L'onorevole

Part 11

Chapter 113,515 wordsPublic domain

— Doppia come le cipolle! Ti servo subito. Se in ogni collegio vi sono elettori ed elettori: dinastici, monarchici, repubblicani, socialisti, clericali votanti, clericali astensionisti, sonvi pure collegi e collegi nei quali le dosi della miscela elettorale sono diversamente ripartite, e siccome ogni singolo deputato assume nel proprio collegio il contegno che la maggioranza degli elettori gli inspira, così ogni collegio (escludo quelli delle grandi città) ha un tipo speciale, tutto locale, di deputato, travestito a seconda delle opportunità elettorali. Come ogni città d’Italia ha la propria maschera: Arlecchino, Pulcinella, Meneghino, Gianduja, Stenterello, ecc., ecc., così ogni collegio ha la propria maschera parlamentare, edizione unica.

«E tutte queste maschere, che siamo noi cinquecento otto, nientemeno! quando arrivano a Roma, buttano i cenci provinciali, per uniformarsi tutti come una legione di carabinieri.

«Nel collegio predichiamo il sollievo dagli aggravî, a Montecitorio votiamo nuove imposte; a casa riduzione dell’esercito; alla Camera, coi bilanci, votiamo fra gli entusiasmi le maggiori spese per gli armamenti; là il libero scambio, qui nuovi balzelli doganali, nuove barriere ai nostri prodotti; discentramento al collegio, giacobinismo a Montecitorio; libertà giurata agli elettori; alla Camera approviamo ogni arbitrio, ogni infrazione alla legge, ogni enormità dispotica, perfino i decreti ministeriali o regi sostituiti alla sovranità nazionale; la _Gazzetta ufficiale_ grande legislatrice... Che dico? Siamo giunti alla evirazione, rinunziando, in odio al patto fondamentale, alle nostre prerogative di inviolabilità, superfettazioni, ormai, come la defunta guardia nazionale.

«Ai collegi, le cinquecent’otto maschere sono patrioti lacrimanti sull’esilio delle sorelle irredente, e qui triplici sfegatati, teneri amici dell’Austria.

«Ecco, mio caro Sicuri, disse alzandosi il deputato Lastri, in atto di andarsene, ecco come quel deputato che tu sai, possa essere radicale al suo paese, pur essendo ministeriale a Roma.

Giuliano anche erasi levato da sedere e la galleria, a conferenza finita, si disperse per le sale ed i vasti ambulatorî.

Lastri, preso a braccio Giuliano, continuò sottovoce:

— Quegli ascoltatori mi annojavano; uno fra gli altri avrebbe potuto credere che alludessi a lui se ti avessi narrato che vi sono deputati inamovibili pel solo fatto che disimpegnano per il loro collegio ogni sorta di commissioni. L’onorevole Cortesi spinge la compiacenza verso gli elettori suoi al punto che la di lui abitazione qui in Roma è un varo bazar da 49 ed anche più. Dalle museruole ai collari per i cani, ai cinti ortopedici; dai manicotti per signora alle vanghe per contadini, c’è di tutto. L’elettore desidera e, come per incanto magico, l’oggetto gli appare sul tavolo sotto forma di pacco postale o ferroviario contro assegno... Il solo parroco ha diritto di aver merce a credito, perchè paga in messe ed in propaganda elettorale dal pulpito e nel confessionale.

«Il curioso si è che l’onorevole Cortesi a Roma è un mangiapreti arrabbiato, e nel collegio non manca ad una sola funzione religiosa. Vota sempre contro tutti i governi, ma si squaglia tutte le volte in cui l’opposizione potrebbe comprometterlo con Santa Madre Chiesa. Tutto ciò perchè i clericali sono in maggioranza nel suo collegio, e non osando a Roma un’opposizione apertamente clericale, si imbranca con chi può, contro tutti i ministeri, pur di poter dire ai papisti suoi elettori, più papisti del papa: «Vedete! Non un voto per il Governo usurpatore!»

«Vi fu un momento in cui la posizione dell’onorevole Cortesi fu scossa, denunziato da un giornale clericale di provincia. Non rispose, non polemicò; inondò il collegio di corone del rosario per le vecchie, di libri da messa per le giovani, di abitini ed imagini sacre per i fanciulli, il tutto benedetto da Sua Santità, e senza neppur le spese di porto. Tutto il gentil sesso fu per lui, ed il sesso forte votò come volle il debole.

