Part 10
— E il piccolo Gustavo? Il mio... il nostro figlioccio, disse Ettore, rivolgendosi sorridente a Stella.
— Più capriccioso che mai.... Ora dorme; fra un quarto d’ora andrò a prenderlo, e vedrà, vedrà che amore. Tutto Giuliano; ma assai più bello, disse con orgoglio, la giovine mamma.
Passeggiando lentamente, eran giunti all’albero d’alloro.
Stella, rivolgendosi ad Ettore:.
— Anche noi abbiamo gli alberi sempre verdi, come loro nei dolci climi. Vede? Il lauro s’è fatto rigoglioso quanto una quercia. Coi crisantemi è il solo a protestare contro il triste inverno.
— Non per nulla l’alloro fu scelto per emblema della gloria, della immortalità.
— Strano! soggiunse Stella, come parlando a sè stessa. I crisantemi, invece, sono i fiori delle tombe!
Il sole, senza essere cocente, diveniva molesto. Si assisero su d’un banco all’ombra del lauro.
La contessa Adele, rallegrata dalla visita gradita, divenne espansiva, ridisse i suoi presentimenti infausti, maledicendo alla politica, narrò la sequela de’ suoi dispiaceri, tempestò l’ospite di mille questioni sul marito, sulla di lui condizione parlamentare, sciorinò i rimpianti per la elezione malaugurata, confidò i suoi terrori che la politica, le seduzioni della capitale gli potessero rapire l’affetto di Giuliano.
— Ne morrei! No! di morire non avrei il diritto, dovendomi dedicare a mio figlio; ma sarei la più infelice delle donne....
Ad un tratto, sovvenendosi:
— Corro a prendere Gustavo; vedrà quant’è carino, il cattivo. Stella, rimani col signor Ettore: sarò da voi fra pochi istanti.
* * *
Soli, stettero a guardarsi senza pronunziare parola. La piena dell’emozione li aveva ammutoliti.
— Stella, disse finalmente Ettore prendendo la mano profilata, gelida, della fanciulla, e portandola alle labbra. Stella, ho forse fatto male a venir meno ai miei propositi, ritornando a Miralto. Fu più forte di me, e la fatalità mi ha assecondato; non seppi, non so più lottare. Se il conte Giuliano non mi avesse pregato di precederlo, avrei forse inventato un pretesto.
«Lontano da te non è vivere, è soffrire, e l’insistenza del dolore ci rende fiacchi.
Stella si rizzò offesa.
— Ed è così che tu mi parli? Lottare per abbandonarmi, per dimenticarmi!
«Se non mi ami, dillo francamente; subirò la mia sorte senza un lamento, senza una recriminazione. Ma se un raggio d’amore per me riscalda ancora il tuo cuore, non hai diritto di essere eroico col mio sacrificio.
«Tu mi riparlerai delle convenzioni, delle convenienze sociali, degli ostacoli insormontabili, della differenza d’età, del tuo patrimonio rovinato, del ridicolo che colpirebbe un’unione tanto disparata... Le conosco, le so tutte a memoria le objezioni della tua coscienza impaurita, della tua delicatezza allarmata... No! non il mio sagrifizio, io voglio, bensì quello della tua coscienza, de’ tuoi pregiudizî... Io ti amo!
«Mille volte ho rinnovato sotto questo albero il voto a san Giovanni, il nostro santo protettore, il santo dell’amore: di esser tua o di nessuno. Non mi appartengo più!
Ettore, commosso, stringeva tuttavia la mano della fanciulla nelle sue.
— Stella, ti amo sempre più! Le tuo parole mi fanno felice; ma in questa società che tu non curi, noi viviamo e tu non vorresti esser mia a patto del mio disonore, di una slealtà.
«Tu sei sublime nella tua innocenza della vita; sublime nella virtù del sagrificio, nell’abbandono che fai di te stessa, della tua giovinezza, del tuo avvenire. Ma posso, devo io accettarlo questo sagrificio?
«Tu sei la primavera, io l’autunno... Presto verranno per me i giorni tristi dell’inverno; quelli del pentimento e del disinganno per te; nel tuo cuore germoglierà il rimpianto... e forse mi rimprovererai di aver abusato della tua inesperienza entusiasta ed imprevidente.
«Vi sono ostacoli insuperabili: tua madre, i tuoi parenti. Perciò invocavo da te il coraggio, l’energia di lottare, per vincere la mia passione.
