Part 6
Un nuovo ordine di pensieri, più calmo ma non meno ingrato, si svolse allora nel suo cervello: perchè sua nonna lo aveva tacciato di essere l’amante di Camilla? Come, come aveva potuto imaginare una simile assurdità? Non certo perchè egli, col suo contegno e anche con le sue difese, le avesse mai dato un appiglio per sospettarlo. Non certo perchè la possibilità di una siffatta tresca fosse una sola volta balenata nella mente di lei che conosceva troppo bene le sue idee in proposito e il suo rigido orgoglio e le sue «abitudini d’orso», come celiando si compiaceva di chiamarle. Doveva esser dunque un’altra intenzione nella calunnia sanguinosa. Or quale poteva essere questa intenzione?... Era chiaro: ella lo aveva voluto affliggere, offendere, umiliare, anche a prezzo d’una bugìa. Inviperita contro il nipote, perchè era sorto in difesa altrui a ribattere le sue accuse, ella aveva opportunamente usato di un argomento _ad hominem_ per liberarsi con un sol colpo del molesto contradittore. Il fatto in sè non era grave, ma pur troppo non era nuovo né raro: quasi ogni giorno, o per un motivo o per un altro, ella trovava il modo di rivolgergli frasi consimili, in cui sempre l’identico sprezzo insisteva, come una nota tenuta a fondamento d’accordi diversi. Aurelio ne rammentava ora una serie innumerevole; anche Aurelio rammentava che quelle frasi tendevan tutte a colpirlo dove più delicata era la sua sensibilità: ne’ suoi ideali, nelle sue predilezioni, nelle sue stesse virtù, nelle sue stesse rinunzie. Si sarebbe detto ch’ella traesse dalle mortificazioni a lui inflitte, una specie di strazio divinamente piacevole; o, meglio, che una volontà superiore, in mano della quale ella non era se non lo strumento doloroso, glie le suggerisse per uno scopo oscuro e fatale. Ma, quale scopo?
«Ah, le donne! Le donne!» esclamò il giovine improvvisamente, tratto come di consueto a generalizzare le sue considerazioni. «Madri, sorelle, mogli, amanti, esse non si smentiscono mai, mai! Che cosa sono per esse i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri sacrifici, la nostra coscienza, in somma tutta l’anima nostra? Nulla, meno che nulla. Esse non comprendono che gli uomini comuni, mediocri, normali, quegli uomini che lavorano indefessamente per vivere, generano figliuoli, li allevano, e lasciano a questi il posto, quando il loro malinconico cammino è giunto alla mèta. Gli altri tutti, sono per le donne altrettanti mostri paurosi, che bisogna distruggere, redimere o avvilire; ed esse li distruggono, li redimono o li avviliscono, perchè tale è il loro dovere. Non hanno esse forse, nel misterioso equilibrio della Natura, la missione di conservare le tradizioni della razza? di mantenerla strettamente legata alle origini? d’impedire che i caratterismi del tipo umano si perdano o si trasformino? Non sono esse le sacre custodi della essenza prima di nostra Specie? Vigilare affinchè questa non traligni, non strisci o non voli: ecco il segreto potere della anima loro, ecco la base di tutta la loro psicologia.» Egli soggiunse: «Liberi, liberi dunque bisogna essere dalla tirannia di queste vilificatrici d’ogni personalità, di queste nemiche implacabili d’ogni tendenza elevata e d’ogni slancio sublime! Liberi bisogna essere, per divenire qualcuno e poter fare qualche cosa — prima della morte!»
Egli si mosse, di nuovo; andò alla finestra, l’aperse, lasciò ch’entrasse la trionfante luce del giorno.
Il giardino splendeva nel sole, con le sue bianche scalee, con le sue statue bianche, come intagliate nel verde cupo della pineta. Il poggio, sopra, aveva un chiarore metallico, come fosse tutto cosperso d’una polvere d’oro.
