Part 20
Il luogo in fatti non era quasi in nulla mutato da venti lunghi anni, da quando il conte Alessandro, scacciato a forza dal palazzo avito, era venuto con lui e con la vecchia ad abitarlo. La camera dov’egli dormiva era la medesima in cui suo padre era morto: i mobili antichi e sontuosi, che ornavano le sale, i grandi quadri e gli arazzi, che coprivano le pareti, eran nell’ordine preciso in cui il padre aveva voluto disporli; i piccoli oggetti muliebri, sparsi un po’ dovunque, attestavano la recente presenza dell’avola in tutte quelle stanze, ch’egli partendo aveva lasciate l’ultima volta con lei! Come poteva egli dissociare l’imagine dell’assidua compagna dalle cose ch’ella aveva guardate o toccate, — dal luogo familiare, in cui egli l’aveva sempre veduta? Veramente, ella esisteva ancora per lui come prima, più di prima. Dal dì del suo ritorno a Milano, egli ne aveva sentita la vicinanza in ogni ora, come se l’avesse ricondotta viva con sè e non rinchiusa in una cassa eternamente chiodata. E l’illusione era in lui così forte, che bastava talvolta il più piccolo romore in una stanza contigua, il fruscìo d’una tenda, lo stridìo d’un tarlo, la scricchiolata d’un mobile, per farlo volgere d’improvviso, con il cuore in sussulto e l’anima sospesa, quasi aspettandone l’apparizione dalla soglia oscura.
Abbandonato su la poltrona, Aurelio guardava ora fissamente un ritratto, appeso sul muro, di fronte a lui. Era l’effigie d’una donna giovinissima, non bella, ma illuminata da una strana fiamma di volontà e di passione nei vasti occhi neri, nella linea ferma della bocca, su la fronte convessa che ingombravano due folte ciocche di capelli notturni, cadenti a onde da una scriminatura mediana fin su le tempie e su gli orecchi. Fuor dall’ombra cupa dello sfondo, il volto un po’ pallido, il collo di cigno e i nudi omeri arcuati spiccavan bianchi nella rara luce, come uscissero in rilievo dal quadro. L’imagine raffigurava donna Marta Imberido cinquant’anni prima, sposa novella, nel pieno rigoglio della sua giovinezza; ed era l’opera d’un artefice squisito, che aveva saputo infondervi con maestrevoli segni l’evidenza dell’anima e della vita.
Aurelio, immobile e come affascinato, non poteva distoglier gli sguardi da quel ritratto dove convergevano gli ultimi riflessi del tramonto. — Era mai l’avola sua stata così?... Oh, il tempo, il tempo! Come l’aveva mutata! Come l’aveva distrutta! Come tutto muta e distrugge il tempo!... Quella figura amabile, fresca, adolescente egli non riserbava pur tra le memorie fioche della sua infanzia; e certo non avrebbe potuto riconoscerla, se gli si fosse offerta in quel momento per la prima volta alla vista. Egli dell’avola ricordava un altro aspetto, tutt’altro aspetto: la imaginava curva, bianca di capelli, con il labbro di sotto che soverchiava quello di sopra, con la pelle avvizzita, il collo rugoso, le iridi anche più larghe, attraversate da sprazzi di follia.
Eran dunque la medesima persona quella che gli si presentava d’innanzi reale, e l’altra imaginaria ch’egli vedeva con gli occhi dell’anima? Potevano essere così diverse nelle apparenze, così disgiunte nel tempo, una sola persona? Il giovine non riusciva a riunirle, a fonderle nella sua mente, ad afferrarne la personalità unica e continua a traverso due differenti età; per quanto cercasse, non trovava una rassomiglianza anche lontana tra il fantasma e l’effigie, e contemplava questa, senza che un palpito di commozione ne derivasse al suo cuore.
Ma il crepuscolo cadde e le tenebre della sera invasero a poco a poco la stanza del solitario. Il ritratto parve retrocedere, rientrare nel cerchio della cornice e rimanere come una figura affacciata a un vetro un poco torbido. Le guance si riempirono d’ombre simili a incavi; i capelli si confusero con il fondo neutro della tela: una vecchiezza subitanea rese flaccida e smunta la nudità del collo e delle spalle.
