Part 10
— La morte! Ecco ciò che tutti ci uguaglia!...
Aurelio, alzando gli occhi verso la fanciulla, ebbe un fremito profondo. Quelle parole precisavano la causa del suo sgomento. Oh sì, era la Morte ch’egli temeva; era il fantasma della Morte che projettava una prolissa ombra nera nella sua mente. La Morte poteva da un momento all’altro precipitarsi di nuovo nella sua casa, cui aveva già tanto devastata, e annientare in un colpo tutto il suo bene. Sua nonna era per essa una facile preda, una vittima pronta; bastava un debole soffio perchè si spegnesse la fiamma di quell’esistenza, che ogni giorno più si vedeva infievolire e attenuarsi, consunta dall’età e dal male. Egli non avrebbe potuto far nulla per contendere alla Distruzione la vita della sua cara; egli, quando fosse scoccata l’ora fatale, avrebbe dovuto assistere impotente spettatore al lugubre dramma, che gli toglieva senza colpa e senza ragione l’ultimo conforto. — Ma che sarebbe poi stato di lui? E come, solo, avrebbe vissuto nella casa squallida e severa, che le imagini de’ suoi maggiori, appese alle pareti, rendevan simile a una critta foderata di lapidi?
Gli occhi di Flavia parvero leggergli nel pensiero e rispondere alle sue domande angosciose. Fissi su lui, intorbiditi come da un velo di pietà e di tristezza, essi ricantavano ora più forte il poema della seduzione, essi ripetevan con maggiore eloquenza il dolce invito alla Gioja! «Perchè t’affliggi, giovine?» dicevano quegli occhi di donna: «Perchè non domandi alla vita quel bene, quell’unico bene ch’essa largisce liberalmente a tutti i nati? Guardami: io son colei che potrebbe confortarti nella sventura; io son colei che potrebbe prendere il posto di quella che sta per lasciarti. Amami, sacrificami il tuo inutile orgoglio, ed io ti allieterò la casa squallida e severa con la mia beltà e la mia giovinezza.»
Sotto quegli sguardi armoniosi come un canto, la confusione del giovine crebbe, si trasformò, divenne un’ebrezza tenera e imaginosa, una specie di spasimo spirituale, misto di temenza e di gaudio. Egli sentiva il cuore gonfio e convulso, sentiva affluire a fiotti il sangue al cervello, sentiva l’anima ammorbidirsi e sciogliersi come fusa da un calore supremo. L’angosciosa mobilità del suo pensiero s’acquetava; pareva che tutto il suo mondo interiore si dissolvesse in guisa di nebbia e vanisse rapidamente, disperso da una raffica, nelle profondità d’un cielo oscuro come quello che si schiudeva sopra il suo capo. Alcune frasi liriche, inaspettate, si abbozzavano a intervalli nella sua mente, illuminandola con la fugacità frenetica di lampi: «Oh, dimenticare tutto, tutto, tutto... Fuggire lontano, molto lontano dagli uomini in un paese vergine, selvaggio, primaverile... Esser solo, forte e libero in cospetto della Bellezza... Amare, inebriarsi d’amore, vivere e morire in un’estasi sublime senza pensieri, senza rimpianti, senza dolore...» Era il gran Sogno che incominciava, il Sogno dell’eterna passione umana. Era un desiderio fatale d’integrazione, di struggimento, di creazione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. E i frammenti del carme immortale continuavano a succedersi dentro di lui, abbaglianti e sonori, sempre più tenebrosi e sempre più incantevoli, spontanee polle d’Arte scaturite dai più densi misteri della Vita.
Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio della notte il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro a cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
— Rallenti, ci siamo, — disse Flavia con la voce spenta.
Quando ebber lasciata la barca, Aurelio, quasi dimentico di lei, ascese solo in corsa la spiaggia verso il palazzo. Si vedevano ancora tra i fusti sottili dei salici e dei gàttici tremolare sinistramente le fiamme della processione, che s’allontanava salmodiando verso Ceresolo.
Sul rialto eran sedute, in aspettazione di Flavia, la signora Boris e Luisa.
— La mamma? — chiese Aurelio, trafelato dalla corsa, senza lasciarle parlare.
