L'incantesimo

Part 24

Chapter 242,061 wordsPublic domain

È l’ora delle delizie e degli oblii, supremi. — Esiste un’umanità? Esistono altri esseri su la Terra? Non son plaghe ignote e deserte quelle che si distendono nell’ombra oltre la spira avvolgente delle loro braccia intrecciate? Non bastan forse le loro due vite ad animare tutto l’universo? — Certo, entrambi hanno in quel breve lasso di tempo la ferma convinzione d’una assoluta solitudine intorno a essi, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in una assoluta solitudine. E ciascuno, inconscio e risoluto, prova il bisogno imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con essa in un abbraccio quasi cruento, in una congiunzione così intima da divenire insieme un solo unico essere.

— Flavia!

— Aurelio!

— Anima mia!

— Mia vita!

— Amore! Amore! Amore!.....

Essi si chiamano a vicenda, continuamente. Essi si allettano piano, senza voce, soffiando le proprie parole più che non proferendole, bevendo le parole altrui più che non udendole. E tutte le dolcezze, tutte le tenerezze, tutte le delicatezze del linguaggio umano rampollano dai loro labbri, spontanee e vive come le stelle dal cielo in un vespero sereno; e tutte le eloquenze parlano nelle loro anime, tutti i gaudi sospirano, pregano tutti i fervori, osannano tutti gli entusiasmi che nessun linguaggio mai riuscì a esprimere. È l’estro oscuro della Specie che stimola e infiamma le loro facoltà liriche, quell’estro medesimo onde sono ispirati i canti maravigliosi degli uccelli nel tempo sacro alle nozze. È l’eterno Poema della Passione che si svolge impetuosamente dentro di loro, attingendo i culmini dell’estasi e dello spasimo. È il turbine della Felicità creatrice, che li avviluppa, li acceca, li inebria, ne precipita i corpi avvinti in fondo agli abissi della materia per sollevarne gli spiriti fusi in alto, sempre più in alto, verso le magiche regioni invocate dal loro desiderio, là dove non dominano nè orgoglio nè vanità nè convenienza, là dove è sola realità il Sogno, sola e suprema legge l’Istinto.

— Flavia, ti amo!

— Ti amo, Aurelio! Ti amo!

«Amore! Amore! Amore!» La più che dolcissima parola ritorna a ogni tratto nel loro bisbiglio continuo, come il motivo dominante d’un’irrequieta e sublime polifonia; si ripete senza fine, sempre la stessa e sempre nuova, — sintesi insuperabile d’ogni loro pensiero, di ogni sentimento, d’ogni sensazione, — sovrano Verbo che tutto significa, tutto spiega e giustifica.

— Sei felice? — egli domanda, stringendosi più forte a lei, come se un dubbio improvviso l’avesse turbato.

— Son tua, tua, tua.... — ella risponde con la voce rauca, follemente, smarritamente.

E gli afferra il capo nelle mani, gli avventa in faccia la sua intenzione disperata d’ebrezza e d’oblio:

— Son tua, tua tutta quanta, anima e corpo.... non d’altri che tua, perché io voglio così, intendi? da ora, per sempre... Amo te, amo te solo, non ho amato che te in vita, lo giuro, lo giuro.... Per accontentarti, son pronta anche a sacrificarmi, anche a perdermi, anche a morire.... Fa ciò che vuoi di me, Aurelio.... Prendimi, soffocami, uccidimi, se ti piace.... Il tuo piacere è tutta la mia felicità!

Un attimo d’esitazione nel giovine; e poi l’effetto d’un impulso oscuro, selvaggio, irresistibile. Ella si abbandona a lui quasi senz’anima, supina, inerte, con due lacrime fisse negli angoli degli occhi come due gemme, trasfigurata.

...... E il tempo vola. Il tempo si precipita nel nulla inavvertito, sopra la loro letargica voluttà. Quanti istanti ha battuto il palpito dei loro cuori? Quante ore son passate? Quanti secoli?....

..... D’improvviso ella riapre gli occhi faticosamente, come destandosi da un sopore mortale, come tornando alla vita da un’altra vita increata e divina, di cui non serba nella memoria che un rammarico immenso e confuso. — Mio Dio, che freddo! Che chiaror livido! Che strani suoni dispersi nell’aria!.... Dove si trova ella mai? D’onde proviene quell’umido gelo che tutta la intirizzisce? Chi le opprime il respiro? Chi bisbiglia, chi si muove, chi fugge intorno a lei?... — Passano alcuni minuti in cui ella lotta in vano contro la nebbia che le offusca il cervello; in cui cerca inutilmente di coordinare i suoi pensieri, di rendersi conto delle sensazioni inesplicabili ond’è sorpresa.... Finalmente con uno sforzo enorme, solleva un poco il capo e si guarda in giro, smarrita.

È l’alba.

È la fredda livida alba che succede alla benigna notte lunare.

È la realità che succede al Sogno.

