Part 12
Giuliano fe’ atto di prevenire la marchesa; la giovine signora con agilità da monello arrivò prima e la magnifica sala si rischiarò come per incanto.
— Ah, così va bene! disse la curiosa figlia d’Eva, che friggeva d’esaminare la nuova conoscenza, da tre giorni soggetto di tutte le conversazioni della zia. C’era da credersi in una catacomba.
Un istante di silenzio, il tempo di riconoscersi. La giovine marchesa d’un colpo d’occhio rapido passò in rivista il nuovo arrivato, ed al sorriso fuggevole, quasi impercettibile, che le sfiorò le labbra, parve soddisfatta.
Giuliano, colla sua aria timida da monachella, inspirava infatti la simpatia di primo acchito. L’abbigliamento inappuntabile senza pretensione alla _gomme_, la gentilezza dei modi, lui inconscio, gli accaparravano più della simpatia, la benevolenza, specialmente del bel sesso.
Meglio esaminata, la sua bellezza bionda appariva un po’ scipita, un po’ scialba, troppo femminea per la regolarità e l’espressione de’ lineamenti; la distinzione della persona, alta e snella, correggeva il difetto.
La sua Adele lo amava così, pure anch’essa ne conveniva: «Per un uomo, è troppo signorina,» diceva ridendo. La contessa Ida Marcellin fu meno rapida nel suo esame; uno sguardo scambiato colla nipote parve dire: «Me lo figuravo così.»
In quel mentre dal tavolo dei giocatori, che fin là si eran passate le carte silenziosi come automi, sorse un vero tumulto. La partita era finita, evidentemente perduta da una parte per un grosso sproposito di uno d’essi. Recriminazioni violente e clamorose del compagno perdente che non sapeva rassegnarsi alla sconfitta.
— Una partita vinta! stravinta! perduta poi per le sue distrazioni! Reverendo, se si sbaglia così a dir messa, poveri fedeli! povere anime del purgatorio!
Una risata accolse l’apostrofe, e il reverendo a difendersi:
— La scopa gliel’ha data lei... Del resto, come vincere? Non avevo carte...
La contessa s’interpose, ed approfittando della tregua presentò Giuliano.
Un prete, un senatore, un capodivisione al ministero delle finanze ed un alto funzionario vaticanesco, presentato col titolo di commendatore, come il capodivisione; l’uno di Gregorio Magno, l’altro della Corona d’Italia, non monta, commendatori entrambi e buoni amici.
— La conciliazione in pieno, pensò Giuliano, rendendo gl’inchini e scambiando strette di mano.
La partita finita, le conversazioni si intrecciarono; Giuliano, trattenuto dalla marchesa Giulia in _un a parte_, fu tratto a narrare della sua felicità domestica, della rimpianta Miralto, dei progetti di richiamo della famiglia in Roma. La giovane marchesa s’interessava molto, troppo, a quelle confidenze da essa abilmente provocate.
— Il piccino quanti anni ha?
— Tre appena...
— Dunque, siamo ancora nella luna di miele!
— Presso a poco! La prima nube è apparsa per la mia elezione. La contessa non voleva saperne.
— Oh! e perchè?
— Si è messa in mente che a Roma l’avrei amata meno... Fisime di fanciulla!
La marchesa Giulia sorrise stranamente.
Il domestico entrò con un grande vassojo. La contessa preparava e mesceva il thè... i giocatori discutevano tutta via, ma serenamente, sul sette bello, sulla primiera e le scope dell’ultima partita. La marchesa non interrogava più e Giuliano narrava le sue impressioni romane, narrava, narrava, perfino eloquente, conchiudendo:
— I miei entusiasmi sono già un po’ sbolliti... Ma ormai devo dire come Vittorio Emanuele: «Ci siamo, ci resteremo!» Se fosse da ricominciare, ci penserei due volte... Troppe noje, troppi impegni, troppe contrarietà...
Si morse la lingua; stava per aggiungere: «e troppe spese.»
Non gli parve conveniente completare la confessione, dicendo che l’elezione era stata ottenuta a contanti e che a contanti e a protezioni intendeva aver giustizia dalla giunta.
La contessa distribuiva le tazze di thè, i giocatori si mischiarono alla conversazione che divenne generale... Dopo una mezz’ora il reverendo se n’andò col capodivisione. Giuliano fe’ atto di seguirli:
— Si trattenga ancora un momento, onorevole; a minuti arriverà la mia carrozza, partiremo tutti insieme. Non è per anco mezzanotte.
