Cinismo simile non aveva mai imaginato, ed arrossiva per conto proprio ed insieme per il suo protettore. Sapeva fin da prima che qualche migliajo di lire lo avrebbe dovuto abbandonare a quel vampiro; ma non aveva preveduto d’essere con tanta disinvoltura e bonarietà aggredito. Avrebbe voluto far sentire a Ferretti che il continuare era inutile, avendo compreso, e risparmiargli altre spiegazioni... Ferretti ci teneva alle sue teorie e continuava imperterrito. Roma era pur sempre quella di Giugurta: tutto vi si compera, ma tutto vi si vende caro. Tutti i più vieti aforismi sul chi più spende meglio spende, sul sagrificio di un dente per salvare la ganascia, sul _do ut des_, sui compensi ad ogni fatica. E tutto ciò con autorità ed importanza magistrale, come se disinteressato avesse difeso una tesi per convinzione, contro errori e pregiudizî altrui. Quando il Ferretti si riposò, Giuliano imbarazzato rispose che la questione di interesse era secondaria per lui, e comprendendo il dover suo, era lieto di contribuire alla prosperità dell’_Ordine_. Ferretti non lo lasciò finire:
— Oh, per ora, diecimila lire basteranno; per una elezione come quella di Miralto non sono troppe. Tanto più che anche a noi, in Roma, la lotta elettorale è costata assai; non tutti i nostri amici sono ricchi e il Governo non contribuì nella dovuta misura.
Giuliano fu perfetto. La somma gli parve grossa, pure non battè palpebra. Estrasse un libretto di checks, e staccatone un foglio, scrisse la cifra indicata, poi lo presentò a Ferretti, che parve soddisfatto.
Accommiatatosi, Giuliano, fu cortesemente accompagnato fin sulle scale dal suo ospite, il quale lo pregò di passare frequentemente all’_Ordine_, per mantenersi in stretti rapporti e parare, in ogni caso, all’impreveduto...
— E poi, soggiunse, ci tengo, onorevole, a presentarla io stesso al presidente del Consiglio...
Stavolta, Giuliano non potè trattenere una smorfia di disgusto.
Allorchè risalì in carrozza, la politica era molto in ribasso sulla bilancia delle perenni incertezze del deputato di Miralto. Non passò al _Parlamentare_, come aveva divisato, e la lettera scritta alla sua Adele, appena rientrato all’albergo, risentiva di quello stato d’animo. Uno scoramento infinito, simile a quello provato in ferrovia prima di giungere a Novi.
La notte mal dormita influiva sui suoi nervi, e l’impressione dell’incubo non era intieramente dissipata.
* * *
A chi conobbe Alfredo Ferretti, direttore dell’Odine, uomo abilissimo, consumato in tutti gli intrighi, esperto diplomatico all’occorrenza, il di lui contegno tenuto di fronte a Giuliano potrebbe sembrare strano, tanto più che spesso ambiva guadagnarsi gli uomini onesti colla simpatia. Ferretti non poteva illudersi sull’effetto prodotto nell’animo del suo nuovo pupillo, la nuova vittima abbandonatagli, piedi e mani legati, dal commendatore Cerasi.
Era calcolato! Ferretti, con un’affettazione esagerata di cinismo, volle prevenire tutto il male che sarebbe stato detto di lui al giovine cliente milionario. Passata la prima impressione, Giuliano, lo avrebbe trovato migliore della sua fama.
D’altronde, in quell’uomo audace c’era dell’amore dell’arte per l’arte, e qualche volta provava una specie di voluttà nell’atteggiarsi sotto il punto di vista peggiore. Potente, sentiva una soddisfazione maligna nell’umiliare i galantuomini, dei cui destini tanto spesso era arbitro.
Per l’uomo colpito dal pubblico disprezzo, eran vendetta e trionfo i rovinosi compromessi degli ambiziosi, ingenui o raffinati, che a lui facevan capo, guida inevitabile per forzare le consegne dei ministeri, per arrivare al cuore della insospettabile magistratura giudiziaria, su su, fino alla Corte di cassazione, al guardasigilli, per giungere ad intenerire gli alti controlli, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato.
Per lui, il colpito, non una porta chiusa, non serrature abbastanza resistenti: dagli sportelli delle banche agli uffici dei giudici istruttori, ai gabinetti delle eccellenze d’ogni sorta e qualità, fin nella coscienza dei giurati. Munito di non si sa qual talismano, avrebbe fatto crollare le mura del più inaccessibile castello incantato, come già seppe aprire breccie perfin nelle muraglie dell’inviolabile Vaticano, il quale non sapendo sottrarsi ai di lui ricatti, aveva finito per arrendersi, preferendo amico, possibilmente strumento, un sì pericoloso avversario.