«Cortesi è un altro deputato a vita. A vita sono pure i deputati feudali, i quali, per altro, essendosi infiltrata un po’ di fillossera socialista nei loro contadini, sono costretti a pagar salata la elezione, che una volta ottenevano _gratis et amore_. È ben vero che alla fine di ogni legislatura son già rifatti della spesa, lesinando sui salarî... Poveri villani, sono essi che pagano l’elezione del padrone. Sono i cenci che vanno alla cartiera!

Un pensiero impertinente dovette passare per la testa dell’instancabile parlatore, perchè fermandosi di botto sorrise scotendo il capo, come se si fosse trattato di una grande corbelleria.

Giuliano, che cominciava ad interessarsi vivamente alle maldicenze del vecchio collega, iniziazione preziosa nei misteri di Montecitorio, quantunque ancor più pessimiste delle rivelazioni di Ruggeri, chiese curiosamente:

— Perchè ridi?

— Oh, un ricordo, per associazione di idee... Ti ho detto che sono sempre i poveri che pagano, fatto costante dal giorno che Adonai condannò Adamo a guadagnarsi il pane col sudore della fronte.

«Ebbene, vedi quel deputato là, alto, snello, dal tipo distinto, dai lineamenti fini, eleganti, dalla lunga chioma nera ricciuta, lo vedi là, che sta osservando una carta geografica in rilievo, appesa alla parete?

— Sì! sì, lo vedo.

— È un medico distintissimo che, per sua sciagura, si è dato alla freniatrìa. Dico sciagura, perchè nulla di più contagioso della follìa. Fino a jeri fu radicale appassionato e, credo, anche convinto; ma il di lui collegio, già repubblicano, ha fatto una rapida evoluzione socialista. _La lotta di classe_, il vangelo; quindi, ostracismo alla politica, specialmente a quella parlamentare. Il deputato, necessariamente si è fatto socialista, classificandosi lottatore anch’esso. Vota contro i ministeri, non che gli importi se al Governo siavi il duca d’Ermina di Destra, piuttosto che il Bellitti, attuale presidente del Consiglio di... di... e chi sa di qual partito sia il nuovo padre eterno ministeriale? o il Dentarelli che lo appoggia, aspettandone la successione, Tartufo raffinato, il quale ha già preparato la bara dell’alleato; o il grande altitonante Sicirri, che detronizzato nicchia ringhiando come un can mastino alla catena, o in fine il diavolo! Il lottatore di classe vota contro, perchè il suo è il programma delle palle nere.

«Ebbene, questo filantropo socialista, in una delle ultime tornate della legislatura tanto inonoratamente testè sepolta, si scatenò contro gli amici antichi dell’Estrema, chiedenti lo sgravio dei contributi, che rovinano la proprietà fondiaria: «Imposte! Non bastano! Ne vogliamo altre delle imposte... Le imposte sui ricchi, le imposte sul lusso, le imposte sulle fortune, sui patrimoni scandalosamente improvvisati, sugli affari loschi, rovina dello Stato e della nazione!»

«L’ingenuo non pensava che le imposte dei ricchi sono i poveri che le pagano. Non pensava che l’abolizione del lusso rappresenta la fame degli operaî che ci vivono... Colpite la produzione, ed avrete rovinato gli opificî, come l’imposta sulla proprietà fondiaria ha rovinata l’industria agricola... Sempre i cenci che vanno alla cartiera! Lotta di classe davvero; ma contro quella che si vorrebbe difendere!

Il deputato Lastri, ravvisatosi, tirò l’orologio dal taschino, esclamando meravigliato:

— Già le cinque! Sicuri, ti lascio. Se mi vorrai cicerone fra queste rovine nuove, nessun archeologo ti potrà meglio servire, neppure il professore Bernabei fra gli avanzi etruschi. Rovine di uomini, di nomi cari, di coscienze, qualche volta di patrimonî, compenso alle rapide fortune ed ai patrimonî rifatti nella gran rovina del paese.

«A proposito, vai stasera dalla contessa Marcellin?

— Necessariamente: l’invito è tanto gentile, che sarebbe sconvenienza il non andarvi.

— Verrò ancor io, chè anch’io sono fra i pochi ammessi all’onore dei mercoledì e dei venerdì.