— È rientrata, sarà una mezz’ora, — rispose la signora Boris: — non si sentiva bene..
«Lo sapevo! Lo sapevo!» gridò una voce nel cuore del giovine. Ed egli, senza salutare, si volse, attraversò velocemente il cortile, salì gli scalini a due a due tra le tenebre, si trovò con il respiro strozzato dall’affanno d’avanti alla porta della camera di sua nonna.
Aperse, dopo una breve pausa.
La stanza era avvolta in una penombra bronzea e oscillante. Il gran letto pareva nel mezzo un catafalco funebre, alto com’era e senza sporgenze nè a capo nè a piedi; e in torno era un vuoto di squallore. Sul comodino una candela tutta consunta mandava fumigando gli ultimi bagliori a scatti, come palpiti d’anima moribonda.
Su le prime Aurelio credette che donna Marta fosse già discesa, dimenticando di spegnere il lume. Poi, d’improvviso, egli la vide là distesa, supina sul letto, ancor tutta vestita e con gli occhi chiusi, forse assopita, forse svenuta, forse forse...!
Gittò un’esclamazione rauca, congiungendo le mani in atto di stupore e quasi di preghiera. Si precipitò verso di lei, mormorando tra i singhiozzi:
— Mamma! Mamma! Mamma!
VII.
AL BIVIO.
Era l’ora più calda del giorno.
Aurelio aveva esplorato i sentieri che corrono su la collina tra Cerro e Laveno, quei sentieri a pena praticabili che, già un tempo comodi e spaziosi, servirono ai soldati d’Austria per salire al forte, piantato su la vetta e ora interamente distrutto.
L’altura recava ancora le tracce del vandalismo militare, che per lungo periodo vi aveva regnato: nessuna coltivazione su quel pendìo dolce e terrigno dove sarebber potuti prosperare al bacio d’un sole benefico le viti e i frumenti; allignavano in vece tra l’intrico delle viottole sabbiose, l’erbe e gli arbusti selvatici, cespugli di ginepro e di timo, ciuffi di ginestre, folti tappeti di muschio e di menta, spandendo in torno l’odore aspro e aromatico delle altitudini alpestri. Non una macchia d’alberi d’alto fusto sorgeva a perdita d’occhio su i fianchi del colle arcigno, a romperne con l’ombra la radura solatìa: così gli antichi dominatori lo avevan voluto nudo e libero, come una rocca, contro le insidie nemiche. Solamente in alto, presso la sommità, una novella vegetazione di castagni era da pochi anni cresciuta, e ondeggiava docile al vento su i ruderi della trista tirannide straniera.
Dopo aver girovagato a lungo e senza scopo per la collina, Aurelio Imberido, oppresso dalla caldura, s’era rifugiato al rezzo tenue di quella selva adolescente, in un punto pittoresco di fronte al lago. Ora immobile e distratto, con gli occhi smarriti nella luce, riposava il corpo affaticato, steso su l’erba come sopra un giaciglio.
Da qualche giorno quella era la sua vita: i luoghi circostanti non avevan più segreti per lui; egli aveva percorso ogni sentiere, era penetrato nel più fitto delle boscaglie, aveva scoperto le vallucce più nascoste, asceso i pendii più ripidi, superato i passi più ardui. Un bisogno istintivo di moto, di distrazione, di stordimento lo spingeva all’aperto appena si trovava solo, d’avanti al suo lavoro divenutogli omai più che impossibile, intollerabile. Qualunque sforzo della volontà, qualunque freno della ragione rimanevano irriti contro l’inquietudine che ferveva nelle profondità del suo essere. Egli doveva uscire di casa e camminare; egli doveva fuggire sè stesso per ritrovarsi a ogni sosta, a ogni svolta della via e riprender da capo disperatamente la sua inutile fuga.