Fu allora che l’_Ordine_ si atteggiò protettore della religione, avvocato di un _modus vivendi_, inattuabile, tra Vaticano e Quirinale. La clientela de’ sacerdoti non fu la meno numerosa e profittevole. Consigliere ascoltato in tutte le operazioni finanziarie, lo si additava cogli autori del _crack_ vaticanesco; vittima la corte pontificia della crisi bancaria, nella quale fu travolta mezza Italia.
Ferretti, per quanto forte lottatore e calcolatore insuperabile, aveva finito per ubriacarsi della propria potenza; onde, l’eccessiva audacia, il supremo disprezzo di ogni riguardo, di ogni concessione alle apparenze, dirò meglio, di ogni impostura verso gli onesti o disonesti, deboli o potenti che a lui mettevano capo.
Avido di lucro, era il più abile cacciatore al biglietto di banca, coglieva i fogli da mille a volo, meglio di Buffalo Bill al galoppo del suo cavallo le palle di creta lanciate in aria.
Senza mischianza di sangue orientale, nell’audacia superava i più forti giuocatori semiti. Pazzamente temerario, in borsa aveva dieci volte ammassato cospicui patrimonî, con eguale rapidità disfatti. La rassomiglianza ebraica rivelavasi ancora nel suo sistema di lottare per la vita... per il milione; ai mezzi semplici preferiva i complicati e subdoli; alla via retta, la tortuosa, creando sovente ostacoli che non esistevano, per la soddisfazione, la gloria di superarli.
Nei primi anni di lotta, la lotta per la riabilitazione, aveva saputo anche spendere intelligentemente, a tempo. Creditore di una miriade di _bohèmes_, si era creato un ambiente, se non amico, benevolo, discreto, servile.
Non tollerava emuli; accettava alleati, sui quali lasciava cadere magnanimamente un po’ del riflesso della sua onnipotenza.
Un nemico odiato a morte, un uomo piccolo, come lui, che, come lui, aveva esordito dalla carcere, per motivi non politici, s’intende, il quale di venticinque anni più di lui attempato, e più di lui orientale, era completamente riuscito. Vittorioso sempre, sterminatamente ricco, potente senza vanità ed affettazione, eminenza grigia di tutti i governi di Sinistra.
Quell’uomo era l’incubo di Ferretti, il solo del quale avesse paura.
E poi, nelle ore tristi, quaudo la marea del disgusto gli saliva al cervello, per la coscienza della propria abiezione, in presenza di persone adorate, che avrebbe voluto mettere al livello morale di ogni onesta famiglia borghese, lo invadeva un sentimento di invido furore, nel vedere il nemico, l’odiato competitore, stimato e rispettato, additato come esempio di patriotismo disinteressato o sapiente.
Era la spina in cuore.
Nel tenebroso duello quale dei due rimarrà sconfitto?
L’orientale combatteva dietro gli spalti del silenzio, invulnerabile, lontano dalle polemiche, alieno dal chiasso, dopo una imprudente, trista prova di pubblicità in favore della politica germanica, dopo lo scandalo di certi appalti governativi, che per poco non provocarono una crisi ministeriale. L’orientale evitava porgere il fianco, preferendo lasciar combattere per lui i suoi mercenarî e gli amici, gli ammiratori ingenui; un esercito.
L’orientale, Augusto Dini, doveva vincere necessariamente. Lo sentiva Ferretti? È probabile, perchè aveva paura, lui, l’audace, il Bajardo, il _Sans peur_ dei farabutti.
Altro lato debole: le antiche abitudini nottambule, la passione del gioco. È ben vero che Ferretti vinceva sempre; ma, le notti perdute vincendo al tavolino verde dovevano necessariamente infiacchire la fibra del lottatore, per quanto d’acciajo.
Questo l’uomo al quale l’ingenuo Giuliano affidava il suo avvenire politico.
* * *
Puntuale al convegno, Ruggeri, a mezzogiorno in punto, l’ora convenuta per la colazione, bussava all’uscio del salotto n. 11 dell’albergo del Quirinale.
Giuliano, tuttavia sotto l’impressione disgustosa provocata dall’intervista con Ferretti, avrebbe voluto fingere coll’amico, per non dargli causa vinta di primo acchito; ma fingere non sapeva. I suoi occhî azzurri erano impregnati di malinconia, aumentata dai ricordi d’amore evocati nella sua lettera alla sposa lontana. Se avesse osato, in quel momento avrebbe rinunziato alla deputazione; ma, di risoluzioni energiche non era capace. Il ritorno immediato alla vita privata sarebbe stata la vittoria degli avversarî, de’ suoi detrattori; una diserzione, di fronte agli amici che lo avevano sostenuto. Il dado era tratto! Si sarebbe ritirato poi, come fece Ruggeri, nobilmente, al primo atto meno corretto del Governo, ai cui servigi si era posto. Ora bisognava vincere e per vincere andar fino in fondo.
