Part 14
Per tre giorni egli non poté avvicinar Flavia se non alla presenza delle altre signore, in giardino o sul rialto. Nell’impossibilità di parlarle da solo a sola, d’investigare il mistero dell’anima sua, Aurelio sofferse veramente torture senza nome. Seduto un po’ lontano dal crocchio, come per il passato, egli rimaneva intere ore fermo e silenzioso al suo posto di guardia, osservando con occhi distratti le cose circostanti o fingendo d’ascoltare i discorsi interminabili delle quattro donne. Nulla nel suo aspetto che indicasse un turbamento, un’angustia, la più leggera impazienza; eppure dentro di lui ferveva una continua tempesta d’idee oblique e di sentimenti dolorosi. Talvolta era una malinconia profonda, che lo prendeva durante quei ritrovi, come un desiderio tragico di riposo e di morte; talvolta era un’irritazione maligna, come una smania di vendetta e di crudeltà contro la fanciulla che pareva incurante di lui, o contro le estranee che gli paralizzavano ogni tentativo; talvolta in vece era un senso gelido di apatia e di malessere, che gli rendeva intollerabili e quasi odiose tutte quelle donne e tutte quelle ciance.
Flavia d’altra parte, forse consapevole del suo nuovo valore e delle mutate intenzioni del giovine, sembrava che si piacesse di fomentare la sua ansietà e d’esasperare per gusto felino i nascosti tormenti del suo cuore. Sempre appostata accanto alla madre o alla cugina, non gli si rivolgeva che assai di rado, e solo per indirizzargli fuggevolmente un’insipida domanda o per lanciare qualche frizzo mordace contro le sue teorie su la donna e su la società. In verità, ella poteva dirsi maestra nell’arte d’usare l’ironia e il sarcasmo: sapeva cogliere ogni più vaga occasione nel discorso comune per colpire direttamente dove voleva; sapeva dare a una semplice frase un senso recondito e affatto diverso dal letterale, con un gesto, con un atteggiamento del viso, con un’inflessione della voce; sapeva trovare l’epiteto pungente e cortese, che, mentre passa per gli astanti inosservato, fa impallidire colui al quale si rivolge. E i suoi dileggi maliziosi venivan sempre accompagnati dal sorriso più dolce e più benigno.
Sotto le sferzate subitanee che lo ferivano nel più vivo della sua sostanza, Aurelio, costretto a tacere o a ricercare una difesa blanda e rispettosa, fremeva di rabbia e di dolore; ma provava anche, al risveglio de’ suoi istinti pugnaci, un sollievo particolare, una specie di scossa violenta e non disaggradevole, come chi esca da una camera afosa all’aria gelata della via. Più che le irrisioni, più che gli scherni, più che le ingiurie, egli aborriva il contegno freddo e indifferente di Flavia: eran la gioconda loquacità di lei, la calma imperturbabile della sua faccia, sopra tutto il suo riso schietto e squillante che provocavano in lui i più lividi rancori, le più fosche idee, i più desolati abbandoni, spingendolo talvolta fin sul confine della demenza.
La pena era così amara ch’egli pensava di non poterla oltre tollerare. Ma omai egli era già al punto in cui l’amarezza sprona, in cui l’ostacolo cimenta, in cui la passione si pasce sia pur di strazii, di ripulse, d’umiliazioni. Egli partiva da quei convegni stanco, tediato, oppresso, ma sempre più infervorato del suo piano, sempre più acceso dal desiderio e dalla gelosia. Tutte le forze del suo orgoglio s’erano omai concentrate in una mira unica e costante. Le grandi indignazioni generavano le maggiori tenerezze. L’odio medesimo non serviva se non a inasprire l’avidità del sentimento, a rendergli più attraente la visione prossima della preda. E il pensiero del tempo perduto lo faceva perseverare e ostinarsi nella sua impresa, come il denaro divorato dalla Fortuna trascina fatalmente dietro di sè il giocatore che spera di riaverlo.
