L'incantesimo

Part 23

Chapter 233,817 wordsPublic domain

Lascia cader le braccia lungo i fianchi, e rimane a lungo attonito, in contemplazione della donna così prostrata e quasi vergognosa d’avanti a lui.

— Ascoltami, Aurelio. Ormai è necessario ch’io ti dica tutto... perché tu possa giudicarmi, e al caso anche consigliarmi. Sì, è vero: l’avvocato ha chiesto la mia mano e mio padre glie l’ha accordata... senza chiedere un mio cenno d’assenso, puoi imaginare, perché, se l’avesse fatto, avrei risposto senz’altro con un rifiuto aperto e decisivo. È inutile che ti racconti ora le scene che son successe in quest’ultima settimana tra me, il babbo e la mamma, quando poi ho cercato di ribellarmi, di far prevalere i diritti del mio cuore su le dispotiche pretensioni della loro esperienza e della loro autorità. Il babbo ha gridato, ha imprecato, ha detto che aveva impegnata omai la sua parola per concludere ogni volta con la stessa terribile frase: «Devi sposarlo e lo sposerai»; e la mamma, poveretta, non ha fatto che piangere, supplicarmi, dimostrarmi tra le lacrime e le carezze ch’io respingeva per un capriccio la fortuna della mia vita, infliggendo un dolore immenso e immeritato a loro due che in fine non volevano se non la mia felicità!... Tu, tu, Aurelio, eri lontano.... Se fossi stato qui a sostenermi nella lotta, a consigliarmi, a infondermi la fede nel tuo amore, oh, non avrei ceduto.... Ma tu non arrivavi mai, mai.... e i dubbii nel mio cuore, quei dubbii che tu conosci, divenivan sempre più forti, mi circondavano, mi schiacciavano, mi toglievan forza e coraggio assai più delle rampogne del babbo, assai più delle preghiere della mamma!.. Quando io mi rifugiavo nella mia camera per sottrarmi alle pressioni dell’uno o dell’altra, i dubbii, vedi, incominciavano ad assalirmi da ogni parte; ed io, affranta, smarrita, sfiduciata mi chiedeva se non sarebbe stato meglio anche per te che accettassi, se non avrei fatto sopra tutto il tuo bene, liberandoti da ogni legame con me.... Jeri, proprio jeri, poco prima che l’avvocato giungesse, la mamma mi chiamò a sè e, implorando, singhiozzando, ricorrendo a ogni mezzo di persuasione, riuscì a trascinarmi vinta e rassegnata d’avanti al babbo!.... Ora che si fa, Aurelio? Che posso fare? Che debbo fare?... Consigliami tu, dimmi, ordinami tu quel che debbo fare ed io, lo giuro, ti obedirò a costo di qualunque follìa!

Ella ha parlato calma, senza un gesto, con un’espressione di serietà ferma e misurata, tenendo continuamente fissi gli occhi, che sono asciutti e solo un po’ rossi per le lacrime di prima, in quelli intenti d’Aurelio.

— Flavia, — dice questi, dopo un’esitazione cupa, — non bisogna che t’illuda: io sono povero, molto povero. L’agiatezza, di cui la mia povera mamma ha potuto fortunatamente godere fino all’ultima sua ora, ella la traeva da un vitalizio... Io sono povero; e costui in vece è ricco; egli può assicurarti un’esistenza felice, senza privazioni di sorta e senza preoccupazioni per il domani. T’amo troppo, Flavia, per esigere da te un sacrifizio di questo genere: se tu credi di potermi lasciare senza grande dolore, io mi rassegnerò, m’eclisserò, andrò lontano e, t’accerto, non sentirai mai più parlare di me in vita. Vuoi che ti consigli, come un amico, come un fratello?... Sposa quell’uomo e dimenticami.

— Anche tu! Anche tu m’abbandoni!.... — ella grida esterrefatta, congiungendo le palme come in atto di preghiera. — Ma non capisci, Aurelio, ch’è impossibile? Non capisci che non l’amo, non l’amo e mai non potrò amarlo? Non capisci che non potrò mai esser felice, insieme con un uomo che mi spiace e mi ripugna?.... Oh, è con un senso d’orrore indicibile ch’io penso al giorno in cui sarò sua, in cui dovrò appartenergli tutta, anima e corpo, per sempre!...

Ella s’interrompe, senza respiro: ha un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio, quasi avesse già visto la mano del tiranno avvicinarsi sicura e audace alle sue carni. Si passa le dita nei capelli, e soggiunge con un accento di disperazione infinita:

— Dio, o mio Dio, quanto sarò infelice!

— Ed io, Flavia, ed io?!.... Io, che non ho nessuna persona cara vicina a me? Io, che non ho altri che te al mondo e, perdendoti, non posso sperare in una parola di conforto e d’incoraggiamento da nessuno, intendi? da nessuno....?! Pensa, pensa quando ritornerò solo nella mia casa deserta e dirò a me stesso: «Tutto, tutto è finito!» Che sarà poi? Dove porterò il mio dolore? Come potrò trovare un mezzo, se non di vincerlo, di lenirlo, di renderlo sopportabile al mio povero cuore ancora affranto dall’altra terribile sciagura?... Oh, la morte, Flavia, non c’è che la morte che possa sorridermi, quando ti avrò perduta.

— No, la morte no! Non la morte! — esclama ella, precipitosamente, poichè vede le palpebre del giovine gonfiarsi di nuovo e luccicare.

Qualche cosa d’oscuro passa come un fulmine ne’ suoi occhi. Ella sembra concentrarsi tutta in un suo pensiero, come chi riflette e delibera su l’istante. Poi scrolla il capo, il suo viso fiammeggia d’una gioja selvaggia, e, inchinandosi verso di lui:

— Ascoltami, Aurelio, — dice. — Ho un’idea pazza, pazza come sono io in questo momento. Un solo rimedio c’è omai per salvare te, me, la nostra vita, il nostro amore!... Dopo che t’ho visto, dopo quel che ho udito dalle tue labbra stanotte, io sento che non potrò mai esser d’altri che tua.... e tua sono da questo momento, pronta a offrirmi a te così, tutta quanta, appena tu lo voglia!... Nessuno sa che sono uscita di casa; le notti son lunghe, ora, e l’alba è lontana:... se mi vuoi, Aurelio, (bada: se mi vuoi) stanotte stessa abbandono la mia famiglia, ti seguo, fuggo con te.... Sarà un colpo tremendo per il babbo, e sopra tutto per la povera mamma.... Non m’importa: sono essi che l’hanno voluto.... E, non temere, Aurelio; più tardi essi medesimi finiranno per cedere, per acconsentire alla nostra unione e perdonarci..... Al punto in cui siamo, soltanto una follìa, una grandissima follìa ci può salvare!

Straordinario è lo slancio di passione e di volontà, che ha rialzato la voce, tutta la persona di Flavia in quel momento. Una nuova creatura è apparsa in lei d’improvviso e s’è rivelata all’amante in tutta la sua magnificenza: una creatura superbamente bella, sostanziale, foggiata per l’esperienza d’amore, maturata dalla avversità, forte, pugnace, sicura del suo scopo, schiusa a tutte le sensazioni e pronta a tutti gli ardimenti.

Il giovine la guarda stupito, incerto, come sopraffatto da tanta bellezza e da tanta energia morale. Ma la sua esitazione non dura che un attimo. Anche il suo capo si scuote, anche i suoi sguardi fiammeggiano, anche la sua persona s’aderge fiera e possente nella notte come la figura d’un eroe.

— Vuoi? — egli chiede.

E la sua voce è dolce, serena e pur risoluta.

— Aurelio?!

— Vuoi? — egli ripete, stendendole la mano con un gesto semplice e solenne.

— Oh, grazie!

È un grido, ma un divino grido d’ebrezza, di gratitudine e d’abbandono. Ed ella di sbalzo s’è levata in piedi per gittarsi perdutamente tra le sue braccia. E le labbra hanno cercato spontanee quelle di lui, si sono unite con queste, si son fuse insieme in una prima concordia di voluttà furiosa, quasi frenetica, come labbra arse dalla sete che suggano l’acqua d’una sorgente impreveduta.

— Grazie, Aurelio! — ella prosegue, staccandosi dal bacio, interrotta a tratti da un breve riso nervoso. — Tu m’hai ridato la forza, m’hai ridato la vita, la fede, la felicità!... Ora, vedi, non son più sgomenta, ora non tremo più... Qui, tra le tue braccia, mi sento così sicura che sfiderei il mondo.... Oh, il dubbio, l’orribile dubbio che tu avessi a sdegno il mio amore e provassi onta del tuo!... È finito, è finito, non c’è più!... Dio, mi sembra di morire, tanto sono beata! Mi sembra d’esser divenuta un’altra donna.... Non temo più nessuno, non temo più nulla.... Sono tua, tua, tua.... a dispetto di tutti, a costo di qualunque felicità che non sia la nostra!... Vedi, Aurelio: adesso sento che potrei anche affrontare il babbo e farlo piegare alla mia volontà.... In fine, perchè dovrei aver paura di lui? Che mi può fare? Sono io dunque la sua schiava? E il nostro amore è forse un delitto, chè noi per difenderlo si debba fuggire?... Grazie, Aurelio, mille volte grazie! Tu sei buono.... e mi ami.... ora son certa che mi ami.... Una tua parola è bastata a rischiararmi tutta l’anima; è bastata a ridonarmi la ragione e la calma, a indicarmi la via migliore per raggiungere il nostro intento.... Io resto, ora, io resto qua.... Non bisogna più fuggire.... Ieri ho detto: «Sì»; ebbene domani dirò: «No, no, no», e il mio rifiuto sarà irremovibile.... Oh, Aurelio, amore, mio amore!...

E, con un moto languido e felino, si raccoglie palpitando sul suo petto, umile d’un tratto, tanto debole e sottomessa quanto le sue ultime frasi sono state energiche e risolute.

Il giovine non pensa più, non considera più. Estatico, travolto da quell’onda improvvisa di passione, egli segue e rispecchia ogni atto di lei, ogni moto delle sue labbra, ogni capriccio della sua volontà, come se tutto si fosse annullato nella sua mente. Una cosa egli intende, una sola cosa, questa: la donna ch’egli ama è lì, avvinta a lui, fiduciosa, inebriata dal suo bacio, tutta sua alfine; è l’ora suprema delle delizie e degli oblii; e in torno si distende una notte profonda, piena di segreti e d’incanti. Bisogna amare, inebriarsi, sognare.

— Vedi, anche la mia stanchezza è passata! — ella continua, scossa sempre da quel breve riso spasmodico. — Vuoi che ci muoviamo? che andiamo più in su, verso l’orto (ti ricordi le ciliege, quel giorno?), verso il mio nascondiglio, dove tu venivi a trovarmi, forse troppo di rado?... Chi sa che effetto farà con questa luna!... Sarà bello! Se andassimo là?...

— Andiamo, sì, andiamo....

Ella è, questa volta, che lo spinge; ella che lo guida su per il sentiero un po’ ripido, a traverso la pineta in cui le tenebre si son di nuovo addensate. Tenendolo stretto a sè e sollecitandolo, ella gli parla senza tregua all’orecchio con quella voce che vien di lontano, trepida, un po’ affannosa, indefinibile. Ed è palese lo sforzo ch’ella fa per distrarlo, per dissipare in lui qualunque ombra, nella sua animazione eccessiva, nell’alterazione nervosa de’ suoi movimenti, nell’incoerenza delle sue parole. Le ricordanze, le più fioche ricordanze del loro amore passano così a una a una su la sua bocca, evocate in confuso, trasformate dal suo sentimento nascosto, dalla confessione dei suoi intimi pensieri, che il giovine conosce per la prima volta, estasiandosi, maravigliandosi.

— Ti ricordi, nell’orto? — ella mormora: — tu mi raggiungesti, io ti caddi tra le braccia, e mi parve di morire, non so se per la gioja o per la vergogna.... Ti ricordi? Io t’amava già e ho cercato d’interrogarti: tu sei stato scortese, molto scortese con me, quella sera in barca.... non puoi imaginare il dolore che mi hai dato.... Rammenti? Oh, che rivelazione sono state per me due lacrime, due goccioloni tremanti ne’ tuoi occhi sempre serii, sempre aridi, sempre attenti e così freddi!... E quel giorno, su al mio rifugio? Io ho voluto vendicarmi con le tue stesse armi; ma che forza ho dovuto fare su me stessa per non saltarti al collo e non coprirti la faccia di baci.... E quella mattina, sul Motterone, quando ci siam trovati soli e m’hai parlato? Io mi sono fermata, ho detto: «Aspettiamo gli altri!»; ero così commossa, così confusa, così turbata dalla tua dichiarazione improvvisa! Se non avessi preso tempo, mi sarei tradita!... Tu non crederai, Aurelio, tu non potrai credere a quanto sto per dirti; e pure quella sera lontana, la stessa sera, in cui t’ho raccontato il mio primo amoretto infantile, io simulavo un rammarico enorme, soltanto perchè temevo che tu e Luisa mi leggeste in volto la nuova passione, che già mi infiammava. La memoria dell’altro era già morta e avvizzita; io era già tutta piena di te, come adesso, intendi, come sempre.....

Così arrivano al limite più alto della pineta, leggeri, stretti, come volando sul suolo. E Flavia parla sempre, non altro forse che per affascinar l’amante con la musica della sua voce. E Aurelio obedisce, sempre docile e rapito, alla minima pressione del braccio che lo circonda.

La cerchia degli alberi si rompe; l’oscurità li abbandona, rifugiandosi dietro le loro spalle; il chiarore li riprende, li avviluppa, li divinizza, arrestandoli attoniti e maravigliati su la soglia tenebrosa della selva.

Allora, istintivamente, Aurelio e Flavia levano la testa. Di fronte a loro il prato dalle erbe intonse, l’orto lussureggiante di piante fruttifere, il colle coltivato a vigneti fin quasi alla sommità, si ergono pallidi per nuova luce, trasfigurati da nuove ombre, nell’inondazione dei raggi lunari. Il prato sembra scosceso come un bastione tappezzato dal muschio; nell’orto, le diverse forme degli alberi si fondono tutte insieme in un’unica massa porosa e fiorita, su cui ondeggia un fluido grigio e iridescente; e gli scaglioni petrosi risplendono nitidi e ben definiti tra il bruno della terra, simili a lunghe strisce candide distese per uno strano ornamento su i fianchi della collina. Ogni colore è scomparso; ogni rilievo, spostato. Tinte, linee, contorni, sporgenze, sinuosità, tutto resta vago, trasparente, fantastico, come languente sotto una carezza diffusa che prostra, snerva, dissangua, disanima ogni apparenza.

— Osserva! Che maraviglia!... Un sogno! — ella esclama.

Egli ripete, come un’eco:

— Un sogno!

Ella domanda:

— Credi tu che riconosceresti il luogo, se t’avesser condotto qui con gli occhi bendati?... Io, no: io credo che non lo riconoscerei.

Poi, dopo una pausa, aggiunge sorridendo, abbracciando il paesaggio con un gran gesto circolare:

— Tutto nostro, non è vero? Tutto nostro!...

— Oh, Flavia! — egli prorompe con un singhiozzo violento di commozione, quasi oppresso e sfinito dal peso di tanta felicità.

Le sue braccia si aprono, si chiudono di nuovo sopra Flavia, ch’egli afferra come una preda, preme contro il suo petto con tutta la frenesia de’ suoi muscoli. E la sua bocca si attacca a quella di lei in un secondo bacio più lungo, più profondo, e pure infinitamente men dolce del primo. Così intensa è la sensazione di quel contatto, e pure così smaniosa e imperfetta, che le sue mani s’aggrappano alle spalle di lei, ed egli crede di cadere come se la terra gli mancasse sotto i piedi. La vista gli si offusca; il battito delle arterie diventa insostenibile. È il delirio che lo prende; è l’eterna fiamma della sessualità che si sprigiona da tutto il suo essere, investendo impetuosamente la donna che gli sta vicina. Un flutto bruciante di parole, l’invito inconscio e fatale alla dedizione, sale fino alle sue labbra e si disperde senza suono, vaporando, nel vuoto. Egli la stringe più forte a sè; le accarezza le guance, il collo, le vesti; la bacia ancora; le soffia in viso il suo desiderio ineffabile, non sapendo più che fare, non sapendo più che dire, esultando di piacere e spasimando d’un’ansietà senza nome....

— No, Aurelio, lasciami! Mi fai male!... — ella dice d’un tratto; e si scioglie dall’abbraccio con un respiro profondo.

Accesa, anelante, con gli occhi semichiusi, ella sembra risvegliarsi da un letargo malefico: si guarda d’intorno con un’espressione angosciosa di smarrimento; si passa le palme su le tempia, su i capelli omai disciolti e sparsi; si piega convulsamente su le reni, quasi curvata in dietro dalle gravità delle folte trecce cadenti.

Poi prende una mano di lui, e se la porta sul seno.

— Senti il mio povero cuore!... Quasi si spezzava nella stretta... Credevo di morire... Oh, dimmi, Aurelio, se fossi morta tra le tue braccia?

— Anch’io sarei morto tra le tue, — risponde il giovine, con un pallido sorriso. — Saremmo morti insieme, avvinti, immemori, felici....

— Felici!... Forse era meglio, non è vero?

— No, — egli esclama con forza, ergendosi di tutta la persona, mentre il suo volto si rischiara come alla visione prossima d’una gioja anche più grande.

Ella sùbito ha inteso; ella sùbito approva con il capo, ripetutamente, senza poter parlare. Ambedue, senza poter parlare, si comunicano ora con gli occhi lo stesso pensiero inebriante: «È vero! Non bisogna morire! Guai, guai se fossimo morti! Bisogna vivere, vivere molto per amarci, per provare ogni gaudio, per conoscere ogni segreto, per vedere tutte le forme, udire tutte le armonie, aspirare tutti i profumi. La vita è bella, maravigliosamente bella; e noi abbiamo le mani colme de’ suoi doni più preziosi: la giovinezza, la libertà, l’amore. Di che temiamo? Tutto il male che abbiamo sofferto non era in noi, era fuori di noi; non traeva origine dalla nostra sostanza, ma ne veniva dalle cose estranee che ci toccavano. Conviene adunque che ciascuno di noi faccia scudo all’altro della propria persona; conviene che ci chiudiamo nella nostra realità, come in una rocca impenetrabile, non accettando dall’esterno che quelle sole comunioni le quali possan rendere più gradevole la nostra gelosa dimora. Abbiamo con noi il favore della Fortuna; e la Felicità ci parla dai nostri occhi, dove si riflettono e si moltiplicano senza fine le stesse nostre imagini. L’Universo è in noi, poichè noi siamo un universo. Viviamo per intensamente amarci, per sfruttare ramo per ramo l’albero fecondo della nostra giovinezza, per provare ogni gaudio e conoscere ogni segreto.»

Rimangono così lungamente taciti, tenendosi per mano, guardandosi, sorridendosi.

E la luna, come in un sogno, li avvolge nel suo pallido incantesimo.

— Vieni, — ella mormora in fine con una voce morbida e insinuante, in cui trepidano tutte le promesse. — Andiamo alla mia casa, nel mio nido... Bisogna rivederlo questa notte... È là ch’è nato veramente il nostro amore... Vieni!

E s’avvia prima, la faccia mezzo rivolta in dietro verso di lui, traendolo per la mano.

Attraversano il breve prato senza sollevare il minimo strepito, più leggeri delle loro ombre; s’affacciano al luogo memore e s’arrestano ancora su la soglia, trattenuti da un nuovo stupore, come da un sentimento religioso, da un timore oscuro di profanazione.

Nell’ombra densa della notte, che il riflesso del colle a pena addolcisce, il piccolo spiazzo tondo pare un tabernacolo misterioso, creato per qualche antico culto silvano nel cuore di un bosco sacro. In torno gli abeti venerabili si piegano discretamente in arco, riparandolo da ogni lato, non lasciandovi penetrare un sol raggio di luna. E un languore d’alcova, un silenzio di solitudine non mai turbata, un profumo complesso d’essenze selvagge native, stagnano nell’immobilità dell’aria, che non un fremito muove. Tutto è chiuso, raccolto, nascosto in quella nicchia vegetale. Perfino il brano d’aperto cielo, che si stende su le vette degli alberi, dà l’illusione d’una cupola, dipinta in tempi assai remoti, su cui le figure siano a poco a poco svanite, lasciando solo nel fondo azzurro l’oro delle stelle, onde le loro vesti splendevano.

— Entriamo. Che si aspetta? — ella dice, esultante ma con la voce sommessa di chi sta per varcare la soglia d’un tempio.

— Entriamo.

Ella s’avanza cautamente, d’avanti a lui.

— Oh, Dio, guarda! — esclama d’un tratto, accennando verso il suolo. — Giuseppe stasera s’è dimenticato di portar giù le sedie, i miei scialli, i miei arnesi. Guarda!

Entrambi sorridono alla scoperta; entrambi si stringono la mano con la medesima intenzione. A entrambi la presenza di quegli oggetti in tal momento pare un segno straordinariamente favorevole alla loro felicità; pare la conferma sicura che ogni loro desiderio abbia a essere in ugual modo esaudito.

— Si direbbe ch’egli abbia preveduto la nostra visita — ella soggiunge. — Tutto è come doveva essere. Tutto è come tu ricordi.

E, staccandosi da lui, s’avvicina con aria di malizia infantile a uno degli sgabelli, vi siede e, a testa china, un po’ abbandonata su sè stessa, finge di riprendere con grande alacrità il suo paziente lavoro di ricamo.

— Eccomi al posto. Ora io t’aspetto.

— Anima! — mormora l’amante affascinato da quel giuoco, con un brivido di gioja orgogliosa, mentre tutte le memorie dell’incerto passato si accumulano nell’anima sua e si disperdono a brani, nebbie dissolte dal sole.

Barcollante in guisa d’un ebro, egli s’accosta all’incantatrice; si gitta alle sue ginocchia, le mette supino la testa nel grembo e, con un gesto tremulo d’invocazione le tende in dietro le mani aperte per un invito d’amplesso delirante.

Non è che un attimo.

Ella si solleva ritta sul busto e rimane seria e immobile a osservarlo dall’alto con un’espressione dura e quasi ostile di penetrazione. Su la sua fronte, dove i capelli più brevi insorgono come i raggi d’un barbaro diadema, un pensiero cupo e profondo si disegna nella profondità delle rughe. Pare che la sua fisonomia si complichi, s’oscuri fino a divenire enimmatica....

Poi d’un tratto il suo capo si scuote vivamente ed ella, come vinta da un languore repentino, piega sopra di lui e gli si concede sospirosa tra le braccia.

— Flavia, — egli implora sommessamente, non potendo dal basso vederla, non potendo sentirla bene contro il suo cuore, non riuscendo a incontrare con la sua bocca le labbra desiderate — Vieni, vieni qui più vicina.

— Dove vuoi, — mormora ella come in sogno.

E, attratta con dolce violenza dalle mani del giovine, scivola senza resistere giù dalla sediuola per cadergli mollemente al fianco su l’ampio scialle disteso al suolo a mo’ di tappeto.

L’oscurità del luogo li assorbe; taciti, confusi in gruppo, invisibili nell’ombra, essi restano là protetti dalle ali della notte clemente, mentre nel cielo la luna incomincia a dichinare verso i monti occidui e su la terra i primi segni antelucani si manifestano di qua e di là, perduti nell’infinita calma, come timide inascoltate sollecitazioni all’alba che indugia.

Lo strillo acuto d’un gallo ha già risonato d’improvviso, simile a un grido guerriero, là su i colli, in lontananza; sùbito dopo, un altro strillo solitario ha risposto da presso, sotto la chiesa, men forte, meno libero del primo, rauco e come soffocato in gola dal sonno bruscamente interrotto. E già a più riprese il brivido del gelo crepuscolare ha percorso il giardino, turbando la quiete della selva e del prato, diffondendo intorno un susurro fioco di vita che si ridesta, preannunziando alle cose tutte il termine delle tenebre e del silenzio. Ma gli amanti, chiusi e isolati nel cerchio del loro gaudioso mistero, non sentono, non odono, non vedono più nulla. In vano il soffio della brezza bisbiglia alle loro orecchie il suo gelido ammonimento; in vano gli abeti s’agitano in giro con un fragore sordo di minaccia; in vano trepidano sgomente l’erbe ai loro piedi; in vano su le loro teste intona una capinera il melodioso inno mattutino. Nulla vale a vincere la potenza fatale ed esclusiva del Sogno! Essi non sentono se non il tepore delle loro carni; non odono se non i sospiri delle loro bocche; non vedono se non la luce delle loro anime, dove l’eterno fuoco brilla e avvampa, omai inestinguibile. Qualunque comunicazione con l’esterno è rotta; il mondo delle apparenze è scomparso; il passato è abolito; l’avvenire non è che un velo opaco e fluttuante su cui l’attimo fuggevole projetta il bagliore della sua bellezza. Essi son soli, assolutamente soli, in uno squallore senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realtà, nel nulla. E vivono, vivono, e son felici di vivere, ignari di tutto e di tutti, immemori forse anche di sè medesimi, sconosciuti, umili, abjetti; vivono, paghi di quell’attimo più che d’una eternità, contenti del palmo di terra, che li raccoglie, più che d’un immenso magnifico impero.