Part 13
Il socialista e l’avvocato proruppero insieme in una protesta veemente — il primo balzando di nuovo in piedi, sollevando le lunghe braccia alte sul lungo corpo sottile; l’altro agitandosi convulsamente su la sedia, torturandosi con la mano gli esigui baffi neri.
— Le persecuzioni non ci fanno paura! — urlava l’Ugenti stentoreamente. — Ben vengano le persecuzioni! Esse hanno sempre spianato la via alle idee nuove; le violenze e gli abusi di potere non fanno se non inasprire l’opinione pubblica contro le classi dominanti e affrettare i moti rivoluzionarii. Un anno di dispotismo val quanto mezzo secolo guadagnato per il trionfo della nostra causa....
— La libertà di pensiero non può essere conculcata in un regime democratico, — declamava Maurizio Siena, alzando la voce per dominare quella dell’Ugenti; — essa è una conquista intangibile del nostro secolo di scienza e di progresso. Gli uomini d’ordine hanno il sacro dovere di rispettarla....
Parlavano insieme, e le loro parole giungevano confuse all’orecchio dell’Imberido. Flavia e Luisa, che su le prime avevano protestato, ridevano ora allegramente del tumulto improvviso. Soltanto il Boris, sempre tranquillo e sorridente, affermava in silenzio col capo, ammiccando però con gli occhi stretti e come riconoscenti a colui che aveva proclamato forte lo sterminio dei disturbatori.
— Basta! — gridò d’un tratto la signora Teresa; e, per richiamar l’attenzione, percosse ripetutamente con la lama del coltello il suo bicchiere.
— Basta con la politica! — fece eco donna Marta, che a più riprese aveva rimproverato il nipote con gli sguardi.
— Voi ci stordite.... Parliamo d’altro, per carità! Si stava concertando una bella passeggiata in compagnia sul Motterone. Quando la si fa, dunque? Con le vostre chiacchiere non si verrà mai a una conclusione!
I due giovini, che gridavano insieme, s’interruppero a mezzo d’una frase, si guardarono in torno come stupefatti di trovarsi presenti a un convito ospitale, e scoppiarono insieme a ridere, scusandosi con le donne per la loro vivacità inopportuna. L’Imberido aggiunse le sue scuse a quelle de’ suoi avversarii; e la conversazione fu ripresa senz’altro sul tema meno eccitante dell’escursione in montagna.
Questa fu stabilita per domenica quindici «tempo ed elezioni permettendo», secondo la espressione finale dell’ingegnere.
— Mi raccomando a lei, — mormorò Luisa all’orecchio d’Aurelio; — faccia venire anche il signor Zaldini. È così simpatico!
La discussione calorosa aveva lasciato l’Imberido in quello stato d’accasciamento e quasi di desolazione, in cui egli sempre cadeva sotto l’urto d’un’opinione altrui, altrettanto salda e inflessibile quanto la sua. Mentre gli altri, già immemori di tutto, ciarlavano e ridevano spensieratamente, egli riandava ancora, incerto e umiliato, il corso della disputa inutile; e una folla di buoni argomenti taciuti, di nuove risposte efficaci, sorgeva spontanea nel suo pensiero a offuscare le cose che aveva dette, a dimostrargli l’imperizia della sua dialettica e l’imprudenza delle sue affermazioni. Perché non aveva saputo rimaner muto e impassibile alle frasi del giovine socialista? E perché, anche affrontando una discussione, non aveva riflettuto, non aveva considerato il valore e la qualità de’ suoi ascoltatori, non aveva pesato bene le sue parole, prima di ribattere? — In vece egli s’era lasciato miseramente trascinare dall’impeto de’ suoi sentimenti; aveva parlato con rancore e non con serenità spassionata; aveva fatto, di fronte a quegli estranei, la figura meschina d’un retrogrado rabbioso o d’un volgare nemico della Luce!
Sopra tutto in causa di Flavia egli si rammaricava d’aver discorso in tal modo. Nel fondo del suo spirito, un poco annebbiato dai vapori del vino bevuto in copia, incominciava omai a trepidare un senso di malinconia tenera e obliosa, quel bisogno d’abbandonarsi, di perdonare, di fraternizzare che assale irresistibile all’inizio di un’ebrietà. Guardando ora la fanciulla, Aurelio la trovava, nella semplicità della sua bianca veste virginale, sovranamente incantevole; un soffio di vaghe memorie gli passava a traverso la mente angustiata, inclinandola insensibilmente a benevolenza verso di lei, riaccendendo a mano a mano il fuoco assopito della sua simpatia. Ed egli, inconsapevole, si stupiva d’aver potuto contrariare la bella creatura che gli splendeva d’innanzi, e si rimproverava il suo contegno pertinacemente ostile e scortese, e deplorava il suo indocile orgoglio che ogni dì più scavava un abisso incolmabile tra le loro due vite. — Ma non era egli dunque che la gittava deliberatamente tra le braccia del rivale? Non la voleva egli così, estranea e nemica, divisa sempre da lui da un ostacolo immane? Non era preferibile per il suo scopo quel dissidio aperto e sincero a un’intesa lentamente insidiosa, a una domestichezza con lei che avrebbe potuto generare la catastrofe temuta? — Oh, un suo sguardo lusinghevole! Egli, certo, avrebbe in quel momento sacrificato il suo sogno più caro per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto a traverso la mensa a ricercarlo!
Frattanto intorno a lui l’animazione aumentava. La fine del pranzo generoso rendeva loquaci e ilari gli altri commensali, li accomunava in un unico sentimento di benessere, di confidenza, d’espansiva cordialità. Parlavan tutti insieme, e il frastuono delle voci alte e delle risate rimbombava sotto la vòlta profonda: l’ingegnere, con gli occhi sfavillanti e il naso purpureo, raccontava a donna Marta un aneddoto procace, che pareva scandalizzasse l’anima candida della sorella zitellona, in atto di turarsi le orecchie con le mani; il Siena, acceso in viso, discorreva vivacemente con Flavia e la signora Boris, prorompendo a tratti in ghigni gutturali, che lo facevan torcere e rannicchiarsi su la sedia come all’impressione d’un solletico ostinato; l’Ugenti in vece era divenuto patetico e nebuloso, e declamava chino verso la bionda un’ardente poesia di passione, sottolineandone i passaggi più teneri con certi sguardi estasiati, tremuli nel vuoto, battendo con le lunghe braccia aperte il ritmo dei versi sonanti.
Le bottiglie del vino di Sciampagna, recate per i brindisi, suscitarono un’acclamazione entusiastica, un grido unanime d’esultanza. Sembrò quasi che un vento di frenesia passasse d’improvviso nella sala da pranzo, esagitando le fiamme delle candele, scotendo le sedie e gli oggetti sparsi in disordine su la tavola. Le fanciulle e donna Marta applaudirono; Maurizio e Giorgio si levarono d’un balzo in piedi, per disputarsi con comico accanimento l’onore di stapparle. Come i calici furon tutti ricolmi del dolce vino propiziatorio, l’Ugenti con un atto risoluto impugnò il suo bicchiere, lo sollevò alto sopra il capo e incominciò a parlare.
Il fumo delle sigarette si dilatava omai su le teste, striando l’aria di tenui strati azzurrognoli, continuamente mobili. L’afa nella stanza chiusa si faceva sempre più sensibile e opprimente; un odore acre di vivande e di vini saliva a ondate dalla mensa, intollerabile. Il giovine socialista, la fronte imperlata di sudore, proseguiva il suo discorso con una foga enfatica di gesti e d’accenti, esaltando le virtù e le attitudini della donna, illustrandone l’alta missione morale, profetizzandole un avvenire glorioso in una società meno egoistica e più giusta della presente. E gli altri, d’un tratto ammutoliti, lo guardavano attoniti, stupefatti, senz’ascoltarlo, nell’attesa impaziente d’una conclusione.