Fu un attimo: l’effigie si rivelò. Egli riconobbe il sembiante dell’avola lassù, com’egli lo ricordava, come già gli aveva tenuamente sorriso sul letto di puerizia. I tratti erano bene i suoi; l’espressione era la sua, quella dei momenti teneri e obliosi; lo sguardo, oh, lo sguardo non poteva esser più vivo e più materno, e gli cadeva sopra dall’alto come un ammonimento supremo! — Era lei! Era lei, la madre, la santa, l’adorata! — Dall’oro cupo della cornice, quasi da una finestra ideale, ella lo contemplava ancora, ella ritornava a lui misteriosamente, nella fosca ora del vespero, forse per confortarlo, forse per rimproverarlo, forse per rivolgergli l’ultimo saluto. «M’esalto?» egli si domandò, sentendo un brivido freddo correr su dalle reni alla nuca, mentre fissava l’imagine, che appariva lassù con una straordinaria evidenza, sempre più illusoria sì che sembrava ora commossa dal ritmo della respirazione. «Quella parvenza è dunque scevra di ogni elemento soprannaturale? Son gli occhi che la vedono in sensazione reale? o è il fantasma interno che si projetta sopra l’effigie e la trasforma?»
Egli restò perplesso, avviluppato nel mistero, senza saper rispondere alle sue domande tenebrose. Sentì che la radice dei capelli diveniva sensibile; ebbe nell’anima un tumulto di cose oscure, un flusso improvviso di cordoglio, soffocante. Protese lentamente un braccio verso il ritratto, e chiamò la morta con la voce bassa, trasalendo:
— Mamma! Mamma! Oh, mamma!...
Un silenzio grave susseguì. Nelle stanze contigue non era il benchè minimo romore; dalla via saliva soltanto il ticchettare di qualche passo, monotono e regolato come lo strepito d’un meccanismo.
— Che fare? Dio mio, che fare? — disse il giovine, levandosi d’un balzo a sedere, cercando di sottrarsi in alcun modo al fascino della visione paurosa.
Le tenebre avevano omai occupato ogni angolo della camera. Il ritratto, anche il ritratto di fronte alla finestra, era scomparso. Agli occhi del solitario, sempre intenti al medesimo punto, non veniva più a tratti che qualche tenue bagliore dall’oro della cornice, — forse uno sguardo, forse un sorriso, forse una lacrima? Uno sguardo, un sorriso, una lacrima.
Allora un nuovo fantasma si disegnò terribile nell’oscurità d’avanti a lui. La figura di donna Marta, stesa sul letto, supina, con la faccia sconvolta, con i capelli irti e dispersi, con la bocca vacua, con la pupilla fissa a un segno inconoscibile tra le palpebre socchiuse, riapparve. Teneva le braccia inerti lungo i fianchi. Sussultava orribilmente, cercando l’aria, come lottando disperata contro qualcuno che le tenesse stretta la gola nel pugno. Talvolta il busto s’arcuava nello sforzo inane. Talvolta le mani graffiavano il lenzuolo, in una crespazione suprema di dolore e di rivolta. E la vita si vedeva fuggire a ogni anelito dalle labbra contratte, come un liquido leggero che svapori da una boccetta scoperta.
Riapparve così, al superstite, l’avola nell’ultima sua ora. E tutte le particolarità del giorno funesto gli tornarono alla memoria: — il Viatico portato inutilmente all’alba, pochi istanti prima che l’agonia volgesse al suo termine; il tragitto affannoso in barca con Ferdinando e un altro uomo fino a Laveno, innanzi il levar del sole, in un mattino fresco, nitido, purgato dall’uragano recente, e durante il tragitto gli irresistibili scoppii di pianto; e poi la casa tutta piena d’estranei, piena d’un susurro di voci sommesse, di preghiere e di comenti, piena di un lezzo acro di folla bruta; e poi l’arrivo dei due medici, dello Zaldini e d’un cugino materno, avvertiti da lui per telegramma; e in fine la veglia orribile al cadavere e l’improvvisa apparizione d’un uccello notturno alla finestra spalancata, la sua discesa precipitosa verso il letto intorno alle torce mortuarie, il suo grido raccapricciante d’angoscia mentre riprendeva in fuga il volo e scompariva di nuovo nelle tenebre dell’aperta campagna....
