L'incantesimo

Part 12

Chapter 123,677 wordsPublic domain

«Ah, no, no!» egli gridò d’un tratto, in una ribellione di tutta la sua coscienza. Quei suoi pari egli aveva sempre disapprovati; li aveva anche condannati ne’ suoi scritti come i più acerrimi nemici della tradizione aristocratica; poichè, portando un nome superbo, lo avevano esautorato e avvilito, mercanteggiandolo, cedendolo su la piazza al maggiore offerente. I figli di costoro, se pure potevan chiamarsi per forma i legittimi discendenti di stirpi illustri, avevan però nelle loro vene un sangue spurio, eran bastardi creati da un connubio ineguale, espulsi da un alvo plebeo, cresciuti in un ambiente corrotto. La nobiltà non aveva più alcuna ragion d’essere, se non cercava di mantenersi immune dal contagio borghese, se non sapeva conservarsi estranea e indifferente al trionfo fittizio dei finanzieri e dei bottegai. Questi eran riusciti a usurparne le ricchezze? la nobiltà, per riconquistarle innanzi tempo, non doveva, no, cedere ad essi il più sicuro de’ suoi privilegi: quello del nome e del sangue.

Così l’Imberido aveva crudamente asserito in uno degli ultimi articoli pubblicati su la Rivista, che tante discussioni e tante critiche aveva sollevate tra i suoi stessi ammiratori. Ora, che valore avrebbero poi avuto la sua parola e il suo apostolato, quand’egli avesse in tal guisa trasgredito alle sue massime sociali? E con che severità l’atto contradittorio sarebbe stato giudicato, non solo dagli avversarii, ma dai medesimi suoi amici? Certo, tutto il suo piano sarebbe d’un colpo crollato sotto il peso della diffidenza e del ridicolo, e le macerie avrebbero sepolto per sempre il suo decoro e la sua ambizione. Sarebbe in sèguito bastata la ricchezza a compensarlo di tanta perdita? E avrebbe egli potuto sopportare un’esistenza da parassita gaudente nella casa d’un estraneo? Ahimè, egli non avrebbe durato un mese in una condizione simile: con il suo orgoglio e con la sua ombrosità, in ogni sguardo della moglie o del suocero avrebbe letto un tacito rinfacciamento, un’affermazione di padronanza su di lui, un’intenzione di sindacato su le sue azioni, assolutamente intollerabili. Egli, per sottrarsi alla tortura umiliante dei sospetti e dei rimproveri, sarebbe andato ben presto alla ricerca d’un guadagno, d’una qualunque occupazione proficua, del più umile degli impieghi. E così la sua vita si sarebbe consumata inutilmente in opere ingrate e ingloriose, al contatto di gente diversa da lui, tra i rimpianti implacabili d’un bel sogno volontariamente distrutto.

«No!» egli esclamò, concludendo quel sèguito serrato di considerazioni. «Io non mi credo degno d’una tal sorte! Io non mi voglio trovare nella necessità morale di sacrificarmi! Suprema jattura sarebbe per me s’io sposassi Flavia: io debbo dunque fin d’ora evitarla, fuggirla, dimenticarla.»

La sua mente era stanca; la luce intensa del pomeriggio, che s’insinuava a poco a poco tra i fusti sottili, aveva appesantite le sue palpebre. Il giovine chiuse gli occhi, s’abbandonò con un moto lento, supino su l’erba, sostenendosi il capo con le due mani intrecciate dietro l’occipite.

Una gran calma si faceva dentro di lui: il suo pensiero, affaticato dal lungo dibattito, ottuso dalla canicola, parve distendersi mollemente, come il suo corpo, in un’inerzia sonnolenta. Qualche imagine vaga e indistinta si rifletté per un attimo su lo sfondo rossastro delle palpebre abbassate, si modificò, si trasformò, disparve. D’un tratto il sembiante di Flavia, sorridente e con gli sguardi luminosi, si disegnò ben chiaro nello spazio fantastico, e diede una sùbita accelerazione ai palpiti del cuore. Alcune parole risonarono disperse nel silenzio del suo cervello, come proferite all’orecchio di lui da una ben nota voce femminea: «Ho amato e non amerò più.....» Poi, sùbito: «È vero: gli assomiglia negli occhi, nella bocca, specialmente quando parla e ride...» In fine: «L’avevo mal giudicato. Ella in vece è un uomo di cuore, di molto cuore.....»

