L'onorevole

Part 15

Chapter 153,567 wordsPublic domain

Nel frattempo qualcuno andava demolendolo, narrando aneddoti, in apparenza fantastici; fra gli altri di un ingente mutuo imposto ad una banca e della senseria toccata... Una forte somma; per di più il regalo di due morelli ungheresi...

— Che! Un equipaggio completo. E intanto che noi si discorre, l’eccellenzina ereditaria, scarrozza nel cocchio di babbo.

— C’è dell’altro... La Corte de’ conti continua a respingere decreti; sono nomine e promozioni di funzionarî, tutti mariti di belle mogli.

— Oh, questa è una indegnità!

— Indegnità o no, è un fatto! Sarà una combinazione; ma il fatto sta. I decreti respinti vengono registrati con riserva; i funzionarî entrano in carica e toccano lo stipendio, a dispetto della Corte...

— Dei conti.

— S’intende.

— Ma c’è la commissione parlamentare per i decreti registrati con riserva, disse un novellino.

L’ingenua interruzione fu accolta fra le risa ed i sorrisi di compassione...

— La commissione! Non si raduna da anni.

— Ma, allora, a che cosa serve la Corte dei conti? replicò il novellino imbarazzato.

— A nulla! decretò solennemente il presidente virtuale della farmacia. Signori, sono le due. Gli uscieri ci chiamano nell’aula. Oggi seduta importante; il deputato Istriani ci costringerà certamente ad un appello nominale. Accidenti alla Estrema Sinistra! Sono quattro gatti e non v’è seduta senza scandali.

— La colpa è della Destra, che, di soppiatto, li appoggia.

Le sale e gli ambulatorî andavano sfollandosi lentamente; pochi onorevoli rimasero ai tavoli, leggendo, scrivendo.

Il duca di Sant’Alessio, rimasto solo in farmacia, approfittò del silenzio per ajutare il chilo della copiosa colazione dormendo, sicuro che in caso di voto gli uscieri lo avrebbero chiamato.

L’onorevole Lastri raggiunse Ruggeri nell’ambulatorio.

— Ancor qui, Ruggeri?

— Aspetto Sicuri.

— Dimmi un po’, che c’è di vero in ciò che momenti fa si susurrava in farmacia di una grossa perdita fatta al giuoco?

— Anche il giuoco! sclamò Ettore allarmato.

— Lo diceva il duca di Tarsi. Giuliano avrebbe perduto più di centomila lire, in poche sere, in una bisca molto nota anche alla polizia e dalla polizia rispettata per l’autorità dei personaggi che la frequentano e per l’onnipotenza degli anonimi che la tengono.

— È la rovina completa! Mortelli, l’agente di cambio, mi avvertì stamattina che nella liquidazione di borsa di jeri l’altro, Giuliano c’è rimasto per somme enormi... E ciò che mi stupisce è come abbia potuto liquidare regolarmente, passando per più di trecentomila lire alla banca del barone Michelini. E non sarebbe tutto, perchè avrebbe in riporto una massa di titoli.

— Bisogna fermarlo.

— Ci penso. Ma in qual modo? Quel miserabile di Ferretti lo ha ipnotizzato. Come strapparlo alle grinfe rapaci?

— Come mai Giuliano potè avere a disposizione somme sì grosse?

— Deve aver fatto qualche operazione a Milano, durante le ferie parlamentari. So che la dote della contessa è liquida in gran parte. Circa mezzo milione. Egli non possiede che stabili e terre.

— Sarebbe un’infamia! sclamò indignato il vecchio Lastri. Rovinarla mentre la tradisce.

— Oh, i miei presentimenti!

— Ed i miei? mormorò Lastri. Forse non è irreparabile. Bisogna vederlo, parlargli, convincerlo.

Chiamato un usciere, il deputato gli diè ordine di salire in giunta delle elezioni per vedere se vi fosse l’onorevole Sicuri...

— Cercatelo dappertutto. Ditegli che è aspettato qui nell’ambulatorio... Mandate anche nell’aula...

In quel mentre Giuliano entrava dalla porta posteriore del palazzo di via della Missione.

In pochi mesi si era completamente trasformato. Non più la timidità che gli attirava le simpatie protettrici dei vecchi parlamentari. Aveva assunto, con un’eleganza alquanto pretensiosa, un po’ dandinesca, ciò che i francesi chiamano l’_à plomb_, un fare disinvolto, un zinzino impertinente; impertinenza mitigata dallo sguardo azzurro, sempre benevolo nella sua incertezza vaga.

