L'incantesimo

Part 7

Chapter 73,692 wordsPublic domain

A queste parole egli ebbe entro di sè un moto ostile contro la fanciulla, una specie di disgusto istintivo, come fosse stato colpito da un suono discorde o sgradevole. Ma Flavia non gli lasciò il tempo di ricercare le intime cause, di rendersi ragione d’un tal sentimento. Ritornata ilare e leggera, gli susurrò sotto voce all’orecchio, con un’espressione infantile di malizia e di gioja:

— Ormai le ciliege son mature!..

— Ebbene? — chiese il giovine, senza comprendere.

— Ebbene: se son mature, si possono mangiare.

— Naturalmente, — egli confermò, non potendo trattenere un sorriso.

— E perché non le mangiamo?...

Aurelio indietreggiò d’un passo.

— Come? Come?! Vorrebbe....

— Rubare, certo: rubare!

— Ah, questo poi no! Io mi ribello, o meglio mi ritiro. Non voglio esser complice d’un furto, e nè pure spettatore....

— Ella sarebbe dunque capace di farmi un affronto simile?... Vorrebbe lasciarmi qui sola in lotta con gli elementi? Abbandonare una donna in un momento difficile?... Non sarebbe soltanto scortesia, signor conte; sarebbe viltà....

Parlava forte e solenne, interrotta a ogni frase da un urto d’ilarità incontenibile. E in quell’atteggiamento emanava da tutta la persona una grazia così semplice e schietta che sedusse e maravigliò il giovine, quasi una rivelazione inaspettata.

— Vede come sono alte?... e come sono belle!

Ella gli mostrava un ciliegio venerabile dal tronco alto e robusto, su cui i grappoli vermigli rampollavano con sovrana abondanza e levava la mano verso i frutti desiderati, ridendo, comunicandogli a poco a poco la sua giocondità fanciullesca.

— Ci deve essere una scala di mia conoscenza nel frutteto, — ella disse, girando in torno lo sguardo per iscoprirla. Poi, d’un tratto, gridò trionfante: — Eccola! Eccola!

E si diresse in corsa verso un pilastrello poco discosto, a cui una lunga scala era appoggiata.

— Io spero che vorrà almeno ajutarmi a portarla fin sotto l’albero. È troppo pesante per le mie povere braccia!

— Si pretende dunque la mia complicità attiva...?

— No, s’invoca semplicemente un soccorso! Venga!

Ferma ed eretta nel sole, sul candor niveo della ghiaja, tra le masse degli alberi che s’inarcavano verso di lei carichi di frutti, ella parve al giovine supremamente bella.

Omai Aurelio seguiva, domato e attonito, ogni suo atto, ogni suo movimento, ogni sua parola, come se tutto il resto si fosse occultato a’ suoi sensi. Un potere misterioso e irresistibile lo teneva soggetto all’agile creatura che gli splendeva d’innanzi, lo piegava inconsapevole a qualunque stranezza, a qualunque follìa ch’ella gli avesse potuta comunicare. L’impeto birbesco e tumultuoso della sua compagna sembrava avere invaso, travolto, rituffato il suo spirito in un fiume d’oblio e di spensieratezza; ed egli, già ebro della magica luce in cui si scioglievan le sane fragranze terrestri, s’abbandonava alla seduzion di quel giuoco, cedeva insensibilmente al fascino di quella malizia puerile, quasi a traverso una seconda adolescenza.

Flavia ripetè il richiamo, limpida e forte, come volesse meglio affermare la sua possanza:

— Venga dunque! M’ajuti!

— Ella mi vuol proprio trarre in perdizione! — mormorò Aurelio, sorridendo, mentre s’avvicinava a lei.

E prese la lunga scala, la sollevò ritta con le mani per mostrare il vigor de’ suoi muscoli, la portò così senz’inclinarla fin sotto l’albero, mediante uno sforzo che a pena riuscì a dissimulare. Ella, tenendogli dietro seria e attenta, lo fissava con uno sguardo ambiguo tra d’ammirazione e d’ironia.

— Ed ora, bisogna salire! — disse, poi che il giovine ebbe deposta e bene assicurata la scala tra due rami del ciliegio.

— Anche salire?!

— Mi sembra. Vuol forse che salga io, per rimanersene qua giù tranquillo a contemplarmi da un nuovo punto di vista? Io non dò di questi spettacoli, signor mio, e a così buon prezzo!...

