L'onorevole

Part 2

Chapter 23,509 wordsPublic domain

Il destino volle altrimenti. Sullo scorcio dell’ottobre, il conte Sicuri ricevette la visita del sottoprefetto, il quale, scusandosi dell’ora indebita, le nove del mattino, disse dovergli fare una comunicazione di somma importanza.

— Una comunicazione di somma importanza a me? chiese meravigliato Giuliano.

— Precisamente, a lei... Non si impensierisca. Le sono buone notizie, tanto che non volli tardare a comunicargliele. La fortuna vien dormendo, ed io ho sollecitato per recargli la buona novella al suo svegliarsi, soggiunse con fare malizioso lo sperticato funzionario.

Poi, dopo essersi sdrajato in tutta la sua longitudine nella poltrona, cortesemente additatagli da Giuliano:

— Indovini di che si tratta! Gliela do in mille.

E stette sorridente col capo appoggiato allo schienale, in attesa che il suo Edipo sciogliesse l’enimma.

— Metterei inutilmente il cervello alla tortura, perchè davvero non riesco ad imaginare neppur lontanamente di che cosa possa trattarsi, rispose alquanto allarmato Giuliano, il cui volto esprimeva maggiore inquietudine che curiosità. Dica, signor sottoprefetto, dica senza tanti preamboli. Buona o cattiva, la notizia, preferisco saperla subito.

— Mi permetta prima una domanda.

Giuliano approssimò la sedia al sibillino funzionario, aderendo col gesto.

— Non ha ella mai pensato a portarsi candidato alla deputazione?

— Mai! D’altronde ho compiuti i trent’anni da tre mesi appena... Se mai, il tempo ce l’ho davanti a me.

— Ah, li ha compiuti! Meno male! Ella mi leva una spina dal cuore. Temevo fosse ineleggibile per l’età. Dopo nuova, lunga pausa il sottoprefetto riprese di scatto:

— Se le offrissi la candidatura di Miralto, garantendole con novanta probabilità su cento la riuscita, l’accetterebbe?

— Io?! sclamò Giuliano sbarrando gli occhi, al colmo della sorpresa. Io? Che le viene in mente, signor sottoprefetto? È impossibile! D’altronde non otterrei cinquanta voti.

— Non si preoccupi di ciò. Ai voti ci pensiamo noi.

— Lei sa ch’io sono amico del Bertasi, il candidato radicale; siamo compagni d’infanzia. L’atteggiarmi a di lui competitore, ora che la sua candidatura è posta con tante probabilità di riuscita, sarebbe una cattiva azione.

— In politica non vi sono amici, replicò sentenziosamente il funzionario, accavallando le lunghe gambe, che l’imbarazzavano più che mai, per il livello bassissimo della poltrona. In politica vi sono alleati od avversarî, alleanze o inimicizie temporanee. In politica non vi sono cattive azioni. Creda alla mia esperienza. Nella politica ci sto da trent’anni.

Giuliano, poco edificato dalle teorie del sottoprefetto, preferì non rispondere, ben deciso di non adottarle ad alcun patto. Si limitò a sorridere, diniegando del capo, come per dire: Ella non mi convince!

lì tentatore non si diede per vinto, levò dalla tasca in petto del burocratico palamidone un foglio che porse a Giuliano.

— Un telegramma di Stato diretto a lei, firmato dal ministro La Fossa. Ma, è cifrato, per me è peggio che arabo. Che ci ha a fare in tutto ciò il ministro d’agricoltura e commercio?

Il sottoprefetto gli presentò un altro foglio:

— Quello è il documento originale, questo ne è la traduzione.

Giuliano lesse:

«_Commendatore Cerasi, sottoprefetto_

«MIRALTO.

«Firmato decreto destituzione sindaco comune Roncallo per indebita ingerenza elettorale, avendo raccomandato candidato radicale.

«Urge contrapporre subito candidatura Sicuri, per informazioni assunte persona gradita. Intendasi prefetto. Garantisca nome mio deposito Stalloni, prometta intangibilità pretura, arginatura domandata.

«_Ministro_ LA FOSSA.»

— Che vuol dire tutto ciò e come mai posso essere io gradito al Governo, io, che pur astenendomi dalle lotte politiche, ho sempre e notoriamente professate idee democratiche?... E come c’entra il ministro d’agricoltura in materia di elezioni?

