L'onorevole

Part 16

Chapter 163,598 wordsPublic domain

Contraccolpo della partita della sera innanzi, il tavolino era momentaneamente esausto; i vinti si riposavano sulla sconfitta.

Giuliano avrebbe voluto rivedere il suo giovane debitore, per accordargli la promessa rivincita, o, per lo meno, tranquillarlo nuovamente. L’aveva sul cuore! Il di lui atteggiamento disperato, lo sguardo di terrore allorchè i giocatori si erano alzati, troncando la partita, lo avevano impressionato e n’era preoccupato. Per un sentimento delicato non volle chiedere di lui, contrariato di non vederlo.

Era presentimento della catastrofe!

La mattina seguente i giornali recavano minuti particolari di un ben triste dramma: il suicidio del primogenito di una celebrità della scienza, il medico Inversi. Il padre avendo rifiutato di saldare la nuova perdita al gioco del figlio, questi erasi suicidato.

Molte inesattezze nel racconto; la somma era esagerata; il creditore, inesorabile, un deputato. Il nome era taciuto, ma lo si indovinava dalle reticenze trasparenti.

Il giornale l’_Ordine_ traeva occasione dal tragico fatto per un articolo violento, di tutto pugno del Ferretti, contro le autorità non abbastanza vigilanti:

«Roma, scriveva l’onesto giornalista, è infestata di bische; dai _clubs_ signorili, nei quali i figli di famiglia lasciano il loro patrimonio, qualche volta l’onore, o, come in questo caso pietoso, la vita, ai _tripots_ di bassa lega, ove impunemente si spogliano i mal capitati, come, nei suoi bei tempi, il Tiburzi nella macchia del Lamone.

«Per ora ci limitiamo a questo cenno, decisi a designare noi stessi, se non vi si porrà riparo, le sentine, che la polizia non sa, o non vuole scoprire.»

L’onesto Jago tirava l’acqua al proprio mulino, obbligando la questura a sopprimere la concorrenza disastrosa delle bische altrui, sicuro della inviolabilità della propria.

Per due giorni i fogli cittadini riboccarono di commenti alla straziante tragedia, che piombava nel lutto la famiglia del dottor Inversi.

Il nome del deputato Sicuri non era stato stampato; per altro lo si susurrava nei caffè, e lo si pronunziava ad alta voce nella farmacia della Camera.

Giuliano era costernato; il padre infelice gli aveva mandato la somma dovuta dal suicida, ultima volontà, espressa con sentimenti di simpatia e di gratitudine verso il conte Sicuri nella lettera di addio.

Giuliano la rimandò, pregando il medico Inversi di erogarla per i suoi malati indigenti.

Solo il padre infelice rendeva giustizia al deputato Sicuri, contro cui scagliavasi la pubblica opinione.

Roma è divoratrice di scandali; dopo pochi giorni, scandali nuovi assopivano l’antico; non così in provincia, ove il nome del deputato giocatore era stato stampato senza reticenze, trasmesso in tutte lettere dal telegrafo indiscreto.

Imaginarsi il chiasso che se ne fece a Miralto. Il conte Sicuri giocatore, era cosa tanto incredibile, che da prima si suppose un equivoco, una calunnia; le conferme non tardarono. La contessa Adele fu l’ultima persona di Miralto a conoscere l’accaduto; quantunque ormai il fatto fosse inoppugnabile, non volle prestarvi fede.

Indignandosi contro la nuova calunnia, scrisse al marito: «Non credo!»

Fu indotta a dubitare quando il notajo, il vecchio amico di famiglia dei loro cari defunti, si recò a farle visita. Caso veramente straordinario, perchè le visite sue le erano da anni contate in precedenza; il caso di visite eccezionali erasi verificato soltanto in circostanze di speciale gravità.

Quando il notajo Invernizzi fu annunziato, Adele, gentile Penelope, stava nel suo salotto intenta ad un ricamo, mentre Stella sorvegliava il piccolo Gustavo che sudava tirando faticosamente delle aste sul quinterno rigato.

— Vedi, diceva Stella, tu premi troppo colla mano, ed invece di aste fai dei pali da telegrafo, ma non uno diritto. Tien leggiera la manina.

Gustavo assentiva del capo, ma la mano premeva ancor più pesantemente.

— Via, riposati... Ti affatichi meno quando vai a zappare nel tuo giardinetto...