Quel giorno, dopo la colazione, Aurelio era salito nella sua camera in balìa d’un’inquietudine straordinaria. Dopo aver tentato in vano di continuare la lettura d’un libro, che nei dì precedenti lo aveva molto appassionato, era uscito all’aperto sul balconcino, e v’era rimasto a lungo, magnetizzato dalla gran luce del pomeriggio. Il suo cervello aveva vibrazioni continue, pareva còrso da brividi infocati; i palpiti del suo cuore eran lenti e faticosi, come trattenuti nello sforzo da una difficoltà. Un sentimento inafferrabile teneva tutto il suo essere, il sentimento d’una necessità urgente, d’un’imminenza assai grave, d’un’occasione propizia, sospesa sopra di lui, che il minuto fuggevole avrebbe potuta irremissibilmente distruggere per la sua felicità.
Quando udì salire dal basso un suono di pianoforte, Aurelio si mosse. L’intenzione oscura che lo agitava si dichiarò su l’istante. Egli voleva veder Flavia nel giardino, in quell’angolo romito al rezzo degli ultimi abeti, dove l’aveva trovata sola la prima volta; voleva confidarle tutti i suoi pensieri, tutte le sue pene, per strappare a lei una confessione esplicita che in un qualunque modo mettesse fine alla crescente angoscia del suo spirito.
Discese precipitosamente le scale. Salì in corsa a traverso il bosco senz’incontrar nessuno. L’affanno l’obbligò a sostare qualche attimo al crocicchio delle due viottole, d’avanti all’antica erma dal volto corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale. — Oh, le memorie di quel calmo giorno lontano! Dov’era mai la sua pace? Dove, la sua gagliarda indifferenza? Dove, i suoi puri sogni di gloria? — Procedette poi a passo anche più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la sommità del sentiere.
Flavia era là, seduta sotto i pini, un po’ abbandonata su sè stessa, tenendo su le ginocchia un ricamo che osservava con intensa attenzione. D’innanzi a lei era disteso l’ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, e d’un’infinità di fascetti colorati. Un’altra sediuola portatile all’opposto lembo dello scialle indicava il posto di Luisa, discesa per l’esercizio quotidiano di pianoforte.
Vedendola così vicina e così sola, sembrò al giovine che la sua mente per prodigio si vuotasse e ogni sua energia venisse d’un tratto a mancare. Rimase immobile allo sbocco del sentiere, incerto ancora se dovesse avvicinarlesi o retrocedere rapidamente prima d’essere scoperto. — Perchè era salito lassù? Che cosa avrebbe potuto dire a Flavia? Con che parole avrebbe incominciato? Egli s’era lasciato trasportare da un cieco impulso; e non aveva avuto il tempo di prepararsi al difficile colloquio, di concretare un abile pretesto di discorso o una qualunque giustificazione della sua presenza a quell’ora, in quel luogo! Egli si trovava di fronte a lei, dubbioso, inetto, disarmato, come un capitano che non abbia preveduto l’incontro d’un nemico formidabile! Che fare? Come presentarsi? E come allontanarsi? — Nella sua grande confusione, la fuga gli sembrava impresa quasi più ardua dell’attacco.
Ella alzò per caso gli occhi dal telajo, e lo scorse.
— Signor Aurelio! — esclamò, piacevolmente stupita.
— Buon giorno, signorina, — egli disse, levandosi il cappello e avanzando. Poi chiese con atto di maraviglia: — Sola?
— Sola, lo vede. Luisa, come sempre a quest’ora, è alla tortura dell’odioso strumento.
— Difatti..... — egli mormorò.
Voleva dire: «Difatti l’ho sentita studiare dalla mia camera.» Ma si trattenne in tempo, con il lieve tremito di chi stia per tradirsi o per isvelare un interno segreto. In vece domandò, concitatamente:
— Ella non ama dunque la musica, signorina?
— Poco. Almeno amo poco la musica ch’io debbo eseguire: al contrario in teatro mi piace assai, forse perchè mi piace molto il teatro. Se sapesse quanto han fatto la mamma e il babbo per invogliarmi a imparare il pianoforte! Essi mi avrebber voluta una grande pianista; io però li ho scoraggiti presto con la mia inettitudine e con la mia negligenza.
— E ora, non suona mai?