È la luce nemica e beffarda che fuga trionfando la coorte delle Tenebre e sembra disperdere con queste l’incanto breve che esse hanno tramato. Per sempre? Forse, per sempre!...

— Aurelio! — ella chiama, invasa dall’orrore, con un fioco grido. — Lévati! È giorno.

— È giorno? — domanda il giovine, aprendo a sua volta gli occhi, balzando fresco e agile a sedere, mentre un vasto sorriso illumina la sua faccia a quel risveglio inaspettato.

Una profonda gioja è dentro di lui: nessuna nebbia offusca il suo cervello; nessuna paura turba il suo spirito. Egli vede, ode, respira liberamente. E l’aria del mattino lo delizia come un elisire; e il frullo d’ali, il cinguettìo dei passeri su gli alberi, gli strilli dei galli sparsi per la campagna gli accarezzano dolcissimamente l’udito come una musica; e quel cielo pallido pallido, dove qualche raro astro tremula ancora, quel paesaggio raccolto, vergine, un po’ nebbioso, affascinano la sua vista e lo rapiscono. Egli esce dall’estasi e rientra nella vita col sentimento orgoglioso e sereno di chi ritorna in patria dal paese della Fortuna. — È giorno? È un nuovo giorno che s’avanza? E benedetto sia questo giorno che lo ridesta alfine tra le braccia della Felicità!

— Flavia, ti amo — egli esclama, volgendo le pupille piene di luce verso di lei, prendendole la mano come per esprimerle tutta la gratitudine che gli fluttua nell’animo.

Ella arrossisce, si turba, si svincola tremante e inquieta dalla sua stretta. Lo sgomento, onde fu assalita, in vece di diminuire, sembra che aumenti sotto lo sguardo beato e riconoscente che tutta l’avvolge.

— Dio mio, che ho fatto! — mormora, coprendosi il viso colle palme, rabbrividendo forte al ricordo del fallo irreparabile. — Che penserai tu di me, ora?

— Penso che tu sei la _mia_ donna e che nessuno omai mi ti può contendere, perchè sei mia, interamente mia.

Ella gli gitta un’occhiata obliqua e paurosa, e s’avvicina un poco a lui, timida, umile, sottomessa come una schiava.

— Oh, Aurelio, — continua con la voce implorante: — tu non devi pensar male di me, non devi accusarmi.... Sei tu che l’hai voluto, tu che m’hai inebriata, tu che m’hai resa folle... Ora tu devi amarmi molto, soccorrermi, salvarmi, perchè, lo vedi, io son debole e non ho più che te solo al mondo.... Puoi far di me ciò che tu vuoi... Io sono una cosa tua, io t’appartengo....

— Tu m’appartieni ed io pure t’appartengo, Flavia, — egli interrompe, sorridendo, rassicurandola con un gesto calmo e affettuoso. — Se tu temi, se dubiti di me, sei ingiusta. Quest’ora di beatitudine che m’hai data, è la prima ora felice della mia vita, ed anche la prima sincera. Io non potrò dimenticarla mai, intendi? mai, ed essa mi lega a te più di qualunque giuramento, di qualunque rito, di qualunque legge.

— Bisogna ch’io discenda, adesso, — ella prorompe d’un tratto, concitata, scrollando la testa, distogliendo gli occhi da quelli di lui. — Forse è già troppo tardi!.. Ah, che imprudenza! Che imprudenza!

Fa l’atto di levarsi bruscamente in piedi, ma le forze l’abbandonano ed ella ricade di peso su la terra.

— Lo vedi? Son morta!... Ajutami, per piacere.

Il giovine di scatto s’è alzato. Sembra che sia più grande, più valido, più forte che non mai, tanto energico e fiero è il suo portamento. Offrendole le due mani aperte, egli l’attira a sè e la solleva ritta senza il minimo sforzo, come una piuma.

— Addio, Aurelio, — ella dice freddamente, sotto voce, senz’osare di guardarlo, arrossendo di nuovo poi che si trova in piedi d’avanti a lui.

— Non vuoi che t’accompagni?

— No, no! È meglio che tu resti qui, è meglio ch’io discenda sola.... Posso incontrare qualcuno in giardino....

— A più tardi, dunque!

La riprende con dolcezza tra le braccia e soggiunge con un accento teneramente carezzevole:

— A più tardi, anima, e.... per sempre!

— Oh, sì, per sempre, Aurelio! Per sempre!

È questo l’ultimo fuggevole lampo di passione in lei — il primo dopo il risveglio.

Ella lo bacia su le labbra con un furore disperato; si scioglie immediatamente da lui; tenta di ricomporre un poco il disordine dei capelli e delle vesti; poi, senz’altro, gli volge le spalle ed esce in corsa dal nascondiglio.

— Ti amo! Ricordami! — le grida dietro il giovine, che il suo sgomento e la sua confusione sembrano aver reso anche più sereno e più grato.