Egli si scosse con un movimento brusco di tutto il corpo, aperse gli occhi, li fissò, abbacinati e come ciechi, d’innanzi a sè, sul paesaggio inondato dal sole.

Il più piccolo romore non rompeva il sonno della natura: non un soffio di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non un’eco di lavoro lontano.

Istintivamente, offesi dal chiarore, i suoi sguardi s’abbassarono verso il suolo: a pochi passi da lui, su una zolla nuda tra i ciuffi arsi dell’erbe, giaceva riverso il corpo esanime d’una grossa lucertola con il capo schiacciato. La minuscola spoglia, abbandonata dal destino in quel luogo deserto, attrasse l’attenzione del giovine. Egli pensò, osservandola, alla fragilità di tutti gli organismi viventi, all’inutilità d’ogni esistenza, al potere formidabile della Morte, che nessuno risparmia, che ogni essere indifferentemente colpisce. Contava egli nell’armonia dell’universo più di quella semplice creatura inconscia, che il piede d’un fanciullo era bastato ad arrestare d’un tratto nel suo cammino e a distruggere? Aveva egli una sorte diversa dalla sua?

Una profonda mestizia l’invase. Egli sentì il tempo fluire irreparabilmente, le cose disperdersi nella vanità dello spazio, le ambizioni e i desiderii perire. Egli sentì che la vita è triste, e che oltre la vita son tristi anche le speranze.

E una voce ammonitrice gli disse:

«Guardati dalla Chimera! Il tuo sogno è fastidioso, è stupido, è vano. Affrèttati, giovine, a godere quello che la realità ti offre, prima che le tenebre ti circondino.»

E la stessa voce sùbito dopo soggiunse:

«È vero che la vita è breve, e i suoi piaceri son caduchi e velenosi. Perché dunque vivere di realità e non d’illusioni? Un giorno tutto sarà nulla: che importerà allora se tu avrai goduto o avrai solamente sognato?»

VIII.

UNA FESTA.

Da tre lunghi dì Aurelio Imberido non si faceva più vedere dalle vicine. Chiuso nella sua camera quasi tutta la giornata, egli lavorava con gran lena, si sprofondava nelle più gravi letture, dominava così i suoi desiderii fino a illudersi d’essersene interamente liberato. Ogni sera poi, sùbito dopo il pranzo, usciva dal palazzo prima che le Boris avessero occupato il rialto, si dilungava in prolisse passeggiate meditative su i colli circostanti, e, approfittando del plenilunio, non rientrava in casa che a notte inoltrata, quando era ben sicuro di non più incontrarle.

Il quarto giorno (era di domenica) donna Marta, che aveva già dato qualche segno manifesto di mal umore, apparve inaspettatamente su la soglia della sua stanza, mentr’egli stava a tavolino scrivendo, e gli disse con accento imperioso che non ammetteva contradizioni:

— Scusa se ti disturbo. Bada che questa sera siamo invitati in casa Boris. Non si può mancare, perché l’invito ci viene dall’ingegnere medesimo e si tratta d’una festa di famiglia: del compleanno di Flavia. Alle sei precise tròvati abbasso: io ti aspetterò.

Gittato uno sguardo dominatore sul nipote, richiuse con uno strappo brusco l’uscio e disparve.

Quando donna Marta al braccio d’Aurelio entrò nella sala dei Boris, la conversazione vi ferveva animatissima. Il luogo era quasi oscuro: dalle anguste finestre penetrava un chiaror pallido che lasciava in ombra la maggior parte del vano; in quell’ombra irriconoscibili eran sedute diverse persone, che all’apparire dei due invitati si alzarono, interrompendo i loro discorsi.

L’ingegnere si fece incontro a essi, facendo un profondo inchino cerimonioso e un gesto largo con le mani come per abbracciarli:

— Signora contessa, quale onore.... Signor conte, son ben lieto di rivederla in casa mia...

Porse mollemente la destra alla vecchia signora e ad Aurelio che, stringendola, provò di nuovo a quel contatto languido e passivo un senso di ripugnanza, invincibile. Poi chiamò a sè gli altri invitati, e fece le presentazioni.