E poi? E poi? Che giorni, che giorni cupi, fatali, tremendi eran seguiti a quel giorno!.... I ricordi si moltiplicarono, galopparono come un branco di cavalli apocalittici a traverso la sua mente esaltata. Egli si rivide, al fianco di un prete salmeggiante, nella gran barca parata a nero, occupata tutta dal feretro quasi invisibile sotto il cumulo dei fiori; si rivide con lo Zaldini pigiato tra gente ignota nel treno, che trascinava dietro, entro un carro chiuso, come una merce, la cara spoglia; si rivide nei sotterranei del Cimitero Monumentale, tra un’esigua compagnia d’indifferenti, fermo rigido impietrito d’avanti alla nicchia oscura, in cui la cassa era scomparsa adagio adagio verso il fondo con un cigolìo stridulo e lungo come un lamento. Egli era uscito dal luogo sepolcrale senza una lacrima, oppresso da una disperazione arida e muta; era stato accompagnato in silenzio fino alla sua casa dallo Zaldini e da tre altri suoi amici, congedatisi per discrezione su la porta da via; era salito solo nelle sue stanze, credendo di ripartir la dimane per la campagna. E quindici giorni erano omai trascorsi, eterni e fuggitivi, senza ch’egli avesse potuto sottrarsi all’apatica inerzia che lo dominava, senza che avesse potuto trovare un momento d’energia per accingersi a quel breve viaggio.
Come eran trascorsi? Che cosa aveva egli fatto? Non sapeva. Sapeva di non aver veduto una faccia amica durante quel tempo; di non aver pensato una volta al suo lavoro; d’aver vissuto una vita fantastica e contemplativa nell’immobilità morale d’un Asiatico in aspettazione del Nirvana. «A che combattere? In che sperare? Perché ostinarsi a vivere quando ugualmente si dovrà morire?» In queste tre domande aveva compendiato ogni regola di condotta in quei giorni; e, soffrendo fino alla noja, filosofando fino al dolore, era caduto di tristezza in tristezza nel profondo mistero delle cose, dove tutto è ombra e silenzio.
— Flavia! Flavia! — egli chiamò, come per ajuto, spaventato da tanta solitudine, oppresso da tanto cordoglio.
E l’imagine gentile passò in un baleno d’avanti a’ suoi occhi, chiudendo con una speranza il corteo funerario delle sue memorie.
Aurelio si levò in piedi e ritornò di nuovo al davanzale. Doveva esser tardi: la sera era discesa, una tepida sera di settembre popolata di stelle, temperata da un’alba di luna. I fanali del gas, nella strada, sul bastione, lungo i viali del suburbio erano stati accesi e scintillavano in file diritte, spandendo su i muri e sul lastricato un mobile chiaror giallastro. A basso l’animazione era scemata; molte finestre si vedevano lucenti di qua e di là negli edifici circonvicini.
«Che pace!» pensò il giovine, volgendo malinconicamente gli sguardi intorno a sè. «Quanti felici sederanno ora raccolti alla mensa domestica?» Stette in ascolto. Gli giunse nella calma, da una stanza di sotto, il grido capriccioso di un bambino; poi, un tintinno confuso di bicchieri e di stoviglie. Guardò una finestra illuminata; e vide, nel rettangolo chiaro, disegnarsi l’ombra d’una donna, con le braccia tese in avanti, portando un piatto che fumava. Un bisogno spasimoso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitò dentro di lui. «La vita è dunque triste per me solo?» si domandò. Stette in ascolto. Gli parve d’udire un fruscìo di vesti nell’anticamera, e quindi un battito lieve contro l’uscio. Andò, nel dubbio, ad aprire.
Era la portinaja, che saliva come di solito in quell’ora ad apprestargli la stanza per la notte.
— In casa ancora, il signor conte! — disse ella, stupita, facendo un piccolo inchino. — E all’oscuro!... Non esce dunque stasera? Desidera forse che le faccia portare il pranzo in camera?