Il funzionario tentatore non potè trattenere un sorriso di compatimento. Paternamente soggiunse:

— Si vede, signor conte, che ella si è completamente disinteressato della politica, altrimenti saprebbe che il ministero attuale è eminentemente democratico. I voti trionfali delle ultime sedute precedenti lo scioglimento della Camera, segnarono la ricostituzione della Sinistra. Il ministero è più radicale di lei, signor conte. Non badi agli uomini, veda i programmi, e il programma ministeriale è: _non imposte, pareggio colle economie, democratizzazione della finanza, discentramento amministrativo, guerra ai moderati_... Reazionarî, continuò il sottoprefetto per conto suo, i quali con astuta simulazione ostentano liberalismo maggiore di quello della nuova antica sinistra storica.

— In tal caso, perchè combattere con tanto accanimento il candidato Bertasi, il quale è pure un radicale; perchè destituire il sindaco di Roncallo, colpevole di averlo appoggiato?

— Apparenti anomalìe elettorali, le quali hanno la loro ragione, la loro logica, nelle anomalìe parlamentari. Se in alcuni casi è necessario tener conto de’ programmi e non degli uomini, in altri, viceversa, bisogna trascurare i programmi di quegli uomini, che ci sono o ci possono essere utili, e che apertamente o in segreto ci servono. Per un Governo intelligente il deputato non è che un voto. Il programma per gli elettori non conta, quando il voto sia assicurato al Governo. Vi sono radicali e radicali. Un eminente uomo di Stato li distinse in migliori e peggiori. Migliori quelli che votano per il Governo; necessariamente i peggiori sono gli altri, i quali, rinnegando le loro origini, non sdegnano votare colla opposizione di destra, contro il ministero.

— Io dovrei schierarmi coi migliori.

— Certamente! Con termine più moderno, ma non meglio appropriato, fra i legalitarî, un vivajo di sottosegretarî di Stato, un semenzajo di ministri. L’avvenire infatti deve essere dei legalitarî, continuò il sottoprofetto non senza lasciar trasparire un zinzino d’ironia. Pochi, ma buoni. Affermandosi radicali conservano la popolarità in piazza; ministeriali, hanno l’appoggio ed i favori del Governo; legalitarî, cioè nella legge e per la legge, sono benevisi a corte, garanzia il loro ossequio allo Statuto, legge fondamentale, alle istituzioni, alla dinastia.

— Dunque il competitore Bertasi?

— Dei peggiori! Votò colla destra contro il ministero nella passata legislatura, si ostina a dirne male ne’ proclami e nei discorsi; necessario, quindi, eliminarlo. Ecco perchè le propongo la candidatura di Miralto a nome del Governo.

— Del ministro di agricoltura, che mi pare dovrebbe entrare come i cavoli nelle cose elettorali.

— Ella è nell’errore. Anzitutto i depositi stalloni dipendono da lui, e per Miralto è questione di somma importanza. Il ministro La Fossa, poi, è uno specialista distintissimo in materia elettorale. Se non è ministro dell’interno gli è perchè quel dicastero, a cui era designato, se l’è voluto serbare il presidente del Consiglio; ma, le elezioni furono a lui affidate, sono da lui preparate. Egli è il perno su cui si aggira il suffragio universale, lui la molla della volontà del paese.

Il sottoprefetto sorrise ammiccando co’ piccoli occhî grigi sormontati dalle folte sopracciglia.

— Vede? il telegramma non passa neppure per la via gerarchica del prefetto! E se il ministro telegrafa direttamente a me, è perchè il ministro sa quello che si fa.

«Gli uomini dalle economie vorrebbero abolire le sottoprefetture!! Sarebbe come se nell’esercito si volessero abolire i sottotenenti ed i luogotenenti, per aver soltanto dei capitani. Se ne accorgerebbero il giorno della battaglia.... Le nostre sono battaglie elettorali.

«Col sistema rappresentativo, caro conte, i gregarî alla difesa delle istituzioni siamo noi... Combattiamo senza gloria e senza compensi... E di morti non ne lasciamo pochi... nelle crisi ministeriali.