Adele sorrideva, e scorgendo la manina del bimbo tutta imbrattata d’inchiostro:

— Gustavo, chiama l’Isabella e dille che ti lavi le mani; si direbbe che hai intinte le dita nel calamajo e non la penna.

Gustavino non se lo fece ripetere, e sparì, lieto di sottrarsi alle torture calligrafiche.

In quell’istante il domestico annunziava il dottor Pietro Invernizzi, il notajo di Miralto.

Le due donne si guardarono sorprese; tale visita, a quell’ora antimeridiana, di un personaggio visibile solo nelle grandi solennità di capo d’anno, degli onomastici e genetliaci di famiglia, inquietò Adele.

L’imbarazzo del vecchio legulejo non era fatto per tranquillare la contessa, alzatasi ad incontrare il visitatore, il quale si profondeva in iscuse per il disturbo, a quell’ora; ma gli affari passan sopra le convenienze.

Tali cerimonie sembrarono ancor più inopportune, stante che il notajo trattava tuttavia Adele col tu confidenziale, come da fanciulletta.

— Anzi, signor Pietro, è un favore doppio, perchè spero rimarrà a colazione con noi. È un regalo; se non avessi Stella, che la sua mamma mi concede l’intiera giornata, sarei sola con Gustavino, come santa Genovieffa nella foresta... Si ricorda? Fu lei a regalarmene la storia tutta illustrata, passata in eredità a Gustavino.

Il notajo sorrise a quel richiamo degli anni lontani, s’assise ringraziando e scusandosi di non poter accettare l’invito:

— Gli affari, i clienti, lo studio, l’incapacità de’ commessi...

Poi, rabbujandosi, sottovoce:

— Adele devo parlarti d’affari.

Ed accennò a Stella, per far comprendere che non avrebbe voluto testimonî.

Adele impallidì. Che cosa mai poteva essere sopravvenuto? Perchè quel mistero?

— Oh, dottore, non tema di parlare in presenza di Stella; è la mia confidente. In ogni modo le ripeterei ciò ch’ella mi avrà detto. Per essa non ho segreti.

— Come vuoi, Adele.

Imbarazzato, il notajo entrò in materia con grande solennità.

— Tu sai che, dopo steso il contratto matrimoniale, io non mi sono immischiato più nei vostri affari, all’infuori dell’amministrazione e dell’impiego del capitale affidatomi dal conte Giuliano. E, devo dire la verità, non solo del mio intervento non vi era bisogno, ma neppure del mio consiglio, perchè nessun amministratore era più prudente e più oculato di Giuliano. La tua dote poteva avere impiego più proficuo, non più sicuro. H vostro reddito non era mai speso intieramente, e le economie si capitalizzavano ingrossando il vostro patrimonio.

«Da sei mesi tutto è mutato, ed io sento dovere, per l’affetto che ho portato ai vostri genitori, per il bene che vi voglio, di intervenire.

Adele lo fissò esterrefatta, senza dire parola. Stella aveva alzata la pallida testa in atteggiamento di ansiosa attenzione.

— Dimmi la verità, Adele. Hai tu dato il consenso a tuo marito di disporre altrimenti della tua dote, depositata alla Cassa di Risparmio?

— Sì! rispose Adele arrossendo. Avrei dovuto prevenirla. Ma Giuliano non lo desiderava.

— Imprudente! Perchè non chiedermi consiglio? Non hai pensato che si trattava non solo dell’interesse tuo, anche di quello di tuo figlio?... di Gustavino?

— Di mio figlio? sclamò la madre sempre più ansiosa. Che è dunque avvenuto? Dottore, per carità, mi dica tutto. Sono coraggiosa, mi dica tutto.

— Tutto, figlia mia, perchè è necessario. Tutto ciò che so. Da giorni avrei dovuto venire da te... Ma, la situazione non era come ora allarmante, e poi io non sapevo del nuovo impiego della tua dote... Perchè nascondermi la verità? L’Istituto Romano da tempo mi aveva chiesto informazioni sulla condizione economica di tuo marito. Credendo si trattasse dell’acquisto di qualche stabile, operazione mille volte da me consigliata nel tuo interesse, le mandai eccellenti. Dissi la verità... Ora, da Roma, mi si scrive... mi si scrive di consigliarti a garantire la tua dote compromessa in operazioni di borsa, con una ipoteca sugli stabili di tuo marito.