Quand’egli s’interruppe a mezzo d’un periodo per riprender fiato, un applauso formidabile risonò sotto la vòlta e i calici simultaneamente s’alzarono per brindare. Il Siena, nell’immenso strepito, urlò con tutte le forze de’ suoi polmoni:
— Evviva dunque la signorina Flavia! Alla sua salute, alla sua felicità, all’esaudimento delle sue speranze!
Gli evviva echeggiarono, mentre i calici s’incrociavano, battevan forte l’un contro l’altro, tintinnando.
Flavia abbandonò prima il suo posto, s’avvicinò a suo padre, poi a sua madre, e, strettoli tra le braccia, li baciò ripetutamente sul viso, assai commossa: aveva gli occhi lucidi, un rossor vivo cosparso su le guance delicate. Così accesa e come trasfigurata, stretta nella semplice veste bianca, ella emanava dalla persona un fascino irresistibile, l’incanto sublime della Vergine, quell’acuto profumo di poesia e di candore, che infiamma l’imaginazione, inebria i sensi e abolisce ogni volontà. Aurelio, il quale muto e immobile l’accompagnava con gli sguardi, si sentiva languire d’ammirazione e di desiderio. Non mai gli era parsa così leggiadra e così nobile di forme e d’espressione! Non mai gli era parsa così degna d’essere amata, d’esser preposta a supremo scopo d’un’esistenza mortale! Ella non era più la fanciulla, ch’egli ben conosceva: era il simbolo della grazia, l’incarnazione tipica dell’Eterna Bellezza, era l’Unica, era l’Eletta, era la Dea. — Oh, uno sguardo, un solo sguardo lusinghevole di lei! Egli avrebbe sacrificato tutta la sua vita per uno sguardo lusinghevole di lei, che fosse venuto in quel momento solenne a ricercarlo!
Ma la giovinetta pareva che lo avesse affatto dimenticato, pareva che ignorasse la sua presenza alla festa familiare: tremante di commozione, guardava fisa il padre o la madre con occhi pieni di gratitudine e d’affetto, e non si stancava di scoccare su le loro guance quei baci sonori, che avevano nell’anima del giovine un’eco spasimosa.
Quando la signora Teresa si levò e uscì dalla stanza, Aurelio anche si mosse: fece qualche passo verso la finestra quasi cercando un soffio d’aria libera, poi, vedendosi inosservato, infilò pianamente la porta e riparò solo nel salotto.
Si lasciò cader di peso sul divano. Si prese il capo fra le palme, con atto disperato. Un ardore molesto gli infocava le tempia. Il cuore gli pulsava in petto con una violenza non mai avuta. I fumi del vino si spandevan torbidi e foschi intorno a lui, annebbiandogli la visione delle cose, dandogli a intervalli il senso ingrato della vertigine. — Egli si sentiva solo, affranto e desolato: egli soffriva terribilmente, e nessuno era presso di lui a confortarlo! Il suo dolore si dissipava inutile e indifferente nell’impassibilità dello spazio, come quello d’un qualunque bruto ferito a morte in una foresta!... Egli, certo, avrebbe potuto spegnersi così, senza che un’anima buona fosse accorsa in suo aiuto, senza turbare con il suo gemito indistinto la gioja romorosa di coloro che gli eran vicini!....
Impeti subitanei di collera sorgevano nel suo spirito a ogni scoppio d’ilarità nella stanza contigua; supremi abbattimenti lo prendevano appena l’ira cessava. E intanto un desiderio folle si faceva strada tra le tenebre di quel tumulto selvaggio dell’anima, usciva a poco a poco dal caos delle imagini oscure, si rischiarava, splendeva, scintillava come astro solitario in un cielo tempestoso: il desiderio di Flavia, d’una parola benevola di lei, d’una sua carezza su la fronte accesa, d’uno di quei baci inebrianti, ch’ella aveva pocanzi prodigati con tanto trasporto a’ suoi parenti. — Oh, perchè ella non veniva? perchè tardava tanto? Non sapeva ella forse ch’era là, solo, triste, afflitto da un’angoscia senza nome, ad aspettarla? E la sua pietà, sempre sì docile all’appello dei sofferenti, non si risvegliava dunque per la prima volta al suo grido disperato di soccorso?
