L'incantesimo

Part 9

Chapter 93,724 wordsPublic domain

Un turbamento invincibile, misto di gioja e di confusione, teneva Aurelio, da che si trovava, per un caso insperato e inaspettato, solo con Flavia su quel piccolo schifo perduto nelle acque, a quell’ora estrema del giorno, in quella luce moribonda. Provava un bisogno intenso di parlare; ma le parole, che gli si affollavano senza nesso alle labbra, erano impronunciabili. Sentiva un desiderio quasi doloroso di guardare la sua compagna, d’osservarla bene e lungamente nel viso; ma i suoi occhi non potevano staccarsi dalla banderuola azzurra che sventolava a poppa. Avrebbe voluto almeno provocare una sua parola, udirne il suono della voce; ma ella, come lui, pareva tenuta astratta e silenziosa da un incantesimo.

— Luisa è comparsa? La vede? — chiese alfine Flavia con accento pigro, dispiacendole perfino di volgere indietro il capo, nello stato d’attonitaggine in cui era caduta.

Aurelio ebbe un sussulto: fissò un attimo interrogativamente la compagna, come non avesse compreso; poi diresse gli sguardi al villaggio, e parvegli di vedere agitarsi sul lago, d’innanzi all’arsenale, una piccola forma oscura. Era certamente Luisa che veniva a raggiungerli.

— Sì, la vedo: ella viene, — disse.

— È ancora molto lontana?

— Sì, parecchio... Vuol forse che l’aspettiamo? — domandò con un’alterazione indefinibile nella voce e negli occhi.

Ella rimase alquanto pensierosa, quasi incerta. Poi rispose bruscamente:

— È inutile. Andiamo pure avanti. L’aspetteremo più tardi, laggiù!

Ritacquero. Aurelio, grato in cuor suo a Flavia, d’aver voluto prolungare il fascino di quell’assoluta solitudine tra le acque, riprese a vogare con lena anche più vigorosa, quasi cercasse di fuggire a un molesto inseguitore.

Il Verbano sembrava allargarsi man mano ch’essi si scostavano dalla riva e l’ombra cresceva: sembrava dileguarsi in una illusoria lontananza, prolungarsi a mo’ d’un vasto e lento fiume livido che non avesse per gli occhi nè principio nè fine. E nell’anima del giovine, inclinata verso quell’unica presenza femminile come da un possente desiderio di consorzio, era una strana eccitazione sentimentale, ferveva come un incendio improvviso di tutte le sommità liriche. Due o tre volte il nome di lei salì alle labbra d’Aurelio, e fu a pena trattenuto dalla volontà. Due o tre volte i loro sguardi, ora errabondi, s’incontrarono, parvero per un istante interrogarsi, e si sfuggirono quasi intimiditi dalla loro reciproca audacia.

— Eccoci! Si fermi! Si fermi! — ella gridò d’un tratto, allungando le mani verso quelle di lui per trattenergliele.

Aurelio, un po’ sgomento dall’atto e dal grido, abbandonò tosto i remi, e si volse a riguardare, udendo dietro di sè un tonfo come di cosa greve che si tuffasse.

Il navicello sorgeva prossimo a loro, con la sua massiccia e cupa mole uscente dal piano lacustre, alla quale l’alto albero e la stanga a poco a poco più larga del timone davano un aspetto fantasticamente geometrico contro l’estrema luce del crepuscolo. Ritto su la sponda del legno, un vecchio erculeo con le gambe ignude, col torso mezzo ignudo, tutto ispido di peli grigiastri, moveva faticosamente, facendo tre passi a ritroso, il gran remo scabro che a ogni spinta mandava stridi e sibili come un cignale ferito. Di quando in quando s’arrestava, stanco o affannato, e abbandonava il remo per tergere con l’avambraccio il sudore che gli colava in copia dalla fronte bassa e rugosa.

Aurelio e Flavia stettero a osservare la sua manovra, intenti. L’uomo dall’alto, durante una sosta, fece loro un saluto rispettoso, togliendosi il cappello e agitandolo nell’aria. Entrambi risposero con la voce, augurandogli a un tempo la buona sera.

— Poveretto! Come mi fa pena! — disse Flavia quasi tra sè, sinceramente commossa.

L’Imberido, benchè fosse attentissimo a quell’ombra nera che oscillava con la regolarità meccanica d’un ordigno, rimaneva affatto insensibile a quegli sforzi senili; e, udendo Flavia impietosirsi, senza volerlo sorrise.

Allora ella si rivolse a lui e, penetrandogli in fondo agli occhi con uno sguardo grave di rimproveri:

— Perché quel sorriso? — gli chiese.

— Non so, veramente. Un’idea...

— Ah, capisco! — fece ella, senza cessare di fissarlo, con accento d’irrisione. — Ricordo le sue parole là, su la spiaggia, ricordo anche altri suoi discorsi... Ella (credo per ismania di singolarità) s’è imposto lo scopo di conservarsi impassibile allo spettacolo delle sofferenze umane!... Come potrebbe dunque aver compassione d’un povero vecchio, che, non ostante la tarda età, deve continuare senza una speranza di riposo quel lavoro da schiavo o da galeotto?

Aurelio, attonito, la guardò. Ella non aveva mai parlato così. Non aveva mai osato contradirlo. Altre volte, quando egli le aveva manifestato apertamente alcuna delle sue più crude idee sociali, era rimasta silenziosa ad ascoltarlo, se anche non aveva fatto cenno d’approvare. Ora da che proveniva quell’ardire, quel calore di principii, quella voglia nuova e improvvisa di discussione? E che significavano nella sua bocca i due epiteti di «schiavo» e di «galeotto», riferiti per ironia a quel rozzo essere ignaro, come per proclamarlo contro di lui uomo libero e suo pari? Chi le aveva suggerito le parole ribelli, che non potevano essere il frutto d’una semplice anima femminile? — Un dubbio attraversò fulmineo il pensiero d’Aurelio: quelle eran le idee dell’Altro, dell’Indimenticabile, dell’uomo a lui ignoto ch’ella aveva tanto amato un tempo e forse amava ancora nel segreto del suo cuore, disperatamente. Certo, certo così per analogia doveva ragionare in politica quel rètore dell’amore che, dopo averle infocata la fantasia con un’abile comedia di passione e d’entusiasmo, s’era da un giorno all’altro comodamente sottratto alle responsabilità assunte, ripudiando senza scrupoli ogni sua promessa, ogni suo giuramento, ogni suo impegno morale!

Il giovine ebbe da questo dubbio una specie di gelosia, una specie di sordo furore vendicativo contro lo sconosciuto e per riflesso contro la fanciulla che aveva parlato come in suo nome. Rispose dunque con la voce aspra, contenendosi a stento:

— Signorina, quell’uomo non è soltanto immeritevole della mia compassione; ne è anche indegno. La fatica per lui non è un dolore; e le sue occupazioni, se pur sembran gravose, non son certo, anche considerate come semplice consumo di forze, paragonabili..., ad esempio, alle mie. Ed io non mi son mai compianto, nè so che altri mi abbia compianto mai. D’altra parte le sofferenze dell’infima umanità sono il risultato logico, necessario, anzi provvidenziale della concorrenza per la vita tra gli individui di nostra specie. Io non stimo dunque uomo sano, nè forte, nè ragionevole quello che non può assisterne allo spettacolo senza commuoversi e cedere a un sentimento di ribellione contro le leggi incommutabili dell’esistenza, che sono anche quelle del progresso.

— Eppure, — ella insistette, — vi sono molti giovini còlti e d’ingegno quanto lei, i quali si sono imposto come un ideale la redenzione di quelle classi sofferenti, ch’ella chiama con disprezzo: l’infima umanità...

— Quei giovini, — disse impetuosamente Aurelio, esagerando il suo pensiero, quasi avesse avuto l’Altro per avversario nella discussione, — quei giovini, se anche hanno ingegno e coltura come lei asserisce, van pur sempre considerati come imbecilli morali, perchè sono o ingenui o fiacchi o bugiardi. E il loro ideale per conseguenza non può essere che un’utopia, una scempiaggine sentimentale o un inganno.

Flavia pareva che traesse dalla sua acredine crescente una sorta di piacere maligno. Lo guardava fissamente, socchiudendo gli occhi alla maniera dei miopi, e aveva su la bocca un sorriso quasi impercettibile, come una lieve ombra agli angoli delle labbra che i denti di sotto continuamente mordevano.

— Sentiamo dunque; — ella domandò ancora: — qual è, secondo lei, l’ideale vero, l’ideale sano e onesto, il suo, insomma...?

— Ajutare l’opera fatale della Natura, senza pretendere di correggerla e di rivederla. Favorire, per quanto ci è dato, il progresso d’un tipo superiore nell’umanità, non curando la massa degli individui che la compongono.

Confusa dalla concisione scientifica della formula, ella non potè ostinarsi nella sua ironica opposizione, e dovette tacere per un attimo, forse meditando un nuovo possibile attacco. In quel punto una voce si levò, inaspettata, dietro di loro.

— Disturbo, forse?...

Era Luisa, che nel frattempo li aveva raggiunti e, fermatasi per discrezione a qualche metro di distanza dalla lancia, li osservava con la sua solita aria di maliziosa penetrazione.

— Ah, sei tu, Luisa? — disse Flavia, volgendosi a lei con un atto brusco e inquieto. — Avvicìnati, dunque! Che fai?... Si parlava col conte di politica, figùrati!...

— Di politica?! — ripeté la bionda, incredula, scoppiando a ridere.

Quindi, con un gesto semplice, riprese nelle mani il remo a due pale, e si diresse verso la lancia. Era soffusa d’una tenue fiamma su le gote, e anche aveva l’espressione un poco alterata.

Disse il giovine, mentr’ella s’avvicinava:

— Sa, signorina Luisa? ho scoperto in sua cugina certe tendenze rivoluzionarie ch’ero ben lungi dal sospettare.

— Eh, che vuole? — fece ella, spensieratamente. — Noi siamo tutte repubblicane..., almeno fin che troviamo un re che ci governi!

La notte sopraggiungeva, placida notte senza nube, che un ricordo di sole e una promessa di luna inondavan di timide trasparenze glauche. Dalle convalli, rinfrescate dall’ombra precoce, qualche soffio d’aria incominciava ora a discendere verso il lago, che a tratti rabbrividiva e s’accapponava come epidermide delicata al solletico d’una piuma. Quasi tutte le grosse barche, che ne macchiavano il piano, erano state assorbite dall’oscurità. Solo il navicello più vicino si scorgeva ancora distintamente a una decina di metri innanzi, dove s’era fermato, e, nella speranza di raccogliere que’ soffii dispersi, aveva inalberata l’alta vela quadrangolare. Ma questa per il contrasto delle correnti non poteva gonfiarsi, e si udiva a intervalli sbattere con colpi secchi e reiterati, come applausi.

Luisa s’accostò alla lancia fino ad afferrarne il bordo con la mano. Ella pareva molto nervosa, in uno stato d’irritazione allegra, di facile e spontanea mordacità. Pareva che nudrisse dentro un dispetto acidulo contro i due, che l’avevan lasciata sola in dietro. Specialmente contro Flavia ella si compiaceva d’incrudelire: sapeva trovar per lei parole piene di sottile veleno; sapeva cogliere nel discorso fatuo e vago ogni occasione propizia per rivolgerle allusioni velate, che la facevano a volte impallidire, a volte arrossire fino alla radice dei capelli.

Quando ritornarono, ella, senz’avvertire nè la cugina nè il giovine, si diede improvvisamente a vogare con tutte le sue forze come per una gara, e in pochi momenti, sopravanzandoli, scomparve alla loro vista nelle tenebre.

— Luisa! — chiamò una volta Flavia, seccata.

Poi, non ottenendo risposta alcuna, si volse ad Aurelio, che s’era lanciato a inseguirla, e gli disse:

— Non so che abbia stasera quella sciocca! Sembra impazzita!... La lasci andare!... Non s’affatichi inutilmente!... Tanto, non la si perde....

Rimasero, così, di nuovo soli, su la barca invisibile, in mezzo al lago deserto e bujo. Ma l’incanto primo era stato disperso, e la solitudine omai era vana. Persisteva tra loro un distacco, un sentimento di diffidenza e quasi d’ostilità, che la loro discussione aveva mosso e poi la presenza e i sarcasmi di Luisa avevano esacerbito. Erano omai due esseri distinti, separati, infusibili. E lo stesso silenzio, che prima li aveva accomunati, ora in vece li rendeva viepiù estranei l’uno per l’altra.

Aurelio pensava, considerando con occhio intento e freddo la sua compagna, muta e accigliata di fronte a lui: «Come è bassa e angusta codesta fronte! La sua intelligenza dev’esser chiusa in cerchii di ferro come una botte vuota. Costei non potrà mai avere un pensiero suo, che sia generato dal sangue suo, nudrito dall’ingegno suo, cresciuto e fortificato da una sua meditazione. Ella è andata raccattando fino a oggi, dalle frivole letture e dalle conversazioni degli uomini che l’hanno avvicinata, un certo corredo d’idee frammentarie e d’opinioni sparse; e talvolta, ripetendole, se ne serve, ma esclusivamente a profitto del suo giuoco sentimentale; poichè un giuoco è quasi sempre la vita d’una donna, almeno fino al giorno in cui essa giocando diventa madre. In verità costei riserba tutta la sua indifferenza e fors’anche un poco di disprezzo alle occupazioni dell’intelletto; un lampo di convinzione, d’entusiasmo o di mera curiosità non ho mai visto illuminare il suo sguardo, quando ella parla di cose astratte o generali. Che cosa sono per lei gli altissimi voli e le maravigliose penetrazioni del pensiero contemporaneo? Che cosa, la scienza, l’arte, la filosofia? Che parte prende ella mai ai grandi rivolgimenti della società moderna? Con quale ansiosa sospension d’animo, con quali speranze o con quali timori scruta nell’avvenire il destino della sua razza? Ohimè, il suo mondo è così ristretto che, solo allargando le braccia, ella ne può toccare i confini! E al di là per lei è il mistero; peggio, è un mistero che non l’impensierisce e non l’attira!» Pensava: «Come, come ho potuto perdere il mio tempo in compagnia d’una creatura sì semplice e sì vana? Come ho potuto confidare a lei sia pure una minima parte del mio pensiero? Probabilmente, ella non m’ha mai ascoltato, quando m’approvava; ella ha finto di prestarmi orecchio e d’intendermi, soltanto per rendermisi piacevole, per tenermi vicino, per affascinarmi o per burlarsi di me. Come, come dunque non ho inteso sùbito il giuoco e non ho saputo sventarlo?»

— A che pensa? — ella chiese.

— A nulla. Cioè.... a lei, signorina.

Ella ridomandò:

— A me? Male, non è vero?

— No.... Perchè dovrei pensar male di lei? Nè bene nè male.

Si guardarono un attimo, scrutandosi. Poi ciascuno parve di nuovo concentrarsi in sè stesso. D’improvviso Flavia scoppiò in una risata sonora.

Aurelio domandò, stupito:

— Che cosa è avvenuto? Perchè ride?

— Ah, un ricordo! M’è tornato alla mente il nostro primo colloquio, quella sera, sul rialto.

— Ebbene?

— Sa che l’espressione della sua faccia, quando mi si è dichiarato nemico delle donne, è stata assai buffa? Io ho dovuto fare una gran forza su me stessa per rimaner seria....

Aurelio ebbe un vivo sussulto, a queste parole. Esse in fatti parevano confermare le sue considerazioni, avvalorare il dubbio che la ragazza avesse sempre sostenuto una parte con lui, per farsene beffe. Egli lasciò per un istante i remi e disse, piano, con l’amarezza nella voce:

— È strano! Nessuno certo l’avrebbe potuto sospettare! Si vede ch’ella sa fingere molto bene, signorina!

Flavia tornò a ridere. Poi domandò:

— Ora vorrei da lei una confessione; ma vorrei che me la facesse seriamente, con tutta la sincerità, senza riguardi per me o per il suo amor proprio.... M’intende?

— Dica....

— È ancora un nemico delle donne, lei?

Il giovine, che si sentiva corrodere da un sordo rancore e incitare come da una smania di vendetta, rispose forte, sfidandola con lo sguardo:

— Schiettamente, più che non mai.

La risposta era stata sincera, ma egli sùbito si pentì d’averla proferita. Per un’oscura divinazione imaginò l’effetto ch’essa avrebbe avuto in quel momento, dopo i loro discorsi, nell’anima di Flavia. E in mezzo alla sua momentanea avversione per lei, provò una specie di brivido interno, un brivido insieme di paura e di dolore, al pensiero d’aver reso irrimediabile il loro dissidio, d’aver distrutto in sè per tal mezzo ogni speranza di prossima conciliazione.

— Grazie di tanta franchezza! — esclamò Flavia, stringendosi nello scialle, distogliendo con un moto sdegnoso il suo sguardo da quello di lui.

Su l’atto egli non trovò il modo di mitigare l’asprezza della frase, togliendole almeno ogni significazione personale; e, nella necessità di sopportarne tutte le conseguenze, riprese il remeggio in silenzio, con un’energia maggiore, come gli tardasse omai che la riva fosse raggiunta.

La notte aveva già disteso il suo mantello bigio sul lago; la riviera di Piemonte scintillava di fiamme minute, in lunga fila; le creste più alte, quelle del Motterone e dello Zeda, si vedevan rischiarate dalla luna sorgente.

Allora la malinconia lo assalì; uno scontento amaro di sè stesso e del mondo si levò dalle profondità del suo spirito e vi si diffuse come una nebbia. Il ricordo del suo lavoro lento, interminabile, che da più giorni progrediva a pena tra difficoltà sempre crescenti; l’imagine dell’avola debole, decrepita, malata; la previsione d’una solitudine senza fine; il terrore d’un’esistenza diversa dal suo sogno, sacrificata alle necessità corporali, oppressa forse da un giogo ignobile; tutte le sue tristezze, tutte le sue paure gli passaron di nuovo a traverso la mente con una rapidità fulminea, a similitudine di spettri esili e confusi volanti verso una porta piena d’ombra. In vano egli tentò di ribellarsi a quella dominazione di fantasmi neri; in vano cercò in sè un pensiero gradevole, una speranza o un desiderio che potesse sottrarlo ad essi. Il proposito di rimettersi assiduamente al lavoro lo riempì di tedio e di freddo. L’imaginazione d’un possibile avvenire di gloria si trasformò subitamente in una visione certa di morte. — A che avrebber dunque servito i suoi studii, le sue fatiche, le sue opere? E che cosa avrebbe potuto fare egli, solo sconosciuto povero fiacco, contro l’onda immane dei preconcetti, degli appetiti, delle ambizioni d’una folla innumerevole?

Egli era scoraggito, deluso, vinto; il suo sogno sfumava; la sua vita non aveva più scopo; egli si vedeva fuggito da tutti, dannato a un isolamento perenne tra uomini nemici o estranei a lui. Chi dunque lo amava? Chi lo avrebbe soccorso, malato o miserabile, quando la nonna sua fosse scomparsa? E a che farmaco miracoloso avrebbe egli chiesto la forza nuova per tollerare un’esistenza simile a un esilio?

Alcune parole disperate risonarono dentro di lui, acute come un grido: «Mio Dio, come mi sento stanco di vivere!» Esse gli eran misteriosamente scaturite dalle viscere profonde, ed egli le aveva pensate senz’averne coscienza, come inconsapevole le avrebbe urlate al silenzio in un momento di supremo abbandono. Non l’anima sua le aveva suggerite; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; e la vana invocazione non era se non una delle innumeri espressioni di lamento delle creature che si senton sole e sterili e inutili, il grido d’angoscia che la tirannica Natura strappa a queste, reclamando le vite del domani in pericolo di non essere.

Aurelio guardò istintivamente la sua compagna. Ella s’era levata d’improvviso in piedi e fissava con intensità un punto lontano d’avanti a sè. Il suo corpo svelto ed eretto, con le braccia un poco allargate nello sforzo di tener fermo il governo del legno, si disegnava sul piano cupamente glauco delle acque e pareva ingigantito. Una trepidazione continua rendeva incerte le linee di quell’alta figura gorgónea, cui il vento della corsa agitava i capelli alquanto scomposti e le pieghe ampie della veste. E partiva dal suo sguardo vitreo e fosforescente un bagliore magnetico, qualche cosa insieme di procace e d’imperioso, come una sfida, come un invito muto e fatale al giovine che lo scrutava. «Io ti potrei soccorrere,» gli dicevan quegli occhi che non lo guardavano. «Io ti potrei amare. Io ti veglierei malato e seguirei fedele i tuoi passi nell’esilio. Io, io sola saprei trovare il farmaco che tu cerchi e te lo porgerei con queste mani carezzevoli in una coppa illibata. Ma tu dovrai esser mio, appartenermi tutto, struggerti tutto tra le mie braccia, esser per me lo schiavo che lavora e che mi nutre col profitto del suo lavoro. Che mi fanno le tue ambizioni? Che mi fa il tuo sogno? Io non vedo in te che l’uomo predestinato a generare i miei figli e a rendermi agevole e dolce la vita.»

E Aurelio, leggendo in quegli occhi le parole dell’Incantesimo, pensava al corso degli anni venturi, a sè medesimo legato ai polsi da una catena ferrea con quella creatura mediocre e assorbente, pensava alla povera casa sempre sudicia, romorosa, devastata dalla barbarie infantile, ingombra forse di ribelli, forse d’indegni, forse d’intrusi. E poichè le parole avevan pur sempre su lui un fascino irresistibile, simile all’attrazione vertiginosa che sale dagli abissi, egli andava ripetendo a sè stesso: «Diffida e guàrdati! Non credere! Non illuderti! Ella non ti amerà mai; ella non accetterà mai di dividere la tua sorte malinconica! Per lei, come per tutti gli altri, tu non sei che un estraneo.» Ma questi pensieri, ben lungi da confortarlo, aggravavano in vece il suo scoramento, rendevan più vasto e più squallido il deserto intorno alla sua solitudine.

— Osservi! — disse Flavia d’un tratto, sempre ritta e attenta, accennando con la mano un punto dietro le spalle di lui. — Che c’è laggiù? Che cosa sono quei lumi? Osservi!

Aurelio si volse.

Un’ombra densa premeva sul villaggio, ormai non molto lontano. In quell’ombra la spiaggia e gli abituri erano invisibili, e soltanto le poche case intonicate si distinguevano a pena, come pallori incerti. Presso la chiesa, raccolte in gruppo, molte fiammelle tremolavano, acute e distinte, diffondendo in torno un’aureola rossastra.

— Che sarà? — ella ridomandò, attonita, volgendosi al giovine.

— Forse un funerale.

— A quest’ora?

— Forse una funzione... Certo: è una funzione. Non vede? Si muove.

Le fiammelle in fatti si movevano. Fu dapprima un’agitazione disordinata, come un incrociarsi rapido e confuso di tutte quelle luci in un piccolo spazio; poi alcune di esse si staccarono dal gruppo e discesero fantasticamente, ondulando e sussultando, la scala del tempio. Le altre seguirono a poco a poco, mentre quelle prime, disposte in ischiera, s’allontanavano, e ben presto una lunga processione di fiamme doppie si sviluppò serpeggiante per l’oscurità del piazzale.

Allora Aurelio s’accorse che una campana rintoccava.

— Sente? — egli disse a Flavia. — Che squilli lenti, lugubri...

— È un’agonia, senza dubbio. Qualcuno muore laggiù, e quelle torce seguono il Viatico!

Ella aggiunse dopo una pausa:

— Mio Dio, che tristezza! — e si lasciò ricadere su i cuscini come morta di fatica.

«Che tristezza! Che tristezza!» ripeté l’anima del giovine, facendo eco. E il ricordo della nonna, della sola persona ch’egli amava e dalla quale era amato, risorse vivido, risplendette come una stella solitaria sul cielo opaco della sua mestizia. Un’onda di tenerezza impetuosa gli gonfiò il petto a quel ricordo sòrto per una secreta associazion d’idee dopo la funebre visione; tutte le fibre del suo cuore vibrarono concordemente al sacro nome di Madre. Oh, era quello l’essere caro, l’essere indimenticabile, a cui egli era legato da un’intera vita di solidarietà; era quella la creatura di consolazione, di conforto, d’infinita benevolenza sul seno della quale avrebbe potuto senza viltà e senza pericolo riposare il capo stanco.

Un desiderio ansioso lo prese: di correre a lei, di stringerla tra le braccia, di coprirne di baci il povero volto cereo, vizzo, emaciato. Tutta la sua affettuosità, sempre oppressa da un pertinace proposito d’indifferenza, si slanciò in quel momento di debolezza sentimentale verso colei ch’era stata la sua vera madre, verso colei ch’egli aveva appreso ad amare ne’ suoi giorni più tenebrosi.

«Oh, mamma! mamma!...»

Come un bambino smarrito egli invocava l’assente, ripetendone il nome nel pensiero. E i rintocchi, che udiva battere ostinati dietro le spalle, gli infondevano una temenza oscura, quasi il presentimento d’una notizia triste che l’aspettava insidiosa là su la spiaggia.

Disse Flavia, osservando sempre intenta il corteo delle fiaccole:

— Passano ora il ponte; vanno verso Ceresolo. Chi sa dove abita il moribondo?

Soggiunse poi con la voce più fioca, come parlasse tra sè: