L'incantesimo

Part 8

Chapter 83,753 wordsPublic domain

E a poco a poco, con qualche interruzione di silenzio, come rispondesse a un sèguito di domande esatte che il giovine le indirizzasse, narrò intera la sua storia d’amore, a voce bassissima, senza uno scatto, mostrando solo dagli occhi l’indignazione profonda e il cordoglio che i ricordi ancora agitavano in lei. — La famiglia Bracci era venuta per ben cinque stagioni, senz’intervallo, a Cerro in campagna; e negli ultimi tre anni aveva preso in affitto appunto quell’ala del palazzo de Antoni ora abitata dagli Imberido. Quand’ella lo conobbe, Federico era un giovinetto ancora imberbe, studente di Liceo, biondo, roseo, paffuto, con due puri occhi celesti d’una rara chiarezza, con un’anima così semplice come quella d’un fanciullo. Incominciarono a giocare insieme spensieratamente e finirono per amarsi. Ella, ingenua fantastica appassionata, s’invaghì perdutamente di lui, forse soltanto perchè era il primo uomo che aveva saputo aprirle il cuore alla luce della vita; provò per lui un sentimento irresistibile, esclusivo, morboso, una specie di feticismo, di soggezione a un tempo umile ed eroica; lo giudicò in ogni cosa perfetto; ne ornò e corpo e spirito d’ogni grazia e d’ogni virtù. Perchè negarlo, oggi? Ella, durante quei tre anni d’illusione, fu in verità molto felice; così obliosamente felice che non potè nascondere a’ suoi stessi parenti la festa dell’anima sua. E questi, che su le prime eransi mostrati non poco ostili al suo nuovo legame, a mano a mano, persuasi dal contegno e più dalla perseveranza dei due inamorati, parvero alfine accettare il fatto compiuto con una certa benevola tolleranza. Dopo il secondo ritorno dalla campagna in palazzo, a Milano, essi permisero anzi a Federico di frequentare la loro casa; ed egli ben presto ne divenne non solo assiduo, ma familiare. Ciò significava che anche i suoi genitori avevan ragione di credere le sue intenzioni assolutamente serie e oneste, non è vero? Quanto a lei, si sentiva a quel tempo così tranquilla e fiduciosa nell’amor suo, che, se qualcuno le avesse detto di dubitare di Federico, avrebbe risposto: «Di Dio piuttosto che di lui.» Oh, com’è facile ingannarsi quando l’inganno ci è dolce!... E quanto sono indegni gli uomini d’essere creduti e d’essere amati!... Un anno dopo ogni rapporto tra loro era rotto, e per sempre.

— Ella ha dunque molto amato quel giovine? — chiese Aurelio sotto voce, quasi con ansia, quand’ella tacque bruscamente senza dare un sol motivo a quella separazione.

— Tanto, che non potrò mai più amare. Una delusione, come questa che ho patita, basta a distruggere in un cuore ogni entusiasmo, ogni fede, ogni confidenza, per sempre!

— Vuol dire che lo ama ancora? — egli mormorò.

Flavia non rispose; fece solo col capo un segno leggero di diniego.

— Certo, certo! Le pare?... — proruppe d’un tratto Luisa. — Flavia s’ostina a negare, ma si capisce che lo ama solo a guardarla bene negli occhi.

Mentre quelle memorie Flavia assembrava e raccontava con la voce dolente, Aurelio, un po’ chino verso di lei, sembrava che seguisse attentamente ogni sua parola, benchè di quando in quando fosse distratto da qualche pensiero intimo che gli sorgeva spontaneo nella mente. Egli in principio era stato colpito e maravigliato, sopra tutto dall’aspetto e dal tono inconsolabili di lei. — Era dunque quella medesima la creatura di gioja, che aveva empito in quel giorno i silenzii del giardino con lo squillante suo riso? Era quella mesta, la quale spargeva lacrime e fiori come sul sepolcro della propria anima, la giovinetta spensierata ch’egli aveva sentita tutta trepida e ardente palpitare tra le braccia? — Poi, a poco a poco, inavvertitamente era stato dallo stesso racconto preso, commosso, attristato; era discesa sul suo spirito, mentre Flavia narrava, una malinconia indefinibile, quasi un senso di solitudine e di scoramento. In fine, quando Luisa affermò che la cugina amava sempre quel giovine pocanzi sconosciuto anche di nome, parve d’un tratto all’Imberido d’esser morso da un sordo sentimento d’ostilità, da un’antipatia aspra e profonda contro di lui. «Codesto indimenticabile sarà probabilmente un qualche uomo incolto e dozzinale,» egli pensò; e, come il suo dispetto si volse da questo all’inamorata, aggiunse sùbito, gittando a Flavia uno sguardo, pieno d’irrisione e quasi di sprezzo: «Degno di lei, senza dubbio.»