In quei giorni le relazioni tra le due famiglie in palazzo eran divenute più strette e più cordiali; omai si poteva dire che donna Marta e le signore Boris vivessero in una specie di comunione familiare, ritrovandosi sùbito dopo i pasti, facendo le medesime passeggiate, trascorrendo insieme i pomeriggi più caldi nella frescura del cortile o in giardino al rezzo della pineta, e le lunghe serate sul rialto in vista del lago e del tramonto. Aurelio non era sempre in compagnia delle donne. Pareva anzi che cercasse di sfuggirle, di sottrarsi ai loro inviti, di tenersi estraneo più che poteva a qualunque maggiore intrinsechezza con le vicine. Ogni sera però regolarmente compariva sul rialto e rimaneva a conversare con esse fino al momento in cui tutte si ritiravano nei loro appartamenti.
Le gite in barca s’eran ripetute soltanto per due volte, prendendovi parte anche le madri, e poi, interrotte da una giornata piovosa, non erano state più riprese; si eran fatte in vece alcune brevi passeggiate a Ceresolo, verso il Fortino o verso Mombello, ma ben presto si era dovuto rinunciare anche a queste per la salute di donna Marta, afflitta in quei giorni da una recrudescenza oscura de’ suoi mali. Si passavan dunque i lenti vesperi estivi invariabilmente d’avanti al palazzo, come nei primi tempi, le giovini distese su l’erba dello scalere e le madri sedute nelle loro poltroncine sul piano del rialto; e l’abitudine di quel ritrovo e l’immobilità prolungata rendevan ciarliere le quattro donne, favorivano il fluido e vano chiacchiericcio femminile, lasciando il giovine muto e come dimenticato nel suo angolo a contemplare con occhi spenti l’immutabile paesaggio e a ruminare dentro di sè propositi vani di liberazione.
Egli sedeva di solito su la lastra di granito infissa nel muro, dietro le due signore; qualche volta, per incitazione di donna Marta, discendeva fin sul margine dello scalere, e si collocava sempre a fianco di Luisa, deliberatamente. Tra lui e Flavia, dopo la loro gita in barca, pareva che per ragioni occulte fosse scoppiato un sordo contrasto, un dissidio profondo delle anime che li teneva lontani, inconciliabili, sdegnosi o paurosi d’un avvicinamento. In quei convegni crepuscolari, essi non si rivolgevan mai direttamente la parola se non costretti dalla necessità; non si fissavan mai negli occhi, o almeno ciascuno dei due cessava di guardar l’altro appena i loro sguardi s’incontravano; non si stringevan mai la mano per saluto nè all’arrivo nè alla separazione. Il contegno gelido e quasi ostile di Flavia era certo per Aurelio una tortura senza nome; ma, nei momenti di riflessione, egli lo sapeva intendere e giustificare con il suo stesso contegno altrettanto freddo e sostenuto. Ciò che più l’angustiava e l’irritava era in vece la loquacità spontanea di lei, la facilità con la quale ella prendeva parte alla scipita conversazione generale, la festività imperturbabile delle sue parole e de’ suoi atteggiamenti. Questo egli non sapeva comprendere; questo non sapeva scusare: questo offuscava costantemente la sua ragione, come un’offesa brutale e ingiusta ch’ella ogni sera gli lanciasse in viso.
Quando si trovava solo nella sua camera già occupata dalla notte, la ribellione del suo spirito prorompeva alfine senza ritegno. Egli sentiva crescere il suo dispetto contro Flavia e crescere la sua umiliazione per la passività colpevole con cui si prestava a quel martirio quotidiano; sentiva che un atto d’energia si richiedeva senz’indugio per distruggere il fascino maligno che lo dominava e riconquistare l’indipendenza e la serenità necessarie al suo lavoro. Non gli pareva ormai più possibile di continuare una vita simile; ed egli, come i giorni passavano senza rimedio, si rivoltava contro sè medesimo, ricercava dentro, con una smania puerile, le cause di quella sua nuova debolezza, i motivi d’un turbamento così grave delle sue facoltà.
