L'onorevole

Part 6

Chapter 63,556 wordsPublic domain

— Via! via! tu esageri, e per provare la tua tesi, rifai la storia a modo tuo.

— A modo mio? Non ti basta l’autorità di Dante? La chiesa greca non invase mai il potere civile; vi furono dei patriarchi ribelli, eccezioni rarissime; ma il patriarcato bisantino riconobbe sempre incontrastata la supremazia imperiale. La chiesa latina, no; sempre in lotta col potere civile, vicariato divino, si reputa superiore ad ogni istituzione umana. Sudditi i sovrani cattolici; eretici ribelli gli altri, coi quali tratta per necessità di esistenza.

«Bismarck, il quale diè l’ultimo crollo al potere temporale, da Berlino ebbe paura del Vaticano, ed il giovane Guglielmo riparò il primo sgarbo fanciullesco con una seconda visita umilmente sollecitata... solennemente, ma meno cordialmente accolto di Severine.

«Carlo Magno, risuscitando una larva dell’antico impero, fece abbandono di Roma, affidando ai pontefici ed al tempo il compito di distruggere monumenti e memorie, la cui grandezza lo umiliava, lo impauriva. Costantino fuggì, Carlo Magno abdicò.

«Chi avrebbe potuto credere che la bufera della rivoluzione francese e delle conquiste imperiali, scatenatasi non solo contro il cattolicismo, ma contro il papato, contro il pontefice prigioniero, contro Roma, ridotta provincia imperiale, sarebbe passata rafforzando la fede degli illusi credenti?

«Ciò che Carlo Magno non aveva osato, osò Napoleone, ed il titolo di Re di Roma imposto al figlio si converse in una tragica, pietosa ironia.

«Trentatrè anni dopo, le bajonette francesi ristabilivano sul trono del mondo il pontefice, fuggiasco a Gaeta.

«Bizzarre fatalità storiche!

«Se gli enciclopedisti del secolo XVIII potessero far capolino dai loro sepolcri, sarebbero ben poco lusingati dall’effetto della loro opera demolitrice.

«Voltaire vedrebbe i monumenti a Giovanna d’Arco; Diderot, d’Alambert, l’Europa ancor più credente.

«Che possono fare gli uomini politici, in presenza di tale inconcepibile fenomeno?

«La scienza negatrice cammina a passi di gigante; ma lo scetticismo scientifico non tocca le masse, credenti per tradizione, per atavismo... per istinto, per bisogno.

«Il soprannaturale ha sempre esercitato un fascino irresistibile sulle menti umane, anche illuminate. Vi sono scienziati atei, superstiziosi come donnicciuole, credenti nella jettatura, nei talismani, nelle _mascottes_, nella trasmissione del pensiero, nello spiritismo...

Ruggeri si arrestò come sorpreso da un pensiero intimo, che lo avesse distratto dalle sue dimostrazioni.

Stette muto un istante, col capo appoggiato fra le mani, in preda ad una meditazione dolorosa. Giuliano, avvezzo alle stravaganze dell’amico, ne rispettò il silenzio.

— Suvvia, Giuliano, riprese Ettore, ancora una goccia di questo Frascati, dal colore dell’ambra... Siamo pur pazzi, noi, a perdere il nostro tempo nello scrutare l’avvenire.

«Vedi laggiù, lungo il Tevere, fra il ponte della Lungara ed il ponte Sisto?

— Il palazzo Farnese?

— No. Più oltre. Si distingue appena, coperto in parte della mole del Farnese; è il palazzo Spada.

«Nell’atrio superiore vi è la statua di Pompeo ai cui piedi fu trafitto Cesare. Severa nella sua nudità, è gigantesca in confronto del piccolo mondo ch’essa regge nella mano sinistra. Simbolo della potenza romana, che ne rimane ora?... Poche rovine mutilate!

«Sai come si chiama la strada che abbiamo percorsa per recarci qui e rifaremo tra poco? _Via trionfale!_ niente meno! Quale irrisione! Nell’abbandono in cui è lasciata, presto non sarà neppur più fiancheggiata dai radi alberi, non mai sostituiti.

«Certo, se è caduto l’impero romano, se dopo sei secoli di lotte gloriose è caduta Bisanzio, anche il papato dovrà cadere, ed il cattolicismo finirà, come tutto deve finire. Ma, quando?