Adele scattò, esclamando:

— Non è possibile... Una nuova calunnia!

Il notajo, da uomo prudente, tacque aspettando che la bufera fosse passata, per ritentare la carica al ritorno della calma.

La contessa Adele, dopo il primo scatto di ribellione, scoppiò in pianto. Pur troppo la verità, alla quale si era ostinatamente rifiutata di credere, si faceva strada nella sua mente, ed ormai le appariva fulgida, inoppugnabile.

Si accovacciò nell’angolo del canapè, e, coprendosi il volto, per nascondere le lacrime:

— Lo sentivo! Lo sentivo! Malaugurata elezione!

Stella ed il notajo stavano muti, rispettando il dolore della povera donna...

Stella conosceva la vita dissipata di Giuliano, per le voci meno ritegnose ch’erano giunte fino alla sua casa; ma s’era ben guardata di parlarne all’amica, per non addolorarla, tentando anzi rassicurarla allorchè, dubbiosa, Adele le confidava le sue ansie.

Stella, pentita del silenzio, accusando sè stessa di avere aggravata la situazione, si avvicinò all’amica ed abbracciandola confuse le proprie alle lacrime di lei, invocando perdono.

— Ora è necessario, Adele, che tu faccia ciò che il signor notajo ti consiglia.

In quel punto entrò chiassoso il piccolo Gustavo che, sorpreso di trovare nel salotto uno straniero, intimidito dalla di lui barba bianca, ristette... Scorgendo la mamma in lacrime, fece atti di minaccia contro il nuovo venuto, e piangendo egli pure corse a nascondere la testina bionda sul seno materno...

— Mamma, perchè piangi? Che cosa ti ha fatto quel brutto signore?

Gruppo pietoso! Anche la pupilla del dottor Pietro era inumidita.

— Faccia ciò che crede nell’interesse del mio bimbo, signor dottore, soggiunse la contessa, stringendo fra le braccia il piccino. Faccia come vuole, e scriva lei; per carità, scriva a Giuliano di ritornare... subito. Eravamo tanto felici! Troppo felici! Dio ci ha puniti...

«Almeno questa sventura valesse a farlo ritornare... Gli scriva! E faccia ciò che vuole! Firmerò tutto!

CAPITOLO XVII.

Il crack.

A Roma frattanto il vento spirava alla burrasca.

Lo scandalo francese del Panama aveva il suo contraccolpo in Italia.

Per una di quelle fatalità che farebbero credere davvero al dito di Dio, e confermando il proverbio popolare che il diavolo fa le pentole senza coperchio, fra i mille documenti compromettenti uomini politici di Francia, alcuni riferivansi ad un uomo di Stato italiano, per la vendita di una decorazione ad un affarista semita, fra i più compromessi nel colossale scandalo parigino, e gli scandali sono come le ciliegie; ne tiri una, ne vengono cinquanta fra di esse intrecciate. Come le idee per associazione, un’accusa si collegava all’altra, a guisa de’ complici nelle requisitorie del fisco.

Il Senato non volle accogliere nel suo seno il celebre direttore dell’Istituto Romano, lacerando la firma reale della nomina. Le ragioni che in Senato non si eran dette, si susurravano nei pubblici convegni, negli ufficî dei giornali, nei circoli politici, negli ambulatorî di Montecitorio, nella farmacia della Camera in ebollizione. Si additavano gli uomini politici debitori dell’Istituto, si mormorava di corruzioni incredibili, di compromissioni altissime, di doppie emissioni di biglietti e perfino di biglietti falsificati per diecine di milioni. Nella sala dei giornalisti al telegrafo si facevano nomi, mettendo a fascio galantuomini e disonesti, colpevoli ed innocenti.

Per la indeterminatezza delle accuse il sospetto ingigantiva, e Giuliano nell’incoscienza del sonnambulismo, fra il suo amore delirante per la marchesa Giulia e le angosciose emozioni della borsa, esaurito il conto corrente firmava cambiali ad ogni richiesta di Ferretti, che le barattava coi biglietti doppî e falsi del grande Istituto.

Degli sconti il neo senatore non chiedeva in compenso che l’appoggio del voto nelle leggi di proroga del privilegio di emissione alla sua banca, proroga che avrebbe ritardata per anni ed anni la inevitabile catastrofe.