Scorgendo Ruggeri gli si fece incontro, tentando nascondere le preoccupazioni che lo turbavano.

— Come va, Ettore? Non ti si vede più. Bisognerà andare alla stazione per cercarti... Fai sempre i tuoi viaggi in ispirito?

A Lastri porse la mano sorridente:

— Sai, la giunta propone la convalidazione. Domani uscirò dal limbo... Era tempo!

— Devo parlarti a lungo, Giuliano, gli disse Ettore con dolcezza, come avrebbe fatto con un fanciullo che si vuole ammonire e persuadere ad un tempo...

Lastri fece atto di andarsene.

— No! rimani, non sei di troppo.

Giuliano non seppe nascondere la contrarietà provata a quell’esordio.

— La seduta è aperta, devo recarmi nell’aula... Sarà per più tardi. Stasera, dopo la seduta, disse quasi invocando.

— Nell’aula non ci hai nulla da fare, soggiunse severamente Ruggeri. Si discute il bilancio dell’istruzione... Le interpellanze verranno in fine di seduta. Avrai tutto il tempo di votare per il tuo Governo, se voto vi sarà.

— Sia... Dimmi almeno di che cosa si tratta. Hai un’aria tanto solenne, che mi impensierisci...

E volle ridere, ma fingere non sapeva; levatosi la maschera, con voce tremante soggiunse:

— Lettere da Miralto?

— Non ancora, per fortuna... Tentiamo di prevenirle... se pure siamo in tempo.

Giuliano impallidì.

— Colla tua solennità mi spaventi; sarebbe avvenuta qualche disgrazia?

— No, tranquillizzati... Ma non rimaniamo qui. Nella sala là in fondo, a sinistra, saremo soli ed in piena libertà.

La sala indicata è storica per essere stata abitata dal compagno di Garibaldi, Nicola Fabrizi, il cui ricordo è tutta una requisitoria contro gli attuali nababbi politici, truffatori e non eredi delle glorie dei grandi defunti.

Ruggeri, quantunque preoccupato di ben altro, come se avesse pensato, ad alta voce rivoltosi a Giuliano:

— Ne’ suoi ultimi anni abitò qui il sublime bohème, ospite della presidenza della Camera; aveva dato tutto, nulla serbando per sè, gloriosamente povero come Cristo. La gloria, nè lui, nè Garibaldi non la potevano dare perchè apparteneva alla storia; ora la si svaligia per glorificare i viventi.

Giuliano, poco compreso di ammirazione, specie in quel momento, vagava al soffitto cogli occhi blu di malumore, non dandosi cura di nascondere la contrarietà dispettosa per quella chiamata all’ordine, che presentiva si sarebbe risolta in una nojosa paternale.

Si sedettero in silenzio, colla gravità di padrini che si accingano a discutere una questione d’onore.

— Ora siamo soli; potrò finalmente sapere di che si tratta, disse Giuliano simulando indifferenza, smentita dal tremito della voce.

— Caro Giuliano, riprese Ettore con affabilità, io non ho veste per farti da mentore, nè autorità, nè diritto di sindacare le tue azioni. Tuttavia l’amicizia ha i suoi doveri, sacri doveri, e la differenza di età che passa fra noi mi impone quelli di un fratello maggiore. La tua inesperienza, la tua natura onesta ed entusiasta, ti additarono facile preda agli imbroglioni. È vero che operi in borsa, che hai subìte perdite gravi e che mantieni in sospeso operazioni ingenti, le quali nell’alea terribile potrebbero assorbire tutto il tuo patrimonio?

Giuliano, non osando mentire, non rispose; abbassò lo sguardo, assentendo in silenzio.

— Oggi ricevetti lettera dal notajo di Miralto, che è pure il tuo notajo. Egli amministra il mio piccolo peculio e, rendendomi conto della sua gestione, si lascia sfuggire un grido di allarme per te, quantunque egli non sappia il peggio. Vecchio amico di tuo padre, mi prega di consigliarti, non osando egli stesso.

«L’elezione ti costò circa settantamila lire, ed in cinque mesi da che sei a Roma ne hai prelevate altre settantamila, circa. Alle tue perdite in borsa, agli svaligiamenti perpetrati nelle bische contro di te, come hai provveduto? Ove hai trovato le quattrocentomila lire occorrenti, quasi la metà del tuo patrimonio?

