Part 3
— L’_Ordine_, gli aveva detto il sottoprefetto, è un alleato indispensabile, onnipotente: fa la pioggia ed il bel tempo. Nulla avviene contro e senza di lui... E poi, con chi sa essere generoso, aveva soggiunto il lungo funzionario, sottolineando con un cinico sorriso la raccomandazione, è anche fedele. Bisogna però avere la cura di non lasciarsi sorpassare da altri in generosità. Il _Parlamentare_, invece, è temibile per il male che può fare, troppo eclettico, non ha influenza seria; non ha amici, perchè ha tradito tutti, ma non è per questo più facilmente abbordabile alle piccole borse. Sull’amico non potendo contare, bisognerà cercare di non averlo nemico... questione di quattrini...
— All’_Ordine_ mi recherò domani, pensò Giuliano, al _Parlamentare_ porterò una carta da visita, come agli altri giornali tutti. Poi, vedremo! Ah! se Ruggeri volesse ajutarmi. Mi accuserà di apostasia e se ne laverà le mani. Lo conosco, il testardo!
Fantasticando sottosegretariati e portafogli, si riaddormentò per non svegliarsi che ai primi crepuscoli dell’alba, i quali illuminavano il deserto preannunziante la capitale.
Il deserto da Grosseto a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma.
Pure quale spettacolo ai bagliori dell’aurora, la sterile, monotona pianura!
Nella interminata distesa, che col mare si confonde, le ondulazioni del terreno vi sembrano marosi pietrificati dal tempo, forse dalla maledizione delle divinità bandite. La malaria sovrana e la desolazione. Alla spiaggia, sentinelle di pietra rovinanti, le torri medioevali poste in vedetta contro le scorrerie dei defunti Saracini... Un turrito castello e poi nulla... pochi alberi e l’orizzonte infinito. Nessuna traccia della operosità umana. Solo segno di vita, rare mandre di cavalli, di bovini guardate dal buttero dal brigantesco cappello acuminato, dalla lunga lancia; immobile, quasi statua equestre di un leggendario Gasparone.
Branchi di pecore, che brucando marciano lentamente, compiendo il loro annuo pellegrinaggio dalla montagna arida e brulla alla sterile pianura, e null’altro.
La vaporiera corre rapida, senza soffermarsi alle rare stazioni, nel deserto perdute, come oasi avvertite dal verde fogliame di pochi eucalipti malinconici; corre a precipizio salutata dai latrati dei cani, guardiani di greggi, dai febbricitanti cantonieri che con mano tremante reggono i guidoni d’avviso, accompagnata dallo sguardo attonito del bove dalle lunghe corna, filosoficamente ruminante.
Contrasto, un cielo cristallino, tutto azzurro, il mare scintillante come d’acciajo brunito e il sole roseo splendente dalle vette del lontano Appennino, festa di luce e di colori, sul cimitero desolato di ville e città, di portentosi ricordi.
Chi mai colla imaginazione potrebbe ricostruire ciò che fu quel deserto? Ove bruca la capra e nitriscono i puledri selvaggi, fra città monumentali, ferveva la vita degli accampamenti romani, là si addestravano le legioni, sorte al percotere del piede del consolo; là si apprestavano le spedizioni alla conquista del mondo.
E le spiaggie, ora inabitate, brulicanti, eran tutto un cantiere; da quelle spiaggie si sposavano al mare le galere rostrate vincitrici di Cartagine! Oggi neppur le rovine, che dico? neppur la leggenda di tanta grandezza. Da Civitavecchia al Tevere, neppure un rudero richiama l’attenzione del viaggiatore. Anche la leggenda esulò, colle popolazioni fuggenti la vendetta dei barbari. La leggenda si è spenta... Il pastore vi canta su ritmi orientali la _Gerusalemme Liberata_; i nomi soltanto delle località rammemorano qualche volta le grandezze antiche, non dal popolo ricordate, esumate pazientemente dall’archeologo.
La locomotiva al ponte mobile di San Paolo rallentò ululando con furore, onde preavvisare l’arrivo del treno, chiedere la via e provocare il segnale.
Il Tevere, Roma!