Proferì queste parole celiando, ma senza la minima reticenza, senza un’ombra nella voce o negli occhi, con una sicurezza da donna spregiudicata. Aurelio, che la guardava, abbassò sùbito gli occhi, arrossì anche un poco, offeso dal senso volgarmente procace dello scherzo; poi, per non tradire il suo disgusto, le volse con un moto subitaneo le spalle, e si mise rapidamente su per la scala.

— Le lasci pure cadere abbasso ché le raccolgo nel mio grembiule, — gli gridò dietro Flavia, raggiante, trasfigurata dalla gioja.

Il giovine, ritto su l’ultimo piuolo, col capo nascosto nel fogliame profondo, si vedeva allungar le braccia, pencolare, atteggiarsi in pòse larghe e snodate tra i viluppi dei rami, alla ricerca dei grappoli maturi. A quando a quando una fitta gragnuola di chicchi vermigli, annunziata da un richiamo, accolta da un saluto festoso, partiva dall’alto, si sparpagliava un poco nell’aria, cadeva solo in parte nel grembiule spiegato a riceverla. La giovinetta per giuoco fingeva d’irritarsi perché non poteva contendere alla terra tutti quei chicchi; protestava ridendo contro di lui; gli raccomandava d’esser più attento e preciso nel gittarli; a volte si chinava a raccattarne qualcuno più appariscente, e, con aria di dispetto, se lo mangiava.

Quando Aurelio discese dall’albero erano entrambi come ubbriachi d’ilarità. Balbettavan frasi insulse con la voce alterata; ammiccavano con gli occhi piccoli, abbacinati dal soverchio chiarore; si sfioravan con le mani, esprimendo una specie di piacere a ogni lieve contatto; e ridevano insieme con la facilità di due fanciulli. La spartizione del bottino provocò poi tra loro una questione romorosa e vivace, che finì in una corsa sfrenata a traverso il frutteto. Ella, agile e astuta, si sottraeva a lui, approfittando della sua conoscenza dei luoghi, calpestando senza scrupoli le zone coltivate, sgusciando sotto gli intrichi dei frutici con una perizia singolare. Egli, più veloce e più cauto, cercava invece di raggiungerla senza batterne le orme, prevenendola allo sbocco d’un viale, aspettandola a un varco in agguato, accelerando vertiginosamente il passo quando ella percorreva una strada dritta. Finalmente Flavia, mentre usciva d’improvviso fuor da un cespuglio, cadde, come una preda, in suo potere. Accesi, esausti, anelanti, s’avvinghiarono uno all’altra con un moto istintivo e selvaggio. Ella, stanca, s’abbandonò, arrovesciò indietro il capo, prorompendo in una risata nervosa, che squillò acutamente nel silenzio; Aurelio, stringendola forte a sè e smarrendo ogni senso nella contemplazione di quel viso illuminato da una strana fiamma, la sorresse, la tenne così per qualche attimo come sospesa tra le sue braccia.

— Mi dò per vinta! — ella mormorò d’un tratto.

E si sciolse con un moto languido da lui, invasa da una sùbita angoscia, intimorita dal suo sguardo vorace.

Non parlarono più. Susseguiva a quel tripudio folle di vita il turbamento oscuro e quasi pauroso degli eccessi. Provavano ora un malessere profondo, indefinibile. Si guardavano in faccia attoniti, arrossendo; si sentivan soli, estranei, divisi da un ostacolo immane; si sentivano oppressi da un peso morale, rimorsi da un’occulta voce. L’incanto breve era sfumato; ed essi si trovavano, come al risveglio d’un sogno voluttuoso, sfiniti, delusi, umiliati.