— Mai, mai!... Ma prego, conte, s’accomodi, — ella aggiunse con cortesia, indicandogli la sediuola disoccupata, d’onde tolse un pajo di forbici e un rocchetto di filo d’oro.
Aurelio sedette, dopo un’esitazione breve.
Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto. In torno, il bosco d’abeti si piegava discretamente in arco, formando una profonda nicchia verde, una specie di parete alta e opaca, che s’apriva soltanto da una parte quasi per ricevere i riflessi aurei del poggio ammantato dal sole. Il silenzio della campagna circostante proteggeva il luogo nascosto, che pareva creato per un qualche alto mistero. Su le vette degli alberi e sul culmine del colle si distendeva l’etereo manto azzurro, il muto e deserto paese dell’Eternità e della Gloria, a cui volano disperdendosi i sogni dell’umanità insodisfatta. — Egli era alfine presso di lei, solo, assolutamente libero, come aveva desiderato, come aveva voluto!
Perchè dunque temeva? E da che proveniva l’angustia del suo cuore? E perchè non osava? perchè lasciava trascorrere inutili quegli istanti preziosi di solitudine? Ohimè, la sua mente era vuota, la sua volontà assopita! Egli s’abbandonava alla corrente come un uomo che disperi di salvarsi!
Parlarono un tempo incalcolabile di cose indifferenti, con lunghi intervalli di mutismo. Flavia gli mostrò, perchè l’ammirasse, il suo ricamo, una combinazione a bastanza armonica di tinte languide, di viola smorto, di verde smorto, d’oliva smorto, disposte a fiamma e orlate d’oro. Egli, confuso e timido, teneva gli occhi fissi sul lavoro paziente, e, per dire qualche parola, chiedeva spiegazioni su lo stile, sul tempo che occorreva per compirlo, su l’uso ch’ella ne avrebbe poi fatto. In tanto dentro di lui, i rimproveri sorgevano, a uno a uno, implacabilmente, a similitudine di spettri maligni che uscissero alla luce da una porta misteriosa; e una voce corrucciata ripeteva ognor più forte la sollecitazione: — «Agisci! Spiègati! Domanda! Il tempo fugge, e tu non sai se domani ti sarà concessa un’occasione altrettanto propizia. Puoi tu sopportare oltre la tortura che ti ha dilaniato in questi giorni passati? Puoi tu vivere di timori e non di speranze? Pensaci: meglio, mille volte meglio lo schianto della più cruda certezza all’angoscia del dubbio sempre crescente. Quando tu conoscerai tutta la verità, allora soltanto potrai trovare la via di scampo, che ora la tua vista ottenebrata non discerne.»
Il giovine ascoltava e fremeva. Durante un silenzio più prolungato, gli parve alfine di poter sciogliere la lingua, d’aver trovato un appicco facile per il discorso che voleva tenere; credette che un’ispirazione buona fosse venuta a scuotere il torpore del suo spirito. Egli non sapeva ancor bene quale fosse questa ispirazione; ma sentiva che il momento era giunto per tentar la sorte e si diceva che una volta gittato il dado la partita sarebbe stata senz’altro risolta. Alcune parole si precisarono nella sua mente; egli le ripetè più volte con il pensiero, senza poterle pronunciare. — E poi? E poi? — In fine, con la voce tremante, abbassando gli occhi, mormorò:
— Signorina, avrei bisogno di parlarle.
Flavia, intenta al suo lavoro, alzò lentamente il capo e fissò Aurelio con aria sospettosa, interrogando.
— Dica pure, — fece ella dopo una pausa, poi ch’egli non accennava a proseguire.
Un nuovo e più grave eclisse oscurò per qualche istante lo spirito di lui. — Che cosa dire? Come incominciare? Era dunque necessario rispondere? Egli non sapeva più nulla, nulla; ignorava per fino dove e con chi fosse; egli pensava a cose estranee; egli ora era tutto occupato a considerare attentamente il disegno d’un gran fiore giallo, che s’ergeva alto su l’erba del prato. Come staccare gli sguardi da quel fiore? Come concentrare la mente sopra un determinato soggetto?