CAPITOLO XII.

Intrighi e amore.

Esclusi i saloni degli stranieri, ove le due aristocrazie romane, la bianca e la nera, si incontravano qualche volta come in terreno neutro, alcuni anni sono erano rarissimi i ricevimenti nei quali i due elementi, clericale e liberale, si potessero confondere.

L’aristocrazia romana aderente alla corte sabauda, le alte cariche e i funzionari dello Stato, senatori, deputati, magistrati, ufficiali dell’esercito, perfino i diplomatici presso il Quirinale, erano al bando dai saloni neri. Gli intransigenti sdegnavano incanagliarsi coi principi romani, che avevano aderito all’Italia nuova.

Oggi le barriere a poco a poco si rompono, e i due campi vanno sempre più confondendosi. I vecchî raggiungono Pio IX nella tomba, i giovani sono stanchi di querimonie ed approfittando della cristiana tolleranza del pontefice, non disdegnano fare scorrerie nel campo nemico, ove qualche volta piantano le loro tende.

La clausura è finita, il volontariato nell’esercito serve a fondere i due elementi. Gli stessi _clubs_ clericali non domandano più l’atto di fede per l’ammissione dei nuovi soci. Come nell’aristocrazia, nella stampa; giornalisti clericali e così detti liberali, vivono da buoni colleghi, zappando ciascuno il proprio campo, nell’accordo più perfetto.

Le concessioni furono reciproche ed avvennero gradatamente, quasi insensibilmente, ad onta dei colpi di testa dei governanti, i quali, a scatti, provocarono violenze di cui fecero e fanno penitenza, per provare al mondo cattolico la piena libertà del Papato.

Il salone della contessa Marcellin, considerato come internazionale, per la maggioranza di frequentatori stranieri, da anni aveva servito di punto di congiunzione fra avversarî.

Non vi si cospirava propriamente, vi si intrigava. Tutti i conciliatori di ambo le parti vi erano passati.

Quanti castelli di carte rovinati al primo soffio di vento! In compenso vi ci si divertiva. L’onorevole Lastri l’aveva detto: «belle donnine e gente allegra.» Vi si combinavano anche affari, e, quantunque non vi si parlasse mai di finanza, di borsa, gran parte dei milioni perduti dal Vaticano e dalle famiglie principesche, trovarono l’esodo dalle porte e dalle finestre del sontuoso appartamento della vedova del senatore, senza colpa della padrona di casa, del resto. Il precipitare de’ valori italiani in genere, dei romani in ispecie, spalancò il precipizio ai troppo fidenti. Monsignor Arrighi, ora semplice prete, medita piangendo sui trenta milioni dell’obolo di san Pietro sfumati, Mario tonsurato sulla grande rovina. Un _crack_ pauroso! Pure la matura e sempre bella contessa non ha l’aria di avvedersi dei disastri avvenuti a lei d’intorno. La bufera passò sulla sua casa senza neppur spostarne una tegola, senza sgretolarne un ornato. Qualche intimo di meno e la disparizione di monsignor Arrighi, ritiratosi nel suo palazzo, intatto anch’esso, come l’elegante villino della contessa.

Alla sera i ricevimenti gaî; gli affari si trattavano di giorno. Ferretti, l’oculato borsista, l’affarista intraprendente e fortunato, il bandito onnipotente, non sarebbe stato ricevuto; i suoi precedenti, la famigeratezza gli precludevano l’adito in società. Accarezzato, adulato, riverito per le sue influenze, come le donne di malaffare non aveva adito che per le porticine segrete ed in segreto, ed egli consolavasi dell’ostracismo apparente, compensato dalla sua occulta potenza sui portafogli, sulle coscienze rapaci od ingenue di una clientela infinita; compensato del regno su tutto il _demi-monde_ della politica, della finanza, sugli eroi delle bische.

Compenso i convegni misteriosi colle alte notabilità, i rapporti intimi con monsignor Arrighi, amministratore incontrollato del patrimonio pontificio.

In casa della contessa si erano tramati i grossi colpi di borsa, sorrisi in principio dalla volubile dea, allettamento incoraggiante a più formidabili operazioni, meno felici da prima, disastrose più tardi, quando furono ingrossate per l’impazienza di riguadagnare rapidamente le somme perdute.