S’incamminarono così, in silenzio, verso il poggio, sospinti da un’idea comune: quella d’allontanarsi dal palazzo, forse per acquetarsi, per riprendere le loro espressioni abituali, sformate dalle agitazioni e dai turbamenti molteplici. Aurelio era come trasognato e stupefatto. Si movevano nel fondo della sua anima alcuni pensieri molesti, sorgevano i ben noti fantasmi a rappresentargli dentro l’eterna Comedia, il Dramma immortale, in cui egli si vedeva continuamente trascinato dalla fatalità delle cose. — Che cos’era avvenuto? Da quale possente soffio di passione o di frenesia s’era lasciato dominare per dimenticarsi a tal segno? Come aveva potuto cedere senza una resistenza a quei trasporti insensati? — Ecco: la Donna, il mostro magnifico, era là accanto a lui, e lo seguiva. Egli ne udiva il passo cricchiare su la ghiaja con una regolarità da pendolo che misura il tempo; egli, senza guardarla, la vedeva distintamente procedergli a fianco, alta e serena, terribile e inconscia come un feticcio. La loro via era comune, ed eran pari le forze: salivano una dolce erta, tra gli alberi onusti di frutti caduchi o acerbi, verso un’altura limitata, perduta tra altre innumerevoli alture. La montagna superba dalle incorrotte solitudini, dalle larghe visioni, s’ergeva lontana, molto lontana, di là da tutti quei colli, reale ma pure impervia per entrambi e irraggiungibile. Essi salivano insieme, quasi tenuti da una stessa catena, la dolce erta su cui erano impresse le orme di mille passanti; e, giunti al sommo, sarebber dovuti sostare, sconosciuti pellegrini, stretti in torno dall’umile giogaja, avendo sempre in vista — come un Ideale beffardo — la vetta alpestre baciata dal cielo....

— Oh! Guardi! — proruppe Flavia, volgendosi maravigliata verso il lago.

E parve ch’ella, divinando il pensiero di lui, volesse distogliere il suo sguardo dalla scena simbolica.

Anch’egli si volse.

Dal poggio si rivedevano alfine la superficie azzurra delle acque e la riviera opposta, dove già qualche obliqua ombra cadeva. Alcune vele, gonfie e quadrate, apparivano qua e là dirette verso settentrione, così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle nebulosa, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.

Ella mormorò fissando il lago con gli occhi incantati:

— Che pace!

Egli aggiunse, gravemente:

— Che silenzio! Non s’ode frusciare una fronda!

Infatti il più piccolo romore non rompeva il sonno dell’universo: non un soffio di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non un’eco di lavoro lontano. La calma del paesaggio pesava sopra di loro come un malefizio, infondeva nelle loro anime una malinconia suprema. Ambedue sentivano ora il tempo scorrere, disperdersi le cose nella vanità dello spazio, le illusioni e i desiderii morire. Ambedue sentivano che la vita era triste, e che oltre la vita eran tristi anche le speranze.

— Discendiamo? — propose Flavia, accasciata dal silenzio, provando uno sgomento fosco d’avanti a quella solitudine, sotto quel cielo deserto e impassibile.

— Discendiamo!

Ritornarono su i loro passi; si salutarono freddamente al limite della pineta, non avendo scambiato durante il cammino che poche frasi brevi e inconcludenti. Flavia riparò di nuovo al suo luogo di lavoro, nell’ombra degli ultimi abeti; Aurelio, solo, s’inoltrò nel bosco per discendere verso il palazzo.

V.

ECHI DEL PASSATO.

Quel giorno stesso, durante il pranzo, donna Marta disse ridendo al nipote:

— Ho saputo un gran fatto!... una specie di miracolo, di prodigio, di favola maravigliosa!...

Dalla sera innanzi, ella aveva cambiato totalmente d’umore, come se l’ultimo alterco l’avesse liberata di tutto il veleno che le stagnava nell’animo. Era ridivenuta ilare, festosa, ciarliera, garbata, quale da molto tempo non si mostrava. Verso Camilla specialmente usava cortesie nuove, delicatezze insolite: non le impartiva un ordine senza soggiunger sùbito «per piacere»; non le rivolgeva la parola se non con un’inflessione di voce affettuosa, quasi materna; e talvolta anche l’accarezzava con la mano. Del brusco congedo non s’era più fatto alcun accenno tra loro due; e, come di consueto (poiché donna Marta licenziava le sue cameriere almeno tre volte al mese), non se ne sarebber più rammentate né l’una né l’altra fino allo scoppio d’un prossimo litigio.

— Che hai saputo, mamma? — chiese il giovine, distratto, un po’ pensieroso, senza sorridere.

— Ho saputo che ti sei degnato d’accompagnar Flavia per il giardino....

— Ah, tu hai già visto la signorina Boris?

— Sì, or ora. Ella stessa m’ha anzi raccontato le vostre imprese, e puoi imaginare che allegre risate si son fatte alle tue spalle! Vuoi tu spiegarmi ora come fu addomesticata la belva selvatica?