Ella non fa cenno d’averlo udito.

Attraversa il prato a brevi passi assai rapidi; giunge all’imbocco oscuro della pineta e, senza più rivolgersi, s’occulta d’un tratto in questa, — anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione ch’egli n’ha avuta, vi si sprofonda.

Rimasto solo, Aurelio s’incammina lentamente verso il poggio, sospinto da un bisogno intenso di spazio e di frescura. Persiste dentro di lui quel sentimento di placida allegrezza, che l’ha invaso destandosi dal suo sogno di delizia, riprendendo la coscienza della vita al fianco d’una donna amata, nei limpidi prestigi mattutini. Pare a lui in quel momento che tutta la bellezza dell’Universo gli si spieghi d’avanti agli occhi soltanto per festeggiare la sua presenza. Pare a lui che la luce della propria persona sia quella che illumini con palpito crescente le cose circostanti e la vólta del cielo. Un’onda di poesia gli scorre nel sangue; i polmoni gli si dilatano ai sapidi effluvii della campagna; le idee gli balzano dalla mente agili e leggere, ciascuna portando in sommo l’imagine incantatrice; e una rifioritura di giovinezza gli si schiude nel cuore, come un’aspirazione possente alla semplicità originaria, ai salubri esercizii corporali, a una vita di piacere quasi selvaggia, alla grande e spensierata e primitiva libertà degli infimi o degli eroi.

E la sua anima dice, esultando: «Ah, finalmente: anche la mia festa è incominciata! Finalmente: anche per me è battuta l’ora divina della rivelazione! A che soffrire? A che combattere? Perché inseguire affannosamente una Chimera, che sfugge a ogni presa e, anche raggiunta, non lascia tra le mani se non un cencio vacuo e inutile? Amare! Magnificamente amare! Ecco il segreto della gioja di vivere! Ecco la causa suprema e il supremo scopo d’ogni esistenza creata!»

Egli vuol rivolgersi in dietro ancora una volta verso il Dolore e verso l’Ideale; ma non riesce più a scorgere nè l’uno nè l’altro. La Donna è venuta; e con essa il riposo, l’oblio, l’umiltà, l’acquiescenza beata all’eterna incommutabile legge che regola nell’infinito spazio il trasmutare della materia organica.

Così egli sale, solitario tra i mobili rossori dell’aurora, la dolce erta impressa dalle orme di mille passanti, verso un’altura limitata perduta tra altre innumerevoli alture.

Intorno a lui, i rami degli alberi vacillano a pena a pena, abbandonando al vento qualche foglia vizza o qualche stilla di rugiada. Nella calma pallidezza dell’aria un nuvolo di passeri mette un cinguettìo vivace; i galli, delle fattorie sparse su le colline, mettono i loro gridi spavaldi; e le pecore dai chiusi, qualche tenero belato; e le giovenche, qualche profondo cupido mugghio; e un asino dalla valle, il suo immenso singhiozzo, unico lamento nell’universale gajezza delle cose.

Egli è giunto al sommo dell’altura e deve sostare, sconosciuto pellegrino stretto intorno dall’umile giogaja, avendo a tergo, invisibili, le creste alpestri baciate dal cielo.

D’innanzi è la natività del sole, e in questa s’affissa ebro il suo sguardo. Da un mare di nebbie quasi sanguigne si libera un gran disco vermiglio e s’estolle con lento moto fatale verso l’alta purezza degli spazii.

L’Illuso leva le due braccia trionfalmente e lo saluta, come l’apportatore d’un giorno senza tramonto.

_Cerro Verbano, luglio 1894._

_Quinto al Mare, dicembre 1896._

FINE DE _LA SIRENA_.

INDICE.

LA SIRENA.

I. L’apparizione _Pag_. 1 II. L’incontro » 30 III. I fantasmi e le idee » 63 IV. L’Albero del Bene e del Male » 86 V. Echi del passato » 105 VI. Prime nebbie » 123 VII. Al bivio » 151 VIII. Una festa » 183 IX. Il Sogno » 205 X. Tra l’Amore e la Morte » 251 XI. Solo » 303 XII. Il Poema eterno » 338

Segue LA CHIMERA.

_OPERE DI E. A. BUTTI._

ROMANZI E NOVELLE:

L’Automa. 4.ª ediz. (Ed. Treves) L. 4 — L’Anima. 4.º migliaio. (Ed. Galli) 4 — L’Immorale. 3.ª ediz. (Ed. Galli) 3 — L’incantesimo. (Ed. Treves) 4 — La Chimera (_di prossima pubblicazione_). Un apostata (_in preparazione_). L’Eroe del domani (_in preparazione_).

TEATRO:

Il Vortice. (Ed. Galli) 1 50 L’Utopia. (Ed. Galli) 2 — Gli atei (_in preparazione_).

VERSI:

Le dolorose (_in preparazione_).

CRITICA:

Né odii né amori. (Ed. Bocca) 3 50

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.