Part 9
Il sottoprefetto tacque, in attesa di una replica; ma Ruggeri, che si era imposto di non trascendere, continuava a stuzzicare colle molle il ceppo ardente nel caminetto... Il sottoprefetto fu costretto a continuare nelle confidenze. Ormai, era davvero una confessione, colla riserva però di dir solo ciò che gli sarebbe convenuto.
— A lei posso dirlo, a lei momentaneamente ritirato dalla politica attiva. Crede che l’elezione del suo amico sia stata cosa facile? Dovevo lottare contro tutti e tutto, specialmente contro il mio candidato stesso; contro le titubanze, le incertezze, le timidità sue, gli scoraggiamenti. Ad ogni attacco, ad ogni fischio, ad ogni dimostrazione, ad ogni opposizione nelle assemblee elettorali, si sentiva perduto e dichiarava di voler rinunziare alla lotta. Ed io a sorreggerlo, a stimolarlo; ma la mia influenza era spesso, troppo spesso, vinta da ben altra: da quella della contessa, che non voleva saperne della deputazione di suo marito.
«Il conte Giuliano ha gli occhî azzurri, d’un azzurro speciale, ed io su quegli occhî ridenti e piangenti insieme, dallo sguardo vago e timido, ci ho la mia teoria. Una lunga esperienza degli uomini mi ha edotto su quella qualità di occhî. Timidità, indolenza, incertezza. Tre qualità negative, fatali!
«Ho avuto torto! Ma, d’altronde, continuò il commendatore, come se parlasse a sè stesso, non avevo la scelta!
«Quante contrarietà in questa lotta elettorale! Per fortuna avevano inventato i _legalitari_: presentai il mio candidato come radicale ai repubblicani, come conservatore ai moderati, come ministeriale ai ministeriali, come monarchico ai clericali, che non sono quelli di Roma: i nostri sono moderati dinastici... Abbiamo vinto; ma non è finita. Ora siamo davanti alla giunta delle elezioni; processo di esito sempre incerto. Se sopravvenisse una crisi, che Dio noi voglia! tutto il nostro lavoro andrebbe all’aria, come un castello di carte ad un soffio di vento.
«Ed io? Io, allo sbaraglio in ogni modo, colla spada di Damocle sospesa sul mio capo, di un decreto che mi mandi a casa del diavolo o in pensione. Per questo ultimo scandalo ormai sono incompatibile a Miralto. Dopo tutto, ella vede che non merito il biasimo ch’ella voleva infliggermi.
L’abile diplomatico, vedendo rasserenarsi la fisionomia di Ruggeri, sorridendo finamente, con una punta di sarcasmo e d’ironia, terminò dicendo:
— Il curioso ed il deplorevole in tutto questo disgraziato pasticcio si è che quel miserabile di Della Giovine era pagato coi denari del conte Giuliano... Vede come siamo serviti dai nostri confidenti?
A tale considerazione, Ruggeri non potè trattenersi dal sorridere anch’egli.
— Curioso infatti; ma doppiamente deplorevole... Ed ora che c’è da fare?
— Nulla, qui. Essendo cessate le pubblicazioni del _Ventriloquo_, fra una settimana non si parlerà altro dell’accaduto... A lei, che ha tante relazioni alla Camera, il fare in modo che questa ultima tegola non sia micidiale per me.
— Tutti i salmi finiscono in gloria, pensò Ruggeri... Tacque, senza aver l’aria di assentire o di negare.
Il commendatore si alzò, non senza difficoltà, per la sproporzione del sedile troppo basso colla lunghezza delle gambe, e congedandosi se n’andò, sempre più convinto di essere un grand’uomo.
— Ho fatto un vero miracolo, ho domato il leone!
Ruggeri, a sua volta impietosito, ma non convinto, pensava:
— È un furfante; ma un furfante simpatico. In parte ha ragione. Le colpe sue sono colpe del sistema. E quel disgraziato di Giuliano, pagava di tasca sua i libelli che gli scrivevano contro. Un colmo!
CAPITOLO X.
Eros.
Ettore, appena congedato il sottoprefetto, salì frettoloso alla sua camera.