Stella era sublime davvero nella sua pallida bellezza... Alle parole di Ettore, con un sorriso etereo sulle labbra, andava scotendo la testina gentile in atto di diniego...
Quando Ettore tacque, essa, avvicinandoglisi, lo allacciò febbrilmente al collo colle braccia, ed ergendosi sulla punta dei piedi per giungere colla bocca a quella di Ettore, mormorò più che non dicesse:
— Di tutto ciò, Ettore, che tu mi hai detto, voglio ricordare soltanto che tu mi ami, mi ami sempre più. L’hai detto, sono tua, fa di me ciò che vorrai. Io non conosco le leggi del vostro onore, della vostra lealtà. Son tua, ti amo e voglio essere riamata!
Le loro labbra si confusero in un bacio, il loro alito in un sospiro.
Alla voluttà infinita di quella sensazione deliziosa fino allo spasimo, Stella si ripiegò come fiore mietuto; sarebbe caduta, se Ettore non l’avesse sorretta.
Allarmato, la depose sul sedile di ferro... Avrebbe voluto chiamare; ma Stella, gli occhi socchiusi in un sorriso beato, mormorava:
— No, no, amico mio! Non è nulla. L’eccesso della felicità, l’emozione. Il cuore ha palpitato troppo violentemente, e mi sentivo morire. Lo sai, sono una povera inferma. Un bacio, ancora un bacio, prima che giunga Adele... Poi chissà, i lunghi mesi di separazione... Un bacio, ch’io faccia provvista di felicità per l’avvenire.
Ettore, inginocchiato ai piedi di Stella, teneva fra le mani la testina bruna, suggendo baci dalle labbra impallidite della fanciulla, di baci assetata.
Uno strillo argentino, giulivo, li avvertì dell’approssimarsi del piccolo Gustavo...
— Padrino! padrino! La mamma dice che oggi è festa, e mi ha messa la vesticciuola nuova.
E il piccino, provvidenziale araldo, corse incontro ad Ettore, le braccia aperte.
Ettore lo sollevò da terra stringendolo fra le sue.
L’intervento del bimbo lasciò modo ad entrambi di riaversi, e Adele non potè notare il loro turbamento. Soltanto il pallore di Stella avrebbe potuto tradirne l’emozione... Ma era sempre tanto pallida, Stella.
— Che hai? Sei indisposta?
— No, forse un po’ di freddo. Il sole è caldo; ma il vento è frizzante. Rientriamo.
E porgendo il braccio ad Ettore:
— Mi sorregga lei, signor Ruggeri.
Sottovoce, in modo che Adele non potesse udire, intenta com’era a rassettare gli abitini del bimbo, scomposti dal ruvido abbraccio di Ettore:
— Il patto è conchiuso. Mai più minaccie di abbandono... Non più scrupoli. Sono tua... Avrò il coraggio di attendere. Tua nella vita e nella morte.
Ettore non rispose; assentì del capo, stringendo forte forte l’esile braccio di Stella avvinghiato al suo. Stella, riavutasi dal passeggiero malessere, era raggiante, sembrava ritornata ai giorni gaî della fanciullezza, allorchè vispa, chiassosa, birichina, era tutta gioja e sorriso.
Perfino nell’ora dolorosa degli addìi si mostrò lieta e ridente.
Ormai la promessa era formale, suggellata dal delizioso bacio sotto il lauro di San Giovanni, un tempio! L’unione per essa era indissolubile, come se benedetta dal sacerdote e legalizzata dal sindaco.
L’amore di Stella, sopratutto mistico, non era per anco turbato dalle febbri del desiderio. La certezza d’essere riamata le bastava. Il tempo e la distanza non esistevano più.
Dopo cinque anni di dubbî tormentosi, quello il primo giorno di felicità.
Gli addìi erano «un arrivederci a ben presto, per non separarci mai!» Come? Non lo sapeva, non curava saperlo; ne aveva la fede e le bastava.
CAPITOLO XI.
Nella bolgia.
Durante i due giorni di assenza di Ruggeri, l’onorevole Giuliano aveva fatto molto cammino nella bolgia parlamentare.
Ferretti, presolo sotto la sua alta protezione, come il Lucifero di Byron, Manfredo, se l’era caricato sulle spalle, portandolo a volo nelle eccelse sfere ministeriali.