Riscaldandosi, il sottoprefetto con un gran sospiro continuò:

— Ero alla vigilia di essere nominato prefetto; venne il 18 marzo 1876, e dalla Sinistra fui sbalestrato in Sardegna, poi in Sicilia; nomade per dieci anni come uno zingaro, sottoprefetto a vita, pure servo con eguale amore la Sinistra che mi ha rovinato... È vero, soggiunse con un sorriso maligno, che rovina anche l’Italia!

Il commendatore, avvedendosi di aver detto troppo e di aver dimenticata nella foga delle recriminazioni la sua missione, si arrestò osservando con trepidazione l’interlocutore, che a sua volta appariva turbato alle indiscrezioni del poco diplomatico ambasciatore.

Giuliano stava per parlare, quando il commendatore, sorgendo di scatto da sedere, si svolse in tutta la sua lunghezza ed in atto di congedarsi soggiunse:

— Signor conte, non sono tanto indiscreto da pretendere una risposta immediata. Rifletta; abbiamo tempo sino a domani. Venni io stesso da lei, ma è bene non mi vedano. Gli avversarî potrebbero indovinare lo scopo delle mie visite... La aspetterò al mio ufficio fino alle cinque pomeridiane... Ma, non più tardi di domani...

E senza lasciar tempo a Giuliano di aggiungere parola, si accommiatò, accompagnato fin sullo scalone dall’ospite, che non seppe formulare un rifiuto immediato o reciso, come avrebbe voluto.

— Avrò modo domani! pensò.

Per conto suo il commendatore Cerasi se n’andò punto contento di sè.

— Lo affrontai troppo brutalmente prima, ho chiacchierato troppo dopo. Se avessi insistito per una risposta immediata, sarebbe stata negativa. La notte porta consiglio e domani si arrenderà a discrezione. Lo conosco il conte, l’incertezza in persona... Ha gli occhi azzurri come le bambole di Parigi; tutti così gli uomini dagli occhî cerulei.

«Se rifiuta, è un disastro. Ove trovare altro candidato che possa avere la minima probabilità di riuscita?

Rientrando, il sottoprefetto fu affrontato dalla sua metà.

— E così?

— Il tuo candidato non sembra entusiasta della nostra proposta.

— Rifiuta?

— Oggi avrebbe rifiutato... Non gliene ho lasciato il tempo... Domani assentirà.

— Se ne parla a sua moglie, vi si opporrà. La conosco quella smorfiosa. Cadrà in isvenimento al solo accenno di dover separarsi per un giorno dal suo Giuliano. Bisognava strappargli subito l’assentimento, subito e per iscritto.... Già, ti ci sarai preso a rovescio. Per farti merito gli avrai mostrato il dispaccio del ministro... Bisognava parlare in nome di un gruppo di elettori, l’assentimento del Governo doveva venir dopo.

Il lungo funzionario chinò il capo senza osare replica; la sottoprefettessa misurò con sguardo compassionevole in tutta la gigantesca statura il marito:

— Un uomo politico tu? Decisamente di uomini politici non ci siamo che noi donne! Morirai sottoprefetto. L’avrai voluto, bene ti sta!

— Ti dico che accetterà, credilo a me. Alla contessa non ne parlerà. Se avesse avuto realmente intenzione di rifiutare non avrebbe aspettato fino a domani. La proposta di una candidatura non è mica di quelle che si buttano via così a cuor leggiero, quando si hanno trent’anni ed i quattrini per sostenerla.

— È ciò che vedremo... E se accetta, il signor Bertasi l’avrà a fare con me, sclamò la sottoprefettessa alzando il pugno in atto di minaccia contro un nemico invisibile. Io sarò una lavandaja; ma lei sarà un candidato bocciato!

Il domestico annunziò pronta la colazione, i due conjugi passarono nella sala da pranzo e si assisero al desco meditabondi. Dopo un istante la sottoprefettessa ruppe il silenzio.

— E se non accetta?

— È a ciò che pensavo anch’io.

— Subito un altro candidato! Bisogna trovarlo.

— È presto detto! Di candidati pronti ce n’è a carra. I candidati possibili sono rari come le mosche bianche. Un candidato ricco, per di più, perchè il Governo non può o non vuole spendere. E poi, lo sai, a Miralto, escluso il radicale, non può riuscire che un nemico del Governo: a noi occorre un _legalitario_. Il conte Sicuri colla sua indole mite, le costanti incertezze è un legalitario nato... Gentiluomo, non sarebbe ingrato verso di me se ottenessi di farlo eleggere. Il candidato ideale.

