L'incantesimo

Part 21

Chapter 213,757 wordsPublic domain

Come giunse alla svolta della via, una prodigiosa visione l’arrestò: la immensa mole del Duomo, circonfusa d’un’atmosfera di sogno, s’ergeva candida, delicata, chimerica su dall’ammasso nero delle case in ombra. Egli restò maravigliato ed estatico a contemplare il miracolo. Nel chiaror blando della luna, l’armonia della basilica appariva più limpida e più pura: i contorni tormentosi si fondevano, le linee troppo nette s’addolcivano, i rilievi sfumavano in una trasparenza semplice di velo. Quell’accordo audacissimo d’archi acuti, di sagome, di cuspidi, di fregi, di fiorami e di fogliami, di statue e di mostri, si rivelava nella sua vera luce, pallido in un pallore uniforme, incerto su un cielo a pena luminoso, etereo e vasto e lontano come il pensiero che l’aveva creato. Era un paesaggio fantastico campato nell’aria quello che si vedeva bianco là sopra le case oscure, una foresta d’alberi favolosi cresciuti al bacio come di qualche ignoto sole moribondo, un cimitero di mitici eroi segnato non dalle umili croci ma dai pinnacoli superbi raggianti in guisa di spade verso l’immutabile vanità degli spazii.

Una voce prossima trasse il giovine dalla sua contemplazione.

— Buona sera, Aurelio!

Egli si volse, non avendo riconosciuto la voce. Un giovine elegantissimo nel lungo soprabito aperto, che lasciava vedere l’ampio sparato della camicia e l’abito nero, si fermò, retrocedette di qualche passo, venendogli incontro.

— Oh, Vincenzo! — esclamò l’Imberido; e gli stese con un atto cordiale la mano.

Era il conte Sforza, quel cugino materno che era accorso a Cerro dopo la sua sciagura.

— A Milano, tu, di questi tempi? — soggiunse Aurelio, poi che l’altro lo guardava muto, sorridendo.

— Certo, a Milano; ma, grazie a Dio, per un giorno solamente. Domani mattina sarò di ritorno a Varese per le corse: ho i miei migliori cavalli iscritti, due nuovi superbi acquisti fatti nel mio ultimo viaggio a Parigi; ed ho anche una bella somma in gara.

Lo Sforza parlava piano, in dialetto, mordendo forte la erre, per vezzo non per difetto di pronuncia.

— Augurii di vittoria e di fortuna!

— Grazie, grazie! Ho buone speranze. Ma tu, tu che fai qui? — chiese il cugino a sua volta, cambiando tono, fissando con attenzione l’Imberido negli occhi.

— Nulla. Mi rattristo e mi annojo. Vorrei, dovrei mettermi presto al lavoro...

— Povero Aurelio! Capisco! La è dura! — esclamò l’altro, con accento di sincero rammarico. Aggiunse, dopo una pausa: — E pensare che tutto questo.... lo devi a tuo padre, che aveva le mani bucate come le mie!...

L’Imberido, non avendo afferrato sùbito il pensiero del cugino, ebbe un sussulto subitaneo e levò il capo orgogliosamente.

— Non m’hai compreso, — disse con la voce alquanto alterata. — Vorrei, dovrei lavorare; ma per distrarmi, per togliermi alle tristi memorie, per non essere ozioso e inutile....

Lo Sforza fece un gesto vago, indifferente, annuendo con il capo e abbassando gli occhi a terra.

Tacquero un poco entrambi.

— M’accompagni? — chiese l’altro in fine. — Vado in Monte Napoleone da donna Bice Ferrati. Sono scappato dalla Galleria per non farmi schiacciar le ossa... C’è una mezza rivoluzione stasera in Milano...

— Una mezza rivoluzione?

— Ma sì, le solite buffonate! Un branco di monellacci che urlano: «Evviva! Abbasso!», un nuvolo di guardie e di carabinieri, una fanfara che stona maledettamente, una folla di curiosi.... Per un po’, mi son divertito; ma poi la ressa cresceva, il clamore diveniva assordante, e ho pensato meglio di prendere il largo.

— È strano. Qui non si sente nulla.

— Ascolta! — interruppe lo Sforza, indicando la piazza del Duomo. — Non odi?

Ascoltarono entrambi. Veniva in fatti da lontano a ondate, sul vento, un brulichìo, un ronzìo confuso, come sotterraneo, e di tratto in tratto qualche suono fesso di trombe.