Ferretti non aveva accesso a Montecitorio; in compenso non vi erano anticamere per lui presso le eccellenze. Al suo presentarsi gli uscieri facevano ala rispettosamente, le porte si spalancavano a due battenti, senza ch’egli si desse la pena di farsi annunziare. Se il ministro era impedito di riceverlo immediatamente da qualche visitatore ammesso in precedenza all’onore di un’udienza privata, od occupato da qualche commissione burocratica o parlamentare, al nome di Ferretti si affrettava egli stesso sulla soglia del gabinetto, onde invocare pazienza dall’onnipotente giornalista o per assegnargli altra ora più opportuna. Spesso il visitatore veniva licenziato a profitto dell’impazienza del cavaliere Ferretti, che colle eccellenze affettava il tono confidenziale da collega a collega, da pari a pari. Il novizzo Giuliano non rinveniva dalla sorpresa e si congratulava in cuor suo della provvidenziale lettera di raccomandazione fornitagli dal commendatore Cerasi per quel magico personaggio.
Tutte le eccellenze ebbero accoglienze cortesi per il deputato Sicuri, tutte promisero i loro buoni ufficî presso la futura Giunta delle elezioni, quasi tutte garantirono l’esito felice del processo. Il solo presidente del Consiglio era rimasto diplomaticamente abbottonato nella lunga _redingote_, divenuta proverbiale, sollevando un mondo di dubbî.
— Molto dipenderà da’ suoi primi voti. Avremo subito battaglia; per quanto scisse ed infinitesimali le due opposizioni, in alcune circostanze possono divenire temibili. Ella comprenderà che il Governo non potrebbe appoggiarla direttamente o indirettamente, senza la garanzia di favorire un amico.
Giuliano arrossì alla brutale imposizione; ma non seppe schermirsi, e finì per assentire ossequiosamente.
Ferretti promise per il proprio raccomandato.
— La Giunta delle elezioni non è nominata dal Governo, riprese il ministro; è scelta dal presidente della Camera. D’altronde ella sa, Ferretti, ch’io mi sono disinteressato dalle elezioni... Vedano il ministro La Fossa.
Ferretti rise poco rispettosamente all’affermazione del ministro.
— Sulla di lei elezione, sul di lei nome si è fatto molto chiasso... Ora un nuovo scandalo, che mi obbligherà a richiamare il sottoprefetto Cerasi, il cui troppo zelo ci ha compromessi.
— Un eccellente funzionario, osò replicare Giuliano.
— Lo so... Ma una soddisfazione all’opinione pubblica bisogna darla. Ha visto lo _Svegliarino_ di stamane? Si scaglia contro il sottoprefetto, e ben presto tutta la muta dei botoli di opposizione latrerà sullo stesso tono. Bisogna prevenirli.
«Come mai lasciarsi cogliere in flagrante a stipendiare agenti provocatori nel giornalismo avversario? Sono errori, leggerezze imperdonabili!
— Necessità di lotta, osservò Ferretti.
— Lo comprendo; ma bisogna esser cauti, per non compromettere il prestigio delle instituzioni.
Ferretti sorrise nuovamente; per poco non sorrideva anche il ministro.
Gli àuguri!
— Lo richiami a Roma; è il sogno da lui vagheggiato. Qui potrà prestare ben altri servigi. E l’opinione pubblica sarà soddisfatta, perchè scambierà il trasloco per una punizione.
— Ci penserò, disse il ministro congedando i visitatori.
Pensato l’aveva, in verità, tanto che al commendatore Cerasi era già stato trasmesso l’ordine di partenza da Miralto, essendo stato posto a disposizione del ministero... La realizzazione del più ardente desiderio.
La stampa ostile gli aveva servito da sgabello.
* * *
Ferretti, previdente, aveva già scelto un avvocato per patrocinare davanti alla Giunta la causa di Giuliano. Un giureconsulto illustre, altissima notabilità parlamentare, influentissimo presso tutti i governi succedutisi dal 18 marzo 1876.
— Un avvocato un po’ caro, un po’ troppo salato, aveva detto Ferretti a Giuliano. La necessità di vincere ci vieta di lesinare. Per rendere proficui i sagrifici già fatti, bisogna aggiungere anche questo. Avrei combinato per diciottomila lire.
Giuliano diè un balzo.