Ormai era deciso. Partire senza rivedere Stella, impossibile. Rivederla, parlarle, stringerle ancora una volta la mano; nel linguaggio muto dello sguardo, ripeterle tutta l’odissea de’ suoi dolori, durante le eterne separazioni, le sue lotte, le speranze rinascenti dopo gli sconforti inenarrabili, dirle l’immenso amore, avesse anche dovuto affrontare le accoglienze gelide della madre di lei, recandosi a farle una visita ufficiale, che pure avrebbe voluto evitare.
Conoscendo l’intimità della giovinetta colla moglie di Giuliano, sperava incontrarla dalla contessa.
La madre di Stella non avrebbe avuto ragione di allarmarsi di quell’incontro casuale e la contessa l’avrebbe trovato naturalissimo.
La gentile Adele, anche dopo il matrimonio, era rimasta la migliore amica di Stella; ma da molto tempo non ne era più la confidente. Il segreto del suo amore, Stella, custodiva gelosamente in cuore, pentita delle prime espansioni di bimba, sulla simpatia inspiratale da Ettore, fin dalla sera del loro primo incontro.
Erano confidenze lontane, e la contessa Adele, nella innocente ingenuità, si era convinta che il capriccetto da fanciulla era sfumato come tante altre ubbie infantili. Stella, la gaja giovinetta, era divenuta seria, s’era fatta triste, malinconica, taciturna, mentre la salute deperiva. Fenomeni isterici, dicevano i medici, ed alla madre, all’amica Adele, consigliavano di darle marito.
Ciò che la contessa Sicuri non aveva indovinato, nè tampoco sospettato, non era un mistero per la madre, al cui occhio sagace, al cui affetto infinito non era sfuggita la causa della mestizia, dei turbamenti, del malessere fisico di Stella.
Non un fatto, non una prova materiale avvalorava la sua certezza; ma mille indizî, che alla seconda vista dell’affetto materno avevano il valore di prove irrefragabili.
Stella pure aveva letto nel cuore materno e per tentare di dissiparne i sospetti simulava qualche volta allegrezze non sentite; ma se la fanciulla sapeva tacere, non sapeva fingere. Se il nome di Ruggeri veniva pronunziato davanti a lei, le vampe del rossore le salivano al volto; guai se qualcuno si attentava di dirne meno che bene... La madre le parlava spesso di matrimonio come di un’assoluta necessità.
— Sono avanti negli anni; s’io venissi a mancare, rimarresti sola... Tale pensiero mi turba l’esistenza, mi rende infelice, è la spina della mia vecchiaja...
Stella tentava deludere le insistenze materne, mutando indirizzo al discorso, colmando di carezze la buona mamma, o simulando una giocondità infantile; ma spesso le lacrime appannavano lo splendore bruno della pupilla di Stella, ed allora erano scene di tenerezza strazianti; madre e figlia confondevano in un abbraccio le loro lacrime.
— Perchè piangi, Stella?
— Tu mi parli di morire, e non vuoi ch’io pianga!
— Tutti, o mia cara, dobbiamo morire, ed ogni cristiano, alla mia età, deve essere preparato.
— Oh, no, mamma! Sono io che devo precederti.
— Non bestemmiare, Stella!
Lunghi silenzî seguivano tali scene, che lasciavano sempre uno strascico di tristezza e come una specie di imbarazzo fra madre e figlia.
La madre si sentiva meno amata; Stella si indispettiva, indovinando di essere sospettosamente sorvegliata.
Un giorno, qualche mese prima dell’andata di Ruggeri a Miralto, la signora Gabelli fu esplicita con sua figlia. Chiamatala nella propria camera, con solennità insolita, dopo lungo preambolo, che Stella aveva subito compreso ove sarebbe andato a parare, le disse che l’avvocato Benuti di Milano, una celebrità, lontano parente loro, aveva chiesta la mano di lei per suo figlio.
— Stella, tu lo conosci, perchè ogni anno viene con suo padre a villeggiare a Miralto... Vennero qualche volta da noi. Un bel giovane, ricco, colle promesse di una magnifica carriera, preparatagli dal padre. Lo ricordi?
— Se lo ricordo! Quella caricatura di figurino di mode. Azzimato, impomatato, profumato; fatuo, pretensioso, che sembra dire a tutti: Guardate, ammirate, come sono bello e ben vestito, neppure una grinza che non sia di moda! Guardatemi, ammiratemi!
E Stella scoppiò in una risata, un accesso convulso di ilarità, che da prima irritò la madre, poi la spaventò. Stella si era lasciata cadere su d’una poltrona, e gli scatti di riso parevan colpi di tosse.
