Part 11
Rientrando in casa, egli, dopo essere passato da donna Marta e averla trovata calma e dormente, era corso nella sua camera, vi si era richiuso a chiave, aveva spalancato i battenti del balcone per esalare alfine liberamente in un gran sospiro la piena interna della sua esaltazione, trattenuta fino a quel punto dal pensiero della nonna sofferente. Che notte, quella! Che notte! Egli non ne ricordava una simile in vita, nè credeva che fosse possibile di superarne una più agitata e più folle! Egli aveva riso, aveva pianto, aveva percorso volte infinite in su e in giù la vasta camera, era rimasto ore intere immobile sul balcone, ascoltando il tumulto del suo cuore sul fremito immenso della campagna tenebrosa. Da scoppii d’entusiasmo indescrivibili, in cui tutta l’anima sua s’era lanciata a volo verso il cielo, era piombato subitaneamente in prostrazioni supreme, in mortali desolazioni, durante le quali la terra non gli era parsa a bastanza profonda per nascondere la sua miseria. Aveva visto a vicenda le più fulgide speranze dissolversi in paurose ansietà, i dubbii più laceranti trasformarsi per prodigio in ebre, impazienti aspettazioni di gioja. Mille volte egli s’era detto: «Bisogna fuggire, non più avvicinarmi a lei, non più vederla, mai, mai!» Mille volte s’era chiesto: «Perchè non vado ora a battere alla sua porta e non la chiamo sùbito a me?» E tre parole, tre sole parole — un canto, un poema — non avevan mai cessato di ripetersi nel suo cervello sopra i timori, sopra le speranze, su i propositi di rinuncia, su i propositi di conquista: «Ella m’ama! Ella m’ama! Ella m’ama!»
Che mutamento era dunque avvenuto in lui durante il breve letargo, in cui era caduto ai primi chiarori dell’alba con il dolce nome ancora impresso su le labbra? Per qual segreto processo il gran fuoco divampato quella notte nella sua anima, s’era così rapidamente consunto, ed egli, risvegliandosi, non aveva trovato se non un gran cumulo di cenere arida e fredda?
Quella mattina, sorpreso dal sole, ch’era penetrato per l’aperto balcone fino al suo letto, Aurelio non aveva avuto che un ricordo confuso degli avvenimenti e delle commozioni della sera innanzi. Il tremendo accesso d’asma della nonna sua, che l’aveva tenuto un’eterna ora in cospetto della morte ad aspettare il rantolo estremo; l’incontro fortuito con Flavia presso l’arsenale; le proprie spontanee confidenze; le parole lusinghevoli di lei; la loro stretta di mano eloquentissima nella solitudine del lago oscuro; l’ansietà che lo aveva incalzato in vicinanza del palazzo al pensiero improvviso dell’avola, dimenticata durante quel tempo; la sovreccitazione quasi febbrile di gioja da cui era stato preso in vederla calma e assopita; e poi le deliranti agitazioni nella sua camera, gli impeti alterni di tenerezza e di rivolta, la vicenda vertiginosa delle risoluzioni e degli scoraggiamenti, i magici sogni vissuti a occhi aperti d’avanti alla maestà della notte, — tutto al risveglio gli era tornato in confuso alla memoria dopo la prima stupefazione, trovandosi disteso sul letto, nel sole mattutino, ancora interamente vestito e così stanco come dopo una burrascosa notte di piaceri.
Un movimento brusco di dispetto contro sè medesimo lo aveva fatto balzare a terra; lo aveva spinto con violenza a chiudere le imposte del balcone, per ricacciare indietro quella luce invadente che gli dava una specie di sbigottimento misto di rabbia e di molestia. Doveva esser tardi: il giardino, visto come a traverso un cristallo leggermente torbido, languiva già sotto un’afa opprimente; nella camera, spalancata da parecchie ore al gran sole, si soffocava. Egli, dopo avere immerso a più riprese il capo nell’acqua, era uscito immediatamente su la loggia ancora in ombra, s’era trovato senza volerlo d’innanzi alla porta di donna Marta, aveva aperto, era entrato.