— Oh, ma non le intascherà tutte lui. Creda a me, non è troppo! Coll’onorevole Rota per avvocato, in qualunque modo riesca composta la Giunta, possiamo essere sicuri della convalidazione. Alcuni dei membri, imposti dalla loro situazione parlamentare, si conoscono già. L’importante è di ottenere un relatore ligio al Governo. Il meccanismo è talmente complicato! L’esito, tranne in alcuni casi eccezionali, dipende non solo dal valore dell’avvocato, ma specialmente dalla distribuzione delle diverse cause ai singoli membri della Giunta... Se si incappa in un Catone, siamo fritti... È vero che son tanto rari, i Catoni! Supponga che il suo processo caschi in mano di un radicale, amico del competitore Bertasi: lei sarebbe spacciato. Bisogna quindi preventivamente correggere le combinazioni del caso; guidare la sorte.
Scesa la superba scalea del palazzo Braschi, sul cui pianerottolo era avvenuta la conversazione, Ferretti e l’onorevole Sicuri si lasciarono, dandosi ritrovo per il giorno seguente negli uffici di redazione dell’_Ordine_... Ferretti, salito in carrozza, partì rapido, come persona il cui tempo è prezioso; Giuliano riprese lentamente a piedi la strada di Montecitorio, per Piazza Navona.
Distratto, passò innanzi la statua del leggendario Pasquino senza pur osservarla... Pasquino! L’opinione popolare di Roma, l’ultimo dei tribuni, dal 1870 è ammutolito; un altro spodestato!
Infelice, non ha neppur mani e braccia per detergere le lacrime silenziosamente sparse ogni notte sulla propria sventura. Ad ogni mattino il volto sfigurato è intriso; gli scettici dicono di rugiada; ma si sa, non è cosa nuova, le statue pagane piangono quanto e più delle madonne. E n’hanno ben d’onde!
— Diciottomila lire! pensava Giuliano. Ci va di grosso, il signor Ferretti. Mi abbia scambiato per Giugurta? Ormai ci sono, e lesinare non si può!
Alla posta di Montecitorio, Giuliano ritrovò il telegramma rassicurante di Ruggeri. Trasse un grande respiro. Anch’egli, come il sottoprefetto, pensò che tutto il male non viene per nuocere.
— Sarò liberato dal _Ventriloquo_...
È vero che in tutto quell’imbroglio la famiglia Sicuri ci aveva lasciato un brandello della secolare rispettabilità.
— Ma, pensava, le calunnie passano, la deputazione resta.
Col telegramma, un grazioso invito della contessa Marcellin, alla cui porta Giuliano aveva lasciata, colla lettera di raccomandazione del commendatore, una carta da visita.
La signora contessa era in casa la sera di ogni mercoledì e venerdì, felicissima di fare la personale conoscenza del deputato conte Giuliano Sicuri.
Mentre Giuliano varcava la soglia del gran salone di lettura, tenendo in mano la lettera d’invito, l’onorevole Lastri, conoscenza del giorno innanzi, scorgendo il monogramma sormontato da una corona, gli disse ridendo:
— Oh! A Roma da quattro giorni, e sei già ai bigliettini profumati e blasonati?
— Profumati sì; ma innocenti come l’acqua... Una noja! Un invito al thè della contessa Marcellin.
— Nientemeno! Salone conciliatore! I bianchi ed i neri vi sono mischiati come i pezzi della scacchiera nella scatola. Prelati e belle donnine, senatori, diplomatici presso le due corti, colonia straniera, _rastaquères_ a josa... quelli di Bourget... Deputati pochi...
«Salone allegro, difficilmente accessibile; la contessa ha il buon gusto di sceglierli i suoi assidui indigeni; per gli stranieri è altra cosa... Essi, a stagione finita, se ne vanno e non ritornano... Bella donna, sul ritorno, un zinzino letterata; però non scrive, almeno per il pubblico. Altro merito incontestabile: in casa Marcellin non si parla di politica; ma qualche celebrità parlamentare è stata inventata in quel salone.
«Si susurra anche di qualche mitria di vescovo distribuita per l’influenza della contessa. Vedova del conte senatore Marcellin, antica famiglia veneta dogale, la contessa è divorziata da poco da un cardinale. Divorzio non per incompatibilità di carattere, per ragioni di decoro. I loro rapporti sono rimasti eccellenti. Per altro Sua Eminenza non appare mai ai ricevimenti ufficiali del mercoledì e del venerdì.