— Ora lo dici. Tu non ci avresti pensato, dovevo trovartelo io.

Il sottoprefetto chinò il capo sul piatto, non osando contraddire la consorte, messa di malumore dalla incertezza.

* * *

In quella stessa ora Giuliano mentiva, la prima volta, alla sua Adele.

Per appagarne la curiosità sulla visita mattutina del sottoprefetto, le disse trattarsi di una serata di beneficenza organizzata dalla moglie di lui...

Giuliano aveva arrossito e si era impappinato raccontando la fiaba.

Adele non insistette; ma, fissando gli occhioni cupi in quelli di Giuliano, che abbassò lo sguardo, parve gli dicesse:

— Perchè tenere segreti con me?

Muto rimprovero e perdono ad un tempo.

— Vi sono affari nei quali noi donne non dobbiamo immischiarci, pensò. Pure, quale necessità di mentirmi? se la sottoprefettessa avesse voluto raccomandare la imaginaria serata si sarebbe rivolta a me. Ci vediamo tanto di frequente.

Ben presto Adele seppe la verità; non da Giuliano. Dalle amiche, dai famigliari, chè tutta Miralto era tappezzata da manifesti raccomandanti la candidatura di suo marito.

Quindici giorni dopo, il presidente dei presidenti delle sezioni elettorali proclamava eletto il conte Giuliano Sicuri.

In quella breve lotta, lotta dell’ultima ora, erano rimasti sul terreno, col candidato Bertasi, quattro sindaci, tre consigli comunali al completo; in compenso erano state largite cinquanta croci di cavaliere della corona d’Italia, decretata l’arginatura tanto invocata dai miraltesi, ed una benefica pioggia di biglietti di banca aveva confortato molte miserie e rallegrato tutti gli osti del collegio. Qualche coltellata la sera precedente l’elezione, ma neppure un morto. Pochi vetri rotti, pochi perchè l’intervento de’ carabinieri fu pronto ed energico. Non un arrestato fautore del candidato del Governo; la legge è eguale per tutti, specialmente nel periodo elettorale!

La vendetta della sottoprefettessa era compiuta, e quanto accanita la lotta, altrettanto clamorosa la vittoria, sì clamorosa che gli entusiasmi parvero universali... Ma, quale strascico di odî nei sopraffatti, al successo ribelli!

CAPITOLO III.

In viaggio.

Il diretto 61 che portava seco il deputato Sicuri arrestavasi a Novi per congiungersi col treno proveniente da Torino. Giuliano stava componendosi il letto per la notte, già fitta ed ancor più fitta per la densa nebbia, allorchè alcuni viaggiatori, inavvertito il cartello appeso alla maniglia della portiera, fecero atto di salire nel di lui compartimento.

— Riservato! disse Giuliano.

— Riservato! gridò il conduttore.

— Accidenti ai deputati, sclamò uno dei viaggiatori di cattivo umore e, indispettito, gettò a terra le due valigie che portava a mano. Sono cinquecento ed ingombrano tutti i treni come so fossero diecimila!

— Viaggiano a ufo! soggiunse un altro.

Il conduttore pose fine ai piati de’ malcontenti, chiudendo rumorosamente la portiera del riservato, ed appollajando alla meglio i sopraggiunti in un altro carrozzone.

— Vedono, che c’è posto per tutti! soggiunse.

Giuliano non si era per nulla irritato alle apostrofi scortesi... Anzi sorrise lusingato. Finchè era rimasto a Miralto non si era reso conto della sua nuova situazione. L’elezione gli era sembrata un sogno. Da quel momento si sentì realmente deputato, come se la giunta dell’elezione lo avesse già convalidato.

Quell’incidente mutò corso alle idee tetre che gli avevano ingombrato il cervello fin là. Sdrajandosi lungo il sedile fra gli scialli:

— Deputato, mormorò... Deputato!

Se la cortina non fosse stata tirata sul cristallo della lampada, un testimonio avrebbe potuto sorprendere sulle labbra di Giuliano un sorriso fatuo di soddisfazione.

— Uno dei cinquecento! Cinquecento appena su trenta milioni di abitanti! La più alta magistratura, colla carriera spalancata a tutti gli onori, a tutte le cariche... Perchè no? Col tempo ministro! Presidente del Consiglio... Pochi hanno incominciato presto come me... Povera, buona, gentile Adele! Ministressa... Rinverrà dalle sue ubbie!