Un passo leggero che s’avvicinava lo fece sussultare di sgomento e di giubilo. Egli non respirava più: il suo sangue pareva si fosse d’un tratto arrestato nelle vene. Era lei? Certo, era lei; doveva esser lei. La gioja ineffabile del suo cuore non poteva ingannarlo. Egli l’aveva invocata; ella, ecco, accorreva. — Oh, caderle ai piedi e morire!....
Qualcuno era entrato nel salotto.
Aurelio tolse con lento atto il viso alterato e livido dalla stretta delle mani, e guardò d’innanzi a sè, come un sonnambulo strappato repentinamente al suo sogno.
— Signor Aurelio, che cos’ha? — disse spaurita Luisa, avvicinandosi a lui con vivacità.
Egli continuava a fissarla senza parlare. — Ohimè, l’ultima speranza andava miseramente tradita. Il mondo non aveva più luce! La sua vita non aveva più scopo! L’inganno era mortale e palese: un riso acuto, a lui ben noto, si levò nella stanza vicina e venne a colpirlo d’improvviso come un’irrisione del Destino.
Luisa sedette al suo fianco, gli prese amorevolmente la mano.
— Signor Aurelio, per carità risponda: si sente male? Ha bisogno di qualche cosa? Risponda!
— Grazie, signorina, grazie! — egli riuscì a mormorare, rialzando il capo — Non è nulla: un po’ d’emicrania....
— Faceva forse troppo caldo nella sala da pranzo. Io stessa non ne poteva più! Vuole che apra le finestre? L’aria libera le farà bene. Vuole che le ordini qualche cosa di caldo? Vuole che chiami donna Marta?....
Ella parlava concitatamente, assai commossa, con una specie d’affanno appassionato nella voce e nel respiro. E intanto gli stringeva forte la mano, e lo guardava con gli occhi inumiditi, gonfii di pietà e di tenerezza. «Non è lei! Non è lei! Non è lei!» ripeteva spasimando l’anima del giovine, mentre quelle dolci parole si disperdevano vane e sciupate, come semi sparsi sopra un terreno sterile. — Oh, fosse stata Flavia, la consolatrice! Su la Terra non vi sarebbe stato un uomo più divinamente felice di lui!
— Grazie, è inutile, signorina, — disse Aurelio, levandosi d’improvviso in piedi. — Proverò a uscire, proverò a far due passi nel cortile.... Grazie!
Studiando il passo, senza più rivolgersi, s’avviò verso la porta. L’aperse. Vide le tenebre spalancate d’innanzi a sè; vi si gittò perdutamente come in un abisso.
IX.
IL SOGNO.
E il gran Sogno fatalmente si svolse.
Il padre Boris era ritornato a Milano; gli ospiti eran partiti. La solita pace regnava nel palazzo antico, mentre in torno l’opera alacre degli agricoltori ferveva, ornando i campi rasati d’accese frange d’oro, empiendo la purezza degli spazii di strepito giulivo. Dall’alba all’imbrunire, le canzoni della mietitura, disperse di qua e di là su i colli ubertosi, ondeggiavan nel silenzio, e davano all’orecchio che le ascoltava un senso di vastità singolare; il buon odor cereale e l’olezzo del fieno fresco imbalsamavano alternativamente l’aria, assumendo negli aridi meriggi intensità quasi d’essenze. La festa dell’ultima ricolta si celebrava così sotto il sole benefico d’agosto, tra gli inni, tra i profumi, tra i colori smaglianti, in una semplicità solennemente primitiva di riti e di costumi. E gli inni eran d’amore, e i profumi eran di vita, e i colori eran di gioja.
Aurelio, dal balconcino della sua camera o nel parco o durante le peregrinazioni su le colline circostanti, assisteva al grandioso spettacolo, commosso, attonito, maravigliato. Non mai come in quei giorni egli s’era sentito così posseduto dal fascino della Natura feconda; non mai come in quei giorni s’era sentito legato da vincoli così stretti alla grande madre Terra. Egli, atomo d’un tutto, pareva fondersi e confondersi tra quelle manifestazioni vaste e benigne, dimentico d’ogni cosa, conscio soltanto della sua piccolezza e della sua vanità in un mondo attivo e produttivo, dove la vita si svolgeva gloriosamente sopra una distesa senza confini. Il suo corpo illanguidito dalla canicola, il suo spirito ottuso dal desiderio, si sottraevano ogni dì più al dominio della ragione e della volontà. Egli non poteva più fermare a lungo la sua attenzione su i soggetti dei propri studii: appena faceva uno sforzo mediocre d’applicazione, una stanchezza dianzi sconosciuta gli pesava sul cervello, ed egli doveva arrestarsi d’un tratto nel suo lavoro, come chi si trovi d’improvviso su la soglia d’una stanza buja. Passava perciò lunghe ore nell’inerzia più assoluta, distratto, vuoto, come estatico, seguendo con l’orecchio il ritmo d’un qualche canto campestre, o accompagnando con gli sguardi il fumo d’una sigaretta che si smarriva sottilmente nell’aria cristallina.
Una moltitudine di sensazioni minute, spontanee, incoscienti componeva in quei giorni l’esistenza materiale di lui. Il suo essere era simile a una pagina bianca su cui una penna segnasse a caso piccoli segni indecifrabili: si difformava e s’alterava continuamente alla minima impressione d’un soffio, d’un profumo, d’un suono, d’un bagliore. D’avanti a un prato raso di fresco, macchiato dai cumuli più smorti del fieno, d’avanti a un campo popolato di spigolatrici chine in fila su le glebe, d’avanti a un albero carico di frutti, al gorgheggio d’un uccello tra il fogliame d’una siepe, alla voce d’un bambino in una cascina solitaria, egli si soffermava attento e turbato, come al cospetto d’un fatto straordinario o d’una cosa supremamente mirabile. Le imagini delle sembianze esteriori si succedevano per tal modo inattese nella sua mente, senz’ordine e senza logica, convertendosi in idee fuggevoli, in confuse astrazioni, in pallidi raziocinii che non duravano un attimo e si disperdevano. E sotto questa sorta di velario sensibile e sempre mutabile, ch’era come la superficie della sua anima, una calda corrente di tenerezza passava, profonda, invisibile, violenta, — il bisogno istintivo e fatale di pace, di felicità, d’amore.
Dalle campagne, illustrate magnificamente dal sole, animate dall’opera umana, gli veniva assai di sovente l’esempio seduttore: era la Terra stessa, sgravata, nuda e come distesa per un nuovo amplesso ferace, la quale descriveva alla sua fantasia con muto languido atto l’insuperabile voluttà del creare; era quella gente umile e travagliata da ogni tristizia, che gli gittava sul viso l’alito ardente della sacra febbre, il soffio infocato dell’immortale desiderio. Talvolta, percorrendo le viottole perdute, egli aveva sorpreso, nascosto in una macchia, qualche ruvido idillio; talvolta aveva sentito nel silenzio, dietro una fitta cortina arborea, il susurro di due voci diverse, interrotto a tratti dai baci; talvolta aveva visto nei campi, integre nella luce, due alte figure, prossime e sole, esprimere con gli sguardi l’impazienza della loro mutua simpatia. Il giovine osservava e ascoltava con l’avidità d’un sitibondo che oda il croscio d’un’acqua sotterranea. E torbide visioni gli si levavano nello spirito, mentre un’angoscia soffocante agitava tutti gli elementi della sua sostanza; poichè egli intendeva di trovarsi in fine d’innanzi al segreto del suo scontento e della sua fragilità.