Giuliano ancor memore de’ studî classici, delle impressioni della sua prima visita _en touriste_ nella Città Eterna, ebbe un palpito d’entusiasmo scorgendo da lungi, illuminate dal sole nascente, le mura dirute, le rovine sparse per la campagna, le lunghe file di archi dei ciclopici acquedotti, ossami della grande defunta; rottami dell’immenso naufragio, rigalleggianti dopo tanti secoli, protesta della morta contro il succedersi di nuove Rome, ricostrutta sulle e colle macerie de’ monumenti, dei templi, dai secoli, dal ferro dei barbari, dalle nuove divinità distrutti. Varcato il ponte in ferro, provvisorio da tanti anni, rovina anch’esso, il treno girò intorno alle antiche mura, e attraversata la via Appia, necropoli grandiosa, dominata dalla tomba di una donna, fortezza merlata, quasi a guardia delle tombe de’ Scipioni, il treno entrava trionfante in stazione.
CAPITOLO IV.
Roma!!
Lo sportello si spalancò e, prima ancora che Giuliano avesse raccolti gli oggetti sparsi sui cuscini e nelle reti del compartimento, due facchini l’avevano invaso, impossessandosi l’uno delle valigie, ajutandolo l’altro a riporre nel portamantelli, alla rinfusa, ogni cosa, a serrarne le cinghie.
Sceso, Giuliano, fece un gesto di sorpresa, di lieta sorpresa da prima, turbata subito da una riflessione dispettosa. Fra gli scarsi aspettanti l’arrivo del diretto, aveva distinto la figura aitante e marziale dell’amico suo, Ettore Ruggeri. Appoggiato ad una vetrata delle porte arcate di uscita, Ruggeri non era in atteggiamento di attesa; piuttosto, all’aria distratta, uno sfaccendato entrato in stazione per ammazzare il tempo. Sembrava non si fosse nemmeno accorto dell’arrivo del diretto. Urtato dai viaggiatori che, carichi di valigie, seguiti dai facchini curvi sotto i bagagli, si affrettavano, pigiandosi all’uscita, Ruggeri, richiamato alla realtà, si trovò di fronte al giovane amico, che abbracciò con effusione.
— Dunque deputato tu pure, mio povero Giuliano? _Toi aussi dans cette galère!_ E la tua Adele, il tuo piccino... e... e...
Ruggeri avrebbe voluto pronunziare un nome, si arrestò titubante...
Giuliano, che, in cambio dell’affettuosa accoglienza, aspettavasi una sfuriata di recriminazioni, si sentì sollevato da un gran peso e riabbracciò l’amico con maggiore affetto, riconoscente d’essere stato risparmiato.
— Tutti, tutti bene... Tutti! soggiunse accentuando con intenzione... Anche la signorina Gabelli. E tutti ti salutano e ti vogliono a Miralto con me, al mio prossimo ritorno.
— A Miralto!? ripetè Ettore, scotendo il capo, malinconicamente diniegando...
S’avviarono alla ricerca dell’omnibus dell’albergo del Quirinale.
— Siamo a due passi; puoi lasciare le valigie e lo scontrino del baule al conduttore; andremo a piedi se non sei troppo stanco.
— Non domando di meglio... La splendida mattinata! Un salto dalla nebbia nell’azzurro...
Ed al conduttore, collo scontrino, porse un telegramma.
— Fate portare il bagaglio al numero 11, che, come vedete, è stato destinato a me.
Passando il braccio sotto quello dell’amico, soggiunse:
— La mia Adele ha voluto che occupassi il numero 11, sai, il salottino e la camera da letto, a pian terreno, il nostro nido di sposi novelli. Dice che in quella cameretta la ricorderò più spesso. Capriccio gentile che mi sono affrettato a soddisfare... A proposito, le ho promesso di telegrafare subito. Le annunzierò, col mio arrivo felice, il tuo incontro fortunato.
— C’è un ufficio telegrafico qui di faccia, sotto i portici; la trasmissione sarà più rapida che dall’ufficio ferroviario; ti aspetterò al vicino caffè... Non dimenticare i miei saluti.
— Per tutti?
Ruggeri non rispose, e Giuliano, temendo di aver indispettito l’amico coll’insistenza importuna, tacque imbarazzato. Dopo una breve pausa:
— E tu, Ettore, hai voluto spingere la cortesia fino ad alzarti a queste ore provinciali, per venire ad incontrarmi. Davvero sono dolente di averti prevenuto del mio arrivo. Tu, tu, nottambulo, alla stazione a quest’ora!