«La Camera è sovrana, ognuno di noi rappresenta una frazione della sovranità in Parlamento; inviolabili, onnipotenti nei nostri collegi; rispettati, riveriti, temuti dalla burocrazia. Emanazione diretta del suffragio universale, quale posizione sociale più elevata della nostra? E poi i larghi orizzonti, l’esistenza gaja e animata della capitale, invece di intristire nella noja, fra i pettegolezzi di una piccola città di provincia... E dire che fui incerto nell’accettare... Al primo discorso mi imporrò... Al primo discorso! Un brivido gli corse per l’ossa... Il primo discorso!

L’artista di teatro esordiente, il giovane avvocato alla vigilia della sua prima arringa, il liceale al suo ultimo esame per il passaggio all’università, il laureando alla tesi finale da pronunciarsi nell’aula magna dell’ateneo, sono certamente meno preoccupati del deputato neo eletto al pensiero del suo primo discorso alla Camera.

Quanti ingegni fallirono in Parlamento alla prima prova! Quanti non osarono tentarla, schierandosi nel grosso battaglione dei deputati muti, comparse che votano.

— Il primo discorso! Mi affiaterò ben bene. Lo pronunzierò solo quando sarò ben sicuro di me!

La vaporiera frattanto, muggendo, ansando con frastuono di terremoto si inabissava nelle viscere dell’Appennino, per sbucare pochi minuti dopo nel versante opposto, dalle alture della ridente valle Polcevera.

Quale spettacolo gli si presentò improvvisamente!

Dall’opaco, umidiccio nebbione, lasciato addietro, a Mignanego, a Ronco, nella valle Scrivia, colla rapidità di un mutamento di scenario in un ballo del Manzotti alla Scala, era passato alla più serena e tepente fra le notti autunnali.

— Ecco finalmente il cielo d’Italia! pensò Giuliano, mentre abbassava il cristallo per ammirare dalla vertiginosa altezza del superbo viadotto il panorama della valle, con magnifici palazzi e ville, ingemmati da miriadi di lumi, giù, giù, fino a Sampierdarena ed al mare.

In quella stagione, a quell’ora, era luminosa la terra quanto il cielo tempestato di stelle.

Nuove importune gallerie, entro le quali precipitavasi la vaporiera, e nuovi incanti di vedute all’uscita dalle tenebrose caverne.

Sampierdarena!... Nuovamente un tunnel, poi ad intervalli, fra i fitti edificî costrutti alla spiaggia, la vista della Superba e del porto splendente, come per una festa veneziana notturna; la foresta fitta degli alberi de’ navigli, e il treno entrava trionfalmente in stazione.

Venti minuti di fermata! Ne approfittò Giuliano recandosi al telegrafo e sul modulo presentatogli dall’impiegato scrisse:

«Ex deputato Ettore Ruggeri — Montecitorio,

«_Roma_.

«Arriverò domattina 6.35. Aspettoti colazione albergo Quirinale. Abbraccioti.

«GIULIANO.»

Appena il tempo di correre al ristorante per trangugiare, bruciandosi il palato nella fretta, una tazza di caffè, di ritornare al riservato, rispettato stavolta senza proteste, ed il treno, uscito a ritroso dalla tettoja cieca, si sprofondò nuovamente nelle tenebre di una galleria, saturata di fumo, come il cratere di un vulcano in eruzione rumoreggiante. Alla stazione Brignole; l’aria aperta e daccapo il sereno, il mare, il cielo scintillante, il porto illuminato, le strida de’ piroscafi manovranti, il faro della vecchia lanterna dagli sprazzi di luce intermittenti, inutile guida ai naviganti, in quella notte luminosa.

I pensieri di Giuliano si facevano ridenti, pure parve pentito di aver spedito il telegramma.

— Quale necessità, pensava, di telegrafare proprio a lui! L’avrei egualmente riveduto alla Camera, ritardando la paternale che mi farà certamente per il mio programma ministeriale. Ormai non c’è rimedio!

E si riavvoltolò fra gli scialli, per cadere in letargo, che non era sonno, dormiveglia rassomigliante al sopore prodotto dall’_hascis_, una specie di sonnambulismo, colla percezione vaga della realtà.

