L'incantesimo

Part 22

Chapter 223,880 wordsPublic domain

Che avviene? È il vento della valle che sorge?...

No: una figura, prima invisibile dietro i fusti d’un oleandro, s’avanza a passo furtivo verso i balaustri....

Entra nella luce....

S’appoggia con le braccia al marmo....

Affonda intenta gli sguardi al basso, verso l’oscurità del pertugio....

Come partecipe dell’incantesimo, la figura rimane là lungamente, rigida, immota nell’immobilità del parco favoloso.

Un’altra volta, dopo una pausa, la campana batte la stessa ora con uguale lentezza. Ahi, quanto scorre tardo il tempo nell’aspettazione! L’uomo non ha un gesto d’impazienza; ma i suoi occhi, sempre fissi, lampeggiano e il suo petto si gonfia a un respiro profondo. Sul suo pallido viso, rischiarato dal plenilunio, è impressa un’ansietà mortale: forse, egli pensa che ogni attimo scoccato è un attimo perduto in eterno per la Felicità che egli aspetta.... Ed è veramente un’apportatrice di Felicità, ch’egli aspetta là, al sommo della scalea; un’apportatrice fragile e segreta, che gli correrà incontro tremando, ansimando, paventando come lui a traverso i misteri della notte. «Se non venisse?..» si domanda a ogni tratto il giovine, mentre i suoi sguardi non si stancano d’interrogare le tenebre dell’andito, sempre chiuse e sempre avare. «Se non venisse?!...» Ogni volta, la richiesta dubbiosa apre nella sua anima abissi senza fondo. Ogni volta, per soffocarla, egli deve riandare le memorie di quel giorno e ripetere a sè stesso le parole precise che stabilirono il convegno. — È stato dopo il pranzo, sul rialto. Parecchie persone vi stavan raccolte, gli ospiti dei vicini, per la più parte a lui sconosciuti; e l’ebreo era tra questi e guardava a tratti lui o la fanciulla, con aria sospettosa. Essi parlavan piano, di cose indifferenti, in un angolo, presso il sedile di pietra infisso nel muro. Egli era calmo, quasi felice: aveva dimenticato i mutamenti terribili ch’eran sopravvenuti; credeva che tutto fosse come per il passato, e aveva quasi la coscienza che la povera nonna fosse presente. La sera scendeva in fatti tepida e mite, tra i noti rossori del cielo sopra le Alpi; l’odor di pesci e d’alghe fracide saliva blandamente dal lago, odore acre ma pieno di soavi rimembranze per lui; le vacche traballanti, le pecore mute, i pescatori tardivi passarono su lo spiazzo d’avanti a loro nell’ordine consueto, come ogni sera, un tempo. Ed egli d’improvviso la interrogò: — Perchè non hai risposto all’ultima mia lettera? — (È la domanda che l’aveva torturato durante tutta la notte, durante tutto il viaggio, la domanda che in vano aveva cercato di rivolgerle sùbito, al suo arrivo, nel salutarla). Ella è impallidita, s’è turbata, s’è guardata d’intorno timorosa come se qualcuno li dovesse spiare. — È impossibile che ti risponda, qui, — ha detto in fretta, con visibile concitazione, così piano che a stento egli la udì. E poi, dopo un silenzio, in cui parve profondamente riflettere: — Tròvati stanotte in giardino. Quando tutti si saràn ritirati, io verrò. Aspettami. Ci parleremo.

Queste sono state le sue precise parole. Il giovine ricorda persino il suono basso e un po’ rôco della voce e il tremito continuo, che agitava le belle labbra nel proferirle. Oh, sopra tutto quelle labbra egli ricorda, egli rivede d’innanzi a sè in imagine allucinante.... quelle tumide e fresche labbra, su cui le più semplici parole acquistano il valore d’una rivelazione o d’un enimma!

Ella gli ha dato convegno in quel luogo; ella non può mancare.

Ma il tempo fluisce, e nulla si muta nel parco deserto e silenzioso: le statue stendon sempre, infaticabilmente, le braccia mutilate a un fantasma increato, ed egli fissa sempre, infaticabilmente, gli sguardi alle tenebre dell’andito, dove la sua accesa imaginazione dipinge talvolta il gesto repentino d’un altro vano fantasma!... Tormento fiero dell’attesa, in cui la mente si perde nelle ipotesi più assurde e i sensi troppo vigili riempion l’anima d’illusioni e di delusioni fulminee!