Garantita, coll’ipoteca voluta dal notajo Invernizzi, la dote di Adele, Giuliano si sentiva più tranquillo. Nella propria rovina non sarebbe stata coinvolta la famiglia sua... Ma alla rovina non poteva credere... Ad ogni disinganno delle liquidazioni disgraziate, rinasceva la speranza nelle liquidazioni future.

Pochi punti di rialzo, rialzo accertato, garantito da Ferretti cogli argomenti più attendibili, rialzo inevitabile, e le perdite sarebbero state riparate con larghi profitti.

Ma la stella di Ferretti si era eclissata, ed ormai, colpito dalla fatalità, tutto ciò ch’egli toccava doveva rovinare.

* * *

In quella sera la farmacia della Camera era più popolata del consueto; si vociferava d’una interpellanza presentata alla presidenza sulle voci di gravi irregolarità nella gestione degli Istituti d’emissione, tutti egualmente accusati. Le accuse sarebbero state documentate dalle relazioni di un’inchiesta avvenuta qualche anno innanzi. Relazioni soffocate nel silenzio dai diversi ministeri che si erano succeduti, al silenzio interessati.

Le indicazioni vaghe prendevano forme determinate, le vociferazioni incerte ormai si riferivano a fatti precisati... Correvano liste di nomi di deputati, senatori e ministri debitori delle banche per somme ingenti, di commissioni parlamentari corrotte, per l’approvazione di leggi favorevoli all’Istituto Romano, e si facevano nomi.

— È strano, diceva l’onorevole Lastri, come in un’assemblea, nella sua grande maggioranza composta di galantuomini, certi scandali possano verificarsi, possano avvenire abusi mostruosi quali quelli che oggi si denunziano.

— Tutte calunnie, soggiungeva il duca di Sant’Alessio. Gli odî politici le fomentano, la manìa di demolizione... La foja dei partiti d’opposizione di afferrare il potere.

— Sarà, rispondeva un altro deputato; ma in questo caso le accuse si basano su d’un documento officiale, l’inchiesta del defunto senatore Risi.

— E chi l’ha visto il documento? Deve essere falso...

— No, di falso non vi sarebbero che i biglietti della banca.

— Ma è possibile che tanti ministri onesti, chè ammetterai ve ne siano...

— Qualcuno, lo ammetto...

— Ebbene, che tanti uomini di Stato onesti abbiano taciuto per sì lungo tempo, se i fatti fossero veri, se il documento esistesse?

— Onesti per conto loro, lo credo; ma altro è l’onestà del privato, altra l’onestà politico, ripresa Lastri. Buoni padri di famiglia, probi amministratori, eccellenti guardie nazionali, se la guardia nazionale non fosse abolita con uno strappo di pessimo augurio alla intangibilità dello Statuto... L’onestà non c’entra in questo caso. Se il documento esiste realmente, se la sua gravità è quale si afferma, sarebbe un imbarazzo scottante per qualunque governo. Prima la confessione di non aver sorvegliato; poi la necessità di colpire deputati di tutti i partiti: in maggioranza, si capisce, quelli della maggioranza; poi, per alcuni ministri, di rivelare le proprie magagne; poi le ignote conseguenze dello scandalo, che ricadono sempre sul Governo.

«Più che l’onestà, manca il coraggio.

— Sì, ma vi sono ministri compromessi personalmente, scattò a dire un deputato di Estrema Sinistra... Tutti hanno pescato nelle casse della banca per proprio conto o per conto della propria politica. Vedrete che l’interpellanza del deputato Collani andrà a vuoto come l’inchiesta del senatore Risi.

«Si fanno i nomi di una cinquantina di compromessi, un rinforzo di voti pel Governo che non vorrà farne nulla...

— I nomi! Fuori i nomi!...

— Li diremo alla Camera... Lo diranno le liste di sofferenza della banca, se pure potranno parlare.

In quel mentre entrava nel salotto della maldicenza l’onorevole Sicuri.

Fra i convenuti, un mormorìo; poi il silenzio e come un movimento di curiosità.

Si avvide Giuliano d’essere stato causa dell’interruzione delle conversazioni?

Evidentemente era fra i sospettati. Lo sapesse o no, egli presentiva la scandalo e si sentiva perduto.