Gli occhi di Flavia, che lo fissavan sempre con un’espressione acuta d’impazienza e d’interrogazione, l’obbligarono a troncare quell’indugio ingiustificabile. Egli parlò pianamente, cercando le parole, arrestandosi a ogni frase, quasi aspettando da lei un’interruzione che gli risparmiasse lo sforzo supremo di concludere.
— Signorina — incominciò — ella deve scusare la mia curiosità... È stata lei a risvegliarla... con la sua schiettezza, con la sua espansività, con la fiducia di cui si compiacque d’onorarmi fin dai primi tempi della nostra conoscenza.... Io vorrei farle una domanda.... una domanda forse un poco indiscreta.... forse inopportuna... e forse no... Ma desidererei, prima di rivolgergliela, una promessa da parte sua... desidererei ch’ella m’assicurasse di rispondermi francamente, senza timori e senza reticenze... perchè dalla sua risposta può dipendere... io saprei... In breve, signorina, mi permette di farle questa domanda?
Flavia, rassicurata dal lungo preambolo, lo ascoltava sempre più indulgente nell’aspetto, sempre più benevola, con un lieve sorriso di sodisfazione su le labbra. Ella aveva in quel momento la coscienza della sua superiorità di fronte a quell’uomo forte, intelligente e coltissimo, che balbettava con lei come un bambino; e cedeva senza riflettere al sentimento insidioso di pietà e di condiscendenza, che suscita assai di sovente nelle donne l’omaggio timido o servile. Rispose:
— M’interroghi pure quanto vuole; io cercherò d’esser più franca che m’è possibile.
Il giovine, osservandola di sottecchi, s’avvide del suo mutamento e fu investito come da un soffio subitaneo di speranza e d’audacia. Rialzò con un moto brusco il capo e rivolse sicuro gli occhi verso quelli di lei.
— La porta del suo cuore, — egli domandò, con accento leggero, — è dunque sempre chiusa, anzi murata, come due mesi or sono?
Il dado era gittato. Ogni ansietà non aveva più ragion d’essere: Aurelio si sentiva calmo, sereno, quasi indifferente, pronto a sopportare qualunque più fiero colpo. E la fanciulla, offesa dalla forma della richiesta e ancor più dalla espressione con cui era stata proferita, aveva cessato di sorridere e sosteneva gagliardamente lo sguardo di lui.
Si fissarono così un poco senza parlare, in atto di sfida. L’eterno odio dei sessi, fatto di diffidenza, di paura e d’orgoglio, irritò e disgiunse le loro anime, le quali un istante prima eran già in atto di fondersi. Parve che ciascuno di essi volesse penetrare con gli occhi nell’intimo dell’altro, senz’esserne a sua volta investigato; parve, come in un duello, che ciascuno, raccolto nella posizione forte di guardia, indugiasse a muoversi per la tema di scoprirsi o nella speranza di sorprendere l’avversario con una botta fulminea.
Ella in fine si risolse a parlare.
— Io le risponderò, — disse con la voce grave, — come lei ha già risposto a una mia domanda altrettanto indiscreta: schiettamente, più che mai.
Aurelio la guardò, impassibile. Le parole crudeli non gli suscitarono in quel momento nessuna commozione: le ascoltò sorridendo, e concluse in tono scherzoso, ironicamente:
— Me ne rallegro molto con lei, signorina. E le chiedo perdono d’aver dubitato della sua coerenza.
Più tardi però, quando fu solo, quando l’imagine dell’amata si sostituì alla sensazione e la fantasia smussò gli spigoli pungenti della realità, egli, ripensando a quell’ultimo colloquio avuto con Flavia, ebbe le ore più torbide e più agitate della sua vita. L’idea d’aver sciupato un’occasione favorevole, d’aver distrutto con un movimento brusco e temerario l’incanto che stava già per avvolgerli entrambi, lo rese folle d’ira, di rimorso, di dolore. Il flutto di tenerezza e di passione, ond’era invaso, sommerse i piccoli rancori, gli impulsi vendicativi, le ribellioni dell’amor proprio; ed egli non sentì più se non lo schianto atroce della delusione, l’angosciosa tristezza del suo povero amore incorrisposto e spregiato.