«Quante dinastie, quanti imperi si saranno spenti, quanti cataclismi politici e sociali saranno avvenuti? Avverandosi anche la profezia di Napoleone I, di un’Europa cosacca, credi tu che la fede dei trecento milioni di cattolici muterebbe?

«Ti ripeto, la lotta dell’Italia contro il papato è ineguale; noi siamo a disagio in Roma, e lo sfacelo dei nostri ordinamenti è in gran parte prodotto dalla convivenza delle due sovranità incompatibili.

«Abbiamo risanata l’aria coi lavori del Tevere, colle bonifiche dell’Agro, coi nuovi infelici edifizî; ma la Roma papale è deleteria per tutti i poteri civili. Roma papale uccide la monarchia. La malaria ci appesta.

«Il papato coll’Italia può forse conciliarsi; colla dinastia, finchè sventolerà la croce sabauda dal palazzo apostolico del Quirinale, impossibile. Il non possumus di Pio IX è di granito.

— Io non mi ci raccapezzo, sclamò Giuliano. A quale conclusione vuoi venire? Anche tu vorresti abbandonare questa bella, gloriosa Roma?

— E chi ti ha mai detto ciò? Abbandonarla! Quasi che Roma fosse un galleggiante, che il Tevere potesse trasportare in pieno mare. Roma è Italia, è il cuore d’Italia e nessuno la porterà via.

«Noi, giacobini per atavismo, non sappiamo far distinzione fra Stato e Patria. Una confusione sacrilega fra Patria e Governo.

«Prima del 1866 non appartenevano alla grande patria germanica, Amburgo, Brema, Lubecca, Francoforte? Città libere, non erano meno tedesche e patriottiche di oggi, unità integranti dell’impero accentratore. Città libere, ma per ciò la confederazione germanica non rinunziava a garantirsi della loro fedeltà al patto federale, ed a garantire la loro difesa. Chi ti dice di abbandonare Roma al papa? Cosmopolis è destinata ad una nuova grande missione: inevitabilmente, la capitale morale della lontana, ma inevitabile confederazione latina. Dammi una Italia federativa, come ormai, dopo tante delusioni, la sognano, la vagheggiano gli statisti illuminati, e la città libera di Roma non sarà più ostacolo e pericolo.

Giuliano trasecolava, convincendosi sempre più che l’amico suo era impazzito.

— Come, tu, garibaldino, che a Mentana hai combattuto al grido di «Roma o Morte!» parli in questo modo?

— E quale incoerenza fra ciò che ho fatto e ciò che dico? Roma cesserà forse di essere la Roma vagheggiata da Garibaldi, solo perchè il Parlamento federale risiederà nel palazzo della Signoria a Firenze, invece che a Montecitorio? Roma, sede dei grandi controlli federali, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cassazione, sarà meno italiana? L’Università romana sarà meno frequentata, ed il potere civile sarà meno forte, non avendo più inciampi di ibride concessioni, come le guarentigie, contratto unilaterale, disconosciuto dal papato; ma legge per noi, che, volendolo imporre, ce lo siamo imposto? Sarà meno fervido il senso di orgoglio e di affetto dell’intiera Italia per la grande madre comune, solo perchè in Roma avremo ventimila burocratici di meno, ed i vescovi di Roma non avranno più il pretesto di atteggiarsi a prigionieri?

«Nuova York è menomata nella sua influenza nel nord degli Stati Uniti, perchè il Parlamento e gli uffici risiedono a Washington?

«Allorchè Thiers portò la Camera a Versailles, Parigi cessava di essere Parigi?

«Vuoi che lo dica, lo sproposito? soggiunse Ettore dopo breve pausa. Non avrei forse il coraggio di proclamarlo pubblicamente; ma le verità sono verità, anche quando non vogliamo sentircele dire.

Ed abbassando la voce, quasi temesse di essere ascoltato da un terzo invisibile:

— Io temo assai, disse, che Roma cesserebbe di essere Roma, il giorno che il papa se ne andasse.

Giuliano scattò come per l’impressione di una puntura.

— Tu! tu, un mangiapreti, parli in tal modo?

— Mangiapreti, dal più al meno... lo sono pur sempre. Ma, a forza di mangiarne, ho finito con una indigestione

«La constatazione di un fatto, deplorevole se vuoi, è indipendente dalle mie convinzioni... Pure, le cose stanno come te le dico.