L’oro usciva a fiotti dalle casse vaticanesche, che andavano man mano riempiendosi di titoli, i quali franavano per la china del fallimento nazionale colla violenza di una valanga alpina.

Il miracolo delle noci, mutate in foglie secche: _Mobiliari, Generali, Venete, Crédit, Industriali, Istituto Romano, Raffinerie, Risanamento, Utilità, Omnibus, Immobiliari,_ ecc.

E con questi, i valori migliori, travolti dalla fiumana del ribasso, deprezzati non solo per il discredito interno, per le crisi estere: la greca, la portoghese, l’argentina, l’australiana, che avevan scossi i mercati più solidi ed ottimisti.

Un Waterloo finanziario, che lasciava lungo strascico di fallimenti e rovine, per molti anni irreparabili.

Colle banche e le società anonime, coll’obolo vaticano, le fortune annientate di molte famiglie principesche, e modesti patrimonî della borghesia a centinaja perduti.

Ferretti, l’abile, l’infallibile dall’occhio di lince, dalla seconda vista, sdegnato contro sè stesso per non essersi arricchito sulla rovina generale, scampato a mala pena al disastro universale, meditava la rivincita. La passione del giuoco, la febbre delle speculazioni, la libidine del rapido guadagno lo avevano acciecato ed usciva egli pure malconcio dal naufragio, furente di non aver saputo appropriarsi almeno i rottami dei disastri altrui.

La contessa Marcellin, più abile, aveva raccolte le briciole del banchetto nei giorni lieti e, previdente fra la follìa altrui, si era arrestata prima che la mano dell’angelo scrivesse le fatidiche parole di maledizione:

_Mane — Tekel — Phares!_

La volubile dea cessò di sorridere a Ferretti, vinto, ma non domo dalla fatalità. Dopo tante sfide temerarie e fortunate, tanti ardimenti felici e furfanterie impunite, era venuta l’ora dell’espiazione.

Tutto questo lo sapeva il deputato Lastri? Probabilmente no, perchè, nella sua rigida intransigenza in fatto di onore, non avrebbe mai varcata la soglia di una casa frequentata da Ferretti, fosse pur clandestinamente ricevuto.

Se li avesse conosciuti, certi misteri, a Giuliano li avrebbe rivelati.

Ma Giuliano ormai era lo zimbello di Ferretti, che lo teneva in pugno colla promessa di convalidazione, sperando rifarsi di una parte almeno delle occasioni perdute, sulla ingenuità del giovane onorevole.

Il progetto era semplice: speculare coi danari dell’onorevole Sicuri, non arrischiar nulla del proprio in caso di perdita; serbarsi la parte del leone nelle operazioni fortunate. Le oscillazioni dei valori più accreditati erano tempestose, un _lansquenet_ furibondo per gli audaci; i ribassi esagerati producevano le esagerate riprese. Nulla di più facile dell’arricchirsi, concedendo anche largo profitto al cliente. Si trattava di imbroccare felicemente le prime intermittenze, e la stella offuscata avrebbe brillato di nuovi, più fulgidi splendori.

I giorni nei quali Ferretti poteva tirare a colpo sicuro su tutti i grandi istituti di credito erano passati. L’alta banca si serviva pur sempre di lui come mezzano presso il Governo per i grossi e loschi affari, del di lui giornale, onde patrocinarli e lanciarli; ma ci voleva ben altro per la fame di quell’animale di rapina! le erano bricie. Le sovvenzioni sui fondi secreti eran lesinate con parsimonia da Arpagone, troppi concorrenti nella stampa erano sorti, il di lui esempio era stato imitato da colleghi altrettanto abili e meno compromessi; il _Parlamentare_, in condizioni migliori di pubblicità, assorbiva il meglio; cento giornalucoli di provincia erano piombati sulla cassa nera di Palazzo Braschi e, nugolo di cavallette, divoravano il resto.

Gli affari doganali, i contrabbandi legalizzati al ministero delle finanze colla complicità di funzionarî infedeli, pericolosissimi, rendevano meno per la concorrenza di deputati, i quali, senza pericolo, gli contendevano le offe.

Tentare il gran colpo! Un conto corrente di mezzo milione, e Ferretti si sentiva in grado di dar battaglia, di vincere.

