Part 13
Le statue delle divinità pagane, mutate in santi, come effigie di santi venerate, colla sola aggiunta di un’aureola stellata... La campana di Montecitorio, disposta dal Bernini sopra l’orologio dell’enorme e punto estetica cimasa della bellissima facciata, non chiama più alla preghiera i pii monaci dello stabilimento di beneficenza per i miseri, prima destinazione del palazzo. Ammutolita dal 1870, la campana non saluta più il mattutino, l’angelus, l’avemaria, non avverte il coprifuoco.
Silenziosa per mesi e mesi, si sveglia a rari intervalli. Una volta, due, ogni tre anni, squilla col timbro antico per salutare i reali di Savoja, inaugurando le nuove legislature, le nuove sessioni.
La campana non suona che quando parla la Corona.
C’era... ce l’hanno trovata, bisognava pure usufruirla! Meglio il suo, del destino delle campane consorelle, fuse, durante il primo impero napoleonico, per esser mutate in cannoni.
La campana di Montecitorio annunzia nuovi sagrifici al paese, nuove imposte, ritornello dei discorsi della Corona. È già un bel divario dalla sua prima destinazione; ma, non ammazza nessuno. La campana suonava alla distesa, il cannone tuonava dalla Mole Adriana, posta ai piedi del Vaticano.
L’arcangelo armato aveva ancora una volta incensi di polvere da cannone; ma eran detonazioni pacifiche, che non impaurivano neppure i colombi ed i gufi, appollajati nella millennaria fortezza.
Giuliano, spogliato il soprabito, si affrettò a prender posto nell’aula, che presentava spettacolo veramente imponente. Nessuna sala di teatro offerse mai colpo d’occhio più sorprendente. Fra le macchie nere delle giubbe dei senatori e deputati, pigiati nei banchi, ingombranti l’emiciclo; fra il nero delle giubbe degl’invitati, lo smagliare giulivo degli abbigliamenti femminili, il luccicare delle uniformi.
Le tribune riboccanti e variegate come immensa corona di fiori, gli sfarzosi addobbi, la sontuosità del trono dai gradini coperti di ricchi tappeti, gli scanni dorati dei principi; la risurrezione, meglio, l’esumazione dei riti del fasto monarchico antico, in tutta la loro pompa superba.
Anacronismo curioso, spettacolo di altri tempi, come di altri tempi il modello delle uniformi diplomatiche, le livree degli uscieri.
Gli ultimi dinastici convinti gioivano, come i fedeli alle funzioni pontificali in San Pietro.
E il cannone tuonava, squillava insistente la campana di Montecitorio... Appunto come già per la benedizione pontificale, che veniva impartita ogni anno alla città ed all’orbe dal defunto Pio IX.
Frattanto le berline reali scendevano lentamente dal Monte Quirino, per le vie assiepate di soldati, di popolo... I balconi gremiti, le bandiere al vento.
Gioite, o popoli! Abbiamo una Camera, e fra poco il sovrano vi annunzierà la pace universale e la necessità di altri tributi per mantenerla.
Tre carrozze di gala, precedute da un picchetto di corazzieri, seguite da uno squadrone di carabinieri. Battistrada rosso, tricorno, parrucchino incipriato, pantaloni di cuojo, stivaloni. Il costume di Emanuele Filiberto. Moda iconoclasta! Gli sfarzosi abbigliamenti degli avi eroici relegati nelle scuderie!
Carrozze dorate alla _Pompadour_, staffieri e cocchieri rossi, in tricorno e parrucchino, i tiri a quattro uniformi, di enormi meclemburghesi, solenni sotto le ricche bardature quanto il cavallo di Marco Aurelio.
Dieci minuti dopo, un crescendo di cannonate ed un agitarsi ancor più rumoroso della campana.
Il re!
Non più tre, sei berline d’oro, ed altre carrozze. Modesti _landeaux_ moderni, vergognosi della loro borghese semplicità; si sarebbero scambiati per vetture di rimessa dietro sontuosi carri funebri... Altra stonatura! Nove berline sono molte, ma non sufficienti a contenere le due case, civile e militare, al prestigio regio. Altre ne occorrono! _Provideant consules!_
Nell’aula un grande mormorio, uno sporgersi curioso dai parapetti delle tribune.