A quelle sollecitazioni della Natura imperiosa, il cuore pareva gli divenisse gonfio e convulso; il sangue gli affluiva a fiotti al cervello; l’anima gli si ammorbidiva e si scioglieva come fusa da un calore supremo. Alcune frasi liriche, inaspettate, s’abbozzavano nel suo pensiero, illuminandolo con la fugacità frenetica di lampi: «Avere una donna propria, un’amante.... Smarrire ogni senso nella contemplazione de’ suoi sguardi inamorati.... Perdersi con lei in quelle selve folte e mute, che ammantano le valli.... Amare, amare molto, fino alla stanchezza, fino all’esaurimento, fino alla distruzione, fino alla morte!» Era il gran Sogno che si svolgeva, il Sogno dell’eterna passione vitale. Era una brama indomabile d’integrazione, di struggimento, di congiunzione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. Omai egli si sentiva languire nella solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare la sua effimera giovinezza, a crescere, a fruttare, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la Voluttà che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli sorgeva alta e fulgida nella mente come un sole nel cielo del suo Destino.
Dalla sera del pranzo in casa Boris, nuovi impulsi eran sopravvenuti a spingere irresistibilmente il giovine verso la fanciulla: innanzi tutto, la gelosia viva contro il pretendente noto e disprezzato; poi, la curiosità di sapere s’ella accettava quest’uomo e se accettandolo lo amava; in fine, l’ambizione virile di contenderla a questo, di strappargliela, di trionfare su lui con le proprie qualità e i proprii meriti. L’impresa gli si presentava oltremodo facile e d’esito quasi sicuro: il rivale era partito, era lontano, probabilmente senza alcun rapporto epistolare con Flavia; e non sarebbe riapparso a Cerro che tra una quindicina di giorni al più presto. Durante la sua assenza, egli era bene il padrone incontrastato della situazione: avrebbe potuto agevolmente insinuarsi nelle grazie di lei, vincerne le solite ritrosie, cancellarle dalla memoria gli ingrati residui del loro breve passato. Sarebbe certo riuscito, con la sua esperienza psicologica e le virtù della sua persona, a insignorirsi del cuore ancor titubante della giovinetta, e a scacciarne ogni altra imagine, ogni altro ideale, ogni estranea speranza. Non era ella forse già sul punto di cedere, prima ch’egli avesse deliberato d’evitarla e di fuggirla? E quella sera sul lago deserto, quando gli aveva stretto con tanta effusione la mano, non aveva ella confessato in modo indubbio la sua nascente simpatia per lui? Bastava dunque ch’egli si riaccostasse con una mossa abile a Flavia; bastava che sapesse riprendere il filo degli avvenimenti da quell’ultimo tenero colloquio avuto con lei in solitudine, ed era sicuro che ogni causa di dissidio sarebbe d’un tratto venuta a mancare ed egli l’avrebbe avuta di nuovo pienamente in suo potere.
La preoccupazione di questo disegno astuto, la speranza ambigua di poter contrastare al rivale quel bene a cui egli volontariamente aveva rinunciato, permanevano costanti nel fondo della sua anima, dove l’azione della coscienza non giunge che a lunghi intervalli e sotto forma di rimproveri fievoli e inerti. A volte, com’era tratto a riflettere su qualche atto preciso dalla sua vita indisciplinata, Aurelio riusciva bene a intendere la bieca intenzione del suo piano, la slealtà de’ suoi propositi di conquista; riusciva a intendere ch’egli agiva sotto l’impulso d’un sentimento invido e geloso e che di là della vittoria sul rivale egli non vedeva e non considerava mai la conseguente necessità d’una riparazione verso la fanciulla. Allora aveva momenti terribili di rammarico e di rivolta morale: come un peccatore credente che si confessi, egli esagerava il rilievo della sua colpa, e giurava a sè medesimo di mutar linea di condotta, e s’imponeva, convinto d’eseguirle, penitenze e rinunce esemplari. Ma il vento della passione si riversava fulmineo sul suo capo, dissipando in un colpo le nebbie momentanee delle riflessioni, dei rimorsi e dei buoni proponimenti. Quella specie di sovreccitazione inconscia e impaziente, ch’era in quei giorni lo stato abituale del suo spirito, s’impossessava novamente di lui. Egli ricominciava a sognare, a correre verso la mèta oscura, contro la quale si sentiva spinto come da una volontà estranea alla sua, a inebriarsi di frasi sonore, di morbide fantasticherie, d’imaginose aspettazioni di felicità.