Donna Marta, in così dire, rideva forte ancora; e mostrava una specie di profonda compiacenza, di sodisfazione sarcastica, vedendo il nipote confondersi e arrossire al soffio vivo di quei ricordi.

— Vuoi dirmelo, dunque? — ella insisteva. — Vuoi confidarti a me? Io ho già interrogato Flavia in proposito, ma la poverina non mi seppe rispondere. Proprio vero che i miracoli si fanno senza saperlo!

— Oh, Dio, che storie! — egli interruppe. — Si direbbe che ti sian saliti i fumi alla testa, questa sera! In fine: che t’ha detto quella... sciocca?

— Quella sciocca?!... Oh! Oh! Qual disprezzo!... Bada al vecchio proverbio, figliuol mio: chi sprezza....

Aurelio ebbe un lieve fremito in tutta la persona: le sue labbra, trattenute nell’atto di pronunciare una qualche parola, s’atteggiarono a una specie di sorriso ironico a pena percettibile. Contenendosi, tacque un istante; poi con un’intonazione esagerata d’indifferenza ridomandò.

— Che t’ha raccontato dunque la signorina Boris? Sentiamo.

— M’ha raccontato.... oh, nulla di compromettente nè per te nè per lei, puoi imaginarlo; ma, via, per quanto almeno ti riguarda, m’ha detto cose abbastanza sorprendenti: per esempio, che non hai avuto difficoltà ad accompagnarla a traverso l’orto fin su alla cima del colle; che hai perfino rubato per lei le ciliege del fattore.... È vero questo?

— Verissimo. Ma che trovi di straordinario e d’esilarante in tutto ciò?

— La novità! — rispose donna Marta, scoppiando a rider forte, come prima. — Del resto, — ella soggiunse sùbito, poichè s’accorse che il giovine incominciava a mostrarsi seccato, — una novità che non mi dispiace e per cui teco mi rallegro. Tu, caro mio, hai bisogno di vivere un po’ tra la gente, di distrarti, d’interrompere per qualche tempo quelle uggiose abitudini da solitario che ti guastano la salute del corpo e dello spirito! Questo potrebbe essere un buon principio....

— Ah, ora intendo la tua allegria! Tu sei contenta perchè.... costei mi ha fatto perder del tempo. Si capisce!

Egli disse queste parole senza guardar donna Marta, arrestandosi un attimo prima di pronunciare quel «costei», e scivolando con la voce sul resto. Poi lentamente si levò da tavola, conficcò una sigaretta tra le labbra, e soggiunse volgendosi indietro, quasi per spiare l’atteggiamento di lei:

— Usciamo fuori per prendere il caffè. Qui fa troppo bujo.

Nella gran sala in fatti, esposta a settentrione e illuminata da due finestrelle protette da fitte inferriate a rabeschi, la luce si era a poco a poco affievolita sì che le cose già s’ammantavano in ombre profonde.

Aurelio uscì sotto il porticato, e si diede a percorrerlo da un capo all’altro, meditando. Una sorda inquietudine si moveva dentro di lui: le confidenze fatte da Flavia all’avola, le strane previsioni che questa n’aveva tratte, le punture benevolmente sarcastiche di lei turbavano profondamente il suo spirito, sempre vigile e sospettoso. — Che c’era dunque già di segreto ne’ suoi rapporti con la signorina Boris, perchè egli si sentisse offeso solo al pensiero che una terza persona n’era venuta a conoscenza? Da che aveva origine quel sentimento quasi di pudore, che lo aveva acceso ascoltando dalla bocca dell’avola le sue gesta innocenti della giornata? Aveva forse fatto male Flavia, raccontando tutto? — No, in verità: nè male nè bene. E perchè dunque, provava egli contro di lei una specie di dispetto? perchè involontariamente, nell’animo suo, ne la rimproverava?

«Son donne entrambe,» egli pensò; «tra loro s’intendono. Certo, la mamma vedrebbe volontieri ch’io m’inamorassi della signorina; e.... certo quell’altra conosce le mie idee, pe’ suoi colloqui con la mamma. Che trionfo sarebbe per lei la mia conquista!... Fortunatamente un tal trionfo non potrà raccontare a nessuno, nè domani nè mai.»