Eran giunti alle prime case di Ceresolo, dove il sentiere si biforca, e una viuzza scende alla antichissima chiesa e al lago, mentre l’altra si dirige su tra i dirupi verso la borgata d’Arolo. Dovettero fare una sosta nell’oscurità per aspettare le due donne, ch’eran rimaste molto indietro e si udivan ridere da lontano nel silenzio.

Era discesa la notte; nel cielo, fitto di stelle, non appariva più che un debole chiarore, una sottil zona di luce verdognola all’estremo occidente.

Poichè il pendìo declinava non molto ripido in un denso ammanto di robinie selvatiche, il Verbano, muto e vasto, era invisibile e dava l’idea d’un largo abisso spalancato tra le due discoste catene di monti. Si vedevan staccare, nerissimi su lo sfondo uniformemente bigio del paesaggio, i profili secchi delle case e quelli ondulati degli alberi più vicini.

— Che bujo, — esclamò Flavia, con la voce un po’ tremula, avvicinandosi al giovine. — Ho quasi paura!...

— Di che, dunque? — egli chiese, ridendo.

— Di tutto e di nulla. Mi han sempre fatto un senso strano le tenebre... Tu, Luisa, lo sai: io non ho mai potuto passar sola per una stanza oscura...

E, con un gesto repentino, ella mise il suo braccio sotto quello dell’Imberido.

Non dissero altro durante quell’aspettazione. Aurelio e Flavia, addossati al muro, stettero, quasi con l’animo sospeso, ad ascoltare i passi e le parole che s’avvicinavano lentamente; Luisa sedette su un macigno e incominciò a cantare con un filo di voce tenuissimo la romanza di Faust d’innanzi alla dimora di Margherita; poi, dopo poche note, anch’ella, attediata, si tacque.

— Ebbene? Che fate? Siete stanchi? — domandò donna Marta, trovandoli tutti e tre muti nelle tenebre. — E perchè questo silenzio?...

Flavia si sciolse sollecitamente dal braccio d’Aurelio e corse incontro a sua madre, dicendo:

— Vi si aspettava per sapere se dobbiamo ritornare o se si procede fino alla chiesa.

— Avanti! — ordinò la vecchia bruscamente.

— Avanti, — ripetè la signora Boris con la sua voce melliflua da contralto.

Discesero insieme nello stesso ordine di prima.

La chiesa di Ceresolo siede sul colmo del promontorio che protegge dalle tramontane la piccola baja di Reno, a capo d’uno spiazzo da tempo immemorabile tappezzato d’alte erbe, recinto da un muricciuolo quasi diruto. E il tramite per giungervi corre in mezzo a due siepi di sambuchi, così abbandonato anch’esso che l’erba e i muschi vi hanno liberamente messo radice tra gli apici della roccia. Così fitta era quivi l’oscurità e insidiosa l’ineguaglianza del terreno che Aurelio si volse più fiate ad avvertirne la nonna, la quale già protestava per la mancanza d’una lanterna. Fortunatamente il percorso era breve, ed essi usciron presto dall’ombra imprescrutabile in cui le siepi assai folte avvolgevano il sentiero.

— Un po’ di riposo, adesso, — disse donna Marta, e si soffermò colta da una sùbita ambascia.

Le due signore sedettero presso la chiesa sopra una pietra rettangolare che pareva il coperchio d’un antico sarcofago; il giovine, poi ch’ebbe accesa una sigaretta e scelto il punto d’onde la visuale era più spaziosa, si pose un po’ discosto a cavalcione sul muricciuolo; Flavia e Luisa, per iniziativa di questa, s’abbandonarono ridendo sul prato.

Dopo qualche momento non s’udì più nella gran calma delle cose che il pispiglio ininterrotto delle due donne in un angolo dello spiazzo, così sommesso che si confondeva con quello degli insetti nelle campagne circostanti.