Su le prime accettò senza discutere il senso letterale delle parole di Flavia, e giudicò irreparabile e definitivo uno stato di cose che era fuori del suo potere e della sua volontà. «Ella non l’amava; lo aveva respinto: ogni speranza dunque era omai perduta per lui.» Egli si vide, per il capriccio d’una sorte cattiva o per una tragica disposizione della Natura, perennemente solo e abbandonato tra esseri estranei o nemici. Pensò che la vita a tal prezzo non valeva la pena d’esser vissuta; pensò che la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso s’impadronì di tutte le sue facoltà. Egli rimase soffocato nella stretta di tanta desolazione, maledicendo all’esistenza e alle sue miserie, anelando inutilmente a un Bene, ch’era l’Amore e poteva anche esser la Morte.
Ma una reazione benefica, il ritorno spontaneo e naturale dell’illusione dopo lo scoramento supremo, non tardò a risollevare il suo spirito e a infondervi di nuovo il soffio vivificatore della speranza. Le sue abitudini di riflessione e d’analisi lo spinsero in buon punto a ricercare sotto il velame delle parole il loro senso recondito e a costruire pazientemente quelle ipotesi ch’eran per lui meno avverse e meno scoraggianti. — Era dunque ben certo che Flavia non l’amava? La sua ripulsa sdegnosa non poteva esser dettata da un tardo desiderio di rivincita, dall’istinto femminile di difendersi con la bugia, con l’astuzia, con l’offesa? E non l’aveva egli forse provocata e meritata quella ripulsa, con la sua domanda importuna e piena di sarcasmo? — Aurelio ricordò il sorriso che aveva a grado a grado modificato l’espressione della fanciulla, mentr’egli parlava a frasi interrotte e la corda della tenerezza vibrava ancora nel suo balbettìo confuso: Flavia certamente in quell’attimo aspettava da lui una qualche appassionata rivelazione, e l’aspettava palpitando d’impazienza e di piacere. S’egli, in vece d’inorgoglirsi e di reprimersi, avesse aperto con lealtà il suo cuore, probabilmente ella non avrebbe mutato contegno e non gli avrebbe risposto in tal guisa. «Ella dunque lo amava; ella non aveva inteso di respingerlo; ella poteva sempre divenire, quando egli lo volesse, la donna tua.» Un impeto folle di gioja trasportò la sua anima dagli abissi della disperazione al colmo della fiducia in sè stesso e nel suo destino. Egli tremò di soavità, pensando d’essere amato. Egli, imaginando l’avvenire, credette che la sua vita interna acquistasse d’improvviso un’accelerazione prodigiosa. La gloria era in lui; il trionfo della sua persona empiva di letizia l’universo. Ogni cosa si rischiarava; ogni ostacolo cedeva, come disperso dalla passione soverchiatrice. Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
Ma i dubbii e i timori lo circuirono da capo, appena l’analisi si spinse un poco oltre lo scopo per cui era fatta. Chi cerca il conforto negli artifizii del raziocinio corre gli stessi rischi di colui che cerca un tesoro nascosto nel fondo d’una palude. Il pensiero, nella sua indagine, non può d’un tratto arrestarsi contento alla migliore ipotesi, e trova sempre accanto a questa un’interpretazione contraria che ne abolisce ogni valore di certezza e ogni virtù di consolazione. — L’imagine del pretendente venne a frammescolarsi allora alle sue considerazioni, e distrusse con il suo solo apparire tutto l’edificio delle liete aspettative. Non era dunque possibile che il sorriso di Flavia fosse dedicato a costui? Non era possibile che un’analogia di situazione o di parole le avesse risvegliato nella mente il ricordo del fidanzato lontano, illuminandole il volto di dolcezza e di bontà? E l’ultima sua risposta non poteva essere in vece una superba menzogna, ch’ella aveva detto volontariamente, per nascondere a un estraneo il geloso segreto del suo cuore? Tutto ciò era possibile, ed era più disperante d’ogni altra supposizione! La gelosia rinasceva; l’odio contro il rivale noto e disprezzato saettava dentro di lui; il desiderio della fanciulla, inacerbito da quell’odio e da quella gelosia, diveniva uno spasimo inumano, una follia cupa e maligna che fomentava nel suo spirito i più temerarii e i più obliqui divisamenti.
