L'incantesimo

Part 19

Chapter 193,739 wordsPublic domain

— Ma dove, donna Marta? Dove vuole andare a quest’ora?

— Via, lontano... Qui si sta male. Andiamo?

— Eh, si sta male dovunque, cara signora. E non si può uscire. Piove, piove a dirotto.

L’inferma taceva un istante, poi ricominciava a supplicare, guardando la fanciulla con occhi stravolti, pieni d’una luce innaturale, biancastra come quella dei lampi:

— Andiamo! Andiamo!

La notte era discesa. La candela, posata in terra a piedi del letto, spandeva un chiarore dorato su le cose ignote, lasciando in un’ombra densa quelle altre di solito visibili. L’orologio a pendolo sonò le nove, nell’oscurità.

— Ho sonno, — disse l’inferma d’un tratto.

Aurelio s’avvicinò al capezzale. Le prese l’altra mano nella sua, susurrandole all’orecchio:

— Dormi, mamma. Sarai stanca. Dormi.

Ella fece cenno di sì col capo. Sorrise debolmente (oh, quel sorriso non era, non era di questa vita!). Poi, avendo chiusi gli occhi, con un atto repentino avvicinò le mani di Flavia e d’Aurelio, le riunì sopra il suo cuore, ritirò le sue con lenta precauzione, e parve assopirsi sotto il calore di quel nodo di giovinezza ch’ella medesima aveva voluto stringere in un estremo risveglio della coscienza.

I due giovini, chini su di lei, non si guardarono: stettero immobili, compresi come dalla solennità d’un rito religioso. E l’orologio sonò di nuovo il tempo fuggitivo, sorprendendoli ancora con le mani sovrapposte al cuore della morente, che si sentiva battere folle e disperato quasi lottasse contro un nemico implacabile.

— Dorme? — chiese Aurelio, con un fil di voce.

— Dorme — rispose Flavia.

Si sciolsero, s’allontanarono in punta di piedi, sedettero discosti l’uno dall’altra ai due angoli della vasta camera. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja; si udiva lontano il rombo cadenzato delle onde contro il greto. Di quando in quando i vetri della finestra stridevano lievemente, percossi da uno spruzzo o da qualche foglia secca, che il vento spingeva verso il palazzo.

Un’ora passò, silenziosa.

Donna Marta dormiva supina, rialzata da tre o quattro guanciali, e l’estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno esterno di vita; l’avrebbe fatta credere esanime se non fosse stato il fioco ritmo della respirazione, così rauco e frequente come l’anelito d’un cane dopo una corsa a perdifiato. Ella giaceva inerte, con gli occhi chiusi, con la bocca spalancata; e lo stesso affanno non le sollevava il petto, non dava la più piccola scossa all’esile persona che a pena formava rilievo sotto le coltri scomposte. Aurelio, dal fondo della camera, teneva gli sguardi fissi al funereo chiarore che rompeva l’ombra al sommo del letto. Non poteva distinguer nettamente la figura dell’inferma dal bianco dei guanciali e dei lenzuoli; ma il rantolo breve e l’immobilità d’ogni cosa richiamavan la sua attenzione, accrescendo d’attimo in attimo la sua inquietudine. Più d’una volta, assalito da una paura repentina, fece l’atto di levarsi, di correre a lei per toccarla, poichè gli pareva che dovesse esser già fredda e stecchita. Ma lo trattenne la vista di Flavia, vigile come lui e ferma al suo posto. In fine, dopo un’aspettazione eterna, si risolvette: in punta di piedi attraversò la stanza, venne accanto alla fanciulla, le disse piano, senza voce:

— Bisognerà darle il muschio. Son già passate tre ore dall’ultima pillola.

— Svegliarla?

— Mi sembra.

— Credo sia meglio lasciarla quieta. Dorme. È la prima notte che può riposare un poco...

Aurelio voleva aggiungere: «Quel sonno non mi piace;» e non l’osò. Fece un gesto vago d’assentimento.... si ritirò ancora in punta di piedi nel suo angolo oscuro.... ricadde costernato su la sedia, afferrandosi il capo che bruciava tra le palme gelate. Il sospetto tremendo aumentava continuamente dentro di lui: egli s’esaltava. La camera era fosca, irriconoscibile; il volto dell’inferma assumeva nella sua fantasia l’apparenza d’una spaventosa maschera di cera sul pallor della tela; e la sua contemplazione prolungata diveniva tragica, poichè egli sentiva nell’aria, sopra quel volto, la presenza della Morte invisibile. Tutta la sua anima era sospesa al respiro di lei, che strepitava in una corsa matta, come un congegno guasto che il freno non regga più e stia scaricandosi per ristare d’improvviso e per sempre. Egli pensava con raccapriccio: «Ella non dorme. Quel letargo greve e affannoso non è sonno, è coma. L’asfissia è incominciata: ella non si sveglierà più.» Cercava di scacciare da sè il sospetto.... d’illudersi un poco ancora... di credere cecamente alle apparenze tranquille ch’erano intorno a lui, «Dorme,» si diceva; «non ha accusato alcuna sofferenza prima d’assopirsi. Io mi spavento senza ragione.» Ma le parole confortevoli risonavano senza eco nel suo cervello; e quelle paurose le soverchiavan sùbito, più forti, più convincenti, più imperative, come proferite al suo orecchio da un estraneo che non poteva