Giuliano sedette, lieto di prolungare la geniale conversazione. Le due donne avevano saputo con tatto infinito sorvolare su tutte le forme cerimoniose, trattando Giuliano con cortesia intima, sì che egli, tanto timido, si sentiva come fra antiche, care conoscenze. La bellezza sfolgorante della marchesa Giulia, la sonorità della voce melodiosa, il sorriso compiacente e benevolo, perfino il profumo che esalava dalla persona dalle movenze plastiche, eleganti senza affettazione, le cure simpatiche e cordiali dalle quali era circondato, provocavano in Giuliano un senso di benessere infinito ed all’infinito avrebbe voluto protrarre la partenza. Passò un’altr’ora; la loquela di Giuliano aveva assunta vivacità insolita. Ascoltato con simpatia, incoraggiato da sorrisi, da quattro begli occhî intenti, da repliche briose e confidenziali, discorreva, discorreva, sorpreso egli stesso di scoprire in sè una facoltà inaspettata.
Gli altri visitatori se n’erano andati tacitamente. Al pendolo del caminetto scoccò il tocco.
— Già la una! E la mia carrozza non è ancor giunta, sclamò la marchesa inquieta. Che abbia dimenticato di ordinarla? Il cocchiere crederà ch’io rientri colla tua, zia.
— Farò attaccare.
— Oh, sarebbe lungo. E poi la tua gente deve essere a letto da due ore. Manda a prendere una carrozzella alla stazione di Termini.
— Marchesa, il mio _coupé_ è a sua disposizione.
La giovine donna stette titubante; una vampa fuggevole di rossore le colorò il volto.
— Attendermi? Sto lontano, presso il Tevere, quasi a Piazza del Popolo. Via di Ripetta. Tutta Roma da attraversare. No! no! Meglio mandare in cerca di una botte...
— Io non oso insistere. Il mio albergo è a due passi di qui... Farò una passeggiata a piedi gradevolissima.
— A quest’ora?... Colla tramontana che soffia stanotte! Non permetterò mai.
Intervenne la contessa:
— Giulia, tu puoi accompagnare l’onorevole Sicuri all’_Albergo del Quirinale_, poi continuare il tuo lungo viaggio fino al Tevere.
Giuliano non replicò; la combinazione fu accolta coll’assentimento del silenzio.
* * *
Ecco i due giovani, soli, nella semioscurità della carrozza, rapidamente trasportati verso l’_Hôtel du Quirinal_.
Fino a Piazza Termini non avevano scambiato che poche frasi. Giuliano era commosso; quell’avventura impreveduta lo turbava. Un profumo inebbriante si sprigionava dagli abiti della marchesa. L’alito caldo della giovane signora sfiorava il viso di Giuliano, che sentiva il sangue affluirgli al cervello... In Piazza Termini, poco lungi dall’albergo, la corsa gli era sembrata troppo breve. Senza riflettere, senza chiederne il permesso, abbassò il cristallo e gridò al cocchiere:
— Via di Ripetta!
La marchesa non protestò, e Giuliano, richiudendo lo sportello:
— Marchesa, non potevo permettere rientrasse così sola, a quest’ora, in quartiere tanto lontano dal centro.
Essa ringraziò porgendogli la mano coperta dal guanto, calda del tepore della pelliccia, sotto cui erasi rifugiata a riparo del freddo frizzante... Giuliano afferrò la piccola mano, non la lasciò più... Docile, la manina, non protestò, pur rimanendo inerte alle strette insistenti della mano di Giuliano.
Così fino alla discesa di Magnanapoli, nel più profondo silenzio.
Essa, come fanciullo freddoloso, erasi rincantucciata nell’oscurità dell’angolo estremo dell’angusto coupé. Giuliano l’avrebbe creduta dormente se, ad intervalli, ad ogni faro elettrico, la luce, entrando dagli sportelli, non avesse illuminato due occhioni sbarrati, quasi paurosi. Alla svolta di Magnanapoli una ruota si incagliò nella rotaja del tram: un urto violento strappò un grido alla bella taciturna, lanciata contro Giuliano, che, inconsciente, inebbriato, la rattenne contro il suo petto, allacciandola brutalmente alla vita col braccio destro... Un molle atto di difesa, una breve lotta per svincolarsi, finchè, come vinta, Giulia lasciò cadere la testa incappucciata sulla spalla di lui.