La campana da presso, a tocchi lenti come per un’agonia, batte l’ora successiva, e poi si tace.

L’aspettante di sbalzo si solleva ritto in piedi: il dubbio si ripete più forte dentro di lui e l’impazienza si fa manifesta. «Se non venisse?... Dio, se non venisse!...» Il suo cuore non regge più all’ansietà che lo sprona; i suoi polsi hanno palpiti affrettati e sonori come in un accesso di alta febbre. Un solo pensiero lo tiene, un solo pensiero lo tormenta: ch’ella possa mancare. E non mai una possibilità in vita gli ha dato un’ambascia e un’inquietudine maggiori! Egli ha la certezza assoluta, limpida, evidente che senza lei quella notte non debba avere un termine.

E la solitudine incomincia già a turbarlo, e quella luce uniformemente bianca lo agghiaccia, e le apparenze irreali che lo avvolgono nel loro incantesimo, infondono in lui a poco a poco una strana temenza superstiziosa.

Allora tutto il suo essere si scioglie in un’invocazione suprema: «O Flavia, vieni, vieni! Non farmi soffrire così; non prolungare oltre questo mio supplizio!... Come, come ti desidero!... M’intendi? Voglio vederti, parlarti, accarezzarti: vieni! Voglio morire a’ tuoi piedi di tenerezza e di passione! Vieni, anima, vieni!» E, con uno sforzo cerebrale a lungo insostenibile, egli lancia le parole infocate nel vuoto, lontano lontano, oltre le cose presenti, oltre la massa nera che chiude e adombra il parco laggiù, come se l’assente dovesse raccoglierle per qualche occulto senso e commuoversi e accorrere affascinata al suo richiamo.

È un abbaglio?... Uno scalpiccìo lievissimo s’ode ora nell’andito.... Qualche cosa si muove veramente sotto la grotta tenebrosa, che mette in comunicazione il giardino con il cortile del palazzo. Non è più un abbaglio; no, no, no, non è più un’illusione!... Una figura alta e velata di donna appare su la soglia del pertugio e si ferma un attimo sospesa, forse maravigliata dal superbo spettacolo notturno.

Il giovine si scuote, accenna con un braccio dall’alto.

Ella lo vede, attraversa a passi celeri lo spianato delle statue e s’avvia su per la scalea bianca, in corsa.

— Finalmente!... — esclama il giovine, quand’ella gli è vicina, stendendole ambo le mani.

Il suo volto s’è trasfigurato: un rossor vivo ne tinge le guance; gli occhi raccolgono nelle pupille dilatate il più fulgido raggio lunare. Tutta l’onda di felicità, che l’ha investito d’improvviso, passa nella sua voce maschia e sonora.

— Perdonami. T’ho fatto aspettar molto... — mormora la donna, agitata, rauca, convulsa. — Ma che vuoi? La mamma è alzata ancora adesso: il babbo s’è sentito male, d’un tratto... Non sapevo come lasciarlo...

Aurelio è felice, indicibilmente felice. Ogni ansietà è scomparsa; ogni temenza, fugata; ogni nube, dispersa. La guarda con occhi intenti, e a pena ode il murmure delle sue parole. Ella ha il viso mezzo nascosto in uno scialletto nero, che le cade a punta su la fronte e si piega in doppio giro intorno al collo fino a coprirle il mento e le orecchie. La sua bellezza appare più regolare, più pura, quasi mistica in quel contorno oscuro e fittizio; e gli occhi come la bocca hanno un’espressione nuova e complessa, insieme di sgomento e di volontà tenace, che il giovine, senza interpretare, contempla e ammira.

— Vieni, dolcezza, — le dice amorosamente.

Circonda i suoi fianchi con un braccio e la trascina, passiva e quasi inerte, su su per il viale ombroso, nella pineta.

— Dio, che imprudenza mi fai commettere! — continua Flavia con la voce sommessa, sempre più affannata e più convulsa. — Pensa: per liberarmi, ho detto alla mamma che avevo l’emicrania e che andavo a coricarmi sùbito. Ma il babbo era ancora sofferente, ed ella mi ha guardata con certi occhi pieni di rimprovero!... S’ella mi venisse a cercare nella camera e non mi trovasse! Dio, sarei perduta, perduta... Non verrà a cercarmi, non è vero? Di’, Aurelio: non verrà a cercarmi?

— Ma no! Tranquillizzati. Non verrà. Perché dovrebbe venire?