La nonna, in un disordine fantastico, stava assisa alla specchiera, e Camilla, in piedi dietro lei, era in atto di pettinarne le lunghe trecce argentee. Ridevano entrambe così allegramente nell’ilare splendore della mattina estiva, che il giovine, apparso su la soglia in aspetto quasi funereo, aveva dovuto atteggiar sùbito il volto a un sorriso di maraviglia e di simpatia.
Egli s’era seduto accanto alla vecchia, aveva ascoltato per la centesima volta una delle molte barzellette tradizionali, ch’ella si piaceva di raccontare nei momenti lieti e a seconda delle occasioni. Era poi disceso al suo braccio in sala da pranzo, dove aveva atteso pazientemente l’ora della colazione, temendo sempre di rimaner solo, sperando di sottrarsi in compagnia di lei ai rimproveri e ai sarcasmi che sentiva formicolare incessantemente in fondo al suo pensiero. In fine, quando ella era salita di nuovo in camera per riposarsi, s’era lanciato all’aperto, verso i boschi ombrosi della valle, poi su su per la china aspra e solatìa finchè stanco, madido, accecato dal bagliore, s’era lasciato cadere su l’erba al rezzo dei giovini castagni, presso la sommità del colle arcigno.
Là, nella inerzia ristoratrice, udendo sopra il suo capo stormire le fronde, contemplando con occhi piccoli la placida ridente distesa del lago, egli rivisse, non più in confuso, lucidamente, pacatamente, l’ora insidiosa delle confidenze, dei conforti e dei silenzii. All’eccitazione enorme della notte era succeduta una languida apatia, uno stato d’esaurimento sentimentale assai propizio alla riflessione serena dei fatti e al giusto discernimento delle conseguenze e delle prossime opportunità; le distrazioni della mattina avevan lasciato calmare la rivolta morale, avevano estenuato negli inutili assalti i rimproveri e i sarcasmi della sua coscienza irritata. Egli poteva dunque giudicare e deliberare; egli poteva veder chiaro in sè e intorno a sè, illuminare col fuoco della pura intelligenza l’errore del jeri e gli smarrimenti possibili del domani; poteva discernere ancora nettamente la mèta lontana, che s’era imposta, e rintracciare il cammino più diritto per raggiungerla.
Egli si domandò freddamente: «Che avviene dunque in me? Che vado facendo da un mese a questa parte? Come e perchè mi trovo tanto mutato in poco tempo? Sono io infermo? E il mio male è un male fisico, o non piuttosto un male della volontà, dell’intelligenza, del sentimento?» Era inutile negarlo; egli si trovava veramente mutato, così mutato che a stento riusciva a riconoscersi; si trovava pieno d’inquietudini dianzi sconosciute, d’ansietà misteriose, di desiderii inafferrabili, incerto, svogliato, indifferente a tutte le cose che prima lo appassionavano, incapace d’uno sforzo mentale come d’un qualunque atto d’energia. Da più d’un mese egli trascinava una vita desolante, senza ordine, senza idee, senza occupazioni, che simile non avrebbe mai supposto di poter tollerare; e, non ostante l’immenso vuoto, i giorni volavano, si disperdevano nel nulla con una rapidità portentosa. Pareva che fosse sopravvenuta in lui un’altra personalità nel luogo della sua propria, una personalità primitiva, elementare, che poteva pascersi di semplici sensazioni, svolgersi naturalmente senza il sostegno d’un’idealità o d’un’ambizione, accettare oscuramente l’umiltà della sua essenza, creata per uno scopo a lei inconoscibile.