— Oh, non mi devi ringraziamenti. Soffro d’insonnia, abito qui, in via Cavour, e il diretto di Milano mi sorprende spesso sotto la tettoja della stazione, ove vado a bere il caffè mattutino. Venti centesimi d’ingresso e posso illudermi di essere a mille miglia da Roma. Tutte le stazioni di ferrovia si rassomigliano, e trovo modo, essendo a due passi da casa mia, di convincermi di essere lontano da Roma, colla scelta fra il Cairo e Pietroburgo, fra Parigi e Londra, fra Londra e Calcutta.
«Più o meno grandiose, più o meno pulite (quella di Roma è certamente la meno) più o meno animate, le stazioni si assomigliano tutte, come i carabinieri, i negri, i preti ed i cani barboni.
«Viaggio senza muovermi, colla imaginazione riprendo le mie peregrinazioni, nelle spire di fumo della sigaretta rivedo lontani orizzonti, rievoco i ricordi de’ miei viaggi, fantastico di spedizioni future... Quanti drammi, quanti idillî si rivelano all’osservatore nel via vai dei viaggiatori di una grande stazione! Il bel romanzo che potrei scrivere se scrivere sapessi!
Giuliano sorrise... Dopo breve pausa, fissando in volto il vecchio amico, come per assicurarsi che parlava da senno, tanto gli pareva mutato dall’antico gioviale tutore:
— Scrivere! Non sai scrivere tu, che conti volumi a diecine?
— Scrivere! E chi non sa scrivere? Altro è la prosa da me scodellata alle società geografiche, narrazioni di viaggi, statistiche, osservazioni geologiche, etnografiche, idrografiche... altro un lavoro d’arte!
«Se sapessi esprimere ciò che fantastico, comporrei certamente un capolavoro.
Ed arrestando l’amico sulla soglia dell’ufficio telegrafico, non avvedendosi della di lui impazienza, desioso com’era d’inviare subito il saluto alla sua Adele, Ruggeri, come se avesse continuato il monologo interrotto dall’arrivo del treno, soggiunse:
— Tutta la vita sociale moderna mette capo alla stazione di ferrovia. Veicoli i treni di idillî felici, di drammi strazianti, di romanzi pazzi, di gioje, di speranze, di disinganni e dolori infiniti, a tutta forza di vapore delle caldaje ad alta pressione, precipitanti nell’ignoto. Se Lesage tornasse al mondo, non farebbe camminare più come un gatto il suo Asmodeo, sui tetti scoperchiati; lo porterebbe là, sotto la tettoja di cristallo.
Ed afferrando il braccio di Giuliano, quasi temendo gli sfuggisse:
— Non hai pensato, continuò coll’occhio smarrito, che fissava senza discernere, non hai mai pensato, allorchè vedi sballottati indifferentemente dai facchini inconscienti i sacchi delle corrispondenze postali, a ciò che quei sacchi contengono?
«Le urla strazianti di tutto un manicomio in rivoluzione, disperazioni forsennate, sospiri, lacrime, sangue. La cupidigia dell’avaro, le viltà dell’ambizioso, le illusioni dell’adolescente innamorato, i sospiri della fanciulla, baci di amanti, e adulterî, ed estremi addii di suicidi e delitti e inganni d’ogni sorta; menzogne, fors’anco verità ed espansioni felici. Ma, certamente, più sospiri e lacrime e sangue, di sorrisi e canti d’allegrezza.
Ruggeri, rimessosi a braccio dell’amico, lo rimorchiava lontano dall’ufficio telegrafico continuando:
— Milionari e miseri, tutti, come al cimitero più tardi, si danno ritrovo alla stazione. Carovane di emigranti che per vivere vanno a morire oltre all’Oceano,. esuli della fame; villaggi intieri di deportati dalla spietata tirannia dell’esattore, dalla rapacità dei ricchi. L’ignoto sorride loro e serenamente l’affrontano, incuranti dei disagi e dei disinganni che li attendono, certi che non vi può essere miseria di quella che fuggono maggiore. Vecchî, fanciulli, donne, spesso col sacro peso fra le braccia di un lattante, scortati qualche volta dal curato, pochi robusti lavoratori. Sui loro volti, corrugati dalle fatiche, dalle privazioni, dalla febbre, la rassegnazione. Se ne vanno lieti, senza un rimpianto per la patria matrigna. Se ne vanno curvi sotto il peso delle poche masserizie e dei loro cenci, colle loro superstizioni in cuore, dèi penati. Se ne vanno di treno in treno, caricati e scaricati come bestie da macello, se ne vanno, anelanti al mare, a Napoli, ove finalmente, se non furono traditi dall’agente, potranno imbarcarsi per... per l’_autre rive!_ Ove sia e cosa sia non sanno...