Giuliano non rispondeva; Ruggeri si era alzato e passeggiava concitato. La scena diveniva imbarazzante... Lastri si sentiva di troppo ed avrebbe voluto andarsene. Ruggeri lo pregò collo sguardo di rimanere.

— Dillo, in nome di Dio! Dillo! Hai firmato delle cambiali?

Giuliano accennò col capo di no.

— Come hai fatto?

— Un conto corrente all’Istituto Romano.

— Un conto corrente? In qual modo l’hai ottenuto?

— Hanno esagerato... Le perdite non sono quali le supponi. Te lo proverò.

— Il conto corrente?

— Ho depositato una somma...

— Di’ la verità... La dote della contessa?

Giuliano tacque.

Ruggeri era impallidito per lo sdegno. Pure, essendosi imposto la calma, dopo breve pausa:

— Disgraziato! Non pensavi che quei danari sono sacri, che non sono tuoi, che sono di tuo figlio, di quella povera donna, che, fidente in te, nel tuo amore, ti darebbe la vita? Giuliano, quale demonio ti ha invaso?

Avvicinandoglisi, gli prese le due mani, e con affetto, quasi supplicante:

— Dammi almeno parola che liquiderai la tua posizione in borsa, che rinunzierai alla rivincita. Sarebbe il disonore colla rovina completa.

Giuliano aveva le lacrime agli occhî, l’angoscia lo strozzava; mormorò più che non dicesse un sì, assentendo del capo. Poi soggiunse:

— Avevo già pensato di dare ipoteca ad Adele su i miei stabili.

— Bisognerà farlo subito...

Intervenne Lastri:

— L’importante è di rompere ogni rapporto con quel furfante di Ferretti, di non mettere più piede nelle bische, delle quali egli ed il suo avversario... politico, il noto giornalista Moisaici, sono i cointeressati biscazzieri. È notorio. Si susurra perfino che un nostro collega e, parlamentarmente parlando, non l’ultimo venuto, vi abbia lo zampino.

— Non è possibile! scattò a dire Giuliano.

— Te lo proverò, figlio mio. È il segreto di Pulcinella...

Giuliano, ad un tratto, come sovvenendosi improvvisamente di un impegno urgente, si alzò dicendo:

— Vi ringrazio, amici! Farò tutto ciò che vorrete. Lo prometto! Ci rivedremo stasera, qui, alla Camera...

E, senza lasciar tempo a Ruggeri di insistere per trattenerlo, se ne andò frettoloso. Ettore e Lastri rimasero di fronte, scoraggiati.

— Non vi è nulla da fare, sclamò Lastri. La complicazione della donna guasta tutto... Sai quale affare urgente lo chiama? Va nell’aula per vedere se la marchesa è nella tribuna: fa un segno; essa scende, ed entrambi in carrozza, nella carrozza di Giuliano, che aspetta, ne son sicuro, qui sulla piazzetta della Missione, vanno alla campagna a filare idillî fra le rovine o sulle alture dei colli. Archeologia amorosa!

— Se non possiamo salvare lui, l’imbecille, salviamo almeno la sua famiglia. Tu che sei giureconsulto, dammi un consiglio.

— Un’ipoteca.

— È affar lungo...

— Un sequestro conservativo...

— La contessa non si deciderà mai a volerlo. D’altronde, bisognerebbe dirle tutto. Quale schianto in quella casa!

— Presto o tardi verrebbe a conoscenza d’ogni cosa... Meglio ora, che siamo ancora in tempo per evitare una catastrofe completa.

«Non è nell’interesse soltanto della contessa; anche di suo figlio. L’amore di madre dovrebbe prevalere.

— Tu conosci la marchesa Fiori, replicò Ettore; se la facessimo intervenire... Che donna è?

— È... E chi potrebbe dirlo? Buona certo. Ma un cervellino bizzarro, come la sua bellezza. La credo capace delle più nobili azioni; lo ha provato di fronte a quel miserabile di suo marito. Ma se la passione se ne immischia, chi può prevedere di che cosa sia capace anche nel male?

«Poi c’è quella zia! Un’intrigante per istinto; affarista per avarizia. Si buccina abbia delle intelligenze con Ferretti; l’hanno visto spesso uscire dal villino Marcellin all’Esquilino; ed un giornale d’affari e di scandali, il _Boulevard_, stampò in proposito insinuazioni molto trasparenti, passate quasi inavvertite, per il silenzio successivo. Evidentemente, silenzio non del tutto gratuito.