Dormiva, sognava avendo coscienza del suo essere.

Sognava le cose più bizzarre: lui ritto al suo banco di deputato, difendendo eloquentemente la propria elezione contestata, e il presidente che imponevagli silenzio, scotendo un’enorme campana che rintoccava a morto. L’aula gremita di colleghi rumoreggianti, spaventosamente sfigurati... come l’Uomo che ride di Vittor Hugo. Un incubo orribile! I due ritratti marmorei di re, sovrapposti al banco presidenziale, movevano il capo a guisa di figurine chinesi, e Giuliano non comprendeva, se per assentire o diniegare. E su, su, presso la tettoja, fra le nuvole, come Madonna aerante in un quadro rappresentante il martirio di un santo, la visione della sua Adele, però, non benedicente e promettente la beatitudine nella eternità, le gioje del paradiso, come le Madonne dei quadri sacri; pallida, corrucciata, era la più commovente e squisita imagine del dolore.

Con uno sforzo di volontà, Giuliano si sottrasse all’incubo opprimente rizzandosi in piedi. Riavendosi, infinita la gioja al pensiero che non era stato che un sogno.

Abbassato il cristallo, si riaffacciò allo sportello respirando a pieni polmoni la brezza notturna.

La vaporiera correva a precipizio sulle alture dominanti il golfo della Spezia. Il mare era fosforescente come il cielo tutto azzurro e argento.

— È il caffè preso a Genova che mi ha dato l’incubo, pensò, tentando dissipare il malessere morale lasciatogli dal sogno.

Preferiva farne colpa al caffè, per non convenire dello stato d’animo suo, ingombro di incertezze e di tetri presentimenti.

La successione continua, importuna di buje e fumose gallerie, lo costrinse a ritirarsi rialzando il cristallo; ma, temendo nuovi sogni, tolse il paralume alla lampada disponendosi a leggere i giornali comperati alla stazione di Genova.

Il _Parlamentare_ di Roma intonava inni entusiastici di vittoria per conto del Governo, riuscito trionfante nella prova elettorale; fra le elezioni governative, citata quella di Miralto, e l’eletto, conte Giuliano Sicuri, dal giornale era già ascritto al gruppo dell’Estrema dissenziente, con molti altri nomi di noti democratici.

— Aveva ragione il sottoprefetto, pensò Giuliano, il solo gruppo che mi conveniva era il dissenziente legalitario. Il nostro programma è democratico quanto quello degli intransigenti, non fa una grinza, una sola divergenza; noi voteremo per il Governo ed essi voteranno contro; del resto, egualmente liberali, egualmente democratici, non abbiamo differenza che di metodo. Come mai Ruggeri potrà accusarmi di incoerenza se con me vi sono tanti tribuni celebrati fra i più strenui difensori dei diritti del popolo?

«Incoerenti gli altri, i quali sedendo in un Parlamento monarchico, combattono le istituzioni, in virtù delle quali sono investiti dell’altissimo mandato e le instituzioni giurarono osservare, difendere.

Tranquillata la coscienza coi sofismi del commendatore Cerasi, passò all’altro grande giornale romano. L’_Ordine_ recava fra le _ultime notizie_ un telegramma da Miralto, col quale _molti elettori_ non firmati protestavano indignati contro le mene del candidato battuto, ex deputato Bertasi, «il quale va raccogliendo, anzi estorcendo, nel collegio firme di protesta contro le pretese ingerenze governative in favore dell’elezione del conte Sicuri.»

Il telegramma soggiungeva:

«Nessuna elezione fu più spontanea e meglio accolta di questa. Lo provano i sinceri, quasi unanimi entusiasmi salutanti la vittoria del nostro deputato, il quale rappresenta per davvero tutta la parte sana della popolazione del collegio.

«Se la prevalenza dei voti non fu grande, lo si deve al partito del disordine, che estorse voti colle minaccie nelle campagne terrorizzate, come oggi le firme a protesta contro il risultato dell’elezione.»

Giuliano raggiò di gioja alla lettura, come se non avesse già prima conosciuto, colle origini, il testo del dispaccio. Ma il giornale avrebbe potuto rifiutarsi alla pubblicazione; ormai era impegnato ed era da credere lo avrebbe sostenuto anche davanti la giunta delle elezioni.