Giuliano era l’uomo provvidenziale. Duecentomila lire depositate all’Istituto Romano e la garanzia del conte Sicuri potevano procurargli anche un milione. Necessario quindi di ammaliarlo, e sopratutto garantirsi del di lui silenzio presso Ruggeri, il più altezzosamente sprezzante de’ suoi nemici. Ferretti, in buona fede, la sola buona fede sua, riteneva di avere nemici fra i galantuomini. Aveva bensì de’ riconoscenti fra qualcuno de’ suoi beneficati, aveva ammiratori fra gli imbecilli divinizzatori del successo, aveva spietati concorrenti, ma nemici no. Il disprezzo non è odio. Ruggeri considerava Ferretti un animale immondo e pericoloso, dal quale bisognava guardarsi, per pulizia prima, poi per la propria sicurezza.

Certamente, se Ruggeri avesse soltanto sospettato i rapporti che andavansi annodando fra Ferretti e Giuliano, li avrebbe di un colpo troncati; ma Giuliano non osava dir tutto al troppo intransigente amico.

Sul conto di Ruggeri, Ferretti era d’accordo colla contessa Marcellin, per antica ruggine, per le stesse raccomandazioni del sottoprefetto Cerasi, il quale le aveva scritto, che se si voleva far qualche cosa del loro protetto, bisognava anzitutto sottrarlo all’influenza dell’ex deputato Ruggeri, che l’avrebbe costretto nell’Estrema Sinistra.

Il commendatore, dopo diciassette anni di esilio a Miralto, esagerava l’importanza e la possibilità di carriera del suo eletto. L’abile politico, dal microcosmo vedeva tutto ingrandito al di fuori, e gli pareva che col proprio, coll’ajuto dello contessa e di Ferretti, Giuliano avrebbe dovuto arrivare alto e sollecito. Per giustizia devo soggiungere che il sottoprefetto non sospettava neppure lontanamente i piani di Ferretti sul pupillo. Il sottoprefetto riteneva sempre il Ferretti all’apogeo della fortuna e della potenza... In fondo, il commendatore Cerasi si era appassionato per la sua creatura ed aveva finito per volergli bene... a suo modo. Non avrebbe mai cospirato a di lui danno, se non per farsene sgabello.

La contessa Marcellin, dal canto suo, indovinava i progetti di Ferretti; non li osteggiava, perchè anch’essa aveva il suo sul giovane deputato, sì caldamente raccomandato dal sottoprefetto.

Gli uomini politici vecchi, sui quali era basata la di lei influenza nelle sfere ufficiali, si spegnevano man mano, quindi il bisogno di nuove reclute, uomini dell’avvenire. Essa aveva fede, ad onta delle ultime prove disgraziate, nell’oculatezza di Ferretti, e questi, giovando a sè stesso, avrebbe potuto, aumentando il patrimonio dell’onorevole Sicuri, giovare alla di lui carriera politica. Per accaparrarselo e mantenerselo fedele, la contessa aveva meditato un piano che le sembrava dovesse essere infallibile.

* * *

Alle nove pomeridiane, nel _coupé_ della contessa Silva, anche il coupé dell’orizzontale gli era toccato in sorte, Giuliano si recava al villino della contessa Marcellin, all’Esquilino.

Un solo fanale era acceso, dei due simmetricamente eretti sui pilastri del cancello d’ingresso; nessun lume splendeva dalle finestre, non una carrozza stazionante nella strada e nel giardino che separava il villino dalla via. Tutto era silenzio! Nel giardino, mal rischiarato dall’unica fiamma del fanale, la penombra.

— O il cocchiere si è sbagliato, pensò Giuliano, o mi sono sbagliato io. Probabilmente non è oggi il giorno di ricevimento... Che sia giunto troppo presto?

Stava per risalire in carrozza e andarsene senz’altro. Fu prevenuto da un domestico gallonato:

— Il signor conte Sicuri?

— Appunto!

— La signora contessa, quantunque un po’ indisposta, la prega di voler entrare.

Giuliano fu preso dal panico. La sua timidità già allarmata si inalberò alla minaccia di un solo a sola colla contessa... Sarebbe ritornato addietro con entusiasmo; ma, non vi era modo.

Il cerbero in calzoni corti, calze di seta, fibbie e galloni d’oro, lo precedeva premuroso. Dovette seguirlo, facendo di necessità virtù.

