Part 17
— Se è fra i colpevoli, avrà ben altro da pensare che a far rapporto contro di te.
— Io l’avevo preso per pazzo, disse il cameriere; parlava fra sè, proprio come un mentecatto.
— Giuro che non ha sentito nulla.
Giuliano era annichilito da quella scena... Si era riconosciuto nel deputato novellino... La leggenda era a rovescio del vero, fraintesa dall’usciere in farmacia, quando, partito Giuliano, l’onorevole Lastri ne aveva prese le difese.
— Mi pare, aveva detto un deputato all’onorevole Lastri quando questi ritornò in farmacia dopo aver salutato Giuliano; mi pare che il tuo giovine protetto sia annoverato nella lista dei pescatori nel torbido.
— Il conte Sicuri, rispose Lastri ad alta voce per essere inteso da tutti, non ha pescato; ma fu pescato dal più abile accalappiatore di pesci che vi sia mai stato dopo san Pietro.
«Sapete a chi voglio alludere...
— A chi? A chi? chiesero più voci in coro... La curiosità, in quei giorni di sospetti e di accuse, era talmente eccitata, che alla speranza di una nuova rivelazione tutti gli onorevoli radunati in farmacia fecero religioso silenzio, silenzio invano domandato dal campanello del presidente nelle sedute pubbliche della Camera.
— Alludo, riprese Lastri, all’eroe del _Romanzo copiato dal vero_ del nostro collega poeta, il Quevedo y Villegas moderno d’Italia, Lieto Destrieri, la cui _Storia sorprendente_ può fare raffronto all’_Historia y vida del gran tacaño llamado Buscon_...
— Ferretti! Ferretti! sclamarono dieci voci.
— Per l’appunto! soggiunse Lastri.
«Ebbene, il mio pesciolino, il mio protetto, un provinciale ingenuo, cascò nelle reti del gran tacaño del nostro Quevedo e trovò modo in sei mesi di mangiarsi o di farsi mangiare 600 mila lire, dico lire seicentomila in stampatello, col gusto di vedersi inscritto nelle liste di proscrizione che circolano clandestinamente.
— Non è possibile, saltò su a dire il deputato Boemi, celebre per la onorata miseria, per la onesta parsimonia e per la trascuranza poco pulita ed ancor meno olezzante dell’abbigliamento... Seicentomila lire in sei mesi... Sei patrimonî!
— Alla tua stregua potrebbero essere dodici ed anche più...
L’assemblea rise considerando la barba incolta e la deplorevole toletta dell’interlocutore. Rise anch’egli pensando che infatti il dodicesimo di quella somma, per lui, avrebbe rappresentato l’opulenza.
— A Roma non vi è nulla di impossibile, caro Boemi. Il duca di Piombo, cascato in mano del banchiere Michelini, trovò modo di perdere sei milioni oro sonante in un giorno solo, e lo zampino di Ferretti c’era... Ove non c’è lo zampino di Ferretti? Perfino nei falsi perpetrati per frodare la finanza... Così dice la _Storia sorprendente_. Così è. E il mio protetto, mezzo rovinato... se si farà la nuova inchiesta parlamentare alle banche, arrischierà di vedersi accusato di corruzione. Così va il mondo.
— È il caso del collega Capolini che è nella lista degli indiziati, avendo accordato per più di trecentomila lire di avalli ai suoi grandi elettori, i quali in omaggio al suffragio universale non trovarono di meglio del mangiarsi vivo il loro eletto, disse un deputato meridionale.
— Il cannibalismo applicato al sistema rappresentativo, riprese Lastri.
«Fatto è che la Camera rappresenta davvero l’intiera società; tutte le gradazioni di intelligenza, di abilità, di furberia, di ingenuità, di ipocrisia, di sincerità, di coraggio di viltà, di avvedutezza, di prudenza, di galantomismo e di marioleria. Sfruttatori o sfruttati anche qui; lupi ed agnelli, come nel Parlamento degli _Animali parlanti_ del Casti. Ma fuori di qui l’atmosfera è ampia ed aerata; noi, invece, in un ambiente ristretto e viziato da pochi, siamo tutti affetti di febbre miasmatica. Malaria! E nei fremiti degli accessi febbrili non abbiamo più la nozione del bene e del male.
«In politica, come nel resto.
«Negli accessi malarici, continuava Lastri, anche i migliori scambiano la Camera per il paese, le istituzioni per la patria, confondono gli uomini coi principî...