La povera donna a scotere la figlia:
— Stella, non ridere così, mi fai paura. Sei impazzita? Per carità, Stella... basta.
E tirò con furore il cordone nel campanello. Accorsero i domestici:
— Presto, presto, dell’aceto, dell’etere, dell’acqua di colonia...
Gli scrosci di riso erano cessati e s’eran mutati in pianto dirotto.
Stella ne fu malata per parecchî giorni, amorosamente vegliata dalla madre alla disperazione.
Il primo giorno che sedette a pranzo colla mamma, Stella con gravità affettuosa la prevenne per l’avvenire.
— Mamma, tu sai se io ti adoro. Ma non parlarmi mai più di matrimonio, di pretendenti, di fidanzati... Mi obbligheresti a lasciarti ed a ritirarmi in un convento; i miei ventun anni li ho compiuti ed ho diritto di disporre di me.
«Non ho nessuna idea di maritarmi; qualora ne avessi l’intenzione, il marito vorrei scegliermelo io.
La parola convento terrorizzò la madre.
— In un convento, tu, Stella! Sarebbe delitto. Non dir più simili cose. Farai ciò che vorrai. Di matrimonio non te ne parlerò. Ma non minacciare di abbandonarmi, per seppellirti viva... Tu, tu, il più bel fiore di Miralto.
Stella scattò dalla sedia e corse ad abbracciare la buona vecchia.
Quanta tristezza da quel giorno in quella casa!
Per contro, Stella aveva conquistata la piena libertà di azione.
La parola convento, il terrore delle madri affettuose, era stata magica. Ma la freddezza istintiva che la signora Gabelli nutriva per Ruggeri, causa sospettata della follìa di sua figlia, si era mutata in odio... Odio mal represso dalla carità cristiana della santa donna, mal simulato le rare circostanze nelle quali con Ruggeri si era incontrata. Qualche volta rinveniva, e più indulgente pensava:
— Poveretti! Entrambi sono infelici!
Poi la gelosia materna, il dispetto riprendevano il loro dominio, ed al pallore delle guancie della figlia pensosa, malediceva, se non a Ruggeri, alle combinazioni fatali che avevano fatto nascere quella passione insensata.
Maledire è privilegio speciale, intangibile, della chiesa; maledire non è ribellarsi alla provvidenza?
Se ne confessava al reverendo padre Abbiati, e questi, pur deplorando, assolveva.
È vero che il padre Abbiati, miraltese di nascita, ritornato semplice sacerdote in patria dopo la soppressione del suo convento, aveva un debole speciale per Ettore, figlio di un amico d’infanzia... Quasi ottantenne, considerava Ruggeri come un giovinotto, e la differenza di età fra i due innamorati, che impauriva la signora Gabelli, non gli sembrava ostacolo insuperabile alla loro unione.
È ben vero ch’egli non sospettava la causa prima di quell’amore: l’identità di Stella colla morta, e la convinzione della fanciulla di essere stata fidanzata ad Ettore in un’altra esistenza.
L’eccellente padre avrebbe gridato all’eresia, al sacrilegio, e certo, non avrebbe accordato l’assoluzione a Stella se fosse stata sua penitente e se Stella avesse confessato il proprio amore, i vaghi ricordi d’oltre tomba, che ogni giorno le sembravano più chiari, più precisi, certi.
* * *
Quando Ettore risalì, le imposte della cameretta di Stella erano spalancate. Stella, nell’interno, per non essere scorta dalla strada, stava appoggiata ad un mobile, lo sguardo intento al balcone di Ettore, in atteggiamento di attesa.
Appena Ettore apparve, la fanciulla, raggiante, lo salutò, inviandogli un bacio colla candida mano e un sorriso divino.
Tutta una mimica giuliva di «ben venuto!» di «t’amo!» di «oh quanto sono felice!»
Alla vista di quella creatura divinamente bella, fatalmente adorata, Ettore fu colto come da vertigine. Ancor più divina gli apparve nel pallore, del quale egli si accusava, punto dal rimorso di aver suscitato una passione senza speranza, che convertivasi in tormento. La contemplava ammaliato, mentre in cuor suo si accusava di aver turbata la pace della povera fanciulla...