Pallido come l’eroe romantico di una leggenda tedesca, pareva uscisse da lunga malattia... Un bisbiglio, qualche sorriso maligno, gli fe’ sospettare si parlasse di lui. Gogna insopportabile... Finse di cercare qualcuno o qualche cosa, e in aria distratta traversò rapidamente la farmacia, per recarsi nel salone di scrittura. Lustri lo seguì frettolosamente.

— Che hai, Sicuri? Passi e non saluti. Cosa è avvenuto? Si direbbe che sei malato.

— Infatti, sono indisposto... Non hai veduto Ruggeri? Ho bisogno di lui.

E si lasciò cadere su d’una seggiola in atto di supremo sconforto.

— Ruggeri? È partito stamani per Miralto. Ti ha cercato onde prevenirti. Sarà di ritorno domattina.

— Domattina! Aspettare fino a domani! Ebbene, aspetterò. Ma che è andato a fare a Miralto?

— Non lo so davvero!... Disse per affari, chiamatovi dal notajo...

— Per affari? Quali affari può avere?

— Sicuri, riprese Lastri a bassa voce... Ruggeri ti è amico... Certamente non si tratta di affari suoi; ma de’ tuoi.

«Bisogna riparare subito alle tue follìe, prima che scoppii lo scandalo.

Giuliano arrossì... Sorgendo da sedere stese la mano a Lastri e scrollando il capo, come per dire: «È troppo tardi!» uscì evitando di ripassare dalla farmacia... Non osava sostenere lo sguardo de’ colleghi.

Nelle sue follìe, come le aveva chiamate l’onorevole Lastri, Giuliano non aveva mai pensato alle responsabilità politiche che un giorno gli si sarebbero potute rinfacciare. Aveva bensì intraveduta la propria rovina finanziaria, ma non quella del proprio onore. Colpevole verso la sua famiglia, per le centinaja di mila lire dilapidate, non credeva di avere in alcun modo derogato alla dignità politica di deputato. La dote della moglie era reintegrata per l’ipoteca, le duecentomila lire dovute alla banca le avrebbe quanto prima saldate sul suo patrimonio, o, un’ultima illusione restava, illusione da giocatore, colla ripresa dei valori che già si accentuava, promettente una liquidazione trionfale... Aveva speso del proprio, e del proprio avrebbe pagato.

Quale indegnità politica per ciò? Pure sarebbe stato messo a fascio coi corrotti, coi venditori di voti, coi colpevoli di imbrogli, coi miserabili che avevan fatto della deputazione un lucroso mestiere, della politica una speculazione.

Ritirare le cambiali...

— Ma, ritirate o no, io mi troverò pur sempre nelle liste degli indelicati, degli imbroglioni...

Non avendo trovato Ruggeri, pensò al commendatore Cerasi. A lui avrebbe chiesto il consiglio che non aveva osato domandare all’onorevole Lastri.

Diede ordine al cocchiere di condurlo al Palazzo Braschi, il regno occulto dell’ex sottoprefetto.

Il commendatore era uscito avvertendo, in caso d’urgenza, di chiamarlo per telefono al villino Marcellin, ove avrebbe passata la serata.

— Stasera vi sarà anche Giulia, perchè è venerdì, giorno di ricevimento, mormorò Giuliano.

Il primo pensiero fu di recarsi a casa per indossare la giubba... Vi rinunziò, all’idea che vi sarebbe folla, e forse anche là avrebbe dovuto subire le curiosità maligne, i silenzî ironici, i segni d’intelligenza che aveva creduto provocare al suo ingresso nella farmacia della Camera... Non sentendo il coraggio di rincasare a quell’ora, impaurito dalla solitudine, licenziò la carrozza, e ricordandosi di non aver pranzato, entrò in una trattoria di modesta apparenza, sicuro di non trovarvi persone di conoscenza, nè di essere riconosciuto.

L’ora grigia del ravvedimento forzato era scoccata. Non la temuta bancarotta finanziaria, ma qualche cosa di peggio, la minaccia del fallimento morale e politico.

— Banca d’emissione! Perchè a un deputato non sarà permesso di concludere affari con una banca qualunque, di emissione o no, purchè gli affari suoi siano onesti? All’Istituto Romano ho portato più di mezzo milione del mio, devo somme che posso pagare... e pagherò quanto prima, e dovrò essere messo a fascio coi _panamisti_, come li chiamava lo _Svegliarino_ stamani! Oh, se avessi ascoltato Ruggeri!