«Convogli di mietitori, mietuti alla loro volta dalla malaria delle Maremme e della Campagna romana, ritornanti al loro natìo Appennino, non meno miseri, non meno infelici di quelli che partono, per non rivederli mai più, i sereni laghi lombardi, le alpi natali.
«Noi, credendo far opera civile, ci studiamo di togliere loro perfino la speranza nei compensi di una vita avvenire, la fede nel loro dio... Opera civile, ma crudele.
«Balzac redivivo completerebbe la sua _Commedia Umana_ alla stazione di Roma, che ha il privilegio sulle altre d’essere visitata ogni anno da duecentomila fra turisti e pellegrini. Visitatori delle rovine pagane e della Mecca cattolica... Oh Balzac! Il grande libro che ti sarebbe serbato, se tu ritornassi al mondo!
Un gesto d’impazienza dell’amico richiamò il sognatore alla realtà:
— Oh Giuliano! sciamò ravvedendosi, l’insonnia mi esalta come l’alcool, ti trattengo e tu sei sulle spine per l’impazienza di telegrafare...
«Via, affrettati, guadagna il tempo che ti ho fatto perdere. Ti aspetterò laggiù, ai tavolini del caffè, sotto i portici... Vedi? Laggiù!
— Decisamente, Ettore non è piu riconoscibile, pensò Giuliano, mentre scriveva l’affettuoso saluto alla sua Adele.
Dopo brevi istanti raggiungeva l’amico sorseggiante distratto un gran bicchiere d’assenzio diluito nell’acqua.
— Come, ti sei dato a quel veleno? sclamò Giuliano scandalizzato.
— No, non allarmarti... Quando ho le idee tristi, l’assenzio le rasserena, ma non ne abuso. Col lotto, l’assenzio sostituisce per noi l’_hascis_ degli orientali. Il lotto ti apre la speranza alle vietate ricchezze; nell’iridescenza opalina di un bicchiere d’assenzio, per poca imaginazione che tu abbia, puoi intravedere qualche cosa di meglio del paradiso di Maometto...
«Per altro, a te, felice, non consiglio tali rimedi eroici. Essi non valgono che per noi, veterani di una generazione del sentimentalismo morboso, figli di un secolo cominciato nel 1859, finito nel 1870. I tuoi vent’anni in meno ti mettono a riparo dalle nostre peripezie morali. Siete pratici voi; noi non siamo stati che dei sognatori.
«Colpa di Byron, di Musset, di Dumas e di cento altri sommi del secolo d’oro della letteratura francese. Tutta roba che voi disdegnate. Anticaglie! Per essere moderni bisogna parafrasare Orazio e Catullo.
«Eravamo de’ _bohèmes_ e la maggior parte di noi ebbe il torto di rimanere tali. Voi siete nati nel secolo della ragione. Ci vogliamo bene, non ci comprendiamo!
Sì dicendo, quasi pentito della nuova espansione, stese con affetto la mano al giovane amico, che la strinse con effusione. Poi ravvedendosi:
— Tu non pigli nulla? Una tazza di caffè?
— Ora che non c’è pericolo di incubi, la prenderò volontieri, rispose Giuliano, passando la destra sulla fronte, come per scacciare l’importuno ricordo del sogno della notte... Ma, affrettiamoci, perchè, comprenderai, ho mille cose da spicciare.
— È giusto, sei stanco del viaggio, e ti trattengo. Gli è che mi pareva di avere tante cose da dirti... Ma, non ora... Tante domande da farti, sulla tua elezione improvvisa, sui misteri che l’hanno originata.... sugli amici di Lombardia. Oh, Giuliano, io non ti voglio amareggiare la vittoria... Ma, sai come ti qualificava jeri un giornale umoristico? Giuliano l’Apostata!
«E sai quanto durerà questo ministero?
«Forse tre mesi...
«Mi dirai che i ministeri passano e i deputati restano... Il destino ti salvi dalle viltà, dalle miserie di un deputato della maggioranza _quand même_.
Giuliano bevette il caffè senza rispondere; ed avviatisi, i due amici giunsero all’albergo del Quirinale, quasi senza avere interrotto il silenzio... Appena qualche scambio di osservazioni sulle nuove costruzioni della nuova Roma, sulle rovine nuove dell’Esedra, incompiuta, contrapposta alle millenarie rovine delle terme di Diocleziano.