In quel punto, mentre il giovine era tutto assorto ne’ suoi pensieri, fu sorpreso dal contatto d’un braccio che gli cingeva il fianco. Donna Marta s’era levata, era uscita anch’essa dalla sala e gli si era pian piano avvicinata.

— Che pensi, Aurelio? — gli mormorò con dolcezza all’orecchio, accompagnando il passo a quello di lui.

— Nulla. Perchè?

— Tu non sei in collera con la tua povera vecchia nonna, non è vero? Io sono talvolta un po’ rude con te, un po’ bisbetica, un po’ violenta. Devi compatirmi. Non ero così un tempo; son gli anni e le sofferenze che m’hanno tanto mutata! Ma, dopo tutto, io ti voglio sempre un gran bene....

— Oh mamma! — egli esclamò d’un tratto commosso. E la cinse, anche, col braccio e si chinò per baciarla su i capelli canuti.

Camminarono così, un poco, stretti l’uno all’altra, in silenzio. Sotto le arcate dei portici l’ombra del vespro s’era già diffusa, pallida e fioca, come una sfumatura più densa della luce verdognola che colava dal cielo nel cortile: su quell’ombra, in torno, le colonne si distaccavano biancheggiando, simili a grandi torce di cera. E una malinconia di fedi spente, di cose passate, d’uomini che non sono più, aleggiava per il luogo antico, dove le due figure, nere entrambe e taciturne, parevano i fantasmi di due monaci medievali vaganti ancora nel crepuscolo tra le mura dell’ospizio disertato.

— Il caffè è pronto! — annunziò improvvisamente Camilla con la sua voce più squillante, apparendo tutta rosea e leggiadra su la soglia.

Si diresse alla piccola tavola da giardino, che donna Marta aveva fatto collocare a un capo del portico d’avanti alla sala da pranzo, vi depose il bacile, e, con la stessa sollecitudine, canterellando, rientrò.

— Eppure quella ragazza non mi dispiace — disse la vecchia, seguendola con gli occhi sorridenti. — Un po’ d’allegria ci vuole; e noi veramente non siamo molto allegri!

Mentre essi sorbivano in silenzio il caffè, le vicine uscirono dalle loro stanze dopo aver pranzato. Come per prodigio, d’improvviso l’antico cortile si animò: le tre donne parlavan forte, ridevano, si chiamavan festosamente, suscitando nel luogo sonoro un intenso strepito d’echi. Quando s’avvidero della presenza di donna Marta, le loro voci divennero anche più alte nei saluti, i loro passi risonaron rapidi e concitati sul lastrico per accorrere più presto verso di lei.

— Buona sera, donna Marta!

— Come sta, contessa?

— Che piacere di vederla....

— Si parlava appunto di lei, or ora....

La vecchia s’era levata in piedi e diretta incontro ad esse, sorridendo alquanto confusa da quel chiasso, curvandosi ora verso l’una ora verso l’altra, porgendo ad esse le povere mani vizze, ceree, tremanti. Aurelio in vece era rimasto ritto al suo posto, e aspettava con aria distratta che le consuete espansioni femminili fosser finite. Dopo poco, lentamente, s’avvicinò al gruppo; strinse la mano alla signora Boris; salutò con un inchino e un sorriso la bionda, che rispose lanciandogli un’occhiata piena di malizia; si volse in fine a Flavia e, senza guardarla negli occhi, mormorò con un fil di voce, abbassando alquanto il capo:

— Signorina, buona sera....

Ella pure abbassò il capo, ma non fiatò. Anzi, si volse sùbito verso Luisa, e si diede a parlarle di cose indifferenti, con un po’ d’alterazione nell’accento e nei gesti.

— Avevamo deliberato di far due passi fino a Ceresolo; — annunziò la signora Boris. — Di giorno non si può uscire, per il caldo. Se non si approfitta della frescura della sera....

— È vero, non ci si muove più, — s’affrettò a dire donna Marta. — Io, per esempio, non so da quanti giorni resto chiusa in palazzo.

Si rivolse quindi ad Aurelio, e chiese sorridendo:

— Se andassimo anche noi fino a Ceresolo?...

— Veramente — mormorò il giovine, angustiato dalla proposta; — mi pare un po’ lunga la strada per te....

— Ma chè! E poi a questo tu non ci devi pensare. Se mi sentirò stanca, ritornerò da sola, passo passo.... Andiamo!