Malato di corpo egli certo non era. Al contrario, godeva una salute nuova, non mai avuta, resistente a ogni fatica fisica, a ogni più grave trambusto morale: il suo sangue fluiva libero e gagliardo nelle vene; i suoi muscoli s’irrobustivano; il suo viso, di solito pallido e sfiorente, sfoggiava vivacità di coloriti, freschezza di carni, limpidità di sguardi, ch’egli sùbito dopo l’adolescenza aveva perdute. Assolutamente, doveva riconoscerlo, non era mai stato così bene come in quel tempo; non mai s’era sentito così sano, così forte, così leggero. E l’aspetto esterno quanto l’interno benessere escludevano quei disturbi al sistema nervoso, ch’egli tante volte aveva addotti, illudendosi, a giustificazione della sua inerzia spirituale. «Ma dunque, non poteva esserne questa stessa la causa?» egli si domandò. «Il suo mutamento di carattere, d’abitudini, di tendenze non dipendeva forse da quell’insperato ritorno della salute, da quel soverchio rigoglio di giovinezza, da quella specie di tarda primavera che gli fioriva di nuovo maravigliosa nelle fibre?»
Egli sorrise, scotendo malinconicamente il capo. — Ohimè, no, no, non era più il tempo d’illudersi: colpevole è quell’illusione che può per altri divenire un inganno! — Egli ben sapeva che la vita oziosa e spensierata di quei giorni non conseguiva dalla salute, ma piuttosto questa da quella. Egli sapeva che altra era la causa vera di tutte quante le novità che l’occupavano: omai dopo le commozioni della sera precedente, dopo gli strani turbamenti dell’ultima notte, essa gli appariva più che possibile, necessaria, evidente, irrefutabile. Bisognava però proferire la gran parola; bisognava riconoscere la grande cosa; bisognava confessare coraggiosamente la propria fragilità: «Egli amava; egli, al meno, stava per amare!»
Nessuna confessione sarebbe stata per Aurelio Imberido più grave e più incresciosa di questa. Nelle sue teorie di filosofia pratica, l’Amore rappresentava una degradazione, una vilificazione della personalità, un’indegna rinuncia della propria superiorità di vita e di pensiero; l’Amore era la funzione bruta e immonda, comune a tutti gli esseri vivi, che indicava chiaramente l’ignominia delle nostre Origini, — che rammentava il Passato bestiale, la lenta evoluzione della putredine terrestre verso un progresso apparente, verso un perfezionamento relativo e inutile delle Specie, legate pur sempre alle basse necessità dell’esistenza, sempre sottoposte alle leggi incommutabili che regolano il trasmutare della materia organica. Egli negava risolutamente ogni elevazione morale nell’Amore: avendo a lungo meditato su i libri di storia e su le opere d’arte, s’era convinto che tutte le più celebrate passioni erotiche avevan distrutto e non mai edificato, erano state la ruina d’uomini insigni e di stirpi gloriose, avevano sparso in torno l’infelicità, la sventura, la morte. E, osservando quotidianamente i casi comuni della vita, aveva appreso che il sentimento dell’amore, cantato dai poeti, magnificato dalle masse, non era in verità se non il desiderio tantalico dell’amplesso, un impulso veemente verso l’atto finale, una fiamma selvaggia e divoratrice che l’indugio rinfocava e il possesso come per incanto spegneva, coprendone pietosamente con le ceneri l’ardore fittizio dei sonanti vocaboli, delle vane promesse, dei propositi generosi e sublimi.
Ma non ancora per queste considerazioni astratte Aurelio Imberido temeva e respingeva l’Amore: era in vece per l’influenza malefica ch’esso esercita su gli uomini d’intelletto, su i lottatori per l’Ideale, in ispecial modo su quei Pochi capaci di belle imprese e di superbi disegni. Caduti nel dominio della passione, sorpresi dal primo brivido della sacra febbre, questi come gli altri tutti dimenticano facilmente la loro missione, i loro doveri, i loro scopi; divengono indifferenti a ogni lusinga gloriosa, ribelli a qualunque fatica e a qualunque arduo tentativo; non vedon più con i loro occhi mortali che l’Oggetto unico onde dipende omai la loro salvezza o la loro perdizione. Da quel punto lo spettacolo del mondo s’eclissa; l’esistenza diventa per essi un’azione continua e affannosa; i loro pensieri e i loro fatti non tendon più se non al successo sessuale, all’egoistica conquista del Piacere. E gli Eletti, dalle altitudini a cui s’eran levati, retrocedono precipitando verso le bassure originarie, smarriscono ingegno e volontà, vanno a confondersi fatalmente con gli infimi, occupati a vivere, a godere, a conservare per proprio diletto la Specie che non deve finire.