— Maledetta la fretta! pensò. Potevo ritardare di mezz’ora e, probabilmente, avrei trovato il cancello chiuso.

E col coraggio della disperazione, il solo coraggio dei timidi, affrontò risolutamente la scalea in marmo bianco che dal giardino metteva al vestibolo, mentre ossequioso, il domestico, spalancava la porto vetrata.

Nella penombra, chè anche il vestibolo era appena rischiarato da una lampada in bronzo cesellato dai cristalli a colori, un sentore di eleganza, un profumo di buon gusto signorile, veramente moderno fra i massicci mobili antichi di quercia bruna e i soffici tappeti orientali. Nulla del lusso imponente de’ grandiosi palazzi romani, da Giuliano visitati durante il precedente soggiorno in Roma.

Il comfort artistico, senza ostentazione di ricchezza. Nulla di monumentale nella scala, che dal vestibolo metteva al primo piano; snella, leggiera, dalla branca dorata, era di modeste proporzioni, le pareti coperte da una tappezzeria oscura, trapunta in oro colle armi dei Marcellin, sormontate dal corno ducale.

Qualche cosa di misterioso nell’atmosfera soffice, tiepida, silenziosa, nella ossequiosità taciturna del domestico premuroso, che lo precedeva come ombra, senza produrre il minimo rumore su per i gradini imbottiti. Anche là, la luce, meno fioca, era mitigata da cristalli colorati; i doppieri, sorretti da personaggi mitologici, copie in bronzo di statue greche, erano spenti... Per contro, l’anticamera, come il vestibolo dai mobili in quercia intarsiati, era splendente di luce. Agli angoli, quattro fauni reggevano ciascuno un candelabro dal quale avvampavano saettanti molteplici fiamme; due grandi specchiere scendevano fino a terra, previdenza gentile per le eleganti visitatici, che, appena scese di carrozza, avessero voluto rassettare l’abbigliamento scomposto; un magnifico arazzo spiccava dalla tappezzeria grigia, qualche oggetto d’arte sulle _consoles_, un trofeo d’armi per sovrapporta all’ingresso della scala, e, vivente ornamento bizzarro, un magnifico levriere, artisticamente atteggiato, quasi a guardia della porta del salone, immobile, incurante del nuovo venuto, come se la consegna fosse stata di simulare il marmo.

Un secondo domestico si impossessò del soprabito e della canna di Giuliano, mentre il primo lo annunziava sotto voce, quasi avesse temuto risvegliare i mani dormenti di quel villino fatato.

Giuliano, senza avere avuto il tempo di riaversi, si trovò in una vasta sala. Al primo entrare, pel rapido passaggio dalla luce vivissima dell’anticamera nella semi oscurità, non seppe discernere che un paralume roseo, attraverso il quale spandevansi raggi miti, rutilanti, come di una lontana aurora boreale in una notte polare.

Un luccichìo confuso, appannato, di mobili dorati, di specchî, di cristalli; ed in fondo in fondo al salone, non avvertito da prima, un tavolo da giuoco, quattro giocatori intenti alla partita, nella penombra anch’essi, per gli opachi paralumi che projettavano tutta la luce dei doppieri sul tappeto verde del tavolino.

Giuliano ristette; abituandosi alla semi oscurità, riuscì a discernere due donne sedute su d’un divano. Fu l’affare di un istante. Una di esse gli venne incontro, porgendogli la mano.

— Signor conte, devo farle mille scuse se la ricevo nell’intimità. Indisposta, ho dovuto rinunziare al consueto ricevimento, limitandolo agli intimi, fra i quali spero ella vorrà annoverarsi.

Il complimento era gentile. Giuliano balbettò un ringraziamento.

— Signor conte, mia nipote Giulia... disse, ravvedendosi, la marchesa Giulia Fiori. — Giulia! il conte Sicuri, deputato al Parlamento.

La marchesa Giulia, a sua volta, porse la mano e soggiunse:

— La zia temeva che vedendo tutto bujo ella se ne sarebbe ritornata. Abbiamo messo di guardia un domestico per trattenerla.

— Sono riconoscente, signora; ma non vorrei abusare della cortesia; la contessa è sofferente... e forse...

— Che dice? Un po’ di emicrania, ma ormai sto assai meglio... Anzi, Giulia, faresti bene a togliere quel paralume che ci sprofonda nell’oscurità.