— Io vado a vedere, — annunziò l’Imberido, punto dalla curiosità, agitato da un desiderio oscuro di sfidare l’urto della Folla, di conoscere da presso l’implacabile nemico.

— Dio ti salvi le ossa! Io vado in più spirabil aere: per sorbire un tè eccellente e per fare un po’ di maldicenza. Buona sera, Aurelio.

— Buona sera, Vincenzo.

— Ricòrdati: in novembre la mamma sarà a Milano: vienla a salutare. Le farai molto piacere.

— Grazie. Addio.

I due giovini s’incamminarono in opposte direzioni. L’Imberido, fatti pochi passi, si volse a riguardare lo Sforza, che s’allontanava lento, superbo nella sua indolenza signorile, impettito, come chi sa d’esser sempre osservato e invidiato lungo la pubblica via. «Chi più nobile di costui?» pensò Aurelio, considerando con occhio intento e lucido il cugino. «Nelle sue vene scorre il più puro e forse il più bel sangue d’Italia: sangue di principi, di condottieri, di mecenati, d’artisti. E chi più vano, più vacuo, più incosciente di lui?... Che impronta di superiorità gli han mai lasciato in retaggio i suoi maggiori? Che virtù di stirpe gli han trasmessa? Egli ignora la febbre di gloria e d’impero, che ha fatti grandi quelli del suo nome e ricchi e possenti; egli disprezza il lavoro, come un’occupazione ignobile, umiliante e venale; egli ride del pericolo imminente, non perché lo misuri e raffronti con le proprie energie, ma perché non lo sa prevedere e non lo discerne. Le donne e i cavalli: ecco il suo piacere più acuto e la sua più alta ambizione!... E, come lui, sono tutti i suoi pari; come lui, vivono e pensano e si perdono gli eredi dei re, dei patrizii, dei dominatori. Forse, chi sa? anch’io sarei oggi come lui, se una provvida sventura non m’avesse sottratto in tempo alle mollizie degli ozii lussuosi e all’esempio corruttore de’ miei stessi consanguinei.» Una profonda amarezza l’invase: la sua momentanea esaltazione era già irremissibilmente caduta; i dubbii eran risorti, più terribili e più scoraggianti d’innanzi alla realità. Egli si chiese, quasi con ira: «Ma è proprio nelle mani di questi uomini imbelli e insipienti ch’io vorrei riconsegnate le insegne del potere e dell’autorità? È dunque possibile che dalle nostre razze degeneri e moriture escano d’improvviso, per un prodigio divino, i nuovi eroi, i nuovi re della Terra?»

Aurelio, così pensando e amareggiandosi, era disceso lungo il Corso fino alla piccola piazza di San Paolo. Di là lo strepito della sommossa s’udiva distinto e continuo, simile a un sordo boato di tuono: di quando in quando, alcune grida più alte giungevano a ondate, con il vento, passando ratte su la città muta, assopita al chiaror della luna, come brividi di sgomento nel sonno. Quel soffio prossimo di bufera distrasse il giovine dalle sue riflessioni: egli accelerò il passo, raggiunse in breve l’ultima svolta del Corso e si trovò all’imbocco della piazza del Duomo.

Nelle vicinanze non era anima viva: il braccio della piazza, che si protende verso il Corso, circuendo il lato settentrionale della cattedrale, languiva deserto nell’ombra grave, che projettava dall’alto la massima aguglia. Ma in fondo, d’innanzi al grande Arco, nel chiarore trionfante, un nembo nero s’addensava, ingolfandosi viepiù fitto nel vano dei portici e della Galleria. Un clamore formidabile veniva dal nembo, urlo di mille gole insieme, ruggito minaccioso d’un’immane belva inferocita.

Il giovine ristette un poco su l’angolo, osservando quella massa confusa, che sembrava immobile, avviticchiata con le radici alla terra: non vi si distingueva una figura, non si percepiva il senso d’una parola. La Folla appariva una, compatta, indivisibile, informe come un organismo elementare, pigiata e fusa come una colonia di crostacei su uno scoglio marino. E, aggregazione di migliaja e migliaja d’individui, essa era un solo corpo, aveva una sola voce, un sentimento unico, un’unica volontà, oscura e invincibile più d’un istinto.