— Prima di prendere una risoluzione, aspettiamo la confessione generale di Giuliano. Ha promesso di venire stasera; dopo, ci appiglieremo al partito che ci parrà migliore.

— Credi che verrà? chiese Lastri.

— Oh, certamente!

— Io ne dubito...

Lastri ebbe ragione; alla sera il bel Giuliano brillò per l’assenza, e i due amici lo aspettarono inutilmente.

CAPITOLO XVI.

Delusioni. — Tristezze.

Nelle informazioni di Ruggeri e dell’onorevole Lastri non vi era fatalmente nulla di esagerato. Il colpo tentato in borsa da Ferretti era fallito alla prima prova.

Incoraggiato all’ottimismo dalle assicurazioni dei ministri, dal progetto di legge di una proroga sessennale del privilegio alle banche di emissione, coi criterî di rispetto della pluralità bancaria; dalle coalizioni di potenti sindacati al rialzo, italiani e stranieri, il cinico Ferretti, pur non credendo alla saldezza delle nostre società anonime e de’ più importanti istituti di credito, pur conoscendo le magagne di tutti gli stabilimenti minori, satelliti dei grandi astri offuscati, dei valori locali e della stessa rendita, scossa dagli incolmabili disavanzi; pur non prestando fede al pareggio, promesso nei bilanci dello Stato, pareggio ch’egli strombazzava nel suo giornale, credette ad una momentanea galvanizzazione del nostro credito, assassinato dal mal governo, e, l’avoltojo, si era imbrancato nuovamente cogli ingenui, deciso a rovesciare, a tempo opportuno, le proprie operazioni, lasciando i merli nelle panie.

Operò al rialzo, accusando nel proprio giornale di alto tradimento deputati e giornalisti, che alle menzogne ufficiali contrapponevano onestamente la verità; indiscutibile verità delle cifre, l’evidenza di fatti inoppugnabili.

Ferretti, quanto più sentiva di mentire, tanto più gridava, aumentando di violenza. A forza d’urlare si stordiva, e finì per credere di essere nel vero. Fatto nuovo e tanto inverosimile, che avrebbe dovuto convincerlo del contrario.

Fallita la prima prova in due disastrose liquidazioni, si accingeva alla rivincita, rinfrancando la vittima colle promesse, cullandola nelle illusioni più rosee. Una pioggia d’oro e di biglietti da mille senz’altri rischi. E le previsioni erano corroborate da tanta sapienza finanziaria, da tale conoscenza dei mercati e dei valori, che il povero Giuliano non osava opporre objezioni, le obiezioni meditate nella febbre dell’insonnia, fra i rimorsi e lo spavento della propria e della rovina de’ suoi.

All’apparire del giorno, col sonno riparatore, sfumavano i propositi eroici, avvinto a Ferretti come il galeotto al compagno di catena; affascinato dalla marchesa Giulia, la sirena incantatrice, ormai a lui necessaria quanto la luce e l’aria per vivere.

Giulia lo sentiva infelice e, ritenendosi unica causa delle profonde tristezze, de’ turbamenti subitanei, delle ansie mal simulate, raddoppiava d’amore per consolarlo delle gioje domestiche perdute, per costringerlo, nelle deliranti felicità della passione, all’oblìo della rivale lontana.

Anch’essa, Giulia, quando l’amante non era là, dinanzi a’ suoi occhî, fra le sue braccia, era infelice.

Chè, fra di loro, non interponevasi soltanto una rivale; ancora la testina bionda di un bambino, che Giulia avrebbe voluto odiare quanto la di lui madre, ed invece sentiva di amare, quasi a compenso della parte di amore paterno che gli rapiva.

Quando si era data, Giulia, come l’Edea di Byron al giovane naufrago Don Giovanni, sulla spiaggia deserta, ove la tempesta ed il destino l’avevano gettato, non aveva chiesto ricambio di promesse, di giuramenti, non aveva pensato al passato ed all’avvenire. Come abbiamo detto altrove, Giuliano era giunto nel momento fatale, e Giulia si era abbandonata nella incoscienza di un fiore che si lascia cogliere, senza lotta, senza protesta, senza considerazioni, senza preoccupazioni per sè, per lui, per altri. Non sapeva se l’amava, se sarebbe stata riamata... D’amarlo veramente, con tutta la passione dell’anima ardente, non lo seppe che il giorno in cui Giuliano le aveva scritta la lettera d’addio.

Da quel dì comprese tutta l’enormità del suo fallo, si sentì avvinta per la vita a Giuliano, che non poteva, non doveva essere suo.