— Donna Marta Imberido, il conte Imberido, suo nipote; l’avvocato Maurizio Siena, il mio giovine amico Giorgio Ugenti.

Aurelio sorrise ironicamente, abbassando il capo d’avanti a due giovinotti quasi imberbi, uno altissimo e sottile, l’altro basso e tarchiato, che s’affrettarono a stringer la mano a sua nonna e a lui, senza un atto di sussiego o di deferenza, con grande semplicità, come tra camerati.

Donna Marta sedette sul divano insieme con Luisa; i quattro uomini si fermarono a discorrere in mezzo della sala. L’Ugenti, il più alto, biondo, con due esigui baffi su una bocca freschissima e un gran naso cartilaginoso e arcuato in mezzo alla faccia oblunga, parlava del gran caldo in città, delle sue occupazioni faticose, del desiderio, per lui ineffettuabile, di passare una quindicina di giorni libero e tranquillo alla campagna. L’altro, un tipo ebraico dall’espressione penetrante e sarcastica, nerissimo d’occhi e di capelli e olivastro di carnagione, asseriva in vece, sogghignando, che la città non è mai così piacevole come in estate, quando la società elegante l’ha disertata e le notti brevi son tepide come giorni di primavera senza la noja del sole. Incerto tra i due, l’ingegnere ascoltava entrambi con visibile compiacenza, e approvava a tratti indifferentemente or l’uno or l’altro con un cenno rapido del capo, con un’interjezione ammirativa, con qualche breve osservazione in cui si ripetevan sotto forma diversa le stesse cose dette prima da’ suoi interlocutori.

Mentre i tre discorrevano, Aurelio, muto nel crocchio, considerava con attenzione il padre Boris, che rivolto verso la finestra era in piena luce. Il suo viso rugoso dai lineamenti grossolani, dalle labbra sottili, dalle mascelle robuste, dalla fronte stretta, limitata da una folta capigliatura setolosa, sarebbe parso quello d’un contadino, se non fosse stato corretto da due fedine diplomatiche, a pena un po’ brizzolate alle estremità. Alto, ossuto, muscoloso, quell’uomo, non ostante la potenza della sua complessione, aveva nei gesti, nelle attitudini, nel suono della voce, sopra tutto negli sguardi, una espressione così mite, umile o paurosa, che a poco a poco d’avanti agli occhi dell’osservatore perdeva ogni apparenza di forza e di salute. Sopra tutto i suoi sguardi eran degni di studio e d’attenzione — pallidi sguardi obliqui e pietosi, che si volgevano in torno pateticamente come per rassicurare, per confortare, per ammansare un nemico o per procurarsi un complice; pallidi sguardi indulgenti, che sembravan dire a chiunque si dirigevano: «Tranquillizzati: io non ti voglio rovinare; io ti desidero amico; io non ti tradirò mai, se per caso conoscerò un tuo fallo segreto; noi siamo fatti per intenderci e per ajutarci a vicenda.» Il giovine, a ogni incontro de’ suoi con quegli sguardi ambigui, sentiva crescer dentro l’ostilità sorda che nudriva contro il Boris, come una specie d’antipatia di razza che glie ne rendeva intollerabile perfino la vicinanza.

Una porta s’aperse. La signora Teresa entrò, dicendo a voce alta:

— Signori, la zuppa è in tavola.

Portava un abito pomposo da teatro, di tinta viva, quasi scollacciato, tutto adorno di trine preziose, scintillante di vetri e d’ori. Flavia, in una veste bianca semplicissima, la seguiva recando nella mano una lucerna.

Si scambiarono saluti e augurii; l’ingegnere presentò agli Imberido una sua sorella, esile e smunta, ch’era entrata nella stanza, inosservata, dietro la signorina Boris; poi tutti, confusamente, si diressero verso la sala da pranzo, conversando, ridendo, annusando il buon odore che si propagava in torno dalla cucina contigua. Aurelio veniva ultimo al fianco di Luisa. Questa, a un tratto, si appoggiò fortemente al suo braccio e gli disse piano all’orecchio, indicandogli l’ebreo che li precedeva:

— Vede? è un pretendente alla mano di Flavia! Chi sa che stasera non si combini qualche cosa in famiglia!

Diede in una risatina acutissima, guardò bene il giovine negli occhi, e lo lasciò bruscamente senz’altro aggiungere, correndo innanzi alla conquista del suo posto.