Il cavallo non aveva rallentato e, rapido, troppo rapido, correva lungo il Corso, quasi deserto a quell’ora.
L’ambiente della carrozza riscaldato dall’alito, saturo del profumo bizzarro, dava le vertigini a Giuliano, il quale colle labbra desiose cercava quelle di Giulia, che nascondevansi riluttanti sotto il gran bavero della pelliccia. Lotta in silenzio, rotta appena da sospiri, da flebili gemiti di protesta.
Il cavallo svoltava l’angolo di San Giacomo, correndo quasi senza rumore sull’asfalto del breve tratto di strada che fiancheggia l’ospedale, poi giù al trotto serrato per via di Ripetta.
Non sapendo a qual numero fermarsi, il cocchiere rallentava in attesa di ordini. Giunto in piazza del Popolo si fermò per conto proprio.
Il bacio, il lungo e dolcissimo bacio, fu interrotto; i due giovani furono richiamati alla realtà, come svegliati da un sogno.
— Dio mio! Dio mio! mormorò Giulia, rincantucciandosi nel fondo della carrozza.
Giuliano, affacciatosi allo sportello, chiese al cocchiere ciò ch’era avvenuto.
— Il numero del palazzo?...
— Ah, marchesa, il numero.
— Centotrenta, mormorò Giulia.
Ed il cocchiere, svoltato, a rifare la lunga via, per fermarsi poco dopo davanti ad un portone aperto ed ancora illuminato.
La marchesa era aspettata. Scese sorretta da Giuliano, senza pronunziare parola. In compenso, una stretta convulsa di mano, più eloquente d’una dichiarazione d’amore.
— Marchesa, quando ci rivedremo? mormorò sottovoce Giuliano, per non essere udito dallo staffiere che attendeva sulla porta.
— Domani... alle quattro! bisbigliò Giulia.
Raccolto il lungo strascico dell’abito, con gesto pieno di grazia, sparì quasi correndo verso lo scalone.
Al ritorno, Giuliano vide ancora splendenti di luce le sale del caffè Colonna. Fece arrestare, e, sceso, disse al cocchiere:
— Andate pure. Rientrerò a piedi.
Era arso dalla sete. Un turbine di pensieri contrastanti. Rimorsi pungenti... Una soddisfazione fatua per la galante avventura. Adele e Giulia!
— È possibile? Mi pare d’aver sognato. Strana donna! E quel profumo bizzarro, come bizzarra la di lei bellezza... Lo sento ancora, mi fa impazzire. Deve essere legno di sandalo... Anche sulle labbra quel profumo... No, domani non ci andrò. Che donna sarà? Vedova? Maritata?... Marchesa Fiori. Nome da romanzo... Troppo gran dama per essere un’avventuriera. D’altronde, è nipote della contessa Marcellin, altissima nobiltà veneta.
Così almanaccando rimase ultimo nel caffè; i camerieri assonnati, colla massima buona grazia, lo misero alla porta.
Rincasava alle quattro del mattino, sfatto, stanco, livido, la testa in fiamme. Aveva percorso a passi affrettati mezza Roma, come pazzo, fuggente la persecuzione d’un fantasma invisibile.
— Buona Adele! mormorava addormentandosi.
* * *
Era mattino già alto, quando Giuliano fu svegliato dal bussare insistente all’uscio della sua camera da letto.
— Che diavolo c’è? chiese indispettito al cameriere.
— Perdoni, signor conte, non l’avrei disturbato se il suo cocchiere non avesse insistito perchè lo svegliassi, dovendo farle una comunicazione urgentissima.
— Urgentissima? Fatelo passare.
Il cocchiere entrò timidamente; vecchio soldato, si mise in sull’_attenti_, aspettando di essere interrogato.
— Che è avvenuto?
Non rispose, fece segno alla presenza del cameriere, e colla mimica degli occhî fece comprendere che non avrebbe parlato davanti al testimonio.
— Portatemi una tazza di caffè, ordinò Giuliano, ponendosi a sedere sul letto.
— Signor conte, stamattina nel rassettare il legno ho trovato questo oggetto, certamente perduto jersera dalla signora che ella ha accompagnato a via di Ripetta... Deve essere di gran valore, perciò mi sono permesso di farla svegliare... Mi bruciava le mani. Non avrei voluto essere sospettato.