— Non so, non so... Sono così inquieta, così nervosa; ho come il presentimento d’una disgrazia. Tutte le paure son dentro di me, stasera; non ho più una goccia di sangue nelle vene. Senti, senti come son fredda, — ella soggiunge, prendendogli la mano che le cinge il fianco, gelida quanto la sua.

— Povero amore!

— E quanto sono stata in pena per te, Aurelio! Sapevo che tu eri qua ad aspettare, e non potevo muovermi e vedevo là, sul caminetto, la sfera dell’orologio che correva, correva senza misericordia, con una celerità non mai avuta! Imagina, Aurelio, il mio tormento. Imagina: ho temuto di non poter venire...

— Guai, guai se non fossi venuta! — egli prorompe, rabbrividendo al ricordo della lunga aspettazione, esaltandosi al pensiero della gioja presente, provando un bisogno folle di travolgere, di confondere nel suo sogno di felicità colei ch’è sempre trepida e smarrita al suo lato. — Sarei morto d’angoscia! Sarei morto di desiderio! Credo che non avrei potuto veder l’alba di domani.

Son giunti nel folto della selva, dove l’ombra è più fitta e il silenzio più misterioso.

Gli alberi li circondano da ogni parte, neri e profondi; è impossibile distinguerne le forme dei tronchi e dei rami.

Tutto si ammanta nell’oscurità, e a pena qualche livido raggio di luna occhieggia qua e là, insinuandosi tra le fronde più alte, senza illuminare.

I pini odorano di resine.

Un uccello notturno si lagna ostinatamente sopra una vetta.

In basso, al termine del sentiere, un brano della balaustrata s’intravede ancora, candido e funereo come una pietra cimiteriale.

Il giovine si ferma. Non regge più all’émpito della commozione, e sente sgorgare dall’intimo del cuore un fiotto incontenibile di parole dolci e appassionate.

— Flavia! — esclama con una voce nuova, tremula e bassa, infinitamente carezzevole.

Tenendola sempre stretta con un braccio, le appoggia l’altra mano su la spalla e l’attira lentamente a sè.

— Flavia, — egli prosegue, — tu non sai, tu non puoi imaginare da quanto tempo io sogno quest’ora di solitudine e d’abbandono. Nessuna, nessuna ansietà mai nella vita ho provata simile a quella che m’ha tenuto e torturato mentre t’aspettavo. Era una febbre, un delirio, una sofferenza così forte che mi toglieva il respiro, m’opprimeva il cuore fino a fermarlo, mi faceva barcollare come ebro a ogni passo!... Son pochi mesi che ti conosco: mi sembrano anni ed anni che ti amo e ti sospiro. La mia giovinezza è così piena della tua imagine che per quanto affondi gli sguardi nel passato non trovo che te, te sola, padrona e arbitra d’ogni mio momento. Non sei tu quella che ho sognata nelle mie prime fantasie d’adolescenza? Non è per te che ho avuto un giorno il desiderio della gloria? Non è per te che ho studiato, ho scritto, ho voluto esser qualcuno?.... Perchè, perchè avrei sacrificato i miei più begli anni su i libri e con le vane meditazioni, se non per te, per attenderti e per riserbarti intatto il fiore della mia anima?.... Tu non mi credi, forse; lo so, altri, prima di me, ti ha insegnato a diffidare di tutto e di tutti; altri ti ha detto le stesse parole e ti ha delusa; ma io voglio oggi ridarti la fede, io sento oggi d’averne in me tanta che non mi sarà difficile d’infonderne una parte nel tuo cuore... Ti ricordi tu i primi tempi della nostra conoscenza? Hai tu compreso allora il perchè della mia continua, crescente malinconia?... Io ti posso dire che un’ora innanzi ch’io ti vedessi la prima volta, qui appunto nel giardino, ero sfiduciato, accasciato, triste da desiderar la morte, e che la tua sola apparizione è bastata a ricrearmi, a ridonarmi il desiderio della vita, a rendermi d’un tratto consapevole del mio lungo errore passato. Da quel momento io credo d’averti amata; certo, da quel momento avrei dovuto abbandonarmi lieto e fiducioso all’incanto che da te mi veniva. Eppure no, non è stato così. Ho lottato contro di te, ora per ora, come tu fossi la nemica mandata a mio danno da qualche Genio malefico. Ah, sciocco, illuso, misero! Tu eri la gioja, ed io non ti vedevo. Tu, diletta, mi movevi incontro, e l’essere fittizio, che viveva in me, mi gridava: «Fuggila!» ed io ti fuggivo! No. Ora, ora che son tuo (perchè son tuo, Flavia, lo senti? tutto tuo), ora maledico me stesso per aver ritardato questo istante divino; ora che ho aperto gli occhi e visto la luce, io ti dico: «Flavia, Flavia mia, perdona! Io ti amo!» Mi credi, Flavia? Di’: mi credi?