— Canta, Luisa! — disse allora Flavia, cui le memorie avevano infuso una tenera mestizia.

La bionda tosto accondiscese; e la sua voce fluida e forte si levò nel silenzio, come un zampillo d’acqua balza subitaneamente dalla sommità d’una fontana muta al girar della chiave. Cantò ella ancora una melodia del _Faust_, quella lenta e velata con cui s’apre la grande scena di seduzione nel giardino di Margherita, al cader della notte:

_Laisse-moi contempler ton visage_....

Poi, come s’avvide che tutti l’ascoltavano intenti, ella proseguì; e il suo canto divenne caldo e appassionato, a volte s’addolcì come un sospiro, a volte ascese squillante come un grido, espresse successivamente l’angosciosa gioja della rivelazione, un desìo irresistibile di possesso, una disperata tenerezza, una smania oscura e fatale d’abbandono e di voluttà.

Nella strana disposizione di spirito in cui Aurelio si trovava alla fine d’una giornata per lui così diversa dalle altre, d’avanti a quei luoghi solitarii e misteriosi, tra i profumi snervanti ch’esalavano i prati e le acque, il canto di Luisa ebbe su lui un fascino nuovo e possente. Egli riconobbe la musica; ricordò le commozioni provate altra volta, udendola in un teatro; parvegli anche di riveder la scena rischiarata come da una luce lunare, e la tranquilla casetta tedesca mezza nascosta dal fogliame, e, in fondo, le due figure confuse insieme in un amplesso violento, al davanzale della bassa finestra cui la vergine s’era affacciata per mandare all’amante l’ultimo saluto. Fu, come già allo spettacolo reale, novamente sedotto e inebriato da quella magica finzione, alla quale l’arte dei suoni dava la sembianza di cosa più che vera, eternamente bella; e, nell’incoscienza della fascinazione, sentì sorgere e gonfiarsi dentro al cuore un desiderio folle d’amare, di gioire, d’obliar tutto in un gran sogno di felicità, di giuncare con i fiori più preziosi della sua anima privilegiata il cammino della donna eletta, affinchè questa passando ignara li calpestasse.

Quando Luisa si tacque dall’angolo dov’eran sedute le due signore vennero applausi e approvazioni alla cantatrice: era donna Marta che, suscitando l’ilarità della signora Boris, batteva calorosamente le mani e gridava a tutta possa:

— Brava! Brava Luisa!... — con lo schietto, romoroso entusiasmo d’una bambina.

L’Imberido, come si scotesse da un letargo, si passò più volte le mani su gli occhi, stese neghittosamente le braccia, poi, facendo eco debolmente alle approvazioni dell’avola, balzò con un salto dal muricciuolo a terra.

Nell’immenso silenzio s’udì suonar l’ora alle chiese lontane di Stresa e d’Intra: eran le nove e mezza. Un gran fuoco brillava su la vetta del Motterone, che pareva un vulcano; una profonda oscurità si stendeva in vece su tutti gli altri monti della riva opposta, fuorchè nelle borgate distese lungo il lago.

— Si va? — chiese Flavia, alzandosi in piedi.

— Andiamo! — risposero insieme sua madre e donna Marta.

Nel ritorno, all’inizio del sentier tenebroso, Flavia passò sùbito il braccio sotto quello d’Aurelio, e non si staccò più da lui che d’avanti alla porta del palazzo. Quivi si salutarono senza parlare, quasi commossi, stringendosi forte la mano.

Quando il giovine si trovò solo nella sua stanza, una gioja pacata e serena lo prese d’improvviso, come una sensazione assai gradevole di riposo dopo uno sforzo coronato da esito felice. Egli ristette qualche attimo sorridente e attonito nel bel mezzo della camera, col lume acceso in pugno; guardò il cumulo disordinato delle sue carte su la scrivania, e si compiacque, senza saper perchè, di sè medesimo, dell’opera sua, del suo destino che gli pareva aperto e chiaro come non mai. Nessun ricordo preciso di quel giorno era nella sua coscienza: egli non pensava nè a Flavia, nè al racconto del suo passato, nè al canto di Luisa, nè alla seduzione della musica amorosa; pensava vagamente a cose incerte e nebbiose, infinitamente piccole o infinitamente grandi, a tutto e a nulla. Si sentiva giovine, forte e sicuro; ed era lieto di vivere.