Una ripugnanza suprema gli si levava dalle radici dell’essere, al solo pensiero ch’egli potesse amare quella creatura frivola e sdegnosa; che dovesse un giorno invocare da lei la pace perduta, la forza di sopportare un’esistenza affatto diversa dal suo sogno. — No, non l’amava, non l’avrebbe mai amata. Volgendo ora a Flavia il fuoco della sua mente, provava egli forse un movimento di simpatia intellettuale o morale per lei, un fremito passaggero di tenerezza, il più tenero desiderio di sensualità? No, non provava nulla di tutto ciò; egli si sentiva il cuore arido e gelato come non mai. La sua inerzia dolorosa doveva aver dunque ben altre origini; ma quali, quali? — Nel più forte dell’incertezza, per allontanarsi vie più dall’ipotesi temuta, egli s’indugiava allora a esaminare con maggior pacatezza lo stato delle cose e dell’anima sua, a indagare dentro e fuori di sè tutte le cause possibili del male ond’era afflitto; e a mano a mano riusciva a illudersi con le più umili supposizioni, ora riversandone la colpa su la nonna che insisteva per volerlo trascinare con sè, ora imaginando un’infermità del suo sistema nervoso che l’assiduo studio e l’intensità delle concezioni dovevano avere affranto e debilitato.
Esaurita l’indagine, gli pareva d’esser calmo e libero d’ogni timore: voleva coricarsi e dormire, ma un impulso cieco lo spingeva d’un tratto verso il balcone, dov’egli rimaneva lungamente immobile e ritto nell’oscurità, ad ascoltare commosso il gorgoglio delle acque nel giardino o il grido querulo dei gufi nelle altitudini della pineta.
Oh, quelle notti tepide, senza luna, che abissi riflettevano nell’anima del giovine, china per la prima volta su gli abissi sacri del Divenire! Il cielo fecondo, scintillante d’astri, talvolta a pena attraversato da un’ala di nebbie, spiegava sul suo capo un poema di gioja e di passione; la campagna muta e nera spingeva verso di lui un profumo inebriante di fiori e di resine, il vasto alito della vegetazione in atto di crescere e di moltiplicarsi; il vento, che a tratti esagitava le tenebre, gli accarezzava la fronte, gli mormorava all’orecchio parole divine, rotti sospiri, gridi giubilanti, tutta la sublime sinfonia della Voluttà che il mistero delle notti protegge e consacra. In quel viluppo d’apparenze incantevoli egli a grado a grado s’obliava, si semplificava, smarriva ogni facoltà di critica e d’analisi, ogni vanità e ogni timore: si sarebbe detto che l’essere primordiale e selvatico si risvegliasse in lui, uscisse libero, fresco, infantile dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. E questo essere si sentiva languire nella solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare la sua fugace giovinezza, a crescere, a fiorire, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la felicità che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli si levava nel pensiero, sorgeva alta e fulgida come un sole nel cielo del suo Destino.
Ma l’incanto dell’Ombra e del Silenzio finiva: sopraggiungevan la stanchezza, lo snervamento, il bisogno fisico di mobilità e di luce. Il giovine si scoteva, si ritirava dal balcone, rientrava nella camera a passi incerti, con gli occhi umidi e tardi, con il cuore oppresso come da un peso immane. E il noto ordine dei mobili, la rossastra fiamma della candela, la tavola coperta di libri e di fogli dissipavan gli ultimi residui del sogno inutile, richiamandolo tosto all’amara realità della sua vita, alla consapevolezza del suo triste ideale, de’ suoi rimpianti, de’ suoi vani propositi di liberazione e di lavoro. Egli, affranto e disperato, si gittava sul letto e invocava dal sonno, dall’unico consolatore dei deboli e degli inetti, il riposo d’un’ora, l’oblìo mortale di sè stesso e del mondo.
Così i giorni succedevano ai giorni senza rimedio, senza novità, senza mutamenti; e luglio in tanto era venuto e inoltrava, un luglio torrido e polveroso, essiccato da un chiarore feroce, petrificato dall’assidua bonaccia dell’aria e dell’acqua, immobili come cristalli.
A rompere la torbida monotonia di questo periodo, un dubbio nuovo e inatteso era piombato d’improvviso la sera innanzi nell’anima dell’inerte, scotendone la volontà, svegliandone la coscienza, illuminandone la ragione. Non era stato che un attimo, un lampo, uno di quei bagliori fuggevoli che incendiano per poco l’oscurità e si spengono; ma in quell’attimo la latebra d’un’altra anima s’era svelata a’ suoi sensi, e un dubbio era sòrto, il dubbio dolce e tremendo d’una grande cosa ch’egli non aveva avuto il tempo di desiderare, prima di conoscere e di temere. Aveva forse traveduto? Era stata un’illusione? era stato un inganno o un giuoco? Non importava. La cosa era possibile, se anche non certa. E la sola possibilità valeva per lui, che non aveva saputo presupporla, quanto una rivelazione.