Ella è sempre passiva, sempre inerte. Cede a ogni suo minimo impulso, come una cosa morta. Attratta, gli si è abbattuta sul petto, con l’atto di chi sta per cader bocconi, pesantemente. Avvinta tra le sue braccia, rimane immobile e taciturna, con le mani pendule lungo i fianchi, con il capo reclinato su la spalla di lui. Ascolta ella le parole appassionate e dolci? Si direbbe che queste passino sopra di lei inavvertite, come il gemito del gufo in alto della pineta, come il fruscìo leggero che suscita ora nei rami un primo soffio di brezza.

— Non rispondi? — prosegue il giovine, oppresso d’un tratto da un vago senso d’inquietudine. — Non hai nulla da rispondermi?... Non mi credi da vero, dunque! Tu temi ch’io t’inganni o pensi ch’io m’illuda, parlandoti così in quest’ora fuggevole d’abbandono... Oh, dovresti rammentare, Flavia, il dramma terribile a cui abbiamo assistito insieme; dovresti rammentare le mie lacrime e le mie disperazioni, che non ho cercato di nasconderti; dovresti rammentare l’ultimo gesto della mia povera mamma, quando morendo riunì le nostre mani sul suo cuore.... Non sono, lo sai, nè un uomo perverso nè un fanciullo esaltato. Quei lugubri ricordi, a cui si lega indissolubilmente il nostro amore, ti dovrebbero persuadere ch’io non posso illudermi e non saprei ingannarti. Son solo, schiacciato ancora sotto il peso d’un lutto tremendo, in un momento assai grave e penoso della vita.... Come non credermi? Come puoi tu, Flavia, diffidare di me?

Egli pronunzia le ultime frasi con una voce più debole e più incerta, in cui si sente palese lo sforzo per contenere i singhiozzi. L’evocazione della sciagura recente ha riaperto la piaga profonda della sua anima, e l’ha fatta sanguinare. Una grossa lacrima discende per le sue gote, si stacca e piomba su la testa china di Flavia.

— Ti credo, sì, ti credo..., — mormora ella, scotendosi vivamente, sollevando il volto incontro al suo, cercando di scorgere tra le tenebre gli occhi che l’hanno bagnata.

— E mi ami?

— Aurelio!... Sarei qui, se non t’amassi?

— Flavia, mia consolazione, mia vita, mia gioja!... — grida il giovine, con un brivido di ebrezza suprema, stringendola più forte più forte tra le braccia.

Le loro teste si toccano: le loro bocche son vicine; egli sente l’alito di lei sfiorare la sua pelle come una carezza infinitamente leggera. Un attimo d’indugio; un lampo, un vero lampo visibile, negli occhi; una breve esclamazione, e il suo viso si piega e le sue labbra cercano il caro viso, lo percorrono tutto in un bacio lungo e molteplice, s’accostano alla bocca, alla divina bocca sospirata, e vi si arrestano umide e protese come per ferirne il mistero. Ella, sotto la furia improvvisa, sembra smarrita e sgomenta: non parla, non si muove, non cerca di sottrarsi al suo ardore e neppur lo seconda. Fredda, rigida, scossa tutta da un tremito, riceve la pioggia dei baci senza rispondere e si abbandona a lui come soggiogata dalla paura.

D’un tratto, un singulto profondo sale dalle sue viscere e un pianto dirotto le si sparge a rivi caldi su le guance.

— Anima, tu piangi! — le susurra all’orecchio l’amante, beato, immemore di tutto, avviluppandola più forte, vie più forte nella sua stretta. — Perchè piangi, ora? Perchè?...

— Anche tu piangi, Aurelio...

In fatti anch’egli piange; anch’egli ha la faccia inondata dalle proprie lacrime. Entrambi piangono insieme, come già nella tragica notte spasimosa; piangono avvinti, inconsci, disperati, — disperati come se sentissero l’ombra della Morte sempre presente tra le loro due beatitudini.