Pubblico, senatori, deputati, diplomatici, tutti scattano in piedi, come ad un comando militare. La regina appare alla tribuna della presidenza. Applausi frenetici... Una, due, tre salve prolungate. La regina saluta ripetutamente, sorride del suo gentile sorriso stereotipato. Chi potrebbe dire quante ansie, quanti rimpianti, quanti terrori si nascondono sotto quel sorriso? Non è tutta rose neppure l’esistenza dei sovrani!
Dieci minuti di attesa, spesi dalle signore nell’esame dell’abbigliamento della regina. Le più lontane si consolano pensando che i giornali della sera lo descriveranno minutamente, numerando perfino le perle nere della collana a triplice giro. _Le collier de la reine!_ Se in Italia fossimo romanzieri, l’interessante romanzo si potrebbe scrivere sulle perle nere dell’Eritrea, senza l’ombra di imitazione del racconto di Dumas padre, o del libretto dei _Pescatori di perle_, musicato da Bizet.
Dieci minuti precisi, contati al cronometro, dopo l’ingresso della regina, nuovo movimento di curiosità nelle tribune e fra la massa nera, picchiettata di bianco, dei senatori e deputati.
Come se un torrente avesse rotto le dighe, una vera inondazione di metallo lucente, con grande strepito di ferrivecchi.
La luce, piovente dal lucernario, sapientemente mitigata, parve raddoppiata ai bagliori degli elmi, delle spalline, delle tracolle, dei cordoni d’oro e d’argento, delle sciabole, delle corazze.
Il re colla sua casa militare, in uniforme da generale, coll’elmo piumato come un uccello fantastico. Salutata la regina, come tutti, ritta in piedi, sale al trono, seguito dai principi; il seguito si arresta intorno alla gradinata. Due arcangeli d’acciajo, due enormi corazzieri, si dispongono ai lati del trono.
Ancora un applauso. Il cannone di Castel Sant’Angelo tuona tuttavia; ma la campana, con gran sollievo di tutti, ridiventa silenziosa.
Il guardasigilli riceve il giuramento dei nuovi senatori; il presidente del Consiglio fa la chiama dei deputati e li invita al giuramento, colla nota formola, misteriosa come un dogma cattolico; l’inseparabilità del bene della patria e del re.
I senatori giurano fra un mal represso bisbiglio.
Che è? Pare che la scelta fatta dalla Corona dei nuovi legislatori vitalizî non garbi; perchè fra i motti sarcastici si intendono degli oh! oh! irriverenti per la maestà del luogo e la solennità della cerimonia.
Giurano i deputati; ma Giuliano non vide altro, non udì il discorso del re, letto con voce fioca, non notò la freddezza glaciale colla quale il discorso fu accolto, non avvertì i mormorii disapprovatori, quando la Corona alluse alla necessità di esser pronti a nuovi sagrificî.
Una distrazione invincibile lo aveva isolato fra la folla. Delle centinaja di teste sporgenti intente dalle tribune non ne vedeva che una: la marchesa Giulia.
Come l’aveva scoperta fra la confusione di spettatrici che nella ressa, nella varietà delle acconciature dai mille colori, dalle mille tinte, si confondevano insieme come lo sfondo di un quadro di pittore impressionista?
Lontanissimo dal pensiero che la marchesa potesse essere nell’aula, non l’aveva cercata. Pure si era sentito importunato dalla fissità di un binocolo appuntato su di lui. Lo sentiva, lo sguardo rafforzato dalle lenti, anche quando, distratto da altro, non lo curava. Il binocolo, facendo maschera al viso, gli impediva di riconoscere la persona di lui tanto occupata; per di più, a metà nascosta alla vista da una delle colonne che sostengono gli archi delle tribune.
Riguardò meglio.... Il binocolo si distaccò, una mano accennò un saluto, mentre la vezzosa testa araba della marchesa, scotendosi sorridente dall’alto in basso, pareva volesse dire:
— Finalmente mi riconoscete!