D’un tratto si mosse. Depose il lume su la scrivania, come usava fare tutte le sere; si sprofondò nel suo seggiolone d’avanti a questa; prese risolutamente la penna, e stette un poco con la mano ferma, sospesa su la pagina incompiuta dell’opera sua. Un soffio tenue di vento, come una carezza fluida, entrava a intervalli dalla finestra, portando nella stanza un odore acutissimo di gelsomini.

«Sono stanco,» egli pensò, senza stupore, senza rammarico: «scriverò meglio domattina.»

Gittò la penna, si levò in piedi, e incominciò sùbito a spogliarsi.

VI.

PRIME NEBBIE.

— Via, conte, coraggio! Faccia un bel salto nel vuoto, — gridò Flavia giù, dal giardino, ad Aurelio ch’era apparso in quel punto al balconcino della sua camera, con un libro aperto nelle mani.

Le due giovinette stavano in piedi, col viso levato verso di lui, tra due statue di ninfe seminude dai gesti raccolti e pudichi, d’avanti a un denso cespuglio d’ortensie tutto ornato da pallidi corimbi di fiori.

— Io verrò a morire ai loro piedi, — rispose Aurelio per giuoco, sporgendo il corpo dalla ringhiera come per misurare con lo sguardo l’altezza.

— No; noi lo riceveremo tra le nostre braccia, — disse audacemente la bionda; e scoppiò a rider forte, sbirciando la cugina che d’un tratto si fece seria e abbassò gli sguardi al suolo.

Aurelio sorrise e si ritrasse. Nel tepor blando della sera, l’anima gli si diffondeva nell’aria con la respirazione. Il vespero estivo aveva una purità di cristallo; come una grande brage ardente sotto il cielo, il poggio rosseggiava; tutte le cose sottostanti, penetrate d’ombra, parevan sommerse in un terso liquido azzurro.

Egli, ancor dubbioso su ciò che avrebbe fatto, venne presso la scrivania e vi lasciò cadere lentamente il libro che stava consultando. Il pensiero che Flavia era là ad aspettarlo gli metteva nel petto un palpito convulso. Provava, come sempre quando doveva andare incontro a lei, quasi una necessità di sosta, di riposo, di raccoglimento, prima di prendere una deliberazione; e rimaneva così, a lungo, con il corpo e il pensiero inerti quasi in attesa d’un impulso esteriore. «Devo andare? Devo rimanere?» si chiese alla fine; e parve a lui in quel momento che non solo le convenienze lo consigliassero a trattenersi nella sua camera, ma altresì la sua volontà e il suo desiderio.

«Discendere?» egli pensò. «E perchè? Forse che mi diverte codesta compagnia? E non ho perduto già troppo tempo per causa loro? Dai primi di giugno non ho scritto che una decina di cartelle, e anche queste dovrò probabilmente rifare. Val dunque la pena ch’io ritardi il compimento dell’opera mia per quelle donne? No, no, io non discendo. Io non voglio discendere!»

Si volse; e vide ancora dal balcone spalancato il poggio igneo ai riflessi del tramonto. Imaginò le fanciulle in basso, nel memore giardino, tra le due statue goffe, d’avanti ai frutici fioriti. Esse certamente l’aspettavano ancora, immobili al loro posto, e fors’anche, aspettandolo, discorrevano di lui. Un’acuta curiosità lo punse: di sapere come potessero averlo giudicato quelle due ragazze frivole e astute; di conoscere il sentimento diverso ch’egli aveva suscitato in ciascuna di esse. Rivolse prima la sua attenzione a Luisa, poi la portò sùbito su Flavia, di cui si soffermò a indagare con più sottile arte il pensiero.

Quella creatura così bella e così mesta gli ispirava un sentimento di fiducia e quasi di protezione, irresistibile. Appena da un mese l’aveva conosciuta; e solamente da una ventina di giorni egli aveva incominciato a vivere con lei in una certa domestichezza, qualche ora ogni giorno. Eppure, in così breve lasso di tempo, egli aveva già fatto un’abitudine della sua compagnia, e, quando gli mancava, ne sentiva come un rimpianto. Espansiva, ciarliera, propensa a parlar di sè stessa, Flavia a poco a poco gli aveva confidato le sue memorie, le sue speranze, i suoi crucci intimi. Ed egli, da prima indifferente e quasi ostile, aveva appreso a poco a poco ad ascoltarla con un certo piacere, a vivere nel ristretto mondo intimo di lei, senza provare angustie o insofferenze.