Sì dicendo, porse a Giuliano un oggetto accuratamente avvolto in un numero dello _Svegliarino_.
Giuliano, svolto il giornale, vide uno splendido braccialetto, di gran prezzo realmente.
— Brav’uomo, e l’avete ritrovato?
— Nel _coupè_, signor conte, sul soppedaneo. È fortuna che la signora uscendo non l’abbia fatto cadere a terra colle vesti a strascico... Sarebbe stato perduto.
— Antonio, cercate là, su quel tavolino, vicino alla finestra... Vedete? Vi è un portafogli... datemelo.
Giuliano, tratto un biglietto, lo diede al cocchiere.
— Oh, signore, per me? È troppo... Non ho fatto che il mio dovere.
— Via, grullo! È poco, troppo poco... Tieni, ed aspetta gli ordini... Avrò forse bisogno della carrozza più presto del solito... Che tempo fa?
— Bellissima giornata di sole; ma la tramontana soffia gelata.
Il cameriere rientrava col caffè. Antonio, raggiante di gioja si ritirava mormorando:
— Bravo giovinotto, il signor conte. Se fosse stato un inglese od un tedesco, mi avrebbe dato cinque lire, un biglietto da dieci al più.
Giuliano pensava:
— Anche questo braccialetto ci si mette. Ero deciso a rompere ogni rapporto colla marchesa... Ora, come fare? Mandare il braccialetto senz’altro, sarebbe sconvenienza... Scriverle? Che so io della sua casa? Potrei comprometterla col marito, se un marito c’è. Il meglio è che lo porti io, oggi alle quattro. Maledetto contrattempo, avrei voluto evitare questa visita. In ogni modo non mi vedrà altro... Raramente... Qualche volta dalla contessa Marcellin... Roma è grande e si ritrovano soltanto coloro che si cercano.
Riesaminò minutamente il giojello... La corona di marchesa sovrapposta al monogramma G. F...
— Giulia Fiori! Anche questo sente il profumo satanico che mi dà al cervello come l’assenzio!
Buttò il braccialetto sulle coltri e balzò per vestirsi, preoccupato, non sapendo ricordare l’affare importante che gli incombeva per quel mattino. Cercava, cercava inutilmente.
Ad un tratto, percotendosi la fronte colla palma della mano:
— Ah, perdio! La seduta reale.
CAPITOLO XIII.
La seduta reale.
Dalle otto del mattino Roma, la Roma racchiusa nel circolo che ha per centro, al palazzo Bonaparte, l’angolo del Corso e via del Plebiscito, su cui prospetta l’antica fortezza di San Marco, altra terra irredenta; per raggi, via Vittorio Emanuele, via Nazionale ed il Corso, presentava animazione insolita.
Dall’alba gli stradini municipali avevano sparsa la inevitabile arena gialla, dal palazzo del Quirinale, lungo la via omonima, la discesa di Magnanapoli, il Corso, piazza Colonna, fino davanti l’ingresso di Montecitorio.
La sabbia gialla è una particolarità tutta romana, tradizione che si perde nell’epoca preistorica dei re.
Il lastrico di Roma è sdrucciolevole; la storia della Città Eterna infatti ci narra di cadute innumerevoli, almeno altrettante dei trionfi.
Provvida precauzione, la sabbia gialla, impedisce, se non le cadute delle amministrazioni capitoline e dei governi, gli stramazzoni dei cavalli.
L’arena gialla ha finito per essere emblema di festa. Nei tempi andati si soleva spargere per le corse dei _barberi_, come per le solenni apparizioni dei pontefici; ora, abolite le prime e rinchiusisi in Vaticano i secondi, l’arena si profonde per le solennità politiche, per le riviste militari, per gli ingressi ufficiali di principi, di re, di imperatori, per il corso delle maschere, quelle del carnevale, per il getto de’ _mazzettacci_, ai quali soltanto, ormai, il carnevale del popolo è ridotto; per le periodiche messe funebri del Pantheon, per la solennità inaugurale di ogni sessione parlamentare, per i funerali ufficiali votati a spese dello Stato, del Comune o della Provincia, ad alti personaggi. I buoni quiriti, alla visti dello strato giallognolo d’arena, si schierano spontaneamente lungo i marciapiedi delle strade insabbiate, come se ubbidissero ad una parola d’ordine, aspettando rassegnati per lunghe ore la rappresentazione dello spettacolo gratuito, qualunque sia per essere, funerale o trionfo imperiale, non monta.