Appena terminata la lettura del discorso reale, senza pur attendere che la corte movesse, Giuliano si precipitò alla ricerca del proprio cappello e del soprabito, coll’intenzione di raggiungere la marchesa. Mentre egli saliva le scale della tribuna _B_, gli invitati la discendevano fra una confusione indescrivibile. Ascendere contro corrente, impossibile! pensò di aspettare all’uscita nella strada. Attese lungamente, invano: Montecitorio si era vuotato. Gli uscieri chiudevano gli aditi, ed egli era ancor là, immobile, in agguato, fra i poliziotti in borghese, che assiepano sempre le vie della Missione e dell’Impresa, di guardia al palazzo.
Taceva la campana, il cannone era ammutolito, la folla si era diradata; rientravano le truppe nelle caserme dopo sei ore di immobilità. La festa era finita, appena ricordata dalle bandiere esposte alle finestre e dalla pozzolana gialla della strada. Gli strilloni offrivano il discorso a due soldi, e Giuliano, indispettito per la delusione, ricordò finalmente di non aver fatto colazione, si sovvenne che Ruggeri lo attendeva al caffè Colonna.
— La rivedrò alle quattro, pensò, dando una crollatina di spalle, come per liberarsi dal dispetto.
Un incidente di nessuna importanza lo fece sorridere e lo rimise quasi di buon umore. Passava una popolana con un bimbo per mano.
— E cosa ha detto il re? chiedeva il bimbo alla mamma.
— Che i bambini disubbidienti li manderà a prendere dai carabinieri.
— Quanta verità! pensò Giuliano avviandosi verso il caffè.
Sulle due piazze Montecitorio e Colonna, pochi capannelli; sulla gradinata della Camera, qualche signora in attesa della carrozza in ritardo.
Giuliano salì all’atrio sperando ancora. La marchesa non c’era.
Un crocchio, invece, di deputati che facevano circolo ad una gran dama, a giudicare dalla ossequiosità degli onorevoli che la circondavano.
Un neo eletto chiedeva alla signora le impressioni della solennità.
— Ciò che mi ha più colpito, rispose la signora, è la grande quantità di teste calve di senatori e deputati.
— Principessa, replicò l’onorevole Lastri, tutto merito della politica, la quale fa impazzire la gente e cadere i capelli.
L’onorevole Lastri, scorgendo Giuliano, lo chiamò, e senza neppur prevenirlo lo presentò alla principessa d’Ajano, della illustre famiglia napoletana, borbonica fervente, da poco aderente a Casa di Savoja, compensata immediatamente colla nomina a senatore del principe.
— Principessa, le presento un deputato non ancor calvo, il conte Sicuri.... Ahimè, qua dentro lo diventerà ben presto!
La principessa porgendo la mano:
— Speriamo di no! Meglio varrebbe, onorevole Sicuri, lasciare la Camera.
— Mille volte, soggiunse Lastri; ma è della deputazione come dell’acqua del Nilo, chi l’ha bevuta, dicono gli Arabi, la riberrà.
«Del resto, è così di tutti i vizî... La deputazione è un vizio, il peggiore; ne so qualche cosa io, che, giurando sempre di non volerne più, sono già alla mia nona legislatura.
Poi con un sospiro, che voleva parere da burla, ma troppo ben imitato per non essere a due terzi sincero:
— Il giorno, forse non lontano, nel quale i miei elettori non volessero più sapere di me, finirei per fare anch’io l’anima vagante negli ambulatorî... Montecitorio diventa una necessità, la deputazione una seconda natura... Principessa, vede quell’onorevole là? Quell’ex? È...
Un grido mal represso, quasi unanime, fermò sulla bocca dell’onorevole Lustri il nome. E, scongiuri strani, le mani si chiusero a pugno, l’indice e il mignolo sollevati a guisa di corna...
— Per carità, non nominarlo! interruppe l’onorevole Cortesi terrorizzato.
Giuliano non comprendeva nulla al terrore, vero o simulato, dei presenti, ed ancor meno alla mimica, cui non era stata estranea la principessa.
Lastri gli susurrò all’orecchio:
— È un jettatore feroce. Rejetto dagli elettori, si è stabilito a Montecitorio per maledizione d’Italia. Ha un nome di paese; ma per indicarlo nessuno lo pronunzia, lo chiamano invece con quello del corrispondente capoluogo di provincia; l’ex deputato Modena.
La principessa rideva, ne ridevan tutti; ma più come d’un pericolo scampato, che per incredulità nel mal occhio.
— Io non ci credo, soggiunse la principessa; pure, non si sa mai! D’altronde, qualche cosa di vero ci deve essere.