Ruggeri aveva indovinato lo scoraggiamento dell’amico, pure gli sarebbe sembrato sconveniente insistere nei rimproveri del mattino. D’altronde, egli nulla sapeva della visita al famigerato Ferretti, quindi, a poco a poco, la loro conversazione divagò su tutt’altri soggetti della politica.
Miralto, la monotona, triste, uggiosa Miralto; egualmente cara a Ruggeri, sorridente ricordo di giovinezza, cara ad onta di dolorose memorie. Là riposano i suoi vecchî; là vivono, anzi vegetano, relativamente felici, gli antichi compagni d’infanzia, minuscoli cospiratori contro l’Austria odiata; là i primi palpiti dell’ormai spento patriotismo e i santi entusiasmi. Di là, in una notte buja, l’esodo per il Piemonte, terra di libertà, onde correre alle armi per la redenzione della patria.
Ruggeri, ricordando tutto ciò, il misantropo Ruggeri ringiovaniva, e narrava con eloquenza commossa cose ed episodî cento volte raccontati a Giuliano quando questi, bambino, sulle di lui ginocchia, cogli occhi azzurri intenti, entusiasmavasi alle lacrime per i sublimi ardimenti di Garibaldi.
Servito il caffè ed il cognac, i solleciti camerieri discretamente si ritirarono... Sovvennero le ricordanze più intime. Nel benessere della digestione di un asciolvere eccellente, i gomiti sulla tavola, centellinando la _fine champagne_, alternata col fumo delle sigarette orientali, l’uno, il vecchio, discorreva entusiasta; l’altro, quantunque soggiogato dal fascino dell’eloquenza calda del suo interlocutore, freddo, riservato, meravigliava alla di lui foga giovanile. Concepito al tuonare delle artiglierie, ma ingrandito quando gli entusiasmi erano sbolliti, quando, riconquistata una patria, gli uomini assennati si apprestavano a divorarla, quando i fanciulli, credendo l’opera della redenzione compiuta, consideravano la politica mezzo ad accelerare la carriera, nuova carriera essa stessa, la carriera, sola preoccupazione della nuova generazione, sola meta, Giuliano meravigliava.
La fiamma del sagrificio si è spenta colle delusioni del 1866 e col facile trionfo di Porta Pia. L’uno era davvero l’uomo del passato; l’altro, educato alla scuola positivista, sarebbe stato del suo tempo, se la natura l’avesse meglio costituito per la lotta; alla lotta incapace per la fibra molle, per la gentilezza femminea degli istinti.
E Ruggeri, quasi fosse in tale ordine di idee, a soggiungere:
— Certo il patriotismo è un pregiudizio, municipalismo ingrandito, un pregiudizio di fronte al sentimento umanitario, che vorrebbe una sola famiglia nella umanità, una sola patria sul pianeta Terra; ma, per noi, era la nostra fede, era una religione, la sola nostra religione, co’ suoi profeti ed apostoli, i suoi martiri, i suoi eroi. Che cosa rimane di ideale a voi? L’amore? Anch’esso è mutato, spogliato del romanticismo sentimentale, un po’ mistico, nel quale noi l’avvolgevamo. Anche oggi si ama; anche oggi si muore d’amore, ma di Werther e di Jacopo Ortis non ne nascono più. Si ama altrimenti.
Giuliano avrebbe voluto soggiungere per provare che i Werther sono assurdi e ridicoli gli Ortis; rispettò il silenzio dell’amico, che, d’un tratto, si era taciuto, appoggiando il capo fra le mani, in atteggiamento di sconforto profondo.
Dopo un istante, Ruggeri, surto da sedere e passeggiando concitato per l’angusto salotto, rivoltosi sorridente all’amico:
— Sono un vecchio pazzo. Fortunati voi altri che non avete tante fisime per la testa. Più pratici, valete meglio di noi, incontentabili brontoloni... A proposito, sai che ora è? Le tre! Nientemeno. Tre ore a tavola al mattino, non c’è male; io ti lascio... A domattina, adunque: non dimenticare la colazione a Belvedere.
Giuliano, rimasto solo, scotendo il capo mormorò:
— Povero Ettore!
E dopo breve pausa:
— Povera Stella!
* * *
Stella Gabelli è la fanciulla che appena abbiamo intraveduta a Miralto, compagna alla contessa Adele Sicuri, inseparabile amica.