«Tutto il mondo civile sfila per Roma: chi s’accorge del Quirinale? Il grande zimbello è il cupolone di San Pietro, lo spegnitojo, e in fin d’anno il papa ha benedetto più visitatori, che non abbiano passato in rassegna soldati i monarchi della triplice alleanza. Togli il papa, e dopo tante liquidazioni possiamo chiudere la bottega d’antiquarî che c’è rimasta.

— Tu scherzi, Ruggeri...

— Non ischerzo... Roma sabauda è appena tollerata dal mondo cattolico. Le ambasciate estere accreditate presso il Quirinale, quasi vergognose, non espongono gli stemmi dei loro governi. Gli stemmi sono privilegio riservato alle ambasciate presso il papa.

— È possibile? sclamò Giuliano.

— Non so se sia possibile, ma è vero. A Roma nulla di più vero dell’impossibile. E sì, caro Giuliano, che dell’acqua n’è passata sotto i ponti del Tevere, dal 1870.

«I principi cattolici non osano venire in Roma a rendere la visita ai re d’Italia, e la stessa regina d’Inghilterra, eretica, si fa visitare a Firenze.

«Credilo a me: due sovrani in Roma sono come due galli in un pollajo. Uno, per lo meno, è di troppo. Come puoi credere durevole la biarchìa giapponese in Roma, se anche nel Giappone ha messo capo alla guerra civile ed alla rivoluzione?

«Con tutto ciò, se vi ha Stato servile alle pretese clericali, sempre più esigenti, è il nostro.

«Tale disagio, tali incompatibilità sono in gran parte origine dello sfacelo morale e materiale che dalle pubbliche amministrazioni della capitale si comunica, direi si irradia, se il verbo non fosse a sproposito, per tutta Italia.

«Malaria! soggiunse Ruggeri, dopo breve pausa... Malaria! ripetè con gesto teatralmente solenne, girando le braccia aperte, come per indicare ogni cosa, cielo, terra, il mare, sfolgorante da lungi ai raggi solari, come lamina di acciajo brunito.

«Malaria!

«Ed ora che, come era mio dovere, ti ho presentato alla vecchia nonna, della quale sei e sarai ospite nella qualità di legislatore, scendiamo per la via Trionfale e passiamo il Tevere. Più copioso d’acque del Rubicone; ma, d’acque torbide; torbide come le due politiche delle due Corti, nel torbido pescatori tutti, più o meno.

«Giuliano! Ancora una goccia del biondo Frascati, una sigaretta, e poi trionferemo. Il caffè lo berremo all’Aragno, l’anticamera di Montecitorio e di tutti i ministeri.

«Vi si fa della politica per dodici ore filate, dal tocco alla una dopo mezzanotte. È il caravanserraglio di Roma giornalistica, parlamentare e burocratica.

«Poi andremo a Montecitorio, ove ti sarò guida e donno meglio di Virgilio a Dante.

«E sì che le bolgie di Montecitorio sono ben più intricate di quelle dell’inferno dantesco.

Giuliano sorrise.

— Un inferno aggradevole, a quel che sembra, se tu che non vi sei costretto, vi passi le tue giornate.

— Oh, per questo sì. In Roma la condizione di ex onorevole, volontario, è la più invidiabile. Non le mille cure, le bizze, le ire, i dispiaceri, le seccature, le delusioni, ed anche i rimorsi, qualche volta, per chi ha coscienza, del deputato in carica; ma il diritto di frequentare le sale di Montecitorio... Il più grandioso _club_ del mondo, senza le tentazioni ed i pericoli del gioco.

«Una biblioteca modello, tutte le riviste, migliaja di giornali, _comfort_ inglese, la relazione, se vuoi, delle celebrità della scienza, delle lettere, per eccezione mandate dal suffragio alla Camera, insieme alle notabilità politiche. Con tutto ciò, libertà assoluta, tale che in mezzo a quella folla appassionata, tumultuosa, puoi trovare la più completa solitudine. Come circolo, Montecitorio è una grande instituzione. Peccato non si possano vagliare i soci. Ahimè! i membri del _club_ non si scelgono, bisogna pigliarli come il suffragio ce li manda... E come funzioni il suffragio, ne sai qualche cosa, Giuliano. Tu, soggiunse Ruggeri con espressione di affetto quasi paterno, tu prodotto, vittima forse delle recenti elezioni.

— Come sarebbe a dire? replicò Sicuri, sorridente, non sentendosi offeso per il tono affettuoso che aveva condita l’apostrofe poco lusinghiera dell’amico.