«Ruggeri è partito per Miralto... Per che fare? Forse chiamato da Adele! A Miralto si sa già ogni cosa, e chissà in quali ansie è la povera donna! Maledetto il giorno nefasto in cui Cerasi mi offerse la candidatura; maledetta l’ora nella quale conobbi Ferretti, maledetta la raccomandazione del commendatore per la contessa Marcellin!

Il tavoleggiante stava ritto impalato davanti a Giuliano aspettando gli ordini, e non sapendo come richiamare dalla distrazione lo strano avventore, eccessivamente elegante per quella modesta osteria, gli presentò, ponendogliela sotto al naso, la minuta del giorno.

— Datemi quello che avete di pronto, e del vino, del migliore...

— Deve essere innamorato quel signore, disse il cameriere ad un avventore, mentre si recava in cucina... Parla tra sè come un matto!

Ad un tavolo di faccia, un crocchio di bevitori discutevano ad alta voce gli avvenimenti del giorno. Uno fra di essi, che sembrava avere maggiore autorità, spropositava notizie e commentava un articolo del _Parlamentare_ che, ferocemente ministeriale, si scagliava contro i giornalisti che volevano la luce.

— Tutti ladri! sclamò un secondo, una Camera di affamati. A lasciarli fare, divorerebbero l’Italia in ventiquattro ore...

— Mezza l’hanno già mangiata!

Giuliano istintivamente si abbottonò per nascondere la medaglia di deputato, distintivo del quale era stato tanto superbo e che ora gli sembrava un marchio d’infamia.

— Non si tratta soltanto dell’Istituto Romano; si parla della banca Michelini, la quale distribuiva somme e somme per comprare il silenzio sulla falsificazione dei biglietti... Il più bello si è che i complici venivano comprati col corpo di reato.... Coi biglietti falsi.

— Biglietti falsi! Se fossero falsi si riconoscerebbero.

— Falsi propriamente no. Sono identici agli altri; di falsificato non vi sono che le firme. Come riconoscerli? Quando avevano bisogno di denaro giravano la manovella del torchio e li fabbricavano come se si fosse trattato di stampare dei biglietti da visita. Cento all’ora!

— Finiranno in galera.

— Ma che galera! Se sono tutti d’accordo! Al direttore erigeranno monumenti come per Guttenberg! Se il Senato lo ha respinto, è probabilmente perchè in quel giorno il torchio s’era guastato; lascia che la manovella si rimetta a girare, e te lo faranno anche ministro delle finanze.

L’ingresso nell’osteria di un nuovo venuto fu salutato con un grido unanime di soddisfazione.

— Oh! ecco Cesare, che ci porterà notizie autentiche.

— Che c’è di nuovo nel baraccone?

— C’è del grosso... Burrasca. Nei corridoî e nelle sale non si parla che dell’Istituto Romano... Noi uscieri dobbiamo sempre aver l’aria di non comprendere.

Giuliano aveva riconosciuto il nuovo arrivato; un usciere della Camera infatti; ma questi non l’aveva veduto, nè lo poteva vedere, volgendogli le spalle...

— Si dice che vi sono quaranta deputati accusati... Uno solo per più d’un milione. L’onorevole De Respi è indicato come il più compromesso... I milioni sarebbero parecchî... Lo ricordo. È venuto dieci anni fa alla Camera povero come Giobbe; ora ha ville e villini, tien cavalli e corte bandita... Ci sono anche ministri... Domani l’interpellanza... Chissà che baccano... Il deputato Collani dell’Estrema parlerà. Ha i documenti. Li ho visti in un plico di carte che pesa due chili... Si dice di un altro deputato, un novellino che è alla Camera da soli sei mesi, il quale si sarebbe pappate più di seicentomila lire.

— Bono! Centomila lire al mese. Non c’è male! Una bella lista civile!

Giuliano non resse più. Pagò lo scotto e se n’andò, non senza aver attirata l’attenzione dell’usciere, il quale riconoscendolo allibì.

— Sono perduto! sclamò quando Giuliano rinchiuse dalla strada la porta vetrata... Sono perduto!... L’onorevole Sicuri! Deve aver tutto udito. È di lui che parlavo...

E il poveruomo nella costernazione si picchiava la fronte ripetendo:

— Sono perduto! Sono perduto!

La scena divenne tragica; i bevitori facevan circolo al disgraziato, tentando rassicurarlo: questi, inconsolabile, si scaraventava contro le più terribili imprecazioni.