CAPITOLO VI.
Un racconto di Poe.
Perchè quella esclamazione di Giuliano? Era tutto un romanzo pazzo di amore, di un amore inverosimile, che, _avvolto nel romanticismo sentimentale, un po’ mistico_, accennato da Ettore a Giuliano, formava l’infelicità di due esseri, nati alla distanza di trent’anni l’uno dall’altro, quindi, l’uno per l’altro non nati.
Dissi un romanzo. No! Piuttosto una novella di Poe.
Il 5 dicembre 187... nel modesto cimitero di Miralto i becchini, davanti una folla di donne abbrunate e di tutte le notabilità miraltesi, calavano nella fossa la bara di una fanciulla.
Fra i pietosi accompagnanti la giovinetta all’ultima dimora, Ettore Ruggeri non v’era. La di lui assenza fu tanto più notata, perchè lo si era susurrato fidanzato alla povera morta. Ai più parve sconvenienza; non a tutti. Gli intimi, conoscendo lo schianto per la perdita crudele, scusavano la di lui mancanza ai doveri dell’etichetta necrofora. Come assistere alla convenzionale cerimonia, pazzi di dolore?
E Ruggeri impazziva.
Ribelle contro la morte, non sapeva convincersi che il dolce idillio fosse per sempre spezzato, che la gentile giovinetta l’avesse per sempre lasciato. Recava bensì fiori sulla tomba della fanciulla adorata, ma più che per rendere omaggio alla salma, per richiamarla alla vita colle pazze evocazioni... Sola risposta, il silenzio raramente turbato dai pietosi visitatori di quel triste soggiorno.
Perduta la speranza, Miralto essendogli divenuto odioso, partì alla ventura, colla morte e la sua morta in cuore.
Peregrinando, si diede alle letture più bizzarre, lo strano panteismo di Fichte, la palingenesi modificata dei pitagorici, la teoria dell’_identità_ dello Schelling, spiegata da Locke, che la fa consistere nella permanenza dell’essere razionale. Per _persona_ vuolsi significare un’essenza pensante dotata di una coscienza che accompagna sempre il pensiero. È tale coscienza che ci fa tutti essere ciò che noi diciamo _noi stessi_, dandoci la nostra identità personale. Tale identità è perduta colla morte?
Questo il problema che affacciavasi alla mente sconvolta dell’infelice amante, convinto nella sua follìa che la giovinetta era rinata nell’ora stessa della morte.
Ingegnose ipotesi di filosofi bizzarri, le quali fanno sorridere di compassione la gente assennata, che poi non meraviglia, nè ride dell’ingenuità di quattro quinti dell’umanità conversante coi santi nelle preghiere e in comunicazione diretta colla divinità, per mezzo dei libri da messa; gente assennata e forte contro le superstizioni, la quale non ride, nè meraviglia alle teorie spiritistiche ed alle spiegazioni di alcuni fenomeni nervosi, con tutta una teoria rimessa a nuovo sotto il titolo di Ipnotismo.
Siamo tutti un po’ come i soldati della guerra dei Trent’anni. I luterani si burlavano delle reliquie, dei santini portati dai cattolici nella fede d’essere salvi dalle palle nemiche; per contro, i derisori portavano al collo o cucivano nei cappotti le imagini di Gustavo, l’eroe, le quali dovevano renderli alla loro volta invulnerabili.
Il tempo sana molte piaghe. Ruggeri, passata l’acutezza del dolore, dirò meglio, riacquistando la ragione, trascurò le teorie consolatrici. Tuttavia, nelle vicende di una esistenza agitata ed avventurosa, menata lungi, molto lungi dalla terra natale, esploratore, per conto di una società inglese, nella Patagonia ed Araucania (_Aurocanian and Patagonian exploration land company_), il ricordo della fede professata nei giorni del dolore gli ritornava frequente e la sua mente vi si adagiava con incredula compiacenza. Tra le vicende e le avventure romanzesche de’ suoi viaggi e di nuovi effimeri amori, la rimembranza insieme a quella della giovane morta e della cara Italia lontana, una speranza vaga di incontrarla ancora, la giovinetta tanto amata, tanto rimpianta. Ridente illusione che lo faceva sorridere, castello in aria vagheggiato non colla fede, ma quasi a conforto nelle tristezze profonde della esistenza nomade fra selvaggi brutali e feroci.
Di ritorno in patria, immischiatosi nuovamente alle lotte politiche, per breve tempo deputato, se qualche volta ripensava all’infelice amore, non ricordò più senza un sentimento di scettica incredulità alla perpetuazione dell’identità umana.