— Sarebbe a dire? Che tu, mio povero Giuliano, in quella bolgia, mi fai l’effetto d’un fanciullo caduto nella fossa dei leoni... Speriamo nel miracolo di Daniele.

Cozzati i bicchieri, i due amici si alzarono per avviarsi... Stettero un istante al parapetto del terrazzo a riguardare.

— Il panorama è veramente superbo; ti sono grato, caro Ettore, di avermi condotto qui; ti perdono perfino i paurosi paradossi politici coi quali hai voluto condire la colazione eccellente.

— Paradossi? Sei più giovane di me; è sperabile quindi che mi sopravviverai lungamente... Vedrai che cosa ti serbano la fine di questo secolo ed il principio del futuro...

«Vedi, laggiù a sinistra, laggiù all’estremità dei Prati di Castello? Vedi quel piazzale? Ebbene, è là che il giovane imperatore Guglielmo ed il re d’Italia passarono in rivista un corpo d’esercito... Guglielmo, lusingato dai ricevimenti festosi, entusiasmato dalla purezza del cielo di questa Roma sirena, pigliò sul serio la sua parte di imperatore romano germanico, e da padrone, in casa altrui, precedeva di tutta la lunghezza d’un cavallo il re d’Italia, suo ospite, quasi fosse vassallo.

«Rientrando, si fe’ allestire un trono nella grande sala del palazzo Caffarelli, proprietà germanica al Campidoglio, per darsi l’illusione di imperare anche in casa nostra.

«Il giorno seguente, terminato il torneo eseguito a Villa Borghese... La vedi, là, dietro il Pincio... Segui la direzione di Porta del Popolo...

— Sì! sì! la distinguo.

— Nel fitto degli alberi vi ha un circo, chiamato Piazza di Siena. È là che si celebrò il torneo, esumazione della gloria di Casa Savoja; i conti Rossi e Verdi tornearono per due ore davanti l’ospito imperiale.

«A torneo finito, si organizzarono in corteo al seguito dell’imperatore, il quale dovette credere per un momento di essere ritornato ai tempi di Federigo Barbarossa... Ma, papa Alessandro era risorto nella persona di Leone, che nicchiava dai terrazzi del Vaticano. In quell’ora tutta la democrazia europea non era con i torneanti ed i trionfatori per il Corso... Un ritorno in ispirito alla lega lombarda.

— Quali esagerazioni!

— Esagerazioni, lo ammetto, perchè i tempi sono mutati. Ma, se la prima parte della profezia di Heine si è realizzata colle vittorie germaniche e la ricostituzione dell’impero, la realizzazione della seconda parte, il suo sfacelo, è in preparazione. Cieco chi non vede... Che dire poi della cecità dei sovrani, della insipienza dei loro consiglieri, i quali, nella città de’ Camilli, de’ Marcelli, de’ Fabî, de’ Scipioni, de’ Pompei, de’ Cesari, ti esumano le gesta dei conti di Moriana, per far comprendere agli alleati che Italia è un Piemonte ingrandito, e Roma un feudo come il marchesato del Monferrato?

«L’apoteosi del Conte Rosso in Roma! Per lo meno umoristica!

* * *

I due commensali scesi per le scale e scalette serpeggianti nelle viscere del ristorante Belvedere, saliti in botte, si avviarono, per la via Trionfale, verso Roma.

Il cocchiere, messo di buon umore dalle abbondanti libazioni, le sfogava frustando e costringendo il povero bucefalo ad una corsa sfrenata.

I due amici erano ricaduti nel silenzio.

CAPITOLO VIII.

Da Roma a Miralto.

Giuliano rincasava al tocco dopo mezzanotte. Era affranto dalla giornata faticosissima.

Dopo l’asciolvere di Belvedere, l’ingresso a Montecitorio, le formalità burocratiche per il suo riconoscimento ufficiale, e finalmente, senza la scorta di Ruggeri, amatissimo, ma importuno, per le sue contraddizioni, le eccentricità, il fare tutorio assunto, un banchetto improvvisato al _Ristorante delle Venete_, fra deputati antichi e novellini, di ogni età, di partiti diversi e diverso provincie, contestati o no, ed anche di qualche candidato non proclamato, corso a Roma per protestare contro la proclamazione del competitore; la nota funebre fra gli evviva della vittoria; i morti e feriti rimasti sul campo di battaglia!