Quante ascensioni interrotte! quante carriere sviate o infrante! quante energie disperse! quante primavere gelate! Quanti fiumi, gonfii da fecondare immense contrade, s’inaridirono sul seno della Donna, nudo, morbido, cocente come le sabbie d’un deserto! Questa, l’eterna Sirena, non comprese e non ammirò mai gli esseri superiori, o troppo forti o troppo belli: li umiliò, disamandoli, e, amandoli, li distrusse. Così, inconscia, compì nei secoli la sua terribile missione espiatrice, ridendo, scherzando, cercando per giuoco la voluttà e la prole; e non ebbe pure un palpito di riconoscenza o di pietà per le sue grandi Vittime, quando le vide, già prossime a entrare nel paradiso conquistato, accontentarsi ancora del misero destino comune e avviarsi, per amore di lei, verso le Terre dell’Oscurità e della Morte!
Queste profonde cose il giovine ripensava in confuso, vagando con gli sguardi sul calmo paesaggio lacustre, pieno di luce e di gajezza. Alcune vele quadrate apparivano qua e là, dirette verso settentrione, così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle velata, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.
«Ed io amo!» egli esclamò d’un tratto, interrompendo il corso delle idee generali: «io, al meno, sto per amare!» Se pure la grande passione, che inebria i sensi e offusca l’intelletto, non era peranco scoppiata, i sintomi precursori, manifestatisi in lui, non eran dubbii e l’annunziavano vicina; e alla stregua di quei sintomi il morbo doveva esser fatale! — Occorreva dunque trovar sùbito un rimedio per prevenirlo in tempo, per arrestare il progresso dell’infezione, per riacquistare al più presto la sua salute morale e la sua incolumità. Ma quale, quale rimedio?
Il più sicuro era ineffettuabile: egli non poteva lasciar la villa senza la nonna sua, ed era certo che questa non l’avrebbe seguíto, anzi che avrebbe contrastato il suo proposito con tutte le forze. E, rimanendo, come avrebbe egli potuto evitare ogni occasione di ritrovo con le signore Boris e specialmente con Flavia, che forse ora, desiderandolo, lo avrebbe cercato? — E pure questo era necessario e doveroso: necessario per la sua pace e per il suo avvenire; doveroso verso la giovinetta, che poteva illudersi su le sue intenzioni e soffrire immeritatamente per la sua debolezza.
Ma se la nonna o l’abitudine o la sorte lo avessero ricondotto presso di lei? Se si fosse trovato un’altra volta solo con lei in uno di quei momenti di tristezza e d’abbandono, in cui non si risponde dei proprii atti e delle proprie parole? Se la catena fosse ribadita un giorno, inaspettatamente, con una frase, con un gesto, in sèguito a un movimento repentino e concorde delle due anime già pronte a fondersi? Ciò non era fuori della possibilità: il cammino degli uomini non è quasi mai segnato dai grandi fatti, preparati di lunga mano e pazientemente voluti; ma dai piccoli episodii imprevisti, dalle circostanze sempre mutevoli, dalle risoluzioni subitanee e inconsiderate, che impongon poi serie responsabilità e provocano, come dirette conseguenze, gli avvenimenti più gravi e decisivi della vita!
In tal caso, egli da un momento all’altro si sarebbe trovato di fronte a un fatto compiuto, all’irreparabile, all’oscuro problema dell’amor casto, della passione corrisposta e insodisfatta, al bivio spinoso della conquista estrema o dell’estrema rinuncia!