Egli stava per procedere, quando una raffica si precipitò nel nembo e lo squarciò. D’un tratto il preludio dell’inno garibaldino risonò forte e giojoso sotto la vólta dell’Arco che rimbombò lungamente: una macchia rossa, come il sangue d’una ferita, comparve alla superficie della massa e se ne staccò, avanzandosi verso di lui tra le grida e gli applausi della moltitudine.

L’Imberido si fermò in aspettazione del corteo. Ben presto la fanfara sanguigna, che riempiva l’aria di squilli guerreschi, avendo attraversato il braccio ombroso della piazza, lo raggiungeva all’inizio del Corso. Dietro a essa la folla si affrettava densa, innumerevole, slargandosi o restringendosi, con l’elasticità d’un mollusco, a seconda dei capricci della via. Turbe d’adolescenti quasi imberbi, pallidi, viziosi, dalle facce trasfigurate dall’entusiasmo; compagnie d’operai logori, tristi, incomposti, con le bocche dolenti e gli occhi febbrili; gruppi di fanciulli del popolo sbraitanti e sgattajolanti tra le gambe degli uomini; qualche viragine ossuta, qualche contento borghese sedizioso, qualche povero vecchio, fregiato il petto di medaglie — tutta questa gente s’accalcava e scorreva come trasportata da un turbine veloce, segnando con il passo il ritmo della marcia bellica, alzando a intervalli grida di minaccia o d’osanna nel silenzio della notte lunare.

— Evviva la Repubblica! Evviva la rivoluzione sociale!

— Morte agli sfruttatori del popolo!

— Morte al Governo!

— Evviva i fratelli di Romagna!

— Evviva il Socialismo!

Una, due voci proponevano il grido: cento, mille voci in coro subitaneamente rispondevano, voci acute o basse, rauche o squillanti, irate o festose, tutte dissimili e tutte discordi.

Aurelio, a ridosso contro il muro, doveva tenersi aggrappato allo spigolo d’una porta per non esser travolto dalla fiumana che l’investiva. I volti di tutti quegli uomini si presentavano a lui e s’occultavano, come in una tormentosa visione di dormiveglia: egli non poteva distinguer bene una sola di quelle fisonomie, e aveva l’impressione che si riproducessero di continuo, sempre le stesse, con i medesimi caratteri, con i tratti medesimi, passando e ripassando come fanno le comparse su un palcoscenico. A intervalli una qualche figura singolare, diversa dalle altre, lo attraeva maggiormente; ed egli l’accompagnava con gli sguardi fin che gli era possibile. Così notò un gigante fuligginoso, che pareva sbucato in quel momento da una fucina, e che, in vece di gridare, ululava in falsetto levando in alto il muso alla maniera dei cani gementi; notò un giovincello biondo, elegantissimo, che incedeva altero e taciturno, movendo continuamente il capo in atto d’approvare; notò un uomo vestito a nero, con il cappello floscio gittato indietro e l’aria affaccendata di un duce durante la battaglia, il quale si volgeva a destra e a sinistra per parlare con i vicini e poi si sollevava su la punta dei piedi come per abbracciar con lo sguardo l’imponenza del suo esercito. Anche a un certo punto parve a lui di riconoscere, lontano tra la folla, Giorgio Ugenti che, altissimo, emergeva con tutta la testa fuori dell’onda umana.

— Evviva la rivoluzione! Evviva la libertà!

— A morte i prepotenti!

— A morte i borghesi!

— Abbasso il Ministero!

Il corteo serpeggiante si sviluppava, interminabile; e lo schiamazzo cresceva, si dilatava, si ripercoteva contro le muraglie, pareva venir da ogni lato, come se la città tutta si fosse svegliata dal suo sonno e partecipasse al furore della sommossa. In alto, anche in alto si propagava lo strepito; molte vetrate, aperte con precipitazione, sbattevano violentemente e i colpi secchi rintronavan sul tumulto della via simili a scariche di fucili.

Passava ora d’innanzi all’Imberido, sempre fermo e attento al suo posto, una falange di giovinetti affatto imberbi, disposti in lunghe schiere rettilinee, procedenti in perfetto ordine come milizie in marcia. Alcuni tra essi portavano un fiore scarlatto all’occhiello; tutti, accurati nell’abito lindo e assai contegnosi, avevano un’espressione quasi estatica di fiducia e di serenità negli occhi ingenui e su le labbra sorridenti. Non gridavano nè vita nè morte; cantavano in coro, all’unisono, un inno lento e uniforme, e le loro voci, ancora immature, s’elevavano e s’abbassavano, forti nelle note alte e fievoli nelle profonde, dominando a volte il clamore e a volte perdendosi in questo come un susurro indistinto. Aurelio li riconobbe: erano studenti; era la Giovinezza illusa e irriflessiva, che portava il suo giocondo tributo alla ribellione e, piena di baldanza, credeva di avviarsi alla conquista della Felicità universale!