— A mezzogiorno! disse Giuliano.
— Sì, ad un patto, che domani sarai tu il mio invitato. Ti condurrò sulle alture.... Dall’alto considererai meglio gli splendori e le miserie della città eterna.
CAPITOLO V.
Il sottoprefetto Cerasi e l’amico Ferretti.
Il lungo funzionano di Miralto era stato veramente provvidenziale per il suo giovane protetto. Non solo gli aveva ottenuto il riservato della Mediterranea, favore eccezionale per un neo eletto, ed aveva tempestato i giornali ministeriali della capitale e della provincia di fervorini laudatorî del suo deputato; lo aveva anche munito del viatico di una dozzina di lettere di presentazione per alcune notabilità parlamentari. In gran segreto, per il giovane prelato, monsignor Arrighi, ed una per la contessa Morin, antica ninfa Egeria di un defunto ministro di destra, tuttavia influentissima. Protettrice un tempo dello stesso sottoprefetto, la cui carriera amministrativa, brillantemente incominciata, era stata spezzata il 18 marzo 1876 per l’avvenimento della Sinistra che non gli perdonò i precedenti, un po’ troppo clamorosi, nelle repressioni che illustrarono i ministeri Menabrea e Lanza... rose e fiori in confronto di ciò che la così detta Sinistra doveva fare di poi.
Ma il torto vero del sottoprefetto fu di non avere avuto fede nella Sinistra, e di aver cospirato contro, ravvedendosi soltanto all’inaugurazione del trasformismo di Depretis, il quale, sorpreso dalla morte, non ebbe il tempo di rimunerare degnamente il nuovo san Paolo, convertitosi, invero, un po’ troppo tardi al vangelo trasformista. Ora sperava nella stella di Giuliano.
Giovane, ricco, simpatico, munito, per di più, del titolo di conte, che non guasta anche in piena democrazia, abbastanza spinto per difendersi brillantemente in società, non abbastanza ingegno e carattere per osare di spiccar solo il volo nelle alte sfere.
Lo impensierivano l’avversione della contessa Adele per la politica e l’amore immenso da Giuliano nutrito per la sposa, la quale, o presto o tardi, nel duello fra l’ambizione e l’amore sarebbe rimasta vincitrice. Il sottoprefetto conosceva il suo uomo dagli occhî azzurri, l’incertezza personificata. Bisognava quindi distrarlo da’ suoi affetti di famiglia, eccitare in lui il sentimento della vanità, non abbastanza pronunziato.
Importante quindi, per sorvegliarlo da vicino, essere richiamato da Miralto a Roma, lasciando comprendere a Giuliano, che dalla capitale gli potrebbe essere assai più utile nelle future elezioni. Il sottoprefetto sapeva per esperienza che molti funzionarî si immobilizzarono, rovinando la propria carriera col rendersi necessarî nelle piccole località, nelle quali rimangono relegati in perpetuo per eccesso di zelo. Bisognava quindi instillare a Giuliano, perchè lo provasse al Governo, che la situazione del sottoprefetto di Miralto, dopo l’accanita lotta elettorale e le pressioni esercitate, era divenuta insostenibile. Una volta di ritorno a Roma, il sottoprefetto sentiva la forza di rimanerci e sognava già piantare l’asta negli uffici di palazzo Braschi, come il centurione romano sulle alture del Gianicolo.
Per ciò tutte quelle lettere. Lanciare la sua creatura nel gran mondo politico, ove avrebbe trovato sirene allettatrici, ove la vanità assopita si sarebbe risvegliata, facendosi egli, immeritatamente negletto, vivo a sua volta colle personalità politiche, raccomandando sè stesso colla presentazione del pupillo.
Un’altra preoccupazione del degno funzionario: la intimità affettuosa nella quale erano stretti Giuliano e l’ex deputato Ettore Ruggeri....
Un matto, uno scapato, un misantropo allegro, anomalìa ed anacronismo insieme, ostinantesi giovane a cinquant’anni; dimissionario alla Camera per protesta contro il viaggio di Vittorio Emanuele a Vienna. Ruggeri, intransigente, radicale, amico della famiglia Sicuri, dei parenti e degli amici loro, festeggiato come figliuol prodigo durante le sue rare apparizioni a Miralto, era pericoloso.
La prima battaglia era vinta; ma, ne rimanevano ben altre da combattere, anche senza tener conto del giudizio della giunta delle elezioni.... Un vero gioco di dadi!