In quel momento uno staffiere annunziò che la carrozza di Sua Eccellenza era di ritorno dal Senato, ove il principe si era recato, dopo il giuramento, per presentarsi a’ suoi nuovi colleghi.
La principessa nel salire in carrozza inciampò; per poco non cadeva. Si volse sorridente a Giuliano:
— Vede, onorevole, che qualche cosa c’è?
E Lastri a soggiungere:
— Per carità, principessa, non dimentichi uno solo degli scongiuri d’obbligo.
— Non tema! rispose ridendo la principessa, coll’indice ed il mignolo della destra inguantata rivolti al cielo, mentre i due magnifici baî partivano scalpitando.
Lastri e Giuliano s’avviarono verso il vicino caffè.
— È possibile? sclamò Giuliano.
— Possibile o no, la è così, caro mio. Tutti fanno lo spirito forte; pure, un zinzino ci credono tutti... Esclusi pochi di voi altri, settentrionali, miscredenti, che sfidate il cielo e l’inferno... Anche tu, come tanti altri conterranei tuoi, finirai per convertirti.
Era il tocco.
— Ruggeri avrà perduto la pazienza, pensò Giuliano; se ne sarà andato.
Lo calunniava! Ettore, solo ad un tavolino, un bicchiere d’assenzio davanti, era tutto intento alla lettura del _Grapich_.
— Scusa del ritardo, Ettore.
— Oh che! Stavo leggendo un articolo interessantissimo sulla mia seconda patria, la Patagonia... Ne ho la nostalgia.
— Non è una ragione per non far colazione, soggiunse Lastri. Spero si mangerà anche in Patagonia...
— Quando si può, disse Ettore, stendendogli la mano affettuosamente.
Quei due uomini, quei due originali, si conoscevano da anni e si amavano.
— La _rara avis_, soggiunse Lastri indicando Ruggeri. Un deputato dimissionario per sua precisa volontà. Un ex, incredibile a dirsi, refrattario a tutti i tentativi di ricandidatura. Ruggeri fra gli ex è una eccezione curiosissima. Un giorno o l’altro la scriverò la fisiologia dell’ex deputato stabilito alla Camera... Qualche cosa di pietoso fino allo strazio. Il supplizio di Tantalo; quello di un beone al regime dell’acqua, posto a guardia d’una fontana di Chianti rosso.
«Il Senato ne accoglie molte di quelle povere anime in pena, e da questo punto di vista la Camera vitalizia è il più umanitario fra gli ospizî. Ma il Senato non è la Camera! Se non Sant’Elena, è, per lo meno, l’isola d’Elba. Pur sempre una terra di relegazione.
«Il fumo della sovranità senza lo scettro, senza il dominio, senza le emozioni delle battaglie, senza i lauri della vittoria, senza il diritto alle prede di guerra. A dirla prosaicamente, il fumo senza l’arrosto. Può essere tanto proficua, per chi vuole e sa, la nostra rovinosissima condizione di deputati!
«Quante goccie perdute lungo il percorso, da un bilancio all’altro, del gran fiume di mille e seicento milioni annui, non compresi i nuovi debiti ed i disavanzi obbligatorî! Quegli spandenti sarebbero bastati a dissettare i lombardi alla prima crociata... E chi sa: i Savoja sarebbero ancora re di Gerusalemme, senza contare Cipro.
«_N’exilez personne!_ sclamava Vittor Hugo.
«Il peggiore degli esilî è quello dagli ambulatorî, per l’ex deputato, inasprimento feroce, l’incuranza sdegnosa del competitore in carica.
«Nessun maggior dolore!
Ruggeri ascoltava sorridente. Giuliano pensava alla giunta delle elezioni...
Se la sentenza gli fosse contraria? Se l’elezione venisse annullata?
Quanta verità nelle divagazioni del vecchio Lastri! Chi ha bevuto berrà!... Giuliano aveva assaggiato il liquore nella coppa fatata, ed ormai l’idea dell’annullamento, del ritorno alla semplice condizione di elettore, gli era insopportabile quanto il pensiero di una grande sventura domestica.