— Dio, Dio, mi par d’impazzire! — ella prorompe, sciogliendosi con un movimento brusco dall’amplesso, indietreggiando un poco, passandosi una mano nei capelli, che lo scialletto cadendo ha scoperti. — Andiamo avanti. Qui fa troppo bujo. Andiamo, Aurelio!

E sola, d’innanzi al giovine, s’interna per il viale, con un passo più celere.

Egli la segue in silenzio, turbato da una folla di pensieri inquietanti. Dopo il distacco repentino, si è fatta dentro di lui un’oscurità imperscrutabile; egli s’è svegliato come da un sogno luminoso e s’è trovato d’improvviso nel più fitto d’una notte. Non riesce a spiegarsi il contegno di lei, quello smarrimento pertinace, quel mutismo opaco mentr’egli le parlava, quella passività gelida e quasi repugnante tra le sue braccia. — Che pensa ella? Che teme? Che vuole? — Egli lo ignora, egli non sa, egli s’interroga in vano; e pure, in confuso, intende che nell’animo di lei si cela qualche cosa indubbiamente avversa al loro amore e minaccevole per la loro felicità.

Così procedono uno dietro l’altra, disgiunti da un ostacolo misterioso, lungo il sentiere che monta ora un po’ ripido a traverso la pineta.

Le tenebre son sempre densissime, rotte soltanto qua e là da qualche bolla di luce che filtra dagli interstizii e piomba sul verde cupo delle conifere.

I soffii lievi di brezza, passando tra i rami, agitano a intervalli quelle bolle livide, che salgono, scendono, si spostano, si gonfiano, si restringono con una irrequietezza nervosa di cose viventi.

Al sommo però, un fascio compatto di raggi precipita sul viale, e pare in distanza un’immane colonna bianca e diafana, che sorga dalla terra tra il nero dell’ombra circostante.

In silenzio essi raggiungono il luogo rischiarato dalla luna.

Sono al crocicchio delle due stradette, dov’è un sedile, dove sta custode impassibile l’antica erma dal viso corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale.

— Sono stanca! — ella mormora, fermandosi di fronte a lui. — Vuoi che sediamo, un poco?

Siedono entrambi, alquanto discosti sì che l’ombra dell’erma si compone sul suolo tra le loro due ombre.

Tacciono.

Ella tiene il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; egli in vece guarda d’intorno curiosamente quasi distratto dallo spettacolo, ma ha una lunga ruga pensosa, su la fronte, tra ciglio e ciglio. In fine si volge a lei e con accento d’indifferenza simulata:

— Vuoi dirmi ora, — le chiede — perchè non hai risposto all’ultima mia lettera?...

— Perchè non ho risposto...?! — esclama Flavia concitatamente, rialzando di scatto la testa come sbigottita dal suono della sua voce. E gli occhi, ancora umidi di lacrime, le si dilatano esprimendo un’ambascia profonda. — Ah, è vero: debbo dirti perchè non ho risposto, perchè non ho più scritto... Ora ricordo: è stato per questo che t’ho dato convegno qui, non per altro, non per altro...

Pronunzia le ultime parole con una voce spenta che non par più la sua. Poi, dopo una pausa di raccoglimento in cui gli occhi si son per poco sottratti all’investigazione acuta del giovine, lo fissa di nuovo deliberatamente, con una specie di violenza spasmodica; e riprende:

— Ebbene, Aurelio, giacchè vuoi sapere.... io non voleva più scriverti, ero decisa a non scriverti mai più...

— E perché?

— Perché... Perché credevo che non saresti più ritornato, credevo che le abitudini cittadine ti avrebbero ripreso interamente a me, facendoti sentire tutto il peso e l’impaccio del legame che si era stretto tra noi in un momento di comune debolezza. Che vuoi? Mi pareva che il nostro amore non fosse che un sogno, un bel sogno che, come gli altri tutti, non si sarebbe mai realizzato!... E ancora adesso, vedi, io non so convincermi che possa essere una cosa durevole, seria, resistente agli attacchi del tempo e degli eventi. Mi amerai tu sempre come oggi dici di amarmi? Non verrà un giorno in cui ti sarò d’ingombro nella tua via e sarà troppo tardi per potertene liberare? In quel giorno che sarà di noi?... Tu non hai mai considerato questa possibilità; ma io, intendi? io, qui sola, da che sei partito, non ho pensato ad altro. E, certo, se tu m’avessi dimenticata, se avessi cercato in qualunque modo d’allontanarti da me, credi pure che non avrei fatto un passo per richiamarti, non avrei scritto una riga per rammentarti ch’io t’amava e ti aspettava.