Lentamente, trascinato dall’ardore dell’imaginazione, egli si diede a esaminare questa possibilità, come già si fosse avverata; a sviscerare con sottile analisi il problema, per ricercarne tra le varie soluzioni quella che sola avrebbe salvato insieme il suo Ideale e la tranquillità della sua coscienza. Pensava: «Io potrei sempre fuggirla, anche più tardi, anche quando fosse sopravvenuto un accordo esplicito tra noi: la partenza dalla villa mi separerebbe necessariamente da lei, e il tempo e la lontananza sanerebbero poi ogni ferita. Ma, secondando in questo modo gli eventi, non commetterei un’azione obliqua e sleale? Non mi farei complice d’un inganno consapevolmente, volontariamente, colpevolmente?» Aurelio si rammentò di quell’Altro, del primo adoratore di Flavia, il quale aveva agito precisamente così ed egli aveva con tanta severità giudicato; ed ebbe un moto di rivolta morale contro sè stesso, contro il suo pensiero che s’era per un istante compiaciuto nella certezza d’una comoda liberazione. «Ah, no, no! Io questo non farò mai! Non mi sottrarrò mai per paura o per calcolo alle responsabilità assunte! Io sono diverso, sostanzialmente diverso da codesta gente borghese, che pecca per debolezza e si rinfranca per viltà. Altro sangue scorre nelle mie vene; e altra legge presiede alla mia condotta. Se un giorno per disgrazia dovessi trovarmi legato a Flavia da una promessa, da una semplice confessione d’amore, saprei senza dubbio sopportarne con dignità qualunque conseguenza... Ma qual conseguenza? «Flavia era zitella, in quella età nella quale tutte le speranze e tutte le forze della donna tendono a toglierla dalla casa paterna per creare una casa propria, per ottenere da un nuovo stato l’indipendenza di sè stessa e la direzione d’una famiglia. Ogni intesa sentimentale con lei presupponeva dunque una conclusione unica e necessaria; egli, confidandole il suo amore, si sarebbe moralmente obbligato a darle il suo nome, a chiamarla compagna della sua vita, a consacrarle intero il suo avvenire; egli, salvo casi imprevedibili, avrebbe dovuto sposarla!
«Sposarla?!» egli esclamò stupefatto dal suono stesso della parola, levandosi d’un tratto a sedere. Ed ebbe una specie di sussulto intimo istintivo, simile a quello che si prova talvolta quando, camminando distratti per le vie, ci sembra d’udire improvvisamente il rullo minaccioso d’un carro dietro le spalle e ci si avvede poi, rivolgendoci spauriti, che il carro passa senza nostro pericolo dall’opposto lato della strada. Aurelio sorrise sùbito del suo stupore ingiustificato e del suo atto repentino: la sola enunciazione della cosa gli parve così enorme e quasi così assurda che assunse, nel suo spirito calmo e sereno, aspetto ridicolo.
«Che cosa buffa, la vita!» egli si disse, sogghignando e scotendo il capo: «Sposarla?! In verità, basterebbe quest’unica prospettiva a tenermi recluso nella mia camera per un anno intero!»
Il suo pensiero, abituato alle gravi meditazioni, parve sdegnare l’argomento che non era a bastanza serio e positivo; si distrasse per qualche istante nella contemplazione delle cose remote, del lento declinare dei colli dalla parte d’Arona, dove il lago sembrava allargarsi infinitamente come un mare morto. Il vento cessava: le barche calavano le vele a una a una, malinconicamente, e prendevan da lontano l’apparenza d’insetti bizzarri che camminassero a passi faticosi sul piano delle acque. Il piroscafo, ingrandito dalla vicinanza, entrava fischiando nella baja di Laveno.
Di nuovo però, dopo la percezione della pace circostante, Aurelio, (proprio come chi abbia temuto un pericolo anche imaginario), fu tratto a mano a mano, senza volerlo, a costruire compiutamente quella vaga possibilità e a considerarla con riflessione, quasi fosse già sul punto d’effettuarsi. — Chi era dunque costei? Egli la conosceva da poco tempo e poco la conosceva: era per lui un’estranea, un’ignota piombata d’improvviso nella sua esistenza per impadronirsi d’una parte del suo essere, per contendergli la libertà del suo tempo, forse per troncare il filo del suo destino. Nelle ore che aveva vissute con lei, ella gli era bene apparsa sotto le forme esteriori più lusinghevoli, ma nulla gli aveva rivelato dell’anima sua, de’ suoi gusti, de’ suoi istinti, de’ suoi desiderii, della sua intima essenza. Era ella buona? era sincera? era pura? Non celava forse, sotto la dolcezza del sembiante e l’innocenza degli sguardi, la vergogna o la smania insodisfatta d’un fallo, la maligna curiosità della donna indifferente o la terribile leggerezza della donna vana, desiosa di lusso, di piaceri, di licenza? Aveva veramente amato quell’Altro? Cedeva ora di nuovo alla passione, o la fingeva per giuoco e per vanità? Era dunque capace d’amare, di sacrificarsi, di comprendere e d’offrirsi? — Egli non sapeva nulla, nulla! E quel lembo stesso del suo passato, che gli aveva voluto scoprire, lasciava l’adito a mille supposizioni diverse, non rendeva se non più oscuro e inquietante il mistero della sua bellezza.