Nei dì successivi il dibattito continuò viepiù fiero: ogni frase, ogni gesto di Flavia assunse nella sua imaginazione due sensi contradittorii, ai quali egli rimaneva a lungo aggrappato come agli orli d’una voragine. «Ella lo amava? Amava quell’altro o rimaneva fedele al primo che aveva amato?» Egli rispose mille volte, successivamente, a queste diverse domande con la stessa affermazione convinta, interpretando una parola di lei scelta a caso nel corso d’una conversazione indifferente, una sua occhiata fuggevole o un tremito delle sue palpebre, un sospiro, un sorriso o un silenzio.
Non si eran più trovati soli dopo d’allora. Aurelio per una settimana non aveva osato ripresentarsi a lei in quel luogo determinato, a quell’ora fissa del giorno. Si vedevan dunque, come per il passato, ai convegni comuni, dove non riuscivano a scambiare che qualche breve discorso o di quando in quando qualche sguardo eloquente. Una mutazione sensibile era però avvenuta nel contegno di Flavia: ella aveva deposto la sua maschera sarcastica e lo trattava ora con la massima cortesia, sempre un po’ fredda nell’aspetto ma con inflessioni di voce sottilmente insinuanti e con una certa gravità di linguaggio che dimostrava una deferenza insolita per lui, un rispetto nuovo per i suoi principii e per le sue ambizioni. Una sera che donna Marta si lagnava del nipote e delle sue trascuratezze verso di lei, ella disse inaspettatamente, senz’ombra d’ironia:
— Per carità, contessa, non si lamenti! Io so che il signor Aurelio le vuole molto bene. E poi, creda a me, noi donne non abbiamo il diritto di pretendere dagli uomini, che hanno un ideale e interamente vi si consacrano, più di quanto essi ci possono concedere. Se noi vogliamo esser per loro un appoggio e non un ostacolo, è giuocoforza che ci pieghiamo alle loro esigenze e accettiamo senza protesta il posto ch’essi ci assegnano nella loro vita. Il signor Aurelio avrà certo uno splendido avvenire; farà un grande onore al suo casato: ella dovrebbe esserne superba e non chiedergli di più.
E un’altra sera che tutte a vicenda avevan pianto su la loro sorte, ella disse anche, rivolgendosi a lui direttamente:
— Chi proprio deve esser felice tra noi è lei, conte; lei, che non ha pensieri, non soggiace alla comune debolezza dei sentimenti, e vive una vita speciale, tranquillo, sereno, appartato in mezzo alle sue idee, come in un mondo creato a sua imagine e somiglianza. Ella non sa quanto io la invidii, certe volte. Se fossi nata uomo, avrei voluto essere come lei, forte, solo, libero e sdegnoso d’ogni giogo.
Non sospettava dunque ancora la fiamma divoratrice che gli ardeva nel cuore? O diceva queste cose per accertarsene, per studiare sul suo viso l’effetto che avevano dentro di lui?
Così passò un’altra settimana, e il piano di conquista imaginato da Aurelio rimaneva tuttora allo stato di mera intenzione, sempre più incerto e più difficile. Le sue speranze s’estinguevano, progressivamente; il suo sogno di felicità andava avvolgendosi ogni dì più in cupe ombre, da cui l’imagine di Flavia usciva a pena visibile, tentatrice e irreale come un’apparizione d’incubo. Tutta la sua giornata non era omai che una lunga agonia. Egli, come pensava al giorno in cui il rivale sarebbe ritornato, si sentiva morire d’ansia e di raccapriccio. E quel giorno era vicino; e ogni ora inerte, anzi ogni attimo, che il suo cuore pulsando annunziava perduto, lo approssimava di più! Che fare adunque? Che tentare? Eppure qualche cosa ancora bisognava fare e tentare, prima di risolversi all’ultima rinuncia, prima d’abbandonare il campo all’odiato vincitore.