La mensa, ben rischiarata dalle sedici fiamme di due alti candelabri di bronzo, aveva un aspetto di gran lusso. L’argenteria copiosa e massiccia, il vasellame miniato in oro, la finezza della biancheria cifrata e frangiata, parlavano in vero della ricchezza degli ospiti, ma rivelavano altresì, nella loro lucente e inestetica novità, la recentissima fortuna di questi e il loro gusto volgare nel prediligere i prodotti dell’industria moderna alle creazioni dell’arte. Nessuna cosa memore, nessun oggetto singolare rompeva su quella tavola oblunga la monotona uniformità di quegli utensili comuni, segnati da un marchio esatto, fusi in cavi inesauribili o copiati da mani mercenarie, simili in tutto a mille altri utensili offerti nelle vetrine delle botteghe all’anonima richiesta dei passanti.

Sedettero intorno alla mensa l’ingegnere, tra donna Marta e Flavia, poi in ordine l’avvocato Siena, la signora Teresa, Aurelio, Luisa, l’Ugenti e in fine la sorella del Boris. Aurelio aveva quasi di fronte Flavia e il pretendente, che lo guardava sotto le lenti da miope con un’ostinazione pressochè offensiva.

Le conversazioni non tardarono a esser riprese con grande vivacità. L’Ugenti, espansivo e ciarliero, aveva prima tenuti allegri i commensali con i racconti delle sue prodezze infantili, che lo avevan reso uno tra i più temuti e i più battuti fanciulli terribili; ora il Siena, per contrasto, li annoiava tutti, narrando con pedanteria curialesca e con una certa solennità di gesti e di parole il caso d’un giovinetto perverso, che egli aveva in quell’anno difeso d’avanti al tribunale per ferimento volontario d’un coetaneo e che, assolto per merito suo, era stato poi rinchiuso in una casa di correzione. La sua voce tra gutturale e nasale, regolata da una cantilena continua, a ogni minima interruzione s’elevava bruscamente di tono e squillava come per dominare un tumulto.

Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Flavia lo potrà amare? potrà esser felice con un uomo simile?» E le parole maligne di Luisa gli tornavano alla mente, riempiendogli l’animo di rancore e di desolazione. Pensava: «È possibile ch’ella accetti? È possibile che ella non sappia distinguere? ch’ella sia affatto indifferente tra me e lui? che almeno, ricordandosi di me, non abbia un’esitazione prima d’acconsentire?» Guardava ora la giovinetta, che pareva attentissima al discorso dell’ebreo. Nulla sul suo viso che indicasse il più tenue turbamento sentimentale, un passaggio di memorie, un assalto di rimpianti, uno sforzo della volontà per nascondere agli estranei l’intima sua inquietudine. Ella, che aveva riso con spontanea gajezza ai racconti dell’Ugenti, ascoltava adesso seria seria la cantilena prolissa e tediosa dell’altro, senza un moto d’impazienza, senza mai rivolgere uno sguardo fuggevole a lui che fissandola lo chiedeva.

Aurelio pensò, vedendo accanto a lei il Boris: «Ella è la figlia di quell’uomo basso e volgare. Qual maraviglia se ne ha ereditato gli istinti e le ambizioni? Il pretendente deve esser ricco, avaro e laborioso: ecco tre ragioni formidabili per non rifiutarlo.» Egli considerò a più riprese, alternativamente, il padre e la figliuola, cercandone le rassomiglianze. In verità costui, non ostante la rozza semplicità del sembiante, poteva ben dirsi la maschera deforme di lei: aveva la medesima fronte angusta, lo stesso color grigio degli occhi, un’analoga struttura del capo; perfino la bocca grande e quasi sdentata rammentava quella bellissima della erede nel colorito acceso della pelle, nel sorriso, specialmente in una certa piega amara, che si formava nei momenti d’attenzione a un angolo delle labbra. Erano entrambi dello stesso sangue, discesi per linea diretta l’una dall’altro, frutti successivi d’un medesimo albero, le cui radici s’affondavano in un terreno incolto e malnoto; dovevan dunque agire entrambi sotto identici impulsi, correre verso una mèta comune, desiderare un unico destino!