E Giuliano, ben lontano dal sospettare di essere perno alle ambizioni del sottoprefetto Cerasi, appena liberato, diciamo così, quantunque egli non avrebbe osato confessarlo a sè stesso, appena liberato dall’importuna compagnia dell’amico Ruggeri, si affrettò a mutar d’abiti e ad ordinare una vettura di rimessa, convinto da buon provinciale che una semplice botte numerata lo avrebbe menomato.
Il sottoprefetto trionfava.
Bisognò attenderla tre quarti d’ora, la tanto desiderata carrozza; frattanto, impaziente, Giuliano percorreva a passi concitati i sei metri quadrati del salotto n. 11.
— Sono le dieci e tre quarti, ho dato ritrovo a Ruggeri per mezzogiorno; in causa del ritardo della maledetta vettura, non avrò tempo di far nulla!
«Finalmente! esclamò quando il _boy_ in berretto gallonato venne ad annunziargli che la carrozza era pronta.
Un grazioso equipaggio. Meglio adatto ad una signora che ad un giovinotto, non monta! Livrea, finimenti, il legno, inappuntabili. Il cavallo, un bel bajo vigoroso, vivace.
Se Giuliano avesse potuto supporre che fino a jeri, da un anno, quella _victoria_ era inevitabile in ogni angolo di Roma, ad ogni ritrovo pubblico, dal Corso a Villa Borghese, alle Capannelle, a Tor di Quinto, dal Pincio a Piazza San Pietro, a tutte le porte delle chiese aristocratiche, agli ingressi di tutti i teatri, sarebbe stato meno soddisfatto.
Equipaggio di una famosa orizzontale, il giorno innanzi salpata da Brindisi per Alessandria, confortatrice dello _spleen_ di un diplomatico inglese, avrebbe poco lusingato l’amor proprio del neo onorevole, il quale, se l’avesse saputo, avrebbe certamente preferito la disdegnata botte numerata.
Poveri provinciali, che cosa possono sapere essi, appena sbarcati nel gran villaggio pomposamente intitolato la Città Eterna?
Inchinato dai due portieri sfolgoranti d’oro, da mezza dozzina di fanciulli in berretto e giubba gallonati, l’onorevole conte Giuliano Sicuri salì in carrozza gettando allo sbarbato cocchiere l’indirizzo del giornale l’_Ordine_: Via del Bivio.
Il bel bajo si spiccò al trotto serrato scendendo per breve tratto la Via Nazionale, infilando poi l’erta delle Quattro Fontane.
Una mattinata meravigliosa, vie superbe, l’azzurro denso, profondo, quasi cupo, del cielo di Roma, che può rivaleggiare vittoriosamente colle sorprendenti serenità di Napoli, un sole splendido, senza essere molesto; tutto ere festante in quella superba giornata; il cielo, la terre, gli abitanti.
Trent’anni, deputato, sessantamila lire di rendita, la più bella e la più amante delle spose, un bimbo deliziosamente angelico!
Non era una semplice vetture di rimessa la sua, ma il carro del trionfatore corrente rapido sulle ruote della fortuna per le sacre vie di Roma, dell’alma Roma, eccezionalmente popolose in quel mattino, tutto azzurro e luce. Giuliano si sentiva rivivere, come se uscito da una tomba. Lo afferrò al cuore un senso di pietà per gli sventurati, abitanti fra le nebbie della monotona Miralto.
Pensò di lasciarla per sempre, di richiamare immediatamente la famiglia.
— E quel Ruggeri! Sempre brontolone, sempre malcontento, aveva l’aria di rimpiangere la mia elezione. Decisamente invecchia! Invecchia anche lui, l’eterno giovane, e vorrebbe infondere negli altri i suoi rimpianti, le sue malinconie. D’altronde, perchè innamorarsi, il filosofo, alla sua tenera età?
«Vada lui, a Miralto, invece di voler costringervi gli altri. La sua dea è là; perchè rimanere in Roma?
«Povero Ettore! ripensò dopo un istante Giuliano, punto da rimorso per lo scatto di ribellione contro l’amico.
«Ma, alla fin fine, pensava, non era un sentimento perdonabile? Fra loro la distanza di venti anni, la più assoluta differenza di caratteri... E poi quel Ruggeri da qualche tempo era divenuto veramente insopportabile, vedeva tutto in nero, un malato di manìa persecutiva.
La _victoria_ si arrestò al portone del palazzo del giornale l’_Ordine_.