Ma dietro a essa il nembo s’oscurava novamente, e più che non mai dianzi. Il corteo dei dimostranti era finito, e sùbito in coda un secondo corteo incominciava, senza un intervallo, confuso e come riunito con il primo, più torbido, più romoroso e ben più minaccevole di questo: era la caterva infame dei miserabili, degli oziosi, dei vagabondi, dei malviventi, ch’erano accorsi al fragore della sommossa dai vicoli immondi, dalle taverne e dai postriboli, e la seguivano e la secondavano, solleticati da una bieca speranza di rapina e di saccheggio. Venivan essi fluttuando, a crocchi distinti e serrati, sudici, abjetti, striscianti, e diffondevano intorno un lezzo nauseabondo di vino, di tabacco e d’immondizie: giovini per la massima parte, alcuni giovinissimi, eran tutti abbigliati in fogge curiose, tutti lividi, con le occhiaje violacee, con le bocche infiammate, con le mani nere, con l’espressione obliqua di bestie rapaci e notturne.

— Morte ai borghesi!

— Evviva il Socialismo!

— Evviva la libertà!

Eran le stesse grida ch’essi proferivano; eran le stesse minacce e le stesse acclamazioni. Qualcuno tra costoro cercava anche d’intonare il medesimo inno lento e uniforme, che già più innanzi gli studenti cantavano. Ma nelle loro bocche le grida, accompagnate da sghignazzi beffardi, divenivan terribili; e l’inno di fratellanza, mescolato a motti e a gesti osceni, metteva i brividi della paura.

Incalzato dai bruti, Aurelio fu spinto violentemente nel vano della porta chiusa. Per alcuni minuti, per un secolo, rimase là prigioniero, stretto da ogni parte, assordato dallo schiamazzo, soffocato dalla calca e dalle esalazioni immonde. Il disgusto lo prese alla gola, l’eccitò a fuggire; egli cercò di farsi largo, di rompere la cerchia della moltitudine a forza di braccia, ma non gli fu possibile. Uno di quei vagabondi lo rigittò indietro con un urtone poderoso, urlandogli sul viso:

— Alla forca gli aristocratici! — e poi un’ingiuria turpe e scurrile, che sollevò le risa tra i compagni a lui d’intorno.

Un’esasperazione subitanea prese l’Imberido; una di quelle esasperazioni che offuscano la vista e fanno balenare nel vuoto imagini criminose. Lo sdegno a lungo compresso contro la torbida comedia della libertà; l’antico suo odio contro la plebe rozza e ignobile; il furore della vendetta, della punizione esemplare e istantanea: tutto si levò improvvisamente nel suo spirito ed egli non sentì più se non il cieco impulso alla percossa mortale. Divenne pallido come un cencio; e pure non osò, non fece un gesto, non rispose una parola. Comprese che costui era il più forte e che quei bruti avrebber potuto schiacciarlo senza che alcuno fosse accorso in suo ajuto; comprese ch’egli era nulla tra quel branco oscuro e inferocito; e stette immobile sotto l’offesa, come fosse legato con le corde a un palo d’infamia.

L’insultatore scomparve; altri, altri uomini biechi passarono d’avanti a lui gridando, sghignazzando, urtandolo, sfidandolo con gli occhi rapaci. Finalmente la ressa diminuì; i gruppi s’assottigliarono; apparvero i pennacchi rossi dei carabinieri, come fiammelle accese su l’onda tenebrosa della calca. Egli potè uscire dalla sua carcere e trovare una via di salvezza tra le ultime capannelle disperse e lo stuolo sbuffante e tintinnante delle guardie. Convulso, affranto e scorato, si diresse in corsa verso la piazza del Duomo, che appariva ora deserta, solenne, pacifica nel chiarore intenso della luna.

«Quella era la Folla! Quello era il nemico!... Ohimè, come vincere un tal nemico? Con quali mezzi? Come respingere nel suo corso il torrente che precipita? Come, come rivolgersi da solo all’uno e all’altro, aprire con le sue sole povere mani tutti gli occhi che sono ciechi, farsi intendere con la sua sola esile voce da tutti gli orecchi che sono sordi?» Era inutile ogni sforzo, pazzo ogni tentativo, miseranda ogni illusione! La Folla era sovrana; correva, travolgeva, calpestava, annientava ogni ostacolo sul suo passaggio. L’Idra vorace e scatenata stava per inghiottire nelle sue fauci innumerevoli ogni cosa grande e nobile e bella, ogni idealità, ogni tradizione, ogni fede. E nessuno, nessuno al mondo era in grado di contenderglielo, poiché nessuno, che non fosse un Dio, poteva rimetterle le catene e rigittarla vinta e umiliata nella sua gabbia.

Che valeva omai l’individuo di fronte alla massa? Egli era un voto, contro mille e mille voti; era una voce, contro mille e mille voci; era un’unità contro una pluralità senza numero. Due di quei malviventi, pur che sapessero scombiccherare il loro nome, pesavano più di lui su la bilancia della Democrazia. Uno di quei fanatici, senza ingegno e senza cuore, poteva con poche parole insensate sollevare la moltitudine e dirigerla a suo mal talento; egli con tutta la sua eloquenza, con tutta la sua dottrina non sarebbe riuscito a convincerne una minima parte, ad arrestarla per un solo attimo nel suo cammino. — O esaltare i diritti sconfinati del nuovo Despota, o cadere irremissibilmente sotto la sua condanna.

Aurelio si risovvenne in quel punto di suo cugino; si risovvenne delle amare riflessioni ch’egli aveva fatte pocanzi intorno a quei nobili oziosi, scettici, senz’ambizioni e senza idealità, non ad altro occupati se non a ricercare il Piacere. «Non hanno essi forse ragione?» egli si domandò. «Che cosa potrebbero fare? Che cosa dovrebbero fare?... Il loro crepuscolo precipita; la notte incombe fatale sopra di loro; ed essi la aspettano stoicamente, ridendo in faccia alla morte, aggradendo con raffinata cortesia gli ultimi favori della loro fortuna fuggente. Non sono essi mirabili in questa loro indifferenza ai capricci del destino come in quel loro indistruttibile amore per la Vita e pe’ suoi godimenti? Non sono essi mille volte più lodevoli che se scendessero in campo, irosi e meschini, a difendere i loro privilegi, sollecitando vanamente i suffragi popolari, predicando al deserto le loro teorie antiquate, misurandosi tra i fischi nelle assemblee con gli avversarii acclamati e portati alle stelle?»

Aurelio era giunto senz’accorgersi in mezzo alla piazza del Duomo: si fermò, incerto. L’apatia desolata di quei giorni l’aveva ripreso; ed egli, riudendo da lontano gli squilli delle fanfare e il gridìo della folla, sorrise mestamente, come già dalla sua finestra, mentre il sole esulava su i fastigi delle case, aveva mestamente sorriso della smania di lavoro che affaccendava gli uomini laggiù, nella via. «Perchè lavorare? Perchè agitarsi, così? Perchè soffrire e appassionarsi? Si muore, e questa vita triste e precaria non vale che si soffra un’ora pe’ suoi destini.»

Egli si guardò d’intorno. La luna colma spaziava alta, quasi alla sommità del cielo immacolato. Il Duomo, avvolto dai raggi, era bianco e fantastico come una di quelle montagne di ghiaccio che navigano nei mari polari. Milano di nuovo s’assopiva, nel silenzio. L’aria commossa odorava d’aperta campagna.

«Ritorna, ritorna presto!» disse una voce sommessa nel cuore del giovine. «Ritorna, ritorna presto!» Il saluto di Flavia ricantò in lui, accorso dagli orizzonti delle sue memorie in quell’ora di supremo accasciamento. — Dov’era dunque Flavia? Che faceva? A che pensava? Perchè, perchè non aveva risposto all’ultima sua lettera? Non l’aspettava forse più? Incominciava a dimenticarlo?... Oh, se l’avesse avuta al suo fianco in quel momento! Se avesse potuto sentir nella sua la mano di lei, come nei lugubri giorni al letto della morente!...

Al giovine parve d’un tratto che scendesse uno spiraglio di luce nelle tenebre dell’anima sua. Parve come di vedere nelle onde oscure, che circondavan furenti la sua navicella smarrita, il chiarore d’una figura viva e misteriosa che lo invitava a sè con un sorriso divinamente incantevole. — A lei, a lei egli doveva andare. Verso quell’unico sorriso, che rompeva l’aspro cipiglio di tutte le cose, doveva tendere la sua anima travagliata. Verso quelle candide braccia aperte egli doveva piegare e abbandonarsi dolcemente come nel grembo alla Morte!... Non era là, tra quelle onde, nell’oblio, il riposo, la salvezza, la luce, la gioja? Là certo era l’Amore, e l’Amore era tutto: era la gioja, era la luce, era la salvezza, era il riposo. «Senza l’Amore,» cantavano i poeti, «il mondo non avrebbe più sole; senza l’Amore, la gloria, la ricchezza, la fama, la pace, la stessa fede non sarebbero se non parole vuote di senso, ornamenti derisorii gittati su un corpo piagato e difforme. Perchè, perchè vivere se non per amare?» Oh, quei poeti gli avevano spiegato il vero; quei poeti gli avevan già da tempo indicato la via sicura, insegnandogli che una sola dolcezza certa e durevole si può gustare su la Terra: l’Amore.

Il giovine levò in alto il capo risolutamente. Si disse: «Domani partirò! Domani sarò lontano di qui! Domani sarò presso di lei!» Gli apparvero in un baleno il palazzo, la pineta, l’orto, il colle solatìo; gli apparve la sala ombrosa dove l’aveva stretta a sè la prima volta nella notte tragica, tra il frastuono della bufera; gli apparve l’imagine di lei, alta e agile, in un’attitudine di grazia, su lo sfondo verde del prato.

«O Flavia! Flavia!...»

Si mosse, si diresse verso casa.

Udì il clamore della folla, che ritornava indietro confusamente, ventargli di nuovo sul viso. Non si sgominò: non cercò pur d’evitarla.

Procedette tranquillo e sdegnoso il suo cammino, andandole incontro.

XII.

IL POEMA ETERNO.

Notte d’autunno calma, lucida, benigna come una notte d’inoltrata primavera.

Nell’antico parco è il silenzio: qualche fievole fruscìo di piante, qualche gemito alto di gufi, qualche sospiro, qualche fremito, qualche brivido, ignoti....

In quel silenzio la luna, saliente per l’arco del cielo, dispensa pallidi baci di luce e cupe carezze, d’ombra....

Cadono i baci, strisciano le carezze ma non sembran toccare che il tenue velo di vapore, che avvolge tutte le apparenze come per custodia.

Solamente i vertici degli alberi nella pineta, sopra il velo, sentono i timidi contatti e rispondono: le fronde eccelse son madide di rugiada, e le innumeri gocce scintillano al chiarore, quasi piccole iridi tremanti, inumidite da lacrime di tenerezza.

Il luogo par deserto.

Ritte su gli stalli muscosi, le statue rigide e tristi aspettano, stendendo i loro monconi verso un fantasma invisibile....

E le grandi scalee biancheggiano, a pena turbate qua e là dalla macchia di qualche foglia vizza caduta.

Un profondo incantesimo sembra pesare su la stabilità di tutte le cose presenti....

Non un soffio di brezza attraversa a intervalli la notte: il fogliame della selva stanco riposa; i crisantemi restano fermi e diritti su i loro steli, come chiusi in un cristallo diafano; e nei cespi delle ortensie ramificano ombre immutabili....

Perfin dai tralci delle rose rampicanti, dove gli estremi fiori pendono moribondi, non un petalo solo si distacca e vola oscillando nell’aria.

Tutto è muto e tutto è stabile.

Tutto pare stabile e muto da tempo infinito.

Si direbbe che, senza cessare, la vita del parco sia stata arrestata da una volontà misteriosa in una immortale compostezza d’arte. Si potrebbe credere che a un cenno di questa volontà, non solo gli alberi e i fiori dovessero muoversi, ma le statue medesime discender vivificate dai loro stalli e avviarsi sollecite verso il fantasma che invocano.

Una campana batte l’ora, da presso....

Squilla lentamente, come per riprender lena a ogni rintocco, e poi si tace.

Mentre l’ultimo suono vibra ancora nell’aria, alcune frasche lassù, al sommo della scalea, si piegano, scricchiolando forte; e una piccola ombra si sposta....