Così, lentamente, cedendo per gradi insensibili alla seduzione di quei colloquii insidiosi, dopo avere accolto amabilmente le confidenze di Flavia, egli medesimo aveva anche incominciato ad aprirle un poco il suo mistero, a renderla in qualche modo partecipe de’ suoi pensieri e delle sue ambizioni. E, come s’era accorto ch’ella lo ascoltava con un’attenzione profonda, gli occhi fissi ne’ suoi immobilmente, e che spesso altresì lo approvava con rapidi cenni del capo, aveva posto un’assidua cura nel mostrare a lei il suo valore, la larghezza della sua coltura, la forza del suo carattere, la sottilità del suo ingegno. E un orgoglio enorme gli aveva sollevato tutto l’essere, quando ella un giorno aveva detto con accento di convinzione a lui, che taceva stanco dopo un lungo discorso:

— Ah, come la invidio, conte! A lei è riserbato certamente un alto destino. Ella possiede il segreto di dire le cose più astruse e complicate in una forma così limpida, così piana ch’io stessa, donna e ignorante come sono, riesco a intenderle e a persuadermene.

Nessun elogio già mai, nessun augurio eragli parso più dolce, più veritiero, più incoraggiante. Ed egli ora, ritto presso la scrivania, ripensava a quelle parole e si gonfiava novamente d’orgoglio.

Ma un’ansietà lo stringeva quanto più i minuti fuggivano. Lo urgeva un’inquietudine confusa, come un bisogno di movimento e di respiro libero, come un’impazienza che gli saliva su dal fondo del cuore e gli occupava, annebbiando, il cervello. Altre volte in quei giorni era stato assalito da una commozione simile; altre volte aveva dovuto d’un tratto, sotto la spinta misteriosa, interrompere il suo sereno lavoro, a mezzo d’un periodo che pure aveva già tutto concretato nella mente e avrebbe potuto compire in un attimo; altre volte, senza saper come nè perchè, s’era trovato fuori della sua camera, ramingo nel parco solitario o su la spiaggia, come alla ricerca di qualche cosa ignota!...

Aurelio lanciò uno sguardo in dietro verso il poggio: parvegli che il rossore al sommo fosse impallidito; parvegli che nel cielo qualche luce brillasse. Era un inganno questo, ma egli vide veramente qualche luce brillare nel cielo. — Quanto tempo era passato? Le due fanciulle l’aspettavano forse ancora in giardino? Imaginavano esse, — imaginava Flavia il motivo di quel lungo indugio?

Il dubbio che questa, avendo dato al suo ritardo una causa diversa, potesse giudicarlo scortese o immemore di lei, l’accorò profondamente. Si sovvenne in quel punto d’esser rientrato senza salutare, senza pur rispondere con un rifiuto giustificato all’invito confidenziale; ebbe contro sè stesso un moto di rimprovero e di rabbia, vivissimo. Pensò: «Ora bisogna discendere, almeno per iscusarmi presso di loro.»

E si mosse.

Nel giardino non trovò nessuno: per un’istintiva curiosità, s’inoltrò fin nel mezzo dello spianato; volle riconoscere il luogo preciso dov’eran già le giovinette, tra le due ninfe marmoree, d’avanti al cespo florido d’ortensie; e qui lo ferì un profumo strano e complesso, indefinibile, che non poteva esser quello d’un fiore e gli sollevò il ricordo come d’un vago sentimento lontano.

Dov’erano esse? Stanche d’aspettarlo, eran rientrate in casa? Eran uscite dal palazzo? Ritornò su i suoi passi; attraversò la grotta e il cortile senza incontrar nessuno. Aveva un bisogno smanioso di cercarle, di vederle, d’interrogarle; temeva sopra tutto che Flavia fosse indispettita contro di lui; pensava che, solamente presentandosi in quella medesima sera, sarebbe riuscito a cancellare l’impressione sgradevole in lei lasciata.

Come uscì sul rialto, la vide finalmente abbasso, presso le barche, in compagnia di Luisa.

Entrambe gli sorrisero. Disse la bionda, accennandogli con la mano d’avvicinarsi:

— Ci scusi: siamo discese senz’aspettarlo..... Venga! Venga giù! Noi andiamo a fare un giro sul lago.

Egli discese verso di loro, sorridendo. E una mirabile mutazione avvenne nel suo interno, poichè i sospetti, che fino a quel minuto lo avevano oppresso, ora precipitavano all’imo, dileguavano, cedevano il luogo alla certezza salutare che nulla era ancor sòrto a turbare i suoi buoni rapporti con Flavia.

Ella, curva fin quasi a terra, era occupata a sciogliere il nodo della fune che assicurava la lancia a un grosso anello confitto al suolo; ed essendo la fune un poco umida, la premeva inutilmente con le piccole mani, e s’affannava, e sbuffava, e s’accendeva nello sforzo vano. Tutto in essa, veramente, nell’atteggiamento del corpo e nell’espressione del viso, era fragile e infantile, e crebbe nel giovine quel sentimento di superiorità generosa, come di simpatia tutelante che provava sempre al cospetto di lei.

— Ah, mio Dio, non ci riesco! — mormorò Flavia, ergendosi con un moto lento, guardando con occhi impietositi le sue palme arrossate e graffiate dall’asperità della canapa. Poi soggiunse rivolta ad Aurelio, mostrandogliele: — Guardi le mie povere mani!

— Tenterò io, se permette: le mie sono meno gracili e meno belle, — egli disse, sorridendo.

Senza durar molta fatica, sciolse il nodo e porse il capo della fune alla fanciulla.

Il lago era calmo, liscio come una lastra d’acciajo. Una luce incolore e bassa, la luce dei pigri crepuscoli estivi, si rifletteva sul piano delle acque, che parevan più chiare del cielo, e lasciava in un’ombra dilavata i fianchi selvosi delle montagne. Alcune grosse barche da trasporto, provenienti dal mercato d’Arona, spiccavan nere come ebano in alto lago; e i loro alberi, spogli di vela, disegnavan con le corde dell’antenna legate a poppa, immani triangoli sul chiarore.

— Poveretti! — disse Flavia malinconicamente, osservando le barche quasi ferme. — È sabato, ed essi non hanno un fil di vento che li ajuti a ritornare a casa!

— Non mi sembra il caso di compiangerli, — notò il giovine, tra serio e scherzoso: — il vento li ajuta già fin troppo; ed è bene in vece ch’essi esercitino anche un poco l’unica virtù che posseggono: la forza dei loro muscoli.

— Vuole che andiamo a vederli da vicino? — chiese ella, come non avesse udito le parole di lui, fattasi d’un tratto ilare e vivace, grazie a quella sua speciale facilità di mutar pensieri, umore ed espressioni, la quale aveva già più volte stupefatto l’Imberido.

E, senza aspettar risposta, si guardò intorno per il lido deserto con impazienza visibile.

— Dov’è andata mia cugina?

— Era con lei quando son disceso, non è vero? — domandò Aurelio.

— Non si rammenta? È stata Luisa a chiamarla.... Oh, eccola! La vede?

La giovinetta correva rapidamente lungo il greto verso il piccolo arsenale, dove Ferdinando nella morta stagione occupava il suo tempo a costruire barche che poi in estate noleggiava ai villeggianti. I suoi capelli biondi s’erano in parte disciolti e si levavano a guisa di lingue ignee nel vento della corsa, sì che pareva in lontananza che la sua testa fiammeggiasse.

— Luisa! Luisa! — chiamò Flavia a voce alta. — Dove corri? Non vieni?

— Andate avanti piano! — ella rispose, senz’arrestarsi, volgendo a pena il capo per farsi intendere: — vado a prendere il sandalino. Vi raggiungo sùbito sùbito. Andate avanti!

E disparve, valicando leggera il molo che proteggeva la darsena di Ferdinando.

Flavia entrò risoluta nella lancia, dicendo al giovine:

— Andiamo noi soli!

Aurelio, per la lunga dimora fatta sul lago, era un forte ed espertissimo vogatore. La lancia, spinta da’ suoi colpi di remo, tagliò l’acqua velocemente, e s’avanzò diritta come una freccia verso una delle grandi barche al largo.

Ambedue tacquero a lungo; ambedue avevan gli sguardi fissi nel vuoto, instancabilmente; ambedue parevano ascoltare ansiosi, quasi aspettando una qualche alta rivelazione dal gorgoglio sonoro delle ondette che si movevano intorno al legno.