Quella visione, dopo lo sfogo benefico, gli ricondusse lo spirito alta calma, gli ridiede la coscienza piena di sè stesso. Valeva forse la pena di crucciarsi per quelle futili questioni? Non aveva egli altro di meglio e di più serio da pensare o da fare? Egli richiuse le persiane, e venne a sedersi d’avanti alla scrivania. Molti fogli vi erano sparsi in disordine, quasi tutti vergati, per intero o in parte, a caratteri grandi, decisi, piuttosto oblunghi, un po’ inclinati da sinistra verso destra: le cancellature frequenti e risolute mettevano sul nitor della carta vaste ombre oscure. Tra quella moltitudine di fogli, dov’egli era solito d’abbozzare i suoi lavori o di fermare le idee utili, emergevano qua e là alcuni grossi libri aperti e le pagine fitte di qualche rivista nostrale o forestiera. Sul piano del palchetto eran poi raccolti i frammenti delle sue tre opere in corso: un enorme fascio di carte, chiuso in una custodia di pergamena su cui si leggeva il titolo in inchiostro rosso: _L’avvenire delle società umane_; un altro fascio meno voluminoso, rattenuto da un semplice foglio piegato a mo’ di busta, sul quale era scritto: _La Morale dell’Evoluzionismo, critiche all’opera di Erberto Spencer e conclusioni_; e infine un terzo fascicolo, alquanto esiguo, con la dizione: _Socialismo e Cristianesimo_.
Aurelio prese quest’ultimo dal palchetto della scrivania, e se lo pose dinnanzi. Era uno studio sintetico e impressionante su le comuni aspirazioni delle nuove idee sociali e della vecchia morale cristiana, il quale tendeva a dimostrare come la fusione delle due teorie non potesse esser lontana, e voleva mettere in guardia gli studiosi e i pensatori contro le fatue lusinghe e i gravi conseguenti pericoli che un siffatto connubio avrebbe portati con sè. L’Imberido s’era accinto a scriverlo nell’ultimo mese passato a Milano, avendo intenzione di pubblicarlo in diverse riprese su la sua Rivista; poi, siccome dal suo arrivo a Cerro s’era immerso totalmente nella grande opera _L’avvenire delle società umane_, lo aveva abbandonato, e, sebbene fosse già presso a concludere, non s’era più dato pensiero per ultimarlo. In quel momento, forse perchè ricordava le sollecitazioni che lo Zaldini gli aveva fatte la mattina precedente, o perchè non si sentiva di riprendere un lavoro troppo intenso e faticoso, Aurelio fu spinto involontariamente a continuare il breve studio interrotto.
Egli sfogliò il fascicolo lentamente, scorrendo con lo sguardo su le pagine, già fatte giallognole dal tempo, quasi volesse risvegliare la memoria precisa di quanto aveva scritto. Come giunse alla interruzione, indugiò alquanto per rileggere attentamente gli ultimi periodi; e li rilesse a voce alta, ascoltandosi.
«E questi saranno gli estremi e i più fervidi adoratori di Cristo, non forse molto dissimili da quelli che primi lo adorarono. Così le Scritture saranno compite, e così la parabola terminerà com’era incominciata.
«L’attacco sarà certo formidabile. Il fanatismo dà un coraggio che le persone calme non hanno e non possono avere. Se dalla parte dei Ribelli non ci sarà un soverchio equilibrio morale, ci sarà per compenso il Genio nelle sue più acute manifestazioni. Uomini grandi, uomini terribili sorgeranno in questa sollevazione disperata, da questo ibrido connubio di misticismo e d’animalità: spiriti tumultuosi, dotati d’un potere magnetico irresistibile, dominatori e affascinatori delle masse, i quali troveranno vie insospettate per trascinarvi perdutamente i cervelli e i cuori. E a questi s’uniranno con entusiasmo tutti gli spostati dalle assurde e magiche idealità, e le anime guaste dall’odio o dalla cupidigia, e i perpetui adolescenti, e i perversi e i degenerati e i pazzi!
«Con queste bandiere, con queste reclute, con questi capitani, la parte inferiore della Umanità insorgerà contro la superiore, tenterà lo sforzo supremo per arrestare il fenomeno fatale della civiltà e dell’evoluzione. Chi trionferà nel gigantesco cimento?»
Così il manoscritto bruscamente s’interrompeva.
Aurelio Imberido, dopo esser rimasto alcuni minuti pensieroso, fissando lo spazio d’avanti a sè, prese con un atto improvviso la penna, e continuò.
IV.
L’ALBERO DEL BENE E DEL MALE.