La sera innanzi donna Marta, assalita durante il pranzo da uno de’ suoi più fieri accessi d’asma, non s’era potuta presentare al solito convegno vespertino d’avanti al palazzo. Dopo esser rimasto per una lunga ora ad assisterla e a confortarla durante il parossismo della crise, Aurelio l’aveva lasciata in custodia di Camilla ed era disceso, per volontà della nonna stessa, a giustificare presso le vicine l’assenza di lei. Le signore Boris, consigliate dall’insolita caldura del tramonto o stanche forse d’aspettare, avevano abbandonato il luogo di ritrovo per fare un breve giro in barca nelle vicinanze; si vedeva in fatti, su lo specchio lucido delle acque a un centinaio di metri dalla riva, la lancia dalla banderuola azzurra, che volgendo la poppa s’allontanava sempre più.
Un po’ seccato dal contrattempo, egli stava già per rientrare in casa quando d’un tratto una voce forte dalla parte dell’arsenale, la voce di Flavia lo aveva chiamato.
— Come qui, signorina? — egli aveva chiesto, confuso e intimorito di trovarsi solo con lei dopo tanti giorni.
— Ohimè! aspetto da dieci minuti Ferdinando, ch’è in baldoria all’osteria della Pace. Ho mandato sua moglie a cercarlo, ma sembra ch’egli non abbia intenzione di scomodarsi per me questa sera!... Volevo seguir la mamma col mio nuovo sandalino, ch’è stato messo in acqua jeri per la prima volta... Un capolavoro d’eleganza, vedrà!..
Ella aveva anche soggiunto sorridendo:
— Le confesso però che non mi sento totalmente sicura nella mia nuova imbarcazione.... Se lei volesse avere la bontà d’accompagnarmi, mi farebbe proprio un favore.... C’è sempre l’altro sandolino a sua disposizione, quello di Luisa.
Il vecchio barcajuolo era apparso in quel punto, sbuffando e barcollando, e Aurelio passivamente l’aveva seguita.
Erano usciti così dalla darsena, al fianco l’uno dell’altra su i due legni minuscoli, oblunghi e puntuti come spole. Il vespero era inoltrato; ogni rossore sopra le Alpi era spento; il lago, livido e vasto, stagnava; in mezzo al lago, lontanissima in apparenza, la macchia della lancia spiccava informe, nera, immota, simile a un piccolo scoglio emergente dal lividore.
Poichè Flavia taceva, Aurelio, intenerito dalla mesta serenità del paesaggio e dai residui delle ansie recenti, aveva incominciato a parlare del male di donna Marta, delle sue apprensioni per la frequenza di quei minacciosi accessi d’asma che avrebber potuto una volta o l’altra soffocarla. Stimolato poi dall’atteggiamento confortevole della compagna, egli aveva continuato a discorrere, con un insolito abbandono, di sè stesso, della sua misantropia, del suo attaccamento esclusivo alla nonna, ch’era stata per lui più che una madre, tutto, tutto; aveva dato in fine libero sfogo al più recondito e doloroso suo pensiero, descrivendo le conseguenze terribili della sventura che gli sovrastava: la solitudine del domani, le incertezze d’un avvenire irto di difficoltà e di privazioni, senza il conforto d’un affetto, senza un appoggio, senza una casa. E a poco a poco s’era commosso, i glauchi occhi velati gli eran divenuti lucidi e tremanti, due lacrime improvvise erano apparse di tra le palpebre, gli avevan rigato incontenibili le guance.