In quella mattina la ragione dell’insabbiamento era nota, e gli spettatori attendendo il passaggio delle berline reali, pazientavano nell’ammirazione delle cravatte bianche e dei cappelli a tuba degli invitati, i cui guanti spiccavano come macchie di calce sul panno oscuro dei soprabiti, sotto i quali nascondevansi le giubbe di rigore. Mormorii e risate gioviali, per i motti arguti dei popolani allo sfilare delle anacroniche uniformi, spesso ridicole, per la goffaggine di chi le portava, dei diplomatici e dell’alta burocrazia, le cui carrozze passavano alla spicciolata, precedendo il corteo reale, anzi i corteggi reali. Perchè sono due distinti; quello della regina e quello del re.
Per tale solennità, fino dal primo mattino le truppe sono schierate su d’una fila sola lungo i marciapiedi del percorso reale, facendo siepe alla folla curiosa che si addensa sempre più. La tramontana soffia tagliente, ma il buon popolo di Roma non ci abbada. Quante patriottiche bronchiti domani; chi ci pensa? La curiosità, che perdè la madre del genere umano, è la dote culminante dei quiriti, in fatto di _circenses_ di qualunque genere, punto degeneri dagli avi.
Alla _girandola_, fuoco d’artificio per il Natale di Roma un tempo, poi per la festa dello Statuto, ed ora come lo Statuto abolito, in causa dei _botti_ che simulano le bombe anarchiche; per la _girandola_ tutta Roma accorreva entusiasta, una frenesia pirotecnica da manicomio; così per le defunte corse dei _barberi_.
Piazza del Quirinale è gremita; là l’uscita trionfale dei sovrani ed il loro trionfale ritorno; là le batterie d’artiglieria; là lo squadrone dei corazzieri, luccicanti ai raggi del sole come gli arcangeli celesti agli splendori abbaglianti delle sfere empiree.
In piazza del Quirinale gli applausi entusiastici, e sopratutto spontanei, periodicamente registrati dai giornali ben pensanti, telegrafati all’orbe intiero dalla _Stefani_.
I soldati sono il lusso dei re e dei loro successori, i presidenti delle repubbliche.
Per la pacifica cerimonia, senza la sabbia gialla e le giocondità del popolino burlone, vi credereste in pieno stato d’assedio.
Soldati in via Nazionale, soldati in via del Quirinale, soldati a Magnanapoli, soldati lungo il Corso, soldati disposti in quadrato a piazza Colonna, soldati in piazza Montecitorio, soldati perfino dentro nel palazzo della rappresentanza nazionale. Soldati a tutti gli accessi delle vie per impedire la circolazione delle carrozze, eccettuate quelle degli invitati muniti di biglietto.
Nella Città Eterna, quando la corte si muove in pompa, i cavalli plebei si riposano. I tram, gli omnibus, le botti, i carri, i carretti, tutto si ferma... Siete di partenza? Addio treno! Le strade rumorose di Roma, della Roma politica, per la vietata circolazione dei veicoli diventano silenziose, quanto i calli di Venezia. Pozzolana e soldati!
* * *
Giuliano, temendo di essere in ritardo, ordinata la carrozza, si vestì con fretta febbrile. Era a quell’età nella quale non occorrono grandi apparecchî di toletta per essere presentabili. Alle dieci e mezza era in carrozza; il cocchiere frustava allegramente, scendendo al gran trotto via Nazionale. Frustava, sapendo che per lui non vi erano consegne proibitive; portava seco un rappresentante inviolabile. La prepotenza dei piccini è nella protezione dei forti. Appena una fermata a Magnanapoli, allo _square_ che circonda i ruderi delle mura di Servio Tullio, per farsi riconoscere dall’ufficiale e, dopo pochi minuti, a Montecitorio.
Il palazzo berniniano era, per l’occasione, parato a festa.
Un grande baldacchino rosso a frangie d’oro proteggeva dai raggi del sole il portone; due grandi cortine di velluto rosso a cordoni e fiocchi d’oro, scendenti a festoni, ornavano l’ingresso.
Nell’atrio, un battaglione di linea; tutt’intorno, carabinieri, guardie municipali (_pizzardoni_) in alta tenuta, ed una folla di invitati immensa; un pigia pigia plebeo, ad onta delle giubbe attillate, degli abbigliamenti eleganti delle dame, in gran tenuta esse pure, come la guarnigione.
I minuscoli piedi femminili, calzati ne’ scarpini lillipuziani, costretti a calpestare la pozzolana gialla della piazza, prima di giungere al tappeto disposto sulla gradinata dell’ingresso, scalpitavano impazienti, trattenuti come erano dalla risacca dell’onda umana irrompente nell’atrio e dagli scaloni invasi e rigurgitanti.
Il guardaportone, tutto d’oro, Atlante atletico, coll’orbe terraqueo di Pompeo per pomo alla enorme mazza, simile a quella de’ capitamburi guidanti nei tempi eroici i granatieri della guardia alla vittoria; gli uscieri gallonati dalle _pizzarde_ merlettate d’oro, dalle mantelline succinte, come quelle de’ bersaglieri, sovrapposte alle lunghe zimarre da ciambellani, non potevano far argine al mare irrompente, sul quale non vedevansi galleggiare che cappelli lucidi, a fumajolo, ed un agitarsi frenetico di mani inguantate; mani enormi, per l’effetto ottico del bianco sulle tinte oscure.
Tali confusioni, che a notte, all’ingresso di un grande teatro, per la prima rappresentazione di un’opera di celebre maestro, assumono qualche cosa di pittoresco, di giorno, alla luce insolente di una mattinata romana, sono sovranamente grottesche. Sì, stranamente ridicolo il nostro costume di società, uniforme ineluttabile, portato in pien meriggio all’aria aperta! Tanto stonato il contrasto fra le nostre giubbe, i nostri gibus e le livree dorate degli inservienti, le monture diplomatiche e militari! Tanto bizzarro il raffronto colle tolette smaglianti delle signore, tutte a piume, a nastri, a gemme; fra i cappelli mascolini e le mille foggie fantastiche dei copricapi delle dame, che un osservatore come Ruggeri, afflitto dalla malattia dei diavoli azzurri (_blue devils_) è tentato di credersi fra una turba di matti.
E Ruggeri, giunto la sera prima da Miralto, era là ad osservare.
Nella qualità di ex deputato aveva potuto oltrepassare i cordoni di truppa; venuto a Montecitorio per cercarvi Giuliano, la sera innanzi irreperibile. La ragione, la conosciamo.
— Oh, eccoti, Giuliano!
— Ruggeri! Quando sei arrivato?
— Jersera. Al tuo albergo mi dissero ch’eri uscito, e che probabilmente saresti rientrato tardi, perchè eri in abito di società... Siamo già lanciati nella _haute!_ Le mie congratulazioni, Giuliano! La noja ti sia leggiera!
— Quali nuove da Miralto?
— Tutto bene. Te ne parlerò poi, perchè non hai tempo da perdere, se vuoi prender posto per godere dello spettacolo e prestar giuramento. Dar l’assalto di qui è operazione difficile; entra dalla porticina di via dell’Impresa.
— Dimmi almeno come stanno.
— Bene, ti dico! I saluti più affettuosi e la preghiera fervente di recarti presto a Miralto per condurli teco. La tua signora, sola in quel villaggio maldicente, dopo tutto ciò che è avvenuto, non vi si può più vedere. Il tuo piccolo Gustavo, un amore davvero... Ti ha scritto una lettera. Eccola. La sua matrina gli ha guidato la manina.
— Stella?
— Sì, anch’essa ti saluta. Questa è la lettera della contessa.
Eran giunti alla porticina riservata. In quel mentre tuonò il cannone da Castel Sant’Angelo.
— La regina esce ora dal Quirinale. Affrettati! Ti aspetterò al caffè Colonna. Questa cerimonia mi dà sui nervi... Una mascherata in quaresima.
Decisamente, dall’avventura della sera innanzi, l’onorevole Sicuri era mutato. Non fu con gioja che rivide l’amico, come senza emozione ricevette le due lettere che l’amico recava. Mentre Ettore gli parlava, egli colla mano inguantata accarezzava il braccialetto in una tasca del soprabito.
La campana di Montecitorio squillava alla distesa. Destino dei bronzi! La longevità cui sono condannati li costringe a tali e tante metamorfosi, che neppure gli uomini politici, nelle loro evoluzioni, sanno superare. Per altro, se gli uomini politici potessero vivere quanto una campana, ne vedremmo di belle!