«L’opportunismo solo programma politico, i capi partito sola bandiera, il Governo sola meta; tutto, compresa la coscienza, subordinato alla rielezione, tramite necessario alla potenza, alla fortuna, agli onori vagheggiati.
«I più modesti, fra i quali mi imbranco, senza aspirare precisamente ai portafogli, spenti gli ideali che rendevano bella e gloriosa la loro opera di legislatori, rimangono, vogliono rimanere per vanità.
«L’idea di dover rinunziare alla deputazione ci fa allibire... Ritornare spontaneamente semplici cittadini è da pochi; i Silla sono rari come le mosche bianche... E poi, è proprio certo che Silla abbia abdicato per volontà propria?
«La malattia di cui morì mi fa supporre che avesse troppi fastidî in famiglia, per trovar tempo e modo di occuparsi degli affari di Stato.
Le campane di Montecitorio, ritornate dopo il discorso della Corona al loro modesto ufficio cronometrico, annunziarono la mezzanotte. Ora canonica. La farmacia si spopolò, i deputati all’avvertimento dei sereni di bronzo si sparpagliarono, i morigerati per rincasare, i nottambuli per rovesciarsi nel caffè Aragno, ove rifriggere tutte le dicerie ed i pettegolezzi del giorno, cucinati in farmacia, portando messe di notizie, di raccomandazioni, di fervorini e _réclames_ ai corrispondenti telegrafici in agguato.
Quella sera i fili elettrici erano ingombrati di particolari della prossima interpellanza bancaria, di iniziali di deputati compromessi o sospettati.
Il monogramma _G. S._ era già stato segnalato a Miralto, ove lo si commentava con indignazione.
CAPITOLO XVIII.
I due voti di Stella.
Solo chi fu colpito dai più grandi dolori morali può farsi idea della terribile notte passata da Giuliano.
Rincasando un nuovo colpo l’aspettava. Non avrebbe dovuto essere impreveduto; ma nel disordine della mente agitata, nelle emozioni divoranti, aveva perduto la nozione del tempo.
Sul suo scrittojo un modulo a stampa, riempito a mano dall’impiegato dell’Istituto Romano, lo preavvisava della scadenza di diversi effetti per la somma di settantacinquemila lire.
Bisognava dunque pagare o rinnovare.
Per procurarsi la somma gli sarebbero occorsi parecchî giorni. Rinnovare! Come rinnovare le cambiali nello stesso giorno nel quale si doveva svolgere alla Camera l’interpellanza Collani contro gli uomini politici che all’Istituto Romano avevano attinto, o col quale avevano affari? Sarebbe stato ribadire la propria compromissione, firmare la propria condanna.
— Perduto senza remissione... mormorò. Non c’è via di scampo! Disonorato!
Le notti romane sono brevi nel tepente mese di giugno. Quattro ore dopo, i primi bagliori illuminavano la camera da letto di Giuliano, contrastando sinistramente colle fiamme rossiccie delle candele quasi intieramente consunte. L’alba radiosa è conforto ai disgraziati afflitti d’insonnia; l’alba confortatrice per tutti, per lui, come per il condannato a morte, sorgerà annunziatrice del supplizio.
Le finestre dell’appartamento di Giuliano prospettavano sulla Piazza Termini, la vista spaziava fino alla stazione. Panorama variato e ridente in un mattino estivo.
Il giardino pubblico, tutto fiori e profumi, contrasto alle nere rovine delle terme di Diocleziano, i viali verdeggianti, gli _chalets_, caffè rumorosi la notte, ma in quell’ora mattutina silenziosi come tombe; il biancheggiare delle costruzioni moderne, l’azzurro del cielo, la perenne colonna d’acqua della fontana di Termini, soffiante come getto della respirazione affannosa di enorme cetaceo, il pulvischio acqueo iridescente ai primi saluti luminosi del sole presentavano una scena forse un po’ teatrale per le inverisimiglianze edilizie, sì frequenti in questa strana Roma tutta anacronismi architettonici e contrasti fra il vecchio e il nuovo, fra il grandioso ed il meschino, fra il sontuoso ed il lurido; una scena teatrale, ma superba.
Giuliano, arso dalla febbre, si affacciò per respirare la fredda brezza confortatrice...
Uno strillone passava gridando alle vie deserte ed alle case addormentate l’_Ordine_ e lo _Svegliarino_ e annunziava le notizie. «L’assassinio di questa notte al ponte di Ripetta. — Le coltellate di via dei Serpenti. — L’orribile fatto a Prati di Castello. — L’interpellanza Colanni, nomi e cognomi dei deputati compromessi nelle ladrerie dell’Istituto Romano.»
— Nomi e cognomi! Vi sarà anche il mio!
Si ritrasse come se avesse temuto di essere riconosciuto dallo strillone, che andava distribuendo numeri dello _Svegliarino_ ai cocchieri assonnati, di stazione sulla piazza.
— A chi rivolgersi? pensava Giuliano disperandosi, per far fronte alle scadenze d’oggi?
Egli, all’infuori di Ruggeri e di Lastri, non aveva amici. Se, almeno, avesse potuto vedere la sera innanzi il commendatore Cerasi! Gli avrebbe dato consiglio... Nè Ruggeri nè Lastri sono ricchi... Poi Ettore è a Miralto...
— Scriverò al direttore dell’Istituto di sospendere gli atti per pochi giorni... Ma se l’inchiesta sarà votata, a che gioverà? Non vi è che Ferretti il quale mi possa salvare... Ferretti! Si parla di un imminente mandato di cattura contro di lui... Avere nuovi rapporti con quel miserabile, causa di ogni mia sciagura?... D’altronde, rapporti ne devo avere per forza... La liquidazione di domani!... Almeno, come si annunziava jeri, fosse favorevole!... Troncherei ogni operazione... i corsi... vediamo i corsi della chiusura di Parigi...
Premette convulsamente il bottone elettrico; dopo qualche minuto di attesa apparve sulla soglia, mezzo svestito, il cameriere.
— Presto... scendi! Va a comperare l’_Ordine_ e lo _Svegliarino_; recali subito.
Il domestico non si moveva...
— Signor padrone, si sente male?
Infatti, Giuliano era irriconoscibile; le sofferenze di quella terribile notte lo avevano sfigurato... pareva invecchiato di vent’anni... Gli abiti scomposti, i capelli arruffati rendevano ancor più evidente la trasformazione.
— Male? Io, no... Sì, un po’... Portami del _cognac_... una tazza di caffè... E presto, presto, i giornali!
Il domestico uscì. Dalla strada il grido stentoreo dello strillone: «coi nomi e cognomi dei deputati compromessiiii nelle ladrerie dell’Istituto Romanoooo...»
— E Giulia? Che penserà di me, confuso coi ladri... Disonorato! Non la rivedrò più!... Non oserei dirle tutta la verità. Scolparmi sarebbe inutile, essa non mi crederebbe... Disprezzandomi, mi metterà a pari col marito.
«Non rivederla, impossibile... Partire? Dove e come? Le calunnie si aggraverebbero contro di me... Direbbero che sono fuggito non potendo difendere il mio onore... In Francia, Reinach si è ucciso... Passerò anche per vile. Morire! Sarebbe il miglior scioglimento, il più logico... Ma io non so, non oso, mi ripugna morire! Non mi vi sono deciso stanotte, non saprò decidermi mai più... Il tragico scioglimento non salverebbe il mio onore, ch’io devo difendere anche nell’interesse di mio figlio... Oh! Adele, quanto avevi ragione di vestirti a lutto il giorno della mia partenza! Il povero angelo mio divinava l’avvenire... Eravamo tanto felici!
Il domestico col vassojo del caffè recò i giornali.
Giuliano, trepidante, ne scorse le rubriche, i titoli degli articoli... L’interpellanza era la minuta del giorno, articoli, commenti, notizie... Ma i nomi dei deputati non vi erano. Respirò, alquanto sollevato; l’ora della gogna allontanata, sperava... Il listino di Borsa segnava nuovi rialzi, forse una nuova ironia del destino, una nuova illusione; la speranza gli sorrise, ma di un ben pallido sorriso; volle illudersi.... Se Ruggeri arrivasse!
Si affacciò nuovamente. Una giornata radiosa, la natura festante. Nessun più gajo risveglio della città, nessun più ridente mattino! L’allegro brulichìo della vita rinascente: le carrozzelle riprendevano le loro rapide corse allo schioccare delle fruste de’ cocchieri, i carrozzoni del tram si succedevano al suono rauco delle cornette de’ conduttori, ed un affluire di gente affrettata verso la stazione, dalla quale uscivano stridenti i barriti delle locomotive, tutt’intorno un affaccendarsi allegro degli insetti umani, sorvegliati gravemente dal maestoso pizzardone... A frotte i bambini condotti dalle loro governanti s’avviavano al giardino pubblico, spingendo innanzi i cerchî, o carichi di quinterni e di libri movevano un po’ a ritroso alle scuole gesuitiche del palazzo Massimo.
La giornata si annunziava calda, e quiriti e buzzurri eran quindi solleciti a godere la frescura del mattino.
Nella serenità del cielo, nei palpiti giulivi della terra, l’allegrezza umana!...
Dello spettacolo lieto nulla vedeva Giuliano, quasi sonnambulo, appoggiato al davanzale collo sguardo fisso alla stazione.
— Lastri ha detto che Ettore sarebbe di ritorno stamani... Il diretto deve arrivare a momenti!
Ed egli era là intento, come il naufrago dallo scoglio, frugando l’orizzonte, nell’attesa ansiosa della vela salvatrice.
Dalla stazione un via vai di vetture, ma nessuna si arrestava all’abitazione di Giuliano, e nella strada i venditori di giornali ad urlare l’interpellanza contro le ladrerie dell’Istituto Romano.
Rientrò... la luce gli offendeva la vista; chiuse le imposte, e affranto si gettò su d’un divano cadendo in sopore febbrile...
Le fiamme rossiccie delle candele ardevano rischiarando appena il disordine di quella camera; la si sarebbe creduta il teatro di un delitto. Giuliano, bocconi sul divano, col capo nascosto fra i cuscini, la vittima.
* * *
Ruggeri era ritornato da Miralto, ove era accorso per salvare l’amico, e dove un triste dramma l’attendeva.
Ettore, dopo il convegno mancato, disperando ricondurre alla ragione il giovine amico, lo evitava anzichè ricercarlo.
Lo evitava riprendendo le antiche abitudini di esistenza misantropica, di fantasticherie solitarie, interrotte alla venuta di Giuliano, cui erasi proposto mentore e guida nel pandemonio parlamentare.
Aveva ripreso le passeggiate notturne, le mattutine visite alla stazione, più puntuale degli stessi impiegati di servizio, che s’eran congratulati del suo ritorno fra loro.
Lo chiamavano l’onorevole Ferroviomane, ed avevano creata la leggenda che, abbandonato dall’amante, nell’attesa dell’infedele, ogni giorno andasse ad incontrarla.
Ettore sapeva e lasciava credere, poco importandogli i commenti suscitati dalle sue abitudini bizzarre.
Cessate le distrazioni, se non le preoccupazioni, procurategli dalla venuta dell’amico, era nuovamente piombato nella malinconia del suo pazzo amore senza speranza...
Ma, un mattino, con sorpresa, gli impiegati della stazione non videro il ferroviomane...
— Sarà malato.
— Sarà ritornata la bella.
— In diligenza forse... Perchè ancor jeri ha aspettato inutilmente.
La ragione vera, un biglietto del commendatore Cerasi il quale diceva:
«_Onorevole signor Ruggeri_,
«Avendo gravi comunicazioni da farle riguardanti l’_amico comune_, le sarò grato se vorrà fissarmi un ritrovo.
«Se non le sarà troppo grave disturbo, l’aspetterò domattina nel mio ufficio a palazzo Braschi, altrimenti altrove, all’ora ch’ella si compiacerà designare.
«Colla massima stima
«_Devotissimo_ CERASI.»
Ruggeri alle otto antimeridiane del giorno seguente saliva non senza ripugnanza la magnifica scalea del ministero dell’Interno.
Sorprendente opera d’arte quello scalone! Capriccio architettonico, ci si meraviglia come l’architetto di Pio VI, Cosimo Morelli, abbia potuto tradurlo in atto senza il concorso magico di una fata. Fantasia d’artista, meritava destinazione più degna.
Ingombro giorno e notte di poliziotti in divisa, di bravi proteiformi, di spie. Per quello scalone, colle eccellenze del giorno, passano richiedenti d’ogni specie e condizione, senatori, deputati, giornalisti, cavalieri, dame e straccioni. Quante speranze ascendono, quanti disinganni ne discendono! Le coscienze corrotte salgono per toccare il prezzo della prostituzione, coscienze ingenue ne scendono corrotte. Palazzo Braschi è il grande lazzaretto degli appestati politici, che ormai infettano l’Italia intiera. I fondi segreti, le cariche, le croci, i favori d’ogni sorta sono compenso ad ogni sorta di favori. A palazzo Braschi si organizzano le eroicomiche cospirazioni di polizia, che finiscono sempre tragicamente in repressioni cruente, negli scandalosi processi: disonore dei governi, spesso della magistratura.
Palazzo Braschi, guardato dal portiere di sasso, il mutilato Pasquino, è il perno su cui si aggira tutta la corruzione italiana... La sontuosa scalea ne è la cloaca massima.
Ruggeri aveva varcato vergognoso la soglia... guardandosi d’attorno come liceale contumace che, per la prima volta, passi il limitare di una casa infame... Ma i passanti di quell’ora non sanno di politica...
D’altronde nulla di strano, anche in quell’ora mattutina, la visita di un ex deputato al palazzo di Pio VI; tutti gli interessi politici, anche i più onesti e confessabili, vi mettono capo.
La gogna sono le anticamere del ministro, ove tutta l’insalata sociale ha ritrovo.
Ettore non cercava di ministri, quindi non subì la penitenza delle anticamere ministeriali; fu subito introdotto nell’ufficio del commendatore Cerasi, il nuovo _Deus ex machina_ della pubblica sicurezza.
Il lungo funzionario, ch’era curvo sullo scrittojo, compilando circolari segrete ai mille subalterni, ordigni della gran macchina costituzionale, all’entrare dell’ex deputato si drizzò in tutta la sua inverisimile longitudine, gli si fece incontro e stendendo un braccio semaforico porse la mano al visitatore, per il quale ebbe il suo più cordiale sorriso.
— Mi perdonerà, onorevole Ruggeri, se non venni io da lei. Fu per guadagnar tempo, perchè l’affare di cui devo intrattenerla è della massima urgenza.
Ettore rispose freddamente alle cortesie dell’alto-funzionario ed approfittando dell’invito sedette, in attesa delle preannunziate confidenze. Il commendatore entrò immediatamente in materia:
— Ella sa, signor Ruggeri, quanto io mi sia interessato al nostro povero amico Sicuri... Oggi ho il rimorso di essermi interessato troppo. Forse sarebbe stato miglior consiglio lasciarlo nella sua oscurità a Miralto. Ora il male è fatto, inutili i pentimenti miei e le recriminazioni da parte sua, soggiunse sorridendo il commendatore; il male è fatto! L’onorevole Sicuri è compromesso, bisogna salvarlo!
«La manìa imitatrice degli italiani ha creato lo scandalo dell’Istituto Romano; senza il Panama di Parigi, nessuno si sarebbe preoccupato della nostra banca.
«Si rifriggono cose vecchie e notorie da anni, e si lanciano al pubblico come scoperte recenti. Tutti sapevano, dai ministri in giù, in quali condizioni versasse l’istituto, tutti vi attingevano senza curarsi di conoscere se i biglietti riscossi fossero di doppia o triplice emissione, se fossero autentici o falsi... Senza il Panama, la catastrofe sarebbe venuta, ma col giudizio universale.
«Ora è inevitabile. Per quanto faccia il Governo, onde impedirlo, lo scandalo scoppierà irreparabile.
«Ho qui la nota dei personaggi politici che ebbero affari colla Banca, e dei maggiormente compromessi. Mi fu consegnata, non dagli impiegati dell’Istituto, ma dalla Banca concorrente, la quale esercita attivissimo spionaggio negli uffici dell’istituto rivale.
Sì dicendo, il commendatore s’alzò per cercare sullo scrittojo il documento.
Dopo breve ricerca lesse:
«Deputato Giuliano Sicuri, debitore di lire duecentomila in cambiali non scadute.
«Il suo deposito alla Banca, di lire cinquecentomila, è esaurito. Le cambiali furono presentate allo sconto dal signor Ferretti, direttore dell’Ordine, e portano avalli di impiegati subalterni a quel giornale.»
— Indispensabile ritirare al più presto quegli effetti, soggiunse il commendatore, dopo breve silenzio, nell’attesa vana che Ruggeri parlasse.
«Il conte Giuliano non è in nulla e per nulla colpevole; si è rovinato spendendo del proprio... Ma in questi giorni di sospetti, innocente e vittima, sarebbe messo a fascio cogli altri... Chissà quale clamore susciteranno le rivelazioni... Bisogna intervenire subito.
— Subito! Come? osservò Ettore. La somma è enorme... La povera contessa sarebbe rovinata... Ah commendatore! Cattivo servigio ha reso alla famiglia Sicuri coll’elezione di Giuliano!
— Pur troppo! Dovevo prevederlo!
«Il cuore me lo diceva! La mia teoria non falla... Quegli occhi blu mi avevano messo in sull’avviso. Ma chi poteva prevedere? Io non ero a Roma. Quel furfante di Ferretti, cui bisognò ricorrere per la convalidazione, l’ha divorato, come il gatto un topolino.
«Noti poi che Ferretti non fece nulla presso la giunta delle elezioni... Senza di me l’onorevole Sicuri non sarebbe stato convalidato... Ho dovuto intendermi coll’avvocato del competitore Bertasi, perchè mandasse i reclami degli elettori avversarî non autenticati.
Alla smorfia di Ruggeri per la ingenua confessione del reato, il commendatore soggiunse:
— Buona guerra! Senza strattagemmi non si vincono battaglie.
— Strattagemmi!? replicò Ettore in tono di protesta.
— O Dio! In politica non si va pel sottile. Se gli avversarî avessero potuto fare altrettanto contro di noi, non sarebbero stati trattenuti dagli scrupoli.
— Diceva, dunque? soggiunse Ettore per tagliar corto alle dissertazioni del commendatore.
— Che è urgente togliere di mezzo le cambiali del conte Giuliano.
— Posso tentare; ma, davvero, non so se potrò riuscire... Per mio conto metterò a disposizione il mio piccolo patrimonio, fortunatamente liquido; col notajo Invernizzi vedremo di provvedere al resto... Pure non so se sia doveroso; per salvare quell’imbecille, derubiamo la contessa... Una martire, che, pur sapendo tutto di suo marito, anche la fatale relazione colla marchesa, darà fin l’ultimo spicciolo.
Il commendatore stette pensoso, quasi titubante:
— Ha ragione, signor Ruggeri, lei è un uomo di cuore. Lo sapevo, ed oggi ne ho la prova... Il caso della povera contessa è compassionevole; per altro, non vi è scelta... O prima o poi bisognerebbe ritirarle quelle maledette cambiali; meglio ora che poi, quando non saremmo più in tempo di salvare il nostro deputato.
— Il suo!... protestò Ettore...
— Il mio, sia! Pur troppo... Volevo farne qualche cosa... Almeno un sottosegretario di Stato... Invece ne ho fatto un fallito... Quegli occhî azzurri furono funesti...
«Nè consistenza, nè volontà. Come l’acqua, di cui gli occhi hanno il colore, si lascia scorrere a caso verso la foce che non sa; serpeggia per girare gli ostacoli. Vi opponete? precipita... Sulla china nessuno la ferma; retrocedere, impossibile, impossibile risalire.
«Colla sua elezione ho fatto un buco nell’acqua.
— Peggio! ha scavato un abisso.
«Ha dato un giocattolo pericoloso ad un fanciullo che l’ha spezzato ferendosi a morte.
— Ne convengo. Ed ora concludiamo... Ella spera ottenere la garanzia della contessa? La somma potremmo trovarla anche qui.
— Immischiare la contessa negli avalli alle banche? Mai!... Cercheremo a Miralto... o a Milano.
— Il tempo stringe... L’interpellanza Collani è fissata per martedì, abbiamo soli quattro giorni davanti a noi...
«Il Governo si opporrà all’inchiesta, pure dagli umori della Camera prevedo che sarà in ogni modo votata... Oh, se non ci fosse stato il Panama, sarebbe messa subito a dormire... La mania d’imitazione ci perde. Dio mio, quale scandalo! Ed anche il governo ne sarà travolto.
«Parta, parta presto! Una volta ritirate le cambiali sarà facile provare che l’onorevole Sicuri non ha lucrato, ma si è semplicemente rovinato per eccesso di buona fede... diciamo meglio per minchioneria.
Ruggeri si levò per andarsene, meno prevenuto contro il commendatore, per il quale ebbe una stretta di mano ed un ringraziamento...
Uscendo, mormorò:
— Per poliziotto, non c’è male. È vero che ciò che voleva ottenere l’ha ottenuto... Venire a Roma...
Queste le ragioni del nuovo viaggio di Ruggeri a Miralto.
* * *