Il dì successivo, Aurelio, avendo concluso l’articolo, discese in giardino, e s’inoltrò nella pineta per cercare ombra e riposo.
Era un pomeriggio sereno, d’una serenità incandescente, caldo ma temperato da qualche soffio d’aria. Per tutto quel giorno egli sapeva che non avrebbe ripreso la penna, come sempre quando terminava un lavoro o una determinata parte di lavoro; e, libero e sodisfatto di sè, seguiva distrattamente i sentieri tortuosi sotto l’ampio padiglione verde, guardandosi d’intorno, aspirando la diffusa fragranza delle resine riscaldate dal sole, ascoltando rapito il fruscìo alterno del vento tra le fronde o il susurro d’un ruscello nascosto.
Nella pineta era una luce pacata e raccolta, come in un tempio. Per il denso intrico, che formavano i rami, premendosi, intrecciandosi, confondendosi nella loro antica e tenace espansione, ogni lembo di cielo veniva occultato. Una parete opaca si distendeva a similitudine d’un velario sopra la terra; e solo, a traverso gli interstizii dei tronchi, un chiarore aureo o rancio o verde, a fasci nettamente visibili, s’insinuava, quel chiarore innaturale che lascian cadere nell’ombra le finestre a vetri variopinti. Un sentimento mistico e solenne emanava dal luogo, come da un santuario a pena illuminato, saturo di vapori d’incenso.
Tra quei profumi, in quella pace, il giovine camminava a rilento, senza un pensiero, abbandonandosi al fascino che gli veniva dalle apparenze esteriori. Tutto assorto nella ottusa contemplazione, egli si perdeva ad accompagnar con lo sguardo il volo d’un insetto nell’aria o il viluppo appassionato dell’edera intorno a un fusto impassibile: s’arrestava ogni tratto attonito per ammirare qualche cespo di ciclamini o di violette sbucante come per prodigio dalle cavità del tufo. Lo spettacolo d’un ragno in atto d’avvolgere la preda nel suo sudario mortale lo tenne fermo lungo tempo, sospeso, attratto, commosso quasi fosse al cospetto d’una rappresentazione tragica. E il suo spirito si mantenne così semplice durante l’osservazione del minuscolo conflitto per la Vita, ch’egli non sentì altro impulso se non quello d’intervenire a favore del debole, predestinato al sacrificio, contro il forte che pure esercitava il suo pieno diritto all’esistenza.
D’improvviso una voce acuta risonò dietro le sue spalle.
— Buon giorno!
Egli si volse bruscamente. La bionda Luisa, che discendeva in corsa sul medesimo sentiere con un gran mazzo di fiori in pugno, lo aveva raggiunto senza ch’egli si fosse accorto della sua presenza.
— Buon giorno, signorina! — egli rispose, arrossendo un poco.
Ella s’era fermata vicino a lui, e lo fissava con quegli occhi chiarissimi e ardenti, in cui la luce pareva concentrarsi come nel fuoco d’una lente.
— Bella giornata, oggi, — ella disse sùbito, poi che Aurelio immobile d’avanti a lei non accennava a continuare.
— Bella, davvero.
— E che delizioso rifugio è questa pineta! Io ci passerei la vita.... L’estate qui dentro è dolce come un autunno.
— Se non erro, ella è stata a raccolta, signorina....?
— Sì, di fiori, — interruppe Luisa con vivacità; — di fiori selvaggi, come piacciono a me. Ma adesso bisogna che torni a casa e in fretta, perchè l’ora del pianoforte è già scoccata e la zia è severissima....
Sorrise lievemente, socchiudendo a pena le palpebre ma senza distogliere gli sguardi dagli occhi del giovine. Poi, chinando il capo in segno di saluto, con un atto assai leggiadro:
— Con permesso, — soggiunse; e riprese in corsa la sua strada.
Prima d’oltrepassare il gomito del sentiere, si volse ancora verso di lui per gridargli:
— Se s’inoltra appena un po’ nella pineta, trova Flavia.... A rivederla!
E, così dicendo, la giovinetta scomparve.
Aurelio, che non aveva avuto il tempo di rispondere, era rimasto fermo e attonito, con gli occhi inerti, alla svolta della viottola. Quell’incontro gli era stato insolitamente gradito. Sorpreso dalla comparsa subitanea della fanciulla, egli aveva prodigato a questa la stessa benevolenza curiosa e quasi tenera, che gli abondava in quel momento nello spirito e aveva espansa su le mute manifestazioni del bosco. Le poche parole scambiate non avevan potuto certo risvegliare in lui un’idea o un sentimento nuovo, diverso da quello ond’era invaso. Avevan parlato della beltà del giorno, della pineta ospitale, di fiori, delle cose miti e piacevoli, al cui incanto l’anima sua dolcemente si concedeva. E la frase, che Luisa gli aveva gittata da lontano, era giunta fino a lui senza che potesse afferrarne bene il significato. Egli a pena l’intuì, ripensandoci. Ebbe un attimo di perplessità: doveva seguitare e farsi incontro a Flavia? Doveva retrocedere ed evitarla? Inconsciamente il suo pensiero rifuggì da ogni indagine sul senso esatto della frase, si ribellò a qualunque sforzo a fin di prendere una risoluzione. Egli proseguì per inerzia la sua passeggiata contemplativa nel bosco, dove il silenzio era tornato quasi più grave e più vasto che prima non fosse.
Passò la grotta artificiale, irta di stalattiti superbe, onde alcune gocce perennemente cadevano su la terra fradicia; arrivò al crocicchio dei due sentieri che tagliavan la pineta nelle due direzioni principali; s’arrestò un poco d’avanti all’erma che dominava il luogo, un gran busto nudo di donna su cui l’assidua carezza del tempo era passata, corrodendo e levigando il sembiante, ma lasciando rigidi e intatti i seni, come gonfii d’un desiderio immortale. Procedette poi a passo più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la sommità del sentiere.
Flavia era là, sola nella luce. Saliva lentamente l’erta d’un prato contiguo alla pineta. Al di là l’orto incominciava, tutto lussureggiante di piante pallide, da cui si vedevan pendere i frutti ancora acerbi o alcuni grappoli vermigli di ciliege. Sopra l’orto, il poggio coltivato a vigneti s’elevava in una succession di scaglioni petrosi, intorno ai quali le viti avevan disegnato come un greve merletto verde.
Ella saliva quella distesa inclinata su cui l’erba cresceva foltissima e intonsa con una maravigliosa chioma di fioretti d’oro. La sua persona, un po’ curva in avanti, appariva dal ginocchio in su tra la verzura profonda, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. A volte rimaneva per cogliere con la mano un fiore sopreminente; a volte s’inchinava alquanto verso il suolo, e scrutava assorta i misteri di quella selva minuta. Come più s’allontanava, ella facevasi più lenta, indugiando a ogni passo sul pendìo lubrico ed erto, arrestandosi, col capo levato in alto, per fissare l’orto o il poggio solatìo, quasi fosser la mèta del suo cammino. Quando fu presso al limite estremo, improvvisamente le forze le mancarono, ed ella, mettendo un piccolo grido, si volse e s’abbandonò tutta quanta, distesa su l’erba come su un letto.
— Lei, conte?! — esclamò Flavia turbata ma sorridente, poichè vide il giovine fermo allo sbocco della viottola; e s’alzò di scatto a sedere.
Aurelio senz’aprir bocca la salutò, levandosi il cappello.
— È venuto a sorprendermi, eh?
— Confesserò — egli rispose — che senza volerlo sono stato spettatore di tutta l’ascensione.
— Male, assai male! Doveva avvertirmi della sua presenza...
— L’avrei desiderato, ma come fare? Potevo prendermi la libertà di chiamarla per nome?
Ella gridò, ridendo:
— Gran che!.... Del resto non occorreva: bastava tossire, tossire con molta violenza.... Io, che ho buon cuore, mi sarei sùbito impensierita per la sua salute e naturalmente, volgendomi, l’avrei scoperto....
— È vero! Mi scusi.. non ci ho pensato!
Risero entrambi. Ella così forte che un’eco lontana rispose; e agitò le mani, e battè l’una contro l’altra palma in un fresco trasporto di giocondità.
— Non è indiscrezione domandare dov’era mai diretta per sì mali passi la signorina? — chiese Aurelio.
— Non so precisamente. Ero stanca di star là giù seduta a lavorare: e m’è nata la cattiva ispirazione di salire verso l’orto a traverso questo prato.
— Ah, ella vien fin qui a passare le ore calde della giornata?
— Sì, noi lavoriamo quasi sempre all’aria aperta. Si vuole avere il gran cielo per testimonio che l’ozio non è tra le nostre abitudini... Come può vedere, quello è appunto il nostro laboratorio, quando almeno il tempo ce lo consente.
Il giovine si volse verso il punto che Flavia indicò. All’ombra degli ultimi abeti del bosco, in una specie di nicchia verde, era disteso su l’erba un ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, cestelli, e d’una infinità di gomitoli colorati; due telaretti per ricamo e due sediuole portatili compivano quell’improvvisato luogo di lavoro.
— È un rifugio da poeti, questo! — disse Aurelio, rivolgendosi a lei.
— Dove, per buona ventura, poesie non se ne fanno, e né pure se ne leggono mai! Io odio cordialmente i versi e i verseggiatori.... Non è per caso tra questi, signor Imberido?
— No, signorina, pur troppo!
— Pur troppo?...
— Sì, perché vorrei esser poeta.
— E a che pro?
— A che pro...?! — ripeté il giovine, fissandola, un po’ impacciato.
La domanda l’obbligava a una lunga esplicazione e non agevole. Egli ammirava profondamente le opere estetiche: tra tutte le arti, la poesia e la musica eran quelle che prediligeva come le più perfette espressioni della bellezza ideale. Pensava anzi che l’arte fosse, con la filosofia, l’eccelsa fioritura della mente umana, un privilegio degli spiriti eletti, un titolo tra i più validi e più legittimi nelle nuove aristocrazie intellettuali. Per lui l’artista era un uomo nobile, e uomo nobile non poteva essere chi rimaneva estraneo e chiuso al fascino del bello, alle pure ebrezze dell’intelligenza. Queste cose egli avrebbe voluto esprimere, e le parole gli salirono spontaneamente alle labbra. Ma invece rispose:
— Per celebrar le sue lodi, signorina!
Ella lo guardò, come se dalla pausa avesse indovinato i suoi pensieri e dubitasse della sincerità di quella risposta. Quindi, per non insistere su l’argomento in cui sentiva esser tra loro una discordia d’opinioni, domandò:
— E lei, dove andava da queste parti?
— Io? Non so... Verso l’alto, come sempre... Perchè a me piace salire, continuamente salire... La montagna m’attira con una prodigiosa potenza. Quando mi metto per una via che tende in su, non posso più fermarmi, proseguo come un automa sospinto da un’energia ignota, accelero il passo man mano che l’erta si fa più scoscesa, non rimango se non ho superato un culmine. Non so perchè: questa strana sensazione d’ansia e di piacere, l’ho provata dalla prima volta che ho visto la montagna, quando ero ancor bambino.
Flavia ascoltò grave e attenta, or corrugando e ora spianando la fronte, tenendo lo sguardo fisso su di lui, ma non ne’ suoi occhi. D’un tratto si levò ritta in piedi, e disse a mezza voce, così che a pena egli la intese:
— Su via, dunque, mi dia un saggio della sua abilità d’alpinista. Mi raggiunga... Andiamo!
Le semplici parole, che parevan dette per giuoco, ebbero dall’intonazione e dal gesto un significato profondo. Egli non potè resistere all’invito; s’abbandonò a quel tenue incanto; si lasciò trascinare da quella voce di donna che lo chiamava discretamente a sè. Un desiderio oscuro l’assalì: di mostrare la sua vigoria fisica, di rivelare in uno slancio leonino la sua giovinezza agile e forte. Si sarebbe detto che l’essere originario, primordiale, selvatico, avesse avuto in lui un brusco risveglio, fosse uscito libero e fresco dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. Egli ascese in corsa il pendìo ripido del prato, giunse in un attimo a fianco della fanciulla, si fermò sicuro d’avanti a lei, rattenendo il respiro per non tradire la commozione del cuore, per ostentarne la regolarità dei palpiti anche dopo uno sforzo supremo.
— Bene! Bravo! — ella approvò seriamente, senza sorridere, con sincerità; poi, soggiunse cambiando tono ed espressione: — Ed ora che si fa? Dove andiamo?
— Dove andiamo? Dove vuole, signorina.
— Nell’orto?
— Nell’orto.
— Forse non c’è mai stato?
— In fatti, mai.
— Io le farò da guida, — concluse la fanciulla; e s’incamminò spigliata d’avanti a lui.
Portava un abito grigio, sobrio e attillato, che avvinceva strettamente il suo torso e scendeva diritto lungo i fianchi, ritraendo a ogni movimento le forme eleganti della persona. Nessuna guarnizione su quell’abito; un sol nastro serico d’un color di lilla pallido le girava intorno alla cintola assai sottile, e ricadeva dalle reni in due lunghe bande volanti fin quasi a terra. In capo aveva un cappellaccio di paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani scarlatti in un ciuffo di foglie e di spighe; e in mano, a guisa di mazza, un ombrellino di raso iridescente, orlato d’una trina bianca.
Aurelio la seguiva da presso, guardandola con curiosità intenta, ma immemore e spensierato come un fanciullo. Entrarono così nell’orto, uno dietro l’altra, senza parlare, tenuti entrambi da una specie di stupefazione dolce, da una specie di torpore, sotto la sferza del sole.
Un gran viale, cosparso di ghiaia fina e quasi candida, tagliava a mezzo il pianoro dove il vecchio frutteto prosperava. Da ambe le parti, equidistanti e regolari, altri viali più angusti vi affluivano in una perfetta simmetria di linee parallele. Nei rettangoli intermedii gli alberi crescevan poderosamente sopra un suolo grasso e ubertoso, piantati in ordine sparso, bene esposti alla luce, diritti e sani, come assistiti nel loro sviluppo da una mano sollecita. Alcuni, troppo carichi, avevan sostegni obliqui sotto i rami più oppressi dal peso; alcuni, ancora esili e malfermi, si vedevan protetti da una custodia di piuoli confitti nel terreno, trattenuti da cerchii di ferro. E v’erano albicocchi, peri, pruni, mandorli, superbi d’una innumerevole prole di globuli gialli o verdi; alcuni noci giganteschi dal fogliame smorto, dal fusto smorto, dai malli smorti, come scolorati dalla soverchia illuminazione; fichi enormi e serpentini, che parevano celare a fatica il loro scheletro mostruoso nel manto delle vaste foglie triforcute; e una moltitudine di peschi fragili, seminudi, maturanti al sole i grossi frutti penduli e vellutati.
Si spandeva all’aria da quella possente coltura di piante fruttifere un odor caldo e salubre, molto simile a un alito vivo. Qua e là qualche vaso di limone o d’arancio, disposto su i margini dei viali, mesceva alla fragranza diffusa dei grandi alberi il profumo penetrante de’ suoi fiori, come un artificio d’eleganza e di seduzione in una bocca di donna. E dovunque era silenzio, silenzio profondo; nella pineta, nel prato, nell’orto, sul poggio, nel cielo.
— Com’è ben tenuto questo frutteto! — esclamò Aurelio, guardando in torno pieno di maraviglia.
— È l’unica parte del giardino che non fu trascurata dopo la morte del vecchio marchese. Il guardiano Giuseppe vive in su questa comodamente con la sua numerosa famiglia. Perciò prodiga qui tutte le sue attenzioni, impiega tutto il suo tempo; io credo che l’ami più di sua moglie, più de’ suoi stessi figliuoli.... E ne è geloso, geloso fino alla manìa, — ella soggiunse, ridendo forte. — Se il pover uomo sapesse che ora noi gli abbiamo invaso il territorio, chi sa in che pena starebbe!...
— Non sospetterà certo che noi gli si voglia rubare....
— Sospetta di tutto e di tutti....
— Ritorniamo dunque indietro, — propose Aurelio, seriamente.
— E perchè?.... Se a me piace di venir qui, soltanto perché so che Giuseppe non lo desidera....
— È una cattiveria questa, signorina!
— No, un capriccio.
— Ma se ci scopre?...
— Peggio per lui!... Non sarebbe poi la prima volta ch’egli mi trova nel suo orto, sola o accompagnata....
Aggiunse anche, facendosi grave, guardando fissa il giovine:
— D’altra parte noi pure abbiamo un certo diritto su queste frutta, perché il luogo non è suo e noi lo teniamo in affitto senza alcuna riserva della padrona.