Egli l’ha ascoltata a testa bassa, guardando la terra, senza fare un atto di protesta. Le tre ombre vicine, ch’egli vede sul suolo, sembrano attirare tutta la sua attenzione; e in verità egli sente, sente che qualcuno estraneo sta tra loro in quel momento, a dividerli e a spiarli.

— O Flavia, — egli dice con voce dolente, poi ch’ella non accenna a proseguire: — e così tu mi parli ora, dopo quel che hai udito dalle mie labbra, uscendo appena dalle mie braccia, ancor bagnata dalle mie lacrime e da’ miei baci?...

— Aurelio, per carità, non fraintendermi! Non credere ch’io non t’ami; non credere neppure che dubiti del tuo amore. Ci amiamo, lo so. Pur troppo, so che io, io t’amo come una pazza. Ma, vedi, temo.... penso che non potrò mai renderti felice; ed è questo che mi spaventa, questo che mi fa guardare l’avvenire con una specie di terrore, come vi vedessi scritta la nostra condanna sicura!... Sai tu che non ho avuto un momento di pace, con questo pensiero sempre fisso in mente? Sai tu che ho letto le tue lettere appassionate, tremando d’angoscia per me, per te..? Sai, sai che son giunta perfino a desiderare che tu, tu per il primo non mi scrivessi?...

— Anima sublime! — egli esclama, con accento d’amaro sarcasmo, alzandosi in piedi, non per allontanarsi da lei ma per togliersi alla visione molesta delle tre ombre vicine. — Intendo: l’idillio t’ha già stancata. Vuoi che ci lasciamo? Lasciamoci.

— Oh, Aurelio!

È un grido che è uscito dalla gola di Flavia, un grido di dolore, di stupefazione, d’implorazione disperata; e le due mani si son levate con un atto istintivo verso il giovine, come per trattenerlo.

— Quanto sei ingiusto e crudele! — continua ella, dopo un silenzio, scotendo mestamente il capo. — Come mi tratti male!... Dimmi, dimmi tu, Aurelio; che fiducia posso io avere in te, quando mi parli così?... E tu non puoi giudicarmi; tu non sai le torture ch’io ho sofferte in questi giorni per causa tua, mentre tu eri lontano e tranquillo, torture d’ogni genere, torture che mi venivano da ogni parte come una persecuzione! Se fossi libera della mia volontà come tu sei, se potessi liberamente disporre della mia vita, forse avresti ragione di sospettare di me, di rimproverarmi questi scrupoli, queste paure, queste esitazioni... Ma io, lo sai, non sono sola, io vivo in famiglia, e molte volte debbo seguire la volontà altrui più che la mia, debbo pensare agli altri più che a me stessa. E non ho il diritto di rendere infelici i miei cari, di sacrificarli leggermente al mio egoismo, di ricambiare il loro affetto con la disobbedienza e con l’ingratitudine...

— Flavia, — egli interrompe, mettendosi in faccia a lei con le braccia conserte, fissandola violentemente come per penetrare a forza nel fondo della sua anima, — tu mi nascondi qualche cosa...

— Ma no... voglio dire...

— Sì, sì, tu mi nascondi qualche cosa!

Una breve pausa, in cui i loro respiri affannosi s’alternano, in cui i loro sguardi s’interrogano reciprocamente, avidi e sospesi....

E poi, d’improvviso, un’esclamazione rauca di lui, l’urlo breve e soffocato d’un uomo colpito a morte.

— Ah, ho compreso!... So, so di che si tratta!

— Che cosa sai?

— So tutto!

— Aurelio?...

— Tutto, tutto. Nega, se puoi: tu devi sposare l’avvocato Siena!

— Chi ti ha detto...?

— Ah, lo confessi?... È vero, dunque?

— Ma chi ti ha detto questo?

— Presto, rispondi: è vero? È vero?

Ella sùbito non risponde. Appoggia i gomiti alle ginocchia e nasconde il viso tra le palme, in un atteggiamento di prostrazione suprema. Piange?

Il suo corpo reclinato non ha un fremito: la sua ombra è immobile, accanto all’altra ombra immobile dell’erma.

— È vero! È vero! — ripete il giovine nel silenzio, come un’eco fioca e lontana.