Dal sentimento intimo traeva la spiegazione chiara del fenomeno, in apparenza inesplicabile, di maggioranze servili a tutti i padroni, a tutti i governi, violenti perchè forti della minaccia di uno scioglimento della Camera. Il pericolo, i dispendî di una nuova prova elettorale sono spauracchio anche ai migliori, che in gran parte si arrendono per scongiurare lo scioglimento, o per aver propizio il Governo nei comizî elettorali; la sospensione delle offe per altri, numerosissimi, sempre ministeriali, sempre candidati ufficiali, con Dio e con Satana.
Il diritto della Corona di sciogliere il Parlamento, garanzia liberale in apparenza, si risolve in realtà nella più grave violazione della indipendenza parlamentare.
CAPITOLO XIV.
Intermezzo.
Sono scorsi circa due mesi dalla convocazione della Camera, ma ben poche le sedute importanti.
La costituzione degli ufficî assorbì le prime tornate, nelle quali la maggioranza e le opposizioni si contarono.
Il Governo fa circolare, per mezzo de’ suoi amici, le liste de’ suoi candidati; le opposizioni contrappongono i proprî.
Dai risultati degli scrutini si misura la forza della maggioranza. Equa giurisprudenza impone però al Governo di accordare una parte, minima invero, delle cariche agli oppositori.
Eletto il seggio presidenziale: un presidente, quattro vice presidenti, otto segretarî, due questori, si procede alla divisione della Camera in nove ufficî; i deputati vengono assegnati agli ufficî diversi per estrazione a sorte. Ogni ufficio nomina un presidente, un vicepresidente, un segretario.
Fra le nomine, dal regolamento lasciate alla scelta del presidente della Camera, havvi quella di venti deputati che devono far parte della giunta delle elezioni, altissima magistratura parlamentare, giudice della validità o meno delle elezioni contestate. I giudici di Giuliano.
La Camera poi vota i nomi dei componenti di tre commissioni parlamentari permanenti, fra le quali importantissima quella composta di trentasei membri per l’esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi.
Impossibile, per chi non conosce il dietroscena di Montecitorio, farsi idea delle gare fra deputati per aver l’alto onore di coprire una di tali cariche. Compromessi, concessioni, diserzioni, piccole e grandi viltà, per ottenere che il proprio nome sia inscritto nelle liste dei candidati del Governo... degli amici del Governo, ch’è poi la stessa cosa.
Il Governo, che tenne al battesimo elettorale la sua maggioranza, l’ingrossa negli squittini, accaparrandosi per di più la benevolenza degli oppositori, scelti per necessità fra gli aspiranti avversarî... La nomina, ripercossa nei collegi elettorali, aumenta l’autorità dell’eletto, il quale in tal modo va già seminando per le elezioni future.
— Ogni incluso, spiegava l’onorevole Lustri a Giuliano, ha un amico, se non due o più, corifei troppo modesti o nulli o troppo novellini per poter aspirare ad onori speciali; essi ripongono la loro vanità in accomandita, cioè nel trionfo del collega prediletto, gruppo infinitesimale fra i gruppi che compongono i partiti, nei quali si divide la Camera, e questi due, tre o più amici dividono col prescelto la loro riconoscenza per il gabinetto, dirò meglio, per il presidente del Consiglio, in Italia, da molti anni, qualunque siasi, vero dittatore con tutti i gabinetti, con tutte le maggioranze, quasi sempre le stesse, le quali, disaggregate il giorno delle inevitabili crisi, atterrano l’idolo per erigerne un altro, che verrà ad epoca non lontana egualmente atterrato, per essere sostituito da uno de’ predecessori precedentemente travolto. Vicenda continua!
Lastri paragonava i ministeri ai limoni:
— Le maggioranze li spremono; quando, esausti, non danno più, si gettano. Ed il quarto d’ora dell’esaurimento viene sempre, mentre i deputati non cessano mai di chiedere... limonata, per sè o per i loro elettori.
«Ministero nuovo, anche composto di limoni vecchî, libro nuovo. Il dare e l’avere passa alla finca profitti e perdite, e si ricomincia da capo.