Morti ribelli, invocanti dalla futura giunta il miracolo della risurrezione; feriti incurabili, fidenti nella guarigione. La giunta delle elezioni, la Madonna di Lourdes parlamentare.

Conforto per Giuliano il _socios habere penantes_, anzi, il trovarsi in condizioni migliori di altri antichi parlamentari, i quali, non proclamati eletti dall’assemblea dei presidenti de’ seggi elettorali, erano condannati al limbo degli ambulatorî della Camera, in attesa d’un problematico annullamento e nell’incertezza dell’esito d’una seconda prova alle urne.

Dei novellini, Giuliano ebbe le più cortesi accoglienze. Appena trent’anni, il più giovane degli eletti, la persona gentile, la simpatia inspirata dallo sguardo azzurro, dalla dolcezza quasi infantile, l’eleganza innata, l’abbigliamento inappuntabile senza pretensioni al dandinismo, il titolo autentico di conte e la fama di milionario, lo ponevano in una situazione eccezionalmente fortunata, tutte le cordialità furono per lui, anche quelle de’ pezzi grossi, più ritrosi e sdegnosi; nella gerarchia parlamentare, colonnelli e generali, che deducono la loro importanza, il loro grado, dal numero delle medaglie commemorative ciondolanti pesantemente dalle massiccie catene d’orologio, come il mazzo di chiavi dalla _châtelaine_ d’una vecchia marchesa, feudataria massaja, delle commedie di Scribe.

È dei parlamentari come del vino: acquistano valore dal tempo, dal numero delle legislature; la loro importanza è classificata dall’anno della prima elezione, come il _cognac_ dagli anni di botte.

I pochi superstiti del Parlamento subalpino sono specialmente apprezzati.

Per altro vi sono anche de’ giovani influenti ed ascoltati per il loro ingegno e per la loro abilità nell’intrigo; ma, essi rappresentano, fra i vecchi marescialli, gli ufficiali di stato maggiore, gli ajutanti di campo; quelli della maggioranza, in attesa della promozione a sottosegretarî di Stato; quelli delle opposizioni e sottocapigruppo, spesso assai più prossimi dei loro avversarî ministeriali al bastone di maresciallo, il portafogli. È facile a comprendersi; i primi, già acquisiti al potere, del quale godono giornalmente i piccoli favori, non occorre comprarli, dirò meglio, convertirli, coi favori grossi.

Tutte le strade menano a Roma, e nella Camera anche i sentieri topograficamente più opposti, le scorciatoje più disastrose possono condurre al banco dei ministri.

La coerenza non è ingrediente necessario alla composizione degli uomini di Stato... Viceversa, ai convinti, agli ostinati, raramente la fortuna sorride; si premiano le transazioni, non la fermezza nelle convinzioni.

La qualità di legalitario, vale a dire di disponibile, non nuoceva a Giuliano, lusingato fino all’entusiasmo dalle liete accoglienze.

— Do già del tu a mezza Camera! pensò con soddisfazione infinita, lasciandosi cadere nella soffice poltrona del salotto numero 11, mentre il cameriere accendeva la lampada.

Alla Camera italiana vi è fra deputati la democratica abitudine, non so se invalsa per un residuo di tradizione latina, o se ereditata dalla rivoluzione francese, di trattarsi confidenzialmente alla seconda persona singolare, senza tener conto delle differenze d’importanza parlamentare, di posizione sociale o d’età. I meridionali abbandonarono il voi spagnuolo e latinamente si _tuteggiano_ come gli antichi quiriti.

I La terza persona, l’_ella_ ed il _lei_ toscano, non servono che nelle discussioni pubbliche nell’aula.

Giuliano non aveva indagato le origini di tale consuetudine, ma inorgogliva della confidenziale intimità accordatagli da celebrità, che la distanza non aveva impicciolite e da Miralto gli eran sembrate imponenti. Il duca d’Ermida, il gran capo della Destra e gran signore, per giunta, presidente del consiglio spodestato, ma indicato per le prossime combinazioni, non solo gli aveva promesso d’occuparsi della sua elezione; lo aveva anche invitato alle serate intime... non politiche.

Si capisce, un neofita legalitario non avrebbe potuto accedere al tempio della Destra pura, nei giorni di solennità. Era già altissimo onore il poter fare capolino nella sagrestia.