E la sua famiglia? Era essa degna d’imparentarsi con lui? I Boris erano d’infima origine: insòrti solo da pochi anni dal torbido gregge degli umili, essi erano giunti rapidamente all’agiatezza e forse omai all’opulenza per le vie tortuose della speculazione e dell’intrigo. Il padre Boris, che portava il titolo d’ingegnere senza esercitarne la professione, era notissimo in Milano come amministratore d’alcune grandi famiglie e come iniziatore di parecchie imprese più o meno fortunate. Coinvolto nei più gravi disastri finanziarii, che avevano scosso negli ultimi tempi la metropoli lombarda, egli n’era sempre uscito senz’onta e senza danno, acquistando anzi, a traverso le stesse disavventure della sua instancabile avidità, reputazione e stima sempre maggiori. Ora al sommo della possanza, egli ambiva a divenire un uomo pubblico, a conquistare un posto autorevole, a insediarsi comodamente al Comune tra i degni rappresentanti del Popolo che lavora e che soffre. Attivo, astuto, intraprendente, egli poteva dirsi il tipo perfetto della nuova classe dominatrice, che sa sfruttare con esperta mano il giovine albero della libertà; egli era veramente l’incarnazione della odierna borghesia trionfante, sorretta da un egoismo feroce, capace di qualunque simulazione, prosternata fino a terra d’innanzi all’altare dell’Oro.
Per un uomo simile, il matrimonio dell’unica figliuola con un nobile d’illustri origini, sarebbe stato certo il coronamento d’un gran sogno, il trionfo più insigne di sua vita. Con ogni probabilità, in quel giorno, avrebbe in fine aperto i forzieri gelosi, dov’era andato accumulando il frutto della sua perspicacia, e dai lastrici, pazientemente battuti anche negli anni della fortuna, si sarebbe compiaciuto di veder trascorrere in cocchio per le vie popolose la contessa sua figlia, rifulgente di beltà e d’orgoglio. — Ma poteva egli, Aurelio Imberido, accettare un contratto di quel genere? Poteva vendere il suo nome alla vacua ambizione d’un plebeo arricchito? Ed era certo che Flavia lo avrebbe sposato per lui e non per la vanità, comune a tutte le femmine, di divenire la moglie d’un nobile?
Aurelio pensò alla rovina economica e sociale di tante magnifiche schiatte, private nell’ultimo secolo d’ogni potestà, scomparse lentamente nelle tenebre per lasciare il posto ai nuovi venuti; pensò alla sua stessa famiglia, già un poco corrotta nel sangue, piombata nell’indigenza, forse vicina a scomparire per sempre con lui dalla faccia della terra. E per un istante l’idea d’un figliuolo, d’un erede, d’un continuatore occupò tutta la sua mente; fece tacere in lui ogni scrupolo morale, ogni timore, ogni objezione dell’amor proprio. Non aveva egli un dovere da adempiere verso i suoi maggiori, che gli avevan trasmesso un nome glorioso e un’impronta profonda di superiorità? Non era egli in obbligo di conservare quel nome e quell’impronta alle generazioni venture? E perchè dunque non avrebbe seguito l’esempio di tanti suoi pari, i quali, spogliati dei loro averi e delle loro attribuzioni, s’erano risollevati, accettando un’alleanza di sangue con quegli stessi che li avevano sopraffatti?