Ad un tratto, Stella, come sorpresa da qualcuno che fosse entrato nella sua camera, fece segno ad Ettore di ritirarsi e di attendere. Egli si mise in vedetta dietro una cortina; dopo pochi minuti, Stella riapparve, alzò le manine aperte segnando il numero dieci, poi due coll’indice ed il medio della destra, poi un gesto che pareva volesse indicare una località lontana.
Ettore comprese. Stella voleva dire: «Alle dodici, dalla contessa!»
Quando fu certa, per il gesto d’assentimento di Ettore, di essere stata compresa, inviò ancora un bacio e segnalando prudenza e pazienza, chiuse le imposte; un ultimo saluto attraverso i cristalli, e la tendina cadde impenetrabile.
Non è necessario aver letto le scene della vita di provincia di Balzac, per spiegarsi come Stella fosse avvertita dell’arrivo di Ruggeri. Dalle otto del mattino tutta Miralto commentava il di lui arrivo inopinato, che certamente doveva collegarsi agli scandali giornalistici degli scorsi giorni.
Gli impiegati ferroviarî ne avevano parlato; i questurini avevano raccontato la spedizione notturna; la visita mattutina del prefetto era stata notata. Sono tanto rare le distrazioni nella monotonia di una città di provincia; si va a letto tanto presto e ci si alza di sì buon’ora!
Stella però conobbe l’arrivo dell’amico al suo svegliarsi.
Ettore si era affacciato al balcone, la fantesca di Stella l’aveva riconosciuto e subito susurrato nell’orecchio alla padroncina:
— Sa, signorina, è arrivato il signor Ruggeri. Alloggia all’albergo della _Croce di Malta_.
Fortunatamente la camera era ancor buja, e dell’emozione di Stella non apparve nulla.
Poco dopo, quando ebbe ricuperata la calma, simulando la più grande indifferenza raccomandò alla domestica di non dirne nulla alla signora.
— Si metterebbe di cattivo umore. Sai che essa non ama il signor Ruggeri...
— Oh! si figuri! Sono discreta io! rispose con sussiego misterioso.
Stella, seccata dal fare confidenziale della fantesca, finse non avvertirlo e la congedò, per balzare dal letto, indossare un accappatojo e mettersi in sentinella, certa che Ettore non avrebbe tardato. Questi, meravigliando dell’intuizione arcana di Stella, si confermò nella credenza della veracità dei presentimenti, nella realtà della misteriosa corrispondenza dei cuori, tramite la corda degli amanti, il cantino dell’amore.
Da molto, Ettore, lo scettico inconvertibile, viaggiava nell’ideale e nel soprannaturale, ed ormai inconsciente, si era tuffato in pieno nel più irragionevole misticismo amoroso.
— Da chi aveva potuto sapere, Stella, il mio arrivo se non dalle voci segrete del cuore? Misteri dell’amore, impenetrabili come i misteri della vita. La ragione vi si perde. Ed io l’ho perduta, come la volontà, come ogni energia!
Monologando passeggiava concitato per la vasta e nuda camera; ad un tratto si arrestò davanti lo specchio dell’armadio. Stette lungamente a considerarsi.
— Potessi carpire all’inferno il segreto di Fausto, darei mille eternità per un anno, un anno solo di giovinezza. Le rughe! la canizie! Ed ella in tutto lo splendore della giovanile bellezza; la primavera e l’inverno, un anacronismo ripugnante!... il gufo e la colomba!
«Pure il sacrificio è superiore alle mie forze. Ed ho io il diritto di compierlo nella certezza che sarebbe anche il sagrificio suo? Se non mi amasse più, morrei disperato; ma essa sarebbe salva e potrebbe essere felice.
L’annunzio di una visita lo distolse dalle dolorose considerazioni; era il giovane Guglielmi, il segretario in crisi, il burocratico artista.
Nulla di nuovo poteva narrare ad Ettore, che ormai, dopo le confidenze del sottoprefetto, ne sapeva quanto Guglielmi. Interpose il proprio consiglio per ottenere la desistenza dalle dimissioni.
— Si dimetterà poi. Se, come dice, l’accaduto è pretesto presso suo zio per ritornare all’arte, di pretesti ne troverà sempre; ora non farebbe che fomentare commenti e pettegolezzi su fatti che meglio è lasciar morire nell’oblio.
«Se si trattasse soltanto del prestigio, così detto, del Governo e del commendatore Cerasi, le direi d’accomodarsi; ma vi sono di mezzo amici nostri, signore.
Guglielmi stese la mano a Ruggeri ringraziandolo e promettendo di aspettare, per ritornare alla sua arte diletta, occasione più propizia.
Su quella promessa si lasciarono.
A mezzogiorno in punto, Ettore, varcava la soglia del palazzino Sicuri, già Gabelli.
Non so se nel corso di questo racconto io abbia avuto occasione di dire che alla morte della madre, la contessa Adele consigliò al marito ed ottenne di ritornare ad abitare la casa paterna, cara alla giovine sposa per le dolci memorie d’infanzia, santuario de’ suoi poveri morti e meglio abitabile, per la sua modernità, del palazzotto medievale dei conti Sicuri, dalle bugne di granito, annerite dai secoli come lo stemma sovrastante il tetro portone, adito all’austero cortile, dal quale la luce era sì parcamente distribuita nei severi appartamenti dalle immense sale istoriate, che Adele, all’imbrunire, era spesso invasa da una specie di terrore. Il piccolo Gustavo aveva bisogno di luce e di aria, e il giardino pensile, intraveduto da noi la sera del ventiquattro giugno, cinque anni prima, al chiarore dei palloncini accesi in onore del santo, era un eden delizioso per il bambino, come già lo era stato per la mamma.
In quella splendente giornata autunnale, nessun paesaggio più pittoresco nella sua calma serena e malinconica di quello che si svolgeva dal giardino.
La balaustrata marmorea, parapetto al giardino, dominava a picco l’aperta campagna, attraversata dalle limpide correnti del Ticino, serpeggiante fra boschi e campi devastati dal mietitore, alternati a scacchiera coi prati artificiali, perennemente verdi, perennemente fecondi.
Le foglie ingiallite dei platani, dei faggi, dei larici giganti, dei vetusti gelsi, nani grotteschi, delle quercie imponenti, illuminate dai fulgidi raggi, tremolanti al soffio mite di una tramontana purificatrice, avevano riflessi d’oro nel fondo azzurro, intraducibili dal pennello del pittore, indescrivibili dalla penna del romanziere...
Da lungi, soffuse nei vapori, sollevantisi dalla terra feconda, riscaldata ai raggi tepenti, le colline dell’Oltre Po, inghirlandate di pampini rosseggianti nella loro periodica agonia, dominate dai turriti castelli appollajati sulle vette. Alla pianura lo spesseggiare di ville e villaggi dagli snelli campanili, che salutavano lietamente cogli squilli bronzei il meriggio festante; i lontani confusi rumori delle opere degli agricoltori affaccendati sulle glebe per preparare il letto invernale alle feconde sementi; i muggiti lamentosi delle mandrie pascolanti, lo squillante nitrito de’ puledri; ed i cigolìi dei pesanti carri, procedenti al lento passo de’ buoi rassegnati, infaticabili cirenei.
Al raffronto colle nebbie dei giorni precedenti, ancor più ridente era quel risveglio della natura; la gioja d’una realtà felice dopo l’oppressione affannosa di un lungo incubo.
Le due donne, Adele e Stella, i gomiti appoggiati al parapetto del giardino, nell’atteggiamento gentile dei putti della raffaellesca madonna di Dresda, in silenzio, appena interrotto da qualche osservazione mormorata a bassa voce, contemplavano quel giulivo spettacolo. Esse pure, nella loro bellezza, sì differente, ma egualmente sublime, degne del pennello del divino urbinate. Stella, nell’aspettazione febbrile, abilmente simulata; Adele ripensando al suo caro lontano, lo sguardo perduto nel lontano orizzonte.
— Roma deve essere là, susurrò Adele, additando a mezzogiorno....
Dopo breve silenzio:
— Tu verrai, non è vero? Tu verrai a trovarci?
— Come! Lasciar qui la mamma sola!
— Verrete insieme. Essa non visitò mai Roma.
— Progetti fantastici! Come deciderla a lasciare le sue abitudini, ad affrontare i disagi del viaggio?
— Qual viaggio! Poche ore di ferrovia.
— Che farò di me, quando sarai partita? Qui, sola in questa triste città, sarà la desolazione. Oh! i partenti non conoscono lo schianto di coloro che restano!
— Lo dici a me, Stella?
— È vero. Nel mio egoismo sono ingiusta. La tua lontananza sarà lo squallore. Senza di te e del tuo Gustavino, il mio figlioccio, mi parrà di essere nuovamente in una tomba.