E Giuliano vaneggiava, richiamato soltanto alla realtà dalle lettere, dai giornali che ingombravano il tavolino. Tutta la posta della giornata, la corrispondenza intima da Miralto, che per espresso suo desiderio non gli era stata spedita alla Camera.

Due lettere voluminosissime della sua Adele; alla soprascritta di una terza riconobbe la calligrafia del sottoprefetto; i giornali eran pure di Miralto.

La fisionomia di Giuliano si abbujò e, mentre il cameriere, presso la porta, in rispettoso atteggiamento di attesa sollecitava le disposizioni per il mattino seguente, fatto un pacchetto dei giornali li gettò sul canapè, dicendo a voce alta, credendosi solo:

— Non voglio amareggiarmi; li leggerò domani.

Prese le lettere della sua Adele, e baciandole mormorò:

— Poverina! Due in un giorno! A te risponderò subito.

Il cameriere tossì, per non rimanere più a lungo inavvertito.

— Ah! siete là? Tanto meglio! Portatemi del caffè e del cognac.

Solo, aperse delle due lettere la prima capitatagli, la lesse con compiacenza infinita... A volta un sorriso, un sospiro, e la lettura continuava non senza difficoltà, essendo i fogli, non numerati, coperti di caratterini fitti, tracciati in tutti i sensi ad inferriata.

A lettura finita, nella pupilla di Giuliano brillava una lacrima, una lacrima di tenerezza, una goccia vivificante di rugiada.

Lesse rapidamente anche la seconda, più breve; la rilesse commosso.

Al cameriere che entrava col vassojo:

— Domattina, inutile svegliarmi... Troverete sul tavolo una lettera ed un telegramma; bisognerà spedirli subito... Presto, chè la lettera possa partire col primo treno. Per il caffè chiamerò io.

Il cameriere s’inchinò e sparì discreto come ombra. Giuliano, riletti alcuni brani delle care lettere, sorseggiato il caffè, centellinato il cognac, si dispose a scrivere:

«_Adele mia!_

«Così ti desideravo. Le tue lettere mi rendono felice. Anche tu hai compreso che altri doveri incombono ad ogni cittadino, oltre quelli della famiglia; altro affetto dobbiamo nutrire, del quale l’amore non deve, non può essere geloso... l’amore di patria...»

Giuliano sostò; punto soddisfatto dell’esordio, lacerò il foglio, mormorando:

— La deputazione mi dà sullo stile. Scrivevo ad Adele un proclama elettorale... La patria c’entra come i cavoli...

Si rimise all’opera:

«_Mia cara Adele._»

Stette colla penna sospesa senza scrivere altro; meditava distratto, il pensiero batteva la campagna, i fumi di Montecitorio gli ottenebravano la mente, i personaggi conosciuti nella giornata gli sfilavano innanzi come se riflessi dalla lente d’una lanterna magica; l’invito del duca d’Ermida, le promesse, le cortesie degli uni, i progetti di altri, i brindisi del banchetto...

Quando, una diversione inattesa mutò d’un tratto la corrente de’ suei pensieri.

Poco lungi dall’albergo, in via Torino, le melodie d’una serenata di mandolini e chitarra, accompagnanti il canto un po’ gutturale di un tenorino, delizioso nelle inflessioni delle mezze voci, strazianti per l’accento di profonda, dolce malinconia. Uno stornello che pareva lamento: la distanza ammortiva lo stridulo degli strumenti e l’aria fredda della notte serena vibrava soavemente al canto innamorato.

Giuliano, aperte le imposte, si affacciò per intender meglio. Gemevano discreti i mandolini; il tenore cantava:

Fiore di spino: Più furgida tu sei, più d’una stella, Più candida tu sei d’un girsurmino...

e nel profondo silenzio notturno, l’eco luminosa dei taciti astri; alle vibrazioni del canto romanesco sposavansi le vibrazioni di luce del cielo stellato. Un bisbiglio di voci sommesse, il rumore di imposte chiuse, i passi lenti de’ serenanti che s’allontanavano. Nel lontano, come ultimo saluto, ancora una nota squillante del tenorino, una nota prolungata d’addio, poi il silenzio.

Il freddo intenso costrinse Giuliano a ritrarsi dalla finestra. Mezzo intirizzito si rimise al tavolo:

«_Mia cara Adele_,

«Più furgida tu sei, più d’una stella, Più candida tu sei di un girsurmino...»