«Lo stesso Depretis, soggiungeva Lastri, a chi gli aveva fatto osservare la di lui stabilità al potere, lo stesso _compianto_ Depretis, come un Richelieu od un Mazzarino, ministro a vita, lo sapeva tanto, che, per rimanere, offriva spontaneamente alla Camera assetata l’olocausto de’ suoi colleghi. Le crisi parziali con lui erano periodiche come le stagioni. Se il presidente del Consiglio era sempre il medesimo, la maggioranza veniva spostata; chiamando al potere de’ capigruppo dell’opposizione, le nuove reclute erano più ferventi, le influenze nuove portavano elementi nuovi in sostegno al Governo, che formulava nuovi programmi.
«Depretis preveniva l’inesorabile opera demolitrice del tempo con riparazioni e riattazioni anticipate.
«Un ringiovanimento continuo del decrepito edificio.
«Aveva applicato al Governo le norme prudenti del genio civile per i grandi manufatti.
«Il trasformismo è il più grande portato della scienza parlamentare.
«Ma il trasformismo ci ha resi ciò che siamo... E noi abbiamo reso, ormai, il parlamentarismo impossibile.
* * *
Lasciamo le divagazioni del vecchio Lastri, e ritorniamo al nostro racconto.
Dopo la rinnovazione di tutto il macchinario parlamentare, ch’era stato messo a dormire colla chiusura della legislatura, erano avvenute poche avvisaglie delle opposizioni sconfitte su tutta la linea; un grande voto di fiducia al Governo con duecentocinquanta _sì_, contro sessanta _no_, e sessanta o settanta deputati assentatisi (in gergo parlamentare _squagliati_) dall’aula al momento dell’appello nominale, onde ritardare a dichiararsi ed impiegare con maggior utile i voti futuri. Poi le vacanze natalizie e di capo d’anno.
Un lungo mese di preparazione impiegato dal Governo nell’ordinare e disciplinare il suo esercito, nell’assegnare a ciascuno dei capigruppo le sue mansioni, nel continuare l’opera di disaggregazione delle esigue, ma violente ed ostinate opposizioni.
Quale grande forza per il gabinetto la spada di Damocle sospesa su di un centinajo di deputati non ancora convalidati dalla giunta!
I sospesi avevano tutto da temere o da sperare dalla influenza governativa, perchè le sentenze della giunta non sono definitive; la Camera, anzi la maggioranza, decide in appello. Non sono rari i casi nei quali le proposte della giunta furono respinte. Fra quei cento deputati sospesi, forse dieci o venti, che osino affrontare le ire del Giove del Consiglio; gli altri portano umilmente il tributo del loro voto sull’ara del ministero, il quale premierà la dedizione favorendo la convalidazione.
Guai ai ribelli! se la loro influenza personale nella Camera non è tale da prevalere contro le cospirazioni!
Giuliano, soggiogato da Ferretti, che continuamente gli faceva balenare il pericolo dell’invalidazione, aveva sempre votato per il Governo. La veste di legalitario ne lo autorizzava; ma i legalitari erano il bersaglio della stampa indipendente, nella Camera stessa erano zimbello. La maggioranza li accoglieva come figliuoli prodighi; ma il senso morale collettivo, che spesso protesta anche nelle assemblee più degenerate, si ribellava contro di essi... I loro voti, sempre accolti da mormorìi, dai commenti pungenti delle tribune, i loro discorsi inascoltati. Camuffati da radicali, avversarî nello stesso campo degli amici loro, rappresentavano qualche cosa di più deplorevole de’ transfughi numerosi dagli altri partiti di opposizione, apertamente, senza sottintesi, senza restrizione inscrittisi nella maggioranza. Fenomeno momentaneo, perchè certe anomalie contro natura non ponno essere che effimere. Tristo fenomeno, prova dell’abbassamento parlamentare italiano!
Il cuore di Giuliano sanguinava nell’umiliante situazione: venti volte aveva giurato di romperla con ogni transazione, di giuocar tutto per tutto, ritornando invalidato, piuttosto di continuare nella servitù avvilente che tacitamente gli veniva imposta. Venti volte era venuto meno a’ suoi propositi.
Lastri, vecchio scettico, indurito nel parlamentarismo, pur deplorando, perdonava tutto alla inesperta gioventù di Giuliano; Ruggeri ne era desolato; ma si era imposto la medesima riserva, dopo una scena violenta, avvenuta a proposito di Ferretti e del commendatore Cerasi, che, richiamato a Roma a disposizione del ministero, ne era agente principale ed inspiratore.