— Nuovamente? chiese Adele sorridendo.
— Sono ubbie! Qualche volta mi pare di aver già vissuto. Mi ritornano vaghe ricordanze di un’altra esistenza. Ora, mentre contemplavamo il paesaggio, osservandolo attentamente, mi pareva di averlo già veduto in tempi lontani, lontani... Prima assai che nascessi.
— Stella, impazzisci!
— Forse...
La voce della governante del piccolo Gustavo interruppe il dialogo delle due amiche, richiamando la loro attenzione.
— Signora contessa! Signora contessa, è arrivato il signor Ruggeri; è là nel salone che attende.
— Il signor Ettore! Ci recherà notizie di Giuliano.
Stella, apparentemente impassibile, balbettò:
— Il signor Ruggeri?
Non si mosse. Tentò, invece, reprimere colla mano i violenti battiti del cuore, che la soffocavano... La contessa, preceduta dalla governante, corse incontro al benvenuto.
— Oh, signor Ettore! qual buon vento? chiese Adele accogliendo l’amico col suo più bel sorriso biondo ed offrendogli entrambe le mani. È una visita tanto più cara, quanto meno aspettata... E Giuliano?
— Sta bene. Saluta, sperando ritornar presto, per rifare il viaggio di Roma con lei.
— Quando è giunto a Miralto?
— Stanotte.
— Ed ha tardato tanto a venire da noi? E non è sceso a casa nostra?
— Se ci fosse stato Giuliano, certamente. Ma ella è vedova, contessa.
— È vero! Ma vi sono sì poco abituata!
— Per altro, la mia prima, la mia sola visita a Miralto fu per lei.
— Venga! Venga in giardino. C’è Stella, che la saluterà con piacere eguale al mio. E Gustavino, che sarà contento di rivedere il suo padrino... La bella matrina lo vede ogni giorno, anzi tutto il giorno, perchè Stella è una vera stella, è la mia suora, la mia sola compagnia.
Adele ed Ettore mossero al giardino; Stella li attendeva ai piedi della gradinata.
Lì, in quel punto, Stella ed Ettore si erano incontrati la prima volta; ad entrambi balenò il medesimo pensiero, lo stesso ricordo, e vicendevolmente se lo comunicarono collo sguardo.
La mano che Ettore porgeva era tremante; a stento egli conteneva l’emozione. Stella aveva riacquistata la calma, e, marmorea, con un sorriso indefinibile, pieno d’amore, lo sguardo fiammeggiante:
— Ben arrivato, signor Ruggeri!... Parlavamo di Roma quando ella è stata annunziata. Giunge in buon punto! Ci darà notizie dell’assente.
Ettore stesso, se la eloquente fisionomia non avesse parlato un linguaggio di indefinito amore per lui solo comprensibile, sarebbe stato ingannato dall’apparente freddezza.
Gli stranieri, per vecchio vezzo, per tradizione antica, per un pregiudizio secolare che ormai i fiaschi della nostra diplomazia avrebbero dovuto sfatare, ci chiamano figli di Machiavelli, e la _finesse italienne_ è sempre di moda, come i briganti irreperibili del bel paese... Machiavelli lasciò forse continuatori in Vaticano; fuori di lì, la donna; ma non la donna italiana soltanto: la prima diplomatica fu Eva.
Una fanciulla innamorata è più forte del cardinal Rampolla e di tutto il Sacro Collegio. Se la contessa Adele, che, per contro e per eccezione, era di una ingenuità sublime nella sua bontà infinita, avesse nutrito sospetti sulla passione di Stella, l’accoglienza fatta a Ruggeri l’avrebbe completamente disingannata.
— Vede, signor Ettore, soggiunse Adele, il bel cielo d’Italia l’abbiamo anche noi a Miralto.
— Lo vedo, ed il giardino è un incanto. La stessa cosa non avrei potuto dire stanotte. La nebbia era talmente fitta, che mi sarei perduto nel piazzale della stazione se il sottoprefetto non avesse avuto la cortesia di mandarmi ad incontrare.
— Il sottoprefetto? Ella dunque sa tutte le nostre tribolazioni. È forse venuto per ciò?
— Appunto. Giuliano non poteva assentarsi da Roma. Venni in sua vece. Si tranquillizzi, contessa; tutto è finito, ed anche questo uggioso episodio avrà giovato, anticipando la sua partenza per Roma.
— Fosse vero!