Flavia, ascoltandolo con un’attenzione intensa, fissava su lui uno sguardo carico di maraviglia e di pietà, non senza una sottil punta d’ironia. Due volte solamente aveva fatto un cenno di diniego col capo, quand’egli le aveva espresso il dubbio che la nonna morisse; poi era rimasta ferma e silenziosa ad assaporare il gusto delle sue parole, come avesse temuto con un gesto, con un’interruzione di risvegliare la sua diffidenza e di turbare l’inconscia sincerità della confessione.
Quando in fine Aurelio s’era taciuto, sollevato dallo sfogo ma un po’ vergognoso della sua commozione, ella aveva parlato, lentamente, con la voce grave, guardando il vuoto d’innanzi a sè, avendo su la fronte una lunga ruga pensosa tra ciglio e ciglio.
— Come vuol bene a sua nonna! — aveva detto. — Io non avrei mai supposto un sentimento così profondo in lei: l’avevo giudicato male, e lo confesso. Io la credeva freddo, indifferente, incapace d’amare, un po’ per egoismo e molto per orgoglio. Quei pochi discorsi che abbiamo avuti insieme, mi avevano fatto supporre ch’ella fosse uno di quegli uomini forti che sdegnano qualunque affetto, qualunque legame, qualunque sacrificio, per meglio riuscire al proprio scopo. Ella in vece è tutt’altro, ella è un uomo di cuore, di molto cuore...
Aveva soggiunto, dopo una pausa:
— Grazie; grazie, signor Aurelio, d’avermi creduta degna di conoscerla e di poterla apprezzare.
Ed eran proceduti, senz’altre parole, verso le lontananze che l’oscurità incominciava ad assorbire, ambedue diversamente turbati: Aurelio sentendo piovere su l’anima il refrigerio di quell’elogio impreveduto; Flavia assaporando ancora la dolcezza di quelle imprevedute confidenze. E le due vite, disgiunte sempre da un ostacolo immane, s’eran protese con tutte le forze loro una incontro all’altra.
Ella d’un tratto aveva lasciato il remo, mormorando:
— Sono stanca!
Egli pure, nello stesso attimo, aveva cessato di vogare e s’era fermato accanto a lei, come vinto da un accasciamento improvviso.
La notte era discesa: su le acque il chiarore del crepuscolo s’era ristretto intorno ai due piccoli schifi come un cerchio cinerino; al di là l’ombra aveva avvolto ogni cosa in una nebbia azzurra, imperscrutabile. La lancia lontana, in quella nebbia, era scomparsa.
I due giovini s’eran trovati così, soli e come perduti in una immensità, vicinissimi sebbene ancor divisi da una sottil lingua liquida, da un abisso. Non si guardavano, non parlavano, non avevan cercato d’accostarsi, immobili entrambi su i loro legni immobili. Ma una virtù misteriosa li aveva sospinti dolcemente uno verso l’altra, li aveva insensibilmente approssimati, aveva fatto sì che l’abisso tra loro si chiudesse e le due spole natanti, attraendosi a vicenda e scivolando silenziose su l’acqua, giungessero fino a combaciare. All’urto lieve dei legni, essi s’erano scossi sorridendo, s’eran guardati negli occhi con un’espressione infinitamente lusinghevole; e Flavia aveva levato con atto pigro una mano dal grembo, aveva preso in pugno i due bordi perchè di nuovo non si staccassero.
Qualche minuto d’oblio supremo era passato sopra di loro nel crepuscolo deserto. — Esisteva una Umanità? Esistevano altri esseri su la Terra? Non eran plaghe sconosciute e inospiti quelle che si stendevano nell’ombra, oltre il cerchio ancor luminoso che avvolgeva le barche come un cerchio di magìa? Non bastavan forse le loro due vite per animare tutto il creato? — Certo, Aurelio aveva avuto in quel breve lasso di tempo la ferma persuasione d’un’assoluta solitudine intorno a loro, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in un’assoluta solitudine. E, inconscio e risoluto, provando il bisogno imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con lei, aveva posata la sua su la gracile mano femminile che, spontanea al contatto, s’era rivolta, quasi per offerirsi tutta quanta al suo desiderio.
Oh, quella lunga stretta concorde, che solco vivo di passione aveva lasciato su le loro palme! E che grande rivelazione era stata più tardi per il giovine, ingenuo e sensibile ancora come un adolescente!