— No, buona Felicita. Non desidero nulla. Non ho fame.
— Sempre così! — esclamò la portinaja, scrollando il capo, guardandolo con occhi impietositi. — Se io potessi darle qualche consiglio....
Il giovine sorrise blandamente.
— Proverò ad uscire, — egli annunziò dopo una pausa, poi ch’ella non sapeva dire altro e continuava a fissarlo con peritanza. — Chi sa? un po’ di moto mi farà bene. Fatemi lume, Felicita.
La donna l’accompagnò fino alla porta. La lampada su la scala era già accesa. Egli discese rapidamente, s’incamminò a passo spedito lungo la via Monforte verso il Corso.
Giunto all’angolo della chiesa di S. Babila si fermò incerto. Veniva un’intensa luce bianca dalle bocce elettriche sospese a mezzo della strada. Nella piazzetta, presso la colonna del Leone, alcuni cocchieri sghignazzavano, proferendo parole oscene, e le loro voci rauche si ripercotevan forte contro il prospetto del tempio. Egli notò un crocchio di fanciulle che passava vicino alle carrozze, con gli orecchi intenti a raccogliere il senso del turpiloquio e la bocca contratta da un sorriso irrefrenabile. Anche, notò su l’opposto andare tre operai avvinazzati, che barcollavano al braccio l’uno dell’altro, sospingendo i viandanti, lanciando occhiate e motti bassi alle donne che incontravano. «Ecco il Popolo Sovrano!» egli esclamò con amara ironia, sentendo risorgere nell’anima l’antico astio contro la plebe rozza e spregevole. E per togliersi a quei contatti umilianti, si diresse risolutamente verso il Caffè delle Colonne, le cui vetrine a smeriglio splendevano di fronte a lui.
La sala rotonda era quasi vuota, e silenziosa: un vecchio cameriere stava sparecchiando una tavola, e due ufficiali, avendo finito di mangiare, giocavano una partita di carte su la tovaglia ancora ingombra di piatti, di calici e di bottiglie. Egli sedette discosto da loro, ordinò un pranzo assai frugale, si fece portare le gazzette del giorno per allontanar la mente, almeno in quell’ora, dai tristi pensieri consueti.
Ne prese a caso uno e, non attratto da nessuna curiosità, si diede a leggerne svogliato e disattento il primo articolo, che portava per titolo: _I soliti soprusi_. Era una critica violenta contro il Ministro dell’Interno, il quale aveva sciolto alcuni circoli socialisti in Romagna e impedito un’adunanza di protesta in un teatro di Ravenna: aspro, velenoso, aggressivo, lo scrittore, per difendere la libertà d’opinione e di riunione, si scagliava contro la persona del Ministro — un vecchio e illustre patriota — vituperandola con le ingiurie più triviali, e augurava in termini nebulosi il tramonto delle istituzioni monarchiche, causa suprema d’ogni pubblico malessere.
L’Imberido gittò irritato il foglio in disparte e ne spiegò un altro d’avanti a sè. Nel contrasto delle sue idee con quelle dello scrittore anonimo, il suo spirito battagliero s’era a poco a poco risvegliato; il dolore assiduo, che gli mordeva l’anima, s’era alquanto assopito; un desiderio confuso di vita e di lotta aveva incominciato a palpitare dentro di lui. Egli andò sùbito ricercando nel secondo giornale, di partito contrario al primo, il diverso comento che avrebbe potuto fare all’atto energico del Ministro. Non trovò nulla: soltanto il fatto era narrato brevemente nella rubrica delle notizie politiche, e si soggiungeva che alcuni deputati avevan presentato in proposito una vivace interrogazione alla Camera. La sua irritazione aumentò. Con mano nervosa egli sfogliò una dopo l’altra tutte le gazzette: o rimanevan prudentemente mute come la seconda, o inveivano in modo minaccioso, come la prima, contro il vecchio Ministro e contro il sistema delle repressioni arbitrarie.
Aurelio Imberido levò gli occhi da quei fogli e li fissò pensosi e corrucciati in alto, nello spazio. — In verità il fatto era molto grave: quei circoli socialisti esercitavano un’influenza formidabile su le popolazioni incólte, attiravano a sè ogni giorno nuovi proseliti; da quei circoli veniva pubblicamente impartito l’insegnamento della ribellione, e già in due o tre borgate la forza aveva dovuto accorrere per sedare i tumulti improvvisi della plebaglia; i capi di quei circoli predicavano alla piazza l’odio contro le classi dirigenti, l’iniquità dei privilegi e dei diritti legali, la necessità di distruggere la famiglia, la patria, la proprietà. Sospinti da una cieca fede, animati d’una straordinaria attività, essi correvan la campagna, propagando dovunque il contagio del malcontento, solleticando gli appetiti con le più insinuanti promesse, rimovendo gli istinti brutali nelle anime semplici e inconsapevoli. Non era bene, non era giusto che un uomo di Governo troncasse in tempo la pericolosa propaganda, cercasse d’impedire con qualunque mezzo l’opera funesta di quei fanatici untori d’una novella pestilenza?
Il giovine restò un istante perplesso, prima di rispondere. Altra volta, egli medesimo avrebbe forse acerbamente combattuto una sì aperta offesa portata alla libertà individuale. «La funzione dello Stato» egli aveva scritto «deve esser sempre più ristretta e limitata, in una nazione veramente civile.» E ancora: «L’evoluzione delle società tende all’emancipazione totale dell’individuo dalla tutela e dalla tirannia dello Stato. Solo in un regime d’assoluta libertà, i forti e i meritevoli avranno ragione dei deboli e degli indegni; e solo per mezzo della libera concorrenza per la vita, la razza potrà progredire e raggiungere la sua perfezione.» Come mai dunque inconsciamente, aveva egli approvato la disposizione illiberale del Ministro? Era forse stato anche lui un rètore in passato? O la sua bella serenità era andata miseramente perduta a traverso gli anni e gli eventi?
«Bisogna esser pratici!» egli si disse d’un tratto, vincendo i suoi scrupoli di coerenza. «Non è più il tempo di proseguire serenamente un ideale. Bisogna difendere la realità ch’essi minacciano; difendere la nostra casa ch’essi appetiscono, la patria ch’essi rinnegano, la stessa anima nostra ch’essi vorrebbero violentare. Verrà un giorno in cui, approfittando della libertà che fu poeticamente largita e conservata, essi imporranno su le nostre spalle il giogo più ignobile, insulteranno trionfanti la verità e la bellezza, vorranno chiudere a forza il cervello d’ogni uomo in una scatola angusta e uniforme! Che ci varrà in quel giorno d’essere stati fedeli alle nostre massime, d’aver proseguito sereni e superbi il nostro puro ideale?» Una folla di pensieri fece ressa d’improvviso nella sua mente: fu in un colpo come l’accensione d’infinite scintille, spente da tempo immemorabile. Egli rimase, trasfigurato in viso dallo stupore, con gli occhi fissi in alto nello spazio, sentendo la gran luce diffondersi dentro di lui, sentendo l’anima inondata e ravvivata da quel caldo getto d’idee, che sgorgava veemente e inatteso come da antiche sorgenti inaridite.
Oh, finalmente egli riviveva! Finalmente usciva dalle nebbie del suo tenero sogno e dalle tenebre del suo tragico letargo, e rientrava nella vita, con lo stesso ardore di fede, con gli stessi entusiasmi, con la medesima volontà d’un tempo! Che aveva fatto in quegli ultimi mesi d’ozio, di trepidanze e di dolori? In che attorti sentieri s’era smarrito, alla ricerca d’un bene ignoto e forse insussistente? Come non aveva saputo discernere la via di salvazione? — Quella, quella era ben la sua via; questo era il suo ufficio: agire, lottare, appassionarsi nella mischia degli uomini, conoscere in tutta la sua intensità l’ebrezza dell’apostolato e della dominazione. «Combattere per un’idea, o sia pure per un sogno,» aveva detto, «ecco l’opera che sola affranca dalla umiltà delle nostre origini e fa men grave la coscienza della nostra vita precaria.» Tale era la Legge; e dalla Legge doveva venire il prodigio; con la Legge soltanto sarebbe incominciata per lui la nuova esistenza.
Già troppo egli s’era concesso e compiaciuto nelle afflizioni: troppo aveva languito e pianto su le cose vane e irrimediabili. Il dolore che abbatte, che assorbe, che uccide non è virile; e misero è quell’uomo, cui lo spettacolo solenne della Morte e l’austero senso della solitudine non infondono una forza e una speranza maggiori. Il cordoglio e la rinuncia non gli rendevano il Passato e gli toglievano l’Avvenire! Occorreva dunque volger gli occhi e tender gli orecchi altrove.
Un improvviso entusiasmo l’assalì. Il suo spirito erasi liberato dai fantasmi, aveva disperso i vapori che l’attorniavano. Pareva che un altro principio di vita fosse entrato in lui: pareva che qualcuno fosse uscito da lui, furtivamente, e avesse portato seco il triste fardello delle debolezze, degli scoramenti, delle disperazioni. Senz’indugio, egli provò il bisogno di concentrarsi, di mettersi all’opera, d’organizzare e di concretare le idee, che gli eran nate spontanee e confuse dopo la lettura dei giornali. Non era in esse la materia d’un articolo vivace e concettoso? Non era tempo di riprendere la penna, di ritornare al suo posto di battaglia, alla direzione della sua Rivista?... Oh, lo stupore de’ suoi amici, vedendolo ricomparire come un risorto su la soglia di redazione, con in mano uno scritto pronto per le stampe! Oh, l’alto grido di saluto e di giubilo, che lo avrebbe accolto trionfalmente nella vasta stanza, tappezzata di manifesti multicolori, pregna dell’odore acre e dello strepito delle macchine vicine!
Un sorriso gli inarcò le labbra, forse il primo ingenuo e schietto dopo il suo lungo errore. Egli s’abbandonò all’incanto di quell’aspettazione; si lasciò avvolgere da quella lusinga che gli pareva nuova. Ebbe la visione allucinante dei giorni futuri in cui egli, affrancato dal peso dei funebri ricordi, da ogni estranea influenza, da ogni triste soggezione, avrebbe ripreso il suo cammino interrotto, come a traverso un’aria eroica, verso la Gloria. E, indugiandosi nell’imaginare quel ritorno alle antiche abitudini, egli sentì nascere in sè e dilatarsi un fervore ineffabile, misto d’orgasmo fisico, d’orgoglio spirituale, di confuse aspirazioni; un fiotto di poesia gli eruppe dall’intimo empiendogli l’anima di luce e di freschezza. Era una febbre, un’impazienza senza nome: gli tardava di ritrovarsi là, nella stanza nota e favorevole, dove aveva passato il periodo più intenso di sua vita; gli tardava di rivedere gli amici, di stringere le loro mani nelle sue, di parlare, di discutere, di agire...
A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio uscì nella via. Certo, egli si sarebbe sùbito diretto verso la redazione della Rivista, se non lo avesse trattenuto il pensiero che in quell’ora il luogo era deserto e la porta chiusa. «A domani!» si disse. «E questa notte stessa, al lavoro!»
Accese una sigaretta. S’incamminò a passi tardi lungo il Corso verso la piazza del Duomo. La notte autunnale era tepida, molle, attraversata appena da languidi moti di brezza. Su la città, già invasa dal sonno, si slargava un bel chiaro di luna, illustrando da un lato i prospetti delle case che parevan tutti di marmo, stendendo ampii tappeti d’ombra su i prospetti opposti dove tremolava timidamente la luce delle lampade elettriche. Nelle strade ogni animazione era cessata; qualche rara carrozza passava ancora a lunghi intervalli; pochi gruppi di viandanti macchiavano qua e là i lastrici, e le loro parole s’udivano distinte nel silenzio.
In quella gran pace il giovine procedeva assai a rilento. L’aria libera, gli effluvii sapidi della notte, lo spettacolo bianco e monumentale avevano a poco a poco temperato la sua prima febbrile eccitazione; gli avevano infuso nell’anima un senso di calma e di benessere. La mente, stanca del gran volo improvviso e concitato, languiva; il cuore non palpitava al soffio della più lieve memoria; egli guardava, ascoltava e s’obliava.