Proferì queste parole, fissando il nipote con occhi imperiosi, come volesse dominarlo con la suggestione; e, sùbito sorridente, appoggiatasi al braccio della signora Boris, si diresse con lei verso la porta del palazzo.

— Avanti la gioventù! — comandò la vecchia, fermandosi con la compagna sul piano del rialto.

S’avviarono così in due file per la via mulattiera, che costeggia a sinistra il lago, di là dal vecchio ponticello gittato su le povere acque del Riale. Aurelio e le giovini precedevano; queste tenendosi strette sotto braccio, quegli solo al fianco di Flavia. Le due signore venivano in sèguito, a qualche metro di distanza, alquanto più lente sì che perdevan terreno pressoché a ogni passo.

Il tramonto era oramai esausto: dietro le Alpi lontane il cielo s’era spento, e solo poche pallide bragi languivano ancora agli orli di qualche nuvoletta dispersa; la tinta neutra del crepuscolo aveva già avviluppato tutte le pendici, distendendosi come un drappo cinereo su la piana superficie del lago. A lunghi intervalli, squilli di campana a morto venivano dall’altra sponda, non si poteva precisamente capire da quale villaggio appostato sul golfo; e in torno, nei prati e per le siepi, il coro degli insetti infervorava. Un odor misto di fieno e d’acqua stagnante fluttuava nell’aria quasi immobile.

Aurelio, a capo chino, con le mani penzoloni, camminava in silenzio accanto alle due fanciulle, ch’erano in vece assai gaje e loquaci. Per quella specie d’orrore che le donne hanno del silenzio, discorrevano esse di cose vane, rievocando le memorie degli scorsi anni in campagna: gite, avventure, abitudini o conoscenze perdute. Ed egli, con un turbamento visibile, seguiva il suono di quelle voci, che parevan melodiare su le vaghe armonie della notte estiva.

— Ti ricordi? — disse d’un tratto Luisa alla cugina. — Quante volte si è fatta così, di sera, questa strada con Federico!

— Era la passeggiata preferita da lui.

— Eh, si capisce: è la più buja! — malignò sogghignando la bionda. — Ti ricordi anche quella volta ch’egli mi fece tanto spaventare, uscendo d’improvviso da una siepe? Io, per poco, non caddi svenuta; e tu in vece.... Di’ la verità: voi eravate d’accordo?

Come non avesse udito la domanda, Flavia mormorò quasi tra sè, con voce triste:

— Già due anni son passati da quel tempo! Come mi sento mutata!...

— A proposito — interruppe Luisa vivacemente; — volevo chiedertelo fin dall’altra sera sul rialto. Non trovi che il conte Aurelio rassomigli un poco al Bracci?

— È vero, l’ho notato anch’io; — rispose Flavia, volgendosi a osservare il giovine. — Negli occhi; nella bocca, specialmente quando parla o ride; ha perfino alcuni gesti identici a Federico...

Aurelio, da che aveva udito il suo nome, si era avvicinato alle due signorine, e aveva seguito attentamente le ultime frasi del loro discorso.

— A chi rassomiglio io? — chiese con curiosità alla signorina Boris.

— A... un tal signor Bracci...

— Bracci...?

— Sì, un amico _suo_, — rispose Luisa, allungando il collo per veder bene in faccia l’Imberido.

— Un amico d’altri tempi, che ora non conosco più, — Flavia soggiunse, con la voce concitata.

Il giovine, non avendo compreso l’allusione, si strinse nelle spalle e non osò interrogare oltre. Fu Flavia medesima che riprese, dopo un breve silenzio:

— Credo di averle già parlato altra volta di lui; precisamente la sera che fu a Cerro il signor Zaldini.

— È strano, non rammento... Non so...

— Egli... è stato per tre anni il mio fidanzato...

— Ah, — fece Aurelio con insolita vivacità; — sì, sì; ora ricordo... Ella però, signorina, non me ne aveva fatto il nome; nè io poteva imaginarlo.... è dunque per colpa di questo signor Bracci (al quale ho anche la sventura di rassomigliare) ch’ella ha chiuso per sempre e a tutti i battenti del suo cuore?...

— Sicuro, proprio per colpa di costui! — rispose Flavia, componendo i lineamenti del viso a un’espressione di dolore non ancor rassegnato.