Giuliano, poco edificato dalle informazioni maligne, da lui non chieste, tentò divergere la conversazione.
— Dimmi un po’, chi è quel deputato che sta leggendo là, all’estremità della tavola?
— Quello? Non è un deputato; credo non lo sia mai stato. È un senatore. A Montecitorio lo si vede raramente. Se è qui, gli è che deve bollire qualche cosa di grosso nella pentola dei provvedimenti finanziari... Qualche catenaccio o monopolio, se pure non si tratta di ferrovie... È il _trait d’union_, il ponte sul quale sono passati tutti i ministeri di Sinistra per avere l’unanimità dei voti della Destra in Senato.
«È il senatore Loschi, ninfa Egeria inevitabile, indispensabile. In affari passa per jettatore et _pour cause_; in politica, viceversa.
«Abbiamo il Senato in rivoluzione, si conta su di lui per ammansarlo... per ciò prevedo un grosso affare, per lo meno un catenaccio. Simili favori non si ponno mica pagare a contanti: concessioni, preavvisi, compartecipazioni... Il proverbio dice, continuò l’instancabile parlatore: «fammi indovino e ti farò ricco!» Il preavviso in tempo utile di una operazione del Tesoro, ti può far milionario in quarantott’ore.
«Si arrischia, qualche volta, per gli umori della Camera... Un catenaccio abortito può essere un disastro. S’è già visto poco tempo fa. Case colossali saltarono come fuscelli. Avevan fatto provviste ciclopiche onde prevenire l’aumento del dazio; il catenaccio respinto, i prezzi precipitarono e con essi i bagarini.
— Bagarini?
— È un termine romanesco, affibbiato agli aggiotatori di ogni genere, incettatori di merci per monopolizzarle sui mercati, nelle borse, a prezzi elevati.
«L’altro laggiù, vicino al senatore, il calvo che sta scrivendo, è anche un curioso tipo. Non è ricco, spende centomila lire ad ogni elezione; ma ci vive splendidamente. È un’agenzia ambulante d’affari, e dell’ufficio non paga neppur l’affitto. L’ufficio l’ha qui, non spende un centesimo in oggetti di cancelleria, largamente forniti dalla Camera. Non avendo ditta, si vale dell’intestazione della rappresentanza nazionale. La sua ditta è la Camera dei deputati; il recapito, Montecitorio. A servirlo non parano tre uscieri, cui non dà mai un soldo di mancia; probabilmente ha intenzione di associarli negli utili della sua azienda.
«Vive a Montecitorio, scrive cento lettere al giorno, non ha mai parlato nelle sedute pubbliche, non ha mai letto un ordine del giorno o ascoltato un oratore; in compenso ha sempre votato per tutti i ministeri... A memoria d’uomini non vi ha un solo appello nominale con un suo voto di opposizione. Duecento svizzeri altrettanto fedeli al potere, e i ministeri sarebbero inamovibili e indistruttibili quanto e più del Colosseo.
«Il curioso, riprese il deputato Lastri senza prender fiato, si è che nel collegio ha fama di rivoluzionario ed è portato sugli scudi da una maggioranza radicale.
— Come mai una simile contraddizione? chiese Giuliano, che cominciava a divertirsi all’arguta maldicenza del collega.
— Non è contraddizione, bensì un fenomeno comunissimo e costante. Tranne pochi, anzi pochissimi, disgraziati zimbelli della politica, ogni deputato ha due personalità distinte, come certi personaggi di Hoffmann. Il deputato in vacanza al collegio; il deputato in funzione a Roma.
«Non parlo del candidato, perchè è tuttavia allo stato di bruco, nelle meravigliose metamorfosi parlamentari; mi occupo della crisalide, uscita dal bozzolo elettorale, con tanta fatica, tanta cura e sorprendente abilità tessile dal bruco tramato.
A questo punto l’oratore avvicinò una seggiola al lungo tavolo sul quale erano sparsi a centinaja i giornali d’ogni lingua e paese, e si sedette facendo segno al giovine collega di imitarlo. Tutt’intorno era un via vai di onorevoli, molti sconosciuti fra loro; quindi, ai saluti, ai benvenuto dei colleghi antichi, le presentazioni dei nuovi. Argomenti delle conversazioni, colle narrazioni degli episodi eroicomici della recente battaglia elettorale, il programma finanziario del ministero, il discorso della Corona, indetto per il giorno seguente.
L’onorevole Lastri, intanto che discorreva col neofito Giuliano, spiegandogli la doppia individualità parlamentare, scambiava ogni tratto saluti e sorrisi, pur non distraendosi dalla dissertazione. Il deputato Lastri, temuto per la lingua pungente, qualche volta spietata, godeva grandi simpatie, guadagnate colla rispettabilità personale, colla bontà d’animo, contrasto bizzarro alla sua maldicenza.
Nei sorrisi, che egli raccoglieva distratto, vi era qualche cosa di furbesco e di timido, come avessero voluto significare tacitamente: «Chi stai dilaniando?» E gli onorevoli gli si approssimavano facendogli circolo, forse non per curiosità soltanto; anche nell’intenzione di scongiurare, colla loro presenza, il proprio massacro. Eran stati tali, sì incredibilmente scandalosi i recenti abusi e le gherminelle elettorali, che ognuno temeva venisse il proprio turno. L’oratore, abituato ad una galleria di ascoltatori, continuava senza preoccuparsene, trattando Giuliano con simpatia speciale:
— Il deputato in vacanza, continuò l’onorevole Lastri, negli abiti, nel contegno, nel linguaggio, nelle convinzioni, nei principî, nella condotta politica, è tutt’altri del medesimo onorevole a Montecitorio.
«Molti elettori rivedendo in Roma il deputato del loro cuore e del loro collegio, non sanno riconoscerlo, tanto è trasformato; trasformazione, la quale non può aver raffronto che in quella di certi cattivi mariti latitanti dal tetto conjugale.
La galleria degli ascoltatori, che s’addensava sempre più, rise al raffronto... Giuliano richiamato, per associazione di idee, alla sua Adele lontana, fece sorridente un atto di diniego, e l’occhio, stranamente azzurro ai bagliori del cielo di Roma, si velò inumidito. Lastri, osservatore finissimo, gliene seppe grado... Lo fissò in volto per studiarlo meglio, sentì un brivido di tenerezza e, senza interrompersi, pensava: «un agnello spontaneamente venuto per farsi scannare nel grande macello!»
L’onorevole Lastri, parlatore instancabile ed inesauribile, era dotato della facoltà di alcuni celebri giuocatori di scacchi, di poter, cioè, tener testa contemporaneamente a parecchi competitori su diverse scacchiere. Discorreva perfettamente, pur pensando ad altro.
«Ha la mente foderata,» aveva detto di lui un collega, dopo una felice replica al ministro dell’istruzione pubblica, il cui discorso non avrebbe dovuto sentire, immerso come era stato, mentre il ministro parlava, in una vivissima discussione archeologica col celebre medico archeologo deputato Gloriosi.
— L’Italia, non c’è che dire, continuava l’onorevole Lastri, è eminentemente democratica. I monarchici sono monarchici per solo amore dello _statu quo_, non per convinzione, per diffidenza dell’ignoto. I dinastici, eccettuata l’alta burocrazia e l’ufficialità dell’esercito, non si trovano più che in Piemonte, ed ancora bisogna cercarli. La grande massa, quindi, è democratica o clericale. Il clericalismo, naturale nemico delle instituzioni, tende colla politica di Leone XIII a democratizzarsi. Ma i clericali propriamente detti, per ordine del pontefice, non votano. Non per paura della sconfitta; per timore della vittoria. Vittoriosi, provocherebbero una reazione. Quindi conflitti; forse la guerra civile, fors’anche lo sfacelo di questa Italia nuova, tanto necessaria al Papato, per atteggiarsi come vittima all’estero e vivificare i feticismi che andavano spegnendosi, e ancora per avere un grande paese nel quale sussistere, prosperare, agire liberamente.
«In quale terra, in quale monarchia o repubblica, il Papato potrebbe, a questi chiari di luna, aver maggior splendore e libertà?
«Le querimonie di Pio IX avevano stancato non solo i fedeli, anche il Padre Eterno; il quale, informato a tempo dal compianto generale Carini, sulle idee ed intenzioni dell’arcivescovo di Perugia, diede ordine allo Spirito Santo di inspirare a favore del cardinal Pecci il prossimo futuro conclave.
— Sta bene! interruppe l’onorevole Alfredi, uno degli ascoltatori; ma ciò non spiega la nostra doppia individualità.