Da quel giorno provò tutte le torture della gelosia, i terrori del dubbio, i rimorsi della colpa.

Riconquistato l’amante, strappato alla famiglia, se non colla violenza, col fascino dell’ardente bellezza, colla onnipotenza irresistibile dello sguardo innamorato, colle ineffabili voluttà del bacio dall’effluvio inebbriante, era ritornata vittoriosa da Miralto; ma in cuor suo portava la gelosia ed il rimorso.

Aveva voluto vederla, la famiglia di Giuliano. In agguato, dietro le persiane dell’appartamento dell’albergo, li aveva veduti passare nella via, madre e figlio. Era una domenica; si recavano alla messa.

La bellezza odiata della contessa Adele le suscitò in cuore come un senso di pietosa simpatia; alla vista del bimbo, pianse di tenerezza. Eppure, la guerra era a morte contro quegli esseri pii ed innocenti.

L’ufficio divino terminato, ritornarono. Il bimbo che sorrideva a tutto, al cielo come alla terra, sorrise anche alle persiane chiuse, dietro le quali stava appiattata Giulia...

Un pensiero odioso le balenò alla mente:

— Se la madre morisse, come l’amerei quel bambino!

Se morisse! Nelle gioje e nei tormenti del suo amore, il pensiero colpevole, iniquo... Speranza nei terrori che le inspirava l’avvenire.

La contessa Adele, insciente del dramma che andava fatalmente svolgendosi, attendeva fidente il ritorno del marito, le cui visite, per quanto brevi, non si erano diradate, attendeva con ansia giuliva, contando i giorni, l’epoca delle vacanze parlamentari, ormai vicine. Non si sarebbero separati mai più. L’aveva promesso! L’anno prossimo l’avrebbe seguito a Roma.

E Giuliano, lo vedeva l’abisso?

Lo sentiva, non lo vedeva, perchè sull’orlo del precipizio, colpito da vertigine, chiudeva gli occhi per non vederlo...

Chiudeva gli occhi, senza poter arretrarsi, illudendosi nelle lusinghe di Ferretti, quantunque, ormai, fallita la fede anche in quell’uomo.

Ruggeri e Lastri gli porgevano la corda di salvezza; un carattere risoluto vi si sarebbe aggrappato; Giuliano la respingeva, incapace di risoluzioni decisive. D’altronde sarebbe stata la rinunzia ad ogni speranza di rivincita, la confessione ad Adele delle proprie follìe, la necessità di lasciare Roma, di rientrare nella vita privata, la rinunzia alla deputazione, l’abbandono di Giulia, pensiero intollerabile, mentre un colpo solo di fortuna avrebbe potuto rimediare a tutto.

Non mentori, non consigli; alla sorte la decisione!

E poi?

Non vi pensava! Non voleva pensarci e perciò tentava stordirsi fra l’amore di Giulia e le emozioni del gioco, nell’esistenza vuota, ma affaccendata dello _sportsman_, cercando distrazioni nelle frivolezze, le meschinerie convenzionali di quella società che, tanto impropriamente, chiamasi il gran mondo.

Ad onta di ciò, il terribile punto interrogante gli si disegnava inesorabilmente alla mente, perseguitandolo, fin fra le braccia innamorate della marchesa.

E poi?

Il suicidio? Facile scappatoja per chi non lascia affetti dietro di sè, non ha doveri da compiere, il nome di un figlio da far rispettare.

Orribile prospettiva per Giuliano, il quale, pur non sapendosi sottrarre ai fascini della nuova esistenza, adorava la famiglia, sentiva la grande responsabilità che gli incombeva.

E poi?

Quando quel fatidico punto lo importunava nel sonno, balzava forsennato, si rivestiva per recarsi al club, o per bussare alla porticina della bisca, nella speranza di trovarvi attardati giuocatori, coi quali, pur precipitando la propria rovina, dissipare, nelle assorbenti distrazioni del gioco, l’incubo intollerabile.

La sera nella quale Ruggeri e il deputato Lastri avevano inutilmente aspettato Giuliano alla Camera, egli era uscito a tarda ora dall’appartamento della marchesa. Sua prima intenzione quella di rincasare immediatamente; quando fu al portone si pentì, ebbe paura delle insonnie tormentose e diede ordine al cocchiere di retrocedere, di condurlo al club.

Le sale erano deserte, il giuoco languiva; però quel soccorso inaspettato fu accolto dai giuocatori con un _urrah!_

— Come mai tante diserzioni? chiese Giuliano.

— Il thè della baronessa Stigler... Arriveranno fra poco. Sei il benvenuto, Sicuri; ci si cullava in un giuoco innocente di famiglia, avremmo finito per addormentarci. Un _chemin de fer_ a scartamento ridotto.

— Un tram! disse un altro.

— Chè, un omnibus.

— Aspettiamo i reduci dal thè! propose Giuliano.

— Intanto vieni ad alimentare questa povera locomotiva incagliata.

— Con piacere! disse Giuliano.

E rivoltosi ad un inserviente, soggiunse:

— Datemi dei gettoni.

— Quanti?

— Due o tremila lire! Prese posto al tavolo, aspettando il turno del proprio banco.

Il turno venne, e Giuliano si disponeva a dar carte.

— Quanto di banco? gli chiese il giuocatore alla sua sinistra.

— Quanto vuoi!

— Quand’è così, diamo impulso alla macchina. Parti da mille lire.

— Chiami banco?

— Sì!

— Mille?

— Mille!

— Parto!

Giuliano diè carte. Vinse, rivinse... Una serie di dodici colpi. Una combinazione miracolosa al _baccara_, meno probabile di un terno al lotto.

Il voluminoso mazzo di carte erasi esaurito coll’ultimo colpo. Le perdite erano state colossali, talmente sproporzionate alle consuetudini del tavolino, che vi fu un momento di silenzio; i giocatori non si rendevano conto di ciò ch’era avvenuto, come svegliati da un sogno, tanto rapida, quasi fulminea, la partita.

I pochi soci dispersi per la sala, alla voce della straordinaria _giocata_, erano accorsi facendo circolo, spettatori; alcuni, attori, avendo sparato anch’essi cartuccie di biglietti da mille, su parola, agli ultimi colpi della serie inverosimile.

I giocatori erano lividi, il sudore rigava i loro volti contraffatti. Giuliano, come sonnambulo, non rendevasi conto di ciò ch’era avvenuto... Gettoni a mucchî, biglietti di banca a fasci davanti a lui, che nel rifare i conti su parola non connetteva le cifre, tanto che dovette ricorrere all’abilità aritmetica di una fra le sue vittime.

Contato il danaro, liquidati i gettoni, tirate le somme, la vincita di Giuliano saliva a duecentosettanta mila lire.

— Signori, disse Giuliano, rifacciamo le carte... È giusto ch’io dia la rivincita.

Un giovinotto, con sollecitudine ansiosa, disponevasi a rimettere in assetto gli otto mazzi di carte gettati alla rinfusa nel paniere. Altri intervennero:

— E, come la rivincita? A st’ora!... Andremmo nelle cifre fantastiche. Bisognerebbe incominciare da puntate di cinquantine di mille lire...

Il giovane ristette a guardare Giuliano con occhî sbarrati. Gli si leggeva nello sguardo la disperazione. Finchè aveva potuto sperare nella rivincita, gli era riuscito sorridere; ma, troncata la partita, non reggeva al pensiero di non poter soddisfare il suo debito... debito d’onore!

Giuliano vide e comprese. Tutti si erano alzati; egli si avvicinò al giovane e, fingendo intrattenerlo d’altro, gli mormorò all’orecchio:

— La rivincita che non posso darle stasera, la rimandiamo a domani. Non si preoccupi della differenza; i conti a partita finita.

Il giovane gli strinse la mano, senza rispondere, troppo commosso per poter esprimere la propria gratitudine.

Giuliano si sentiva umiliato da quella vena insolente, avrebbe voluto rigiocare, gli pareva d’essere sospettato. Da poco era stato ammesso a quel circolo, poche volte vi aveva giocato e la sorte gli era stata sempre favorevole.

— Strano! Alla bisca perdo sempre!... Decisamente Ferretti mi porta disgrazia.

Se avesse ricordato gli ammonimenti del deputato Lastri, avrebbe spiegato le ragioni della diversità di fortuna. Quella vincita riparava in parte alle differenze di borsa; se Giuliano avesse voluto e potuto seguire i consigli degli amici, liquidando la sua _posizione_, la perdita sarebbe stata ridotta a proporzioni meno disastrose. Ma il demone del gioco l’aveva invaso e da quel primo ritorno della fortuna traeva lieti auspicî per l’avvenire.

— Smetterò quando sarò completamente rifatto!

Un nuovo disastro lo sovrastava.

La sera successiva, Giuliano si recò nuovamente al _Trotter_; non vi si giocava.