«Ma perchè m’occupo tanto di lei?» egli si domandò d’un tratto. «Che mi fa s’ella sposa quell’ebreo pedante a preferenza d’un qualunque altro? Io, certo, non la sposerò mai. Dunque?» Cercò di sottrarsi in qualche modo al pensiero molesto che lo perseguitava, di cancellare dalla memoria la confidenza insidiosa della bionda. Volse perciò in giro uno sguardo indagatore ai suoi commensali: notò che l’ingegnere e sua sorella portavan spesso il coltello alla bocca, se ne servivano per scalcare il pesce, non indugiavano per semplicità a metter le dita sul piatto; anche notò che la sorella in distrazione s’asciugava talvolta le labbra e il mento col lembo della tovaglia. S’accorse, osservando bene il giovine Ugenti, che questo teneva appeso alla catena dell’orologio un distintivo a lui ben noto, la medaglietta d’argento con l’effigie di Carlo Marx, l’apostolo del Socialismo. S’accorse che il Siena aveva le unghie lunghe, adunche, non ben polite. Un senso istintivo di molestia, d’insofferenza, quasi di soffocazione, quel senso che assale spesso nelle strette d’una calca, si diffuse rapidamente nel suo essere, parve salirgli alla gola e stringerla a forza, rendendogli impossibile di trangugiare un sol boccone di più. Egli si sentiva male tra quella gente diversa da lui; si sentiva assolutamente isolato, poichè anche sua nonna, in quell’ambiente ch’era già stato il suo, s’era a poco a poco dimenticata delle abitudini apprese, s’era confusa con gli altri e discorreva ora animatissimamente con la sorella del Boris, come si discorre soltanto con una sua simile.

La signora Teresa si volse a lui e gli disse per la decima volta:

— Perchè non mangia? Perchè non beve?

Egli rispose:

— Grazie, ne ho a bastanza. Io mangio sempre poco....

— Ma se non ha mangiato niente! Via, conte, si faccia coraggio!.... Prenda ancora qualche cosa, almeno per farmi piacere.

E gli afferrò il piatto, glie lo riempì di nuovo fino all’orlo.

Il pranzo era interminabile. L’ingegnere, un po’ acceso dalle abondanti libazioni, proponeva ora una gita in compagnia sul Motterone per una delle domeniche successive; e il Siena, sempre freddo e solenne, si scusava di non poter parteciparvi in causa delle sue occupazioni, salvo che non la si rimandasse almeno di due settimane.

— Ah, — gridò d’un tratto l’Ugenti; — non vorrei poi che coincidesse proprio col giorno delle elezioni, perchè in tal caso dovrei mancar io, e ne sarei desolatissimo.

— E che ti fa se ci sono le elezioni? — chiese ridendo il Boris.

— Caro ingegnere, la disciplina del partito esige la mia presenza. Se ciascuno s’astenesse per una causa o per un’altra fidandosi del voto dei correligionari, nessuno naturalmente voterebbe, e gli avversarii, i cari borghesi, trionferebbero in eterno. Nel caso presente poi si tratta d’una grande battaglia; e la vittoria sarà certo strepitosa per noi socialisti purchè si vada tutti compatti alle urne.

Il Boris rise del suo riso blando, pieno d’indulgenza, e disse scotendo il capo:

— E quando bene avrete vinto?....

— Avremo un deputato di più al Parlamento: saremo su la via di diventar maggioranza e di imporre le nostre leggi anche a chi non le vuole.

— Lei crede? — chiese l’Imberido con sottile ironia.

— Fermamente, — rispose serio e convinto il giovine, volgendosi a lui senza rancore. — Noi siamo i trionfatori del domani, poiché la nostra idea va guadagnando, ogni dì più, terreno e potenza.

— Dica meglio: la loro retorica, perché l’idea è piuttosto astrusa e complicata e non si presta troppo ad adattarsi nelle teste ottuse in cui la si vorrebbe trapiantare. Ma ammettiamo pure che sia l’Idea che trionfi, ammettiamo pure che i socialisti si conquistino tutti i cinquecento seggi del Parlamento; io nego sempre che i loro sogni febbrili possano per questo semplice fatto divenire realtà, come nego che l’êra della felicità universale abbia a essere mercè loro inaugurata.

— E perché, di grazia? — domandò l’Ugenti sempre con grande cortesia.

— Perché l’avvento del Socialismo non esige soltanto una riforma economica e sociale, già un poco fantastica com’è quella che si propone; ma sopra tutto una riforma delle anime e delle coscienze. Esige un’umanità diversa dalla nostra, rinnovata dalle fondamenta; esige l’abolizione assoluta di tutti gli istinti e i sentimenti che animano o muovono gli uomini sul nostro povero pianeta. Questo, almeno che io sappia, non si può ottenere né con la ragione né con la forza: e non lo si otterrà, mi creda, nemmeno con una legge votata all’unanimità dal suo Parlamento di socialisti.

L’Ugenti che, mentre Aurelio parlava, continuava a scrollare il capo in atto di diniego, s’alzò bruscamente in piedi per rispondere con maggior forza a’ suoi argomenti. Il Siena però, attento e impassibile al suo posto, lo prevenne.

— Io non sono socialista, — egli disse con la sua voce nasale, con il suo accento cattedratico — o almeno non sono collettivista nel senso etimologico della parola. L’abolizione della proprietà privata è, secondo me, una riforma ineffettuabile. Ma, ciò non ostante, mi guardo bene dal giudicare il Socialismo con la severità sdegnosa e con l’antipatia manifesta con cui il signor Imberido lo condanna. Lo spettacolo delle sofferenze umane, delle ingiustizie sociali non mi può lasciare inerte, estraneo, indifferente a osservarle o a giustificarle. Io considero quindi le nuove teorie come il risultato ancora imperfetto d’una ricerca nobile e generosa per alleviare le une e per rimediare alle altre. Sotto questo aspetto, bisogna riconoscerlo, il Socialismo è un’idea altamente rispettabile, che merita l’appoggio di tutti i buoni e il soccorso di tutti gli intelligenti.

L’Ugenti, ch’era rimasto ritto in piedi, approvò romorosamente; il Boris stesso annuì col capo, sorridendo; Flavia, che aveva fatto cenni palesi d’assentimento a ogni pausa dell’avvocato, battè in fine le mani e gridò con trasporto, guardando per la prima volta negli occhi l’Imberido:

— È vero! È vero!

Allora un’esasperazione subitanea prese Aurelio. L’antipatia fisica, che provava contro l’avvocato pedante, il pensiero geloso che Flavia fosse per appartenergli, il rancore, che avevan mosso in lui quelle approvazioni concordi e specialmente l’esclamazione entusiastica della giovinetta, lo fecero sussultare su la sedia e atteggiare il viso a un’espressione amara di disprezzo e di sarcasmo. Egli disse con la voce aspra e altezzosa:

— Questa è appunto la parte retorica del Socialismo, alla quale accennavo pocanzi e che costituisce tutto il suo fascino e tutta la sua virtù. Ma la retorica è sempre stata retorica; e con le vuote promesse, con le false lusinghe, con le descrizioni fantastiche d’un meccanismo sociale imperfettibile, non si ha, no, il diritto di mettere a soqquadro il mondo intero, d’aizzare le masse brute alla ribellione, di preparare al prossimo avvenire giorni criminosi di stragi, di rapine e di vandalismi....

L’Ugenti fece l’atto d’interromperlo.

— I socialisti — egli continuò risoluto — con qualche proposta generica, che basta un ragionamento infantile a dimostrare insensata, s’atteggiano evangelicamente a redentori della umanità, e chiamano in tanto alla riscossa gli ignoranti e i barbari, adulandoli, solleticandone gli appetiti, rinfocolandone le ambizioni. Ora, sanno essi se al momento critico questa gente, come sarà padrona del campo, non li abbandonerà sghignazzando ai loro sogni malati? Possono essi garentire dell’onestà, della buona fede, dell’obedienza illuminata dei loro numerosi gregarii? E sono in fine sicuri di poter costruire, sopra una rivoluzione dei più torbidi elementi sociali, quel monumento di giustizia, d’equità, di benessere, del quale non son peranco riusciti a tracciare un piano convincente nei loro libri e nelle loro discussioni teoriche? Caro signore, — egli soggiunse, volgendosi con un moto brusco all’avvocato, — di fronte al disastro, che ne minaccia, io intendo in vece che tutti i buoni e tutti gli intelligenti s’accordino tra loro per combattere questi rètori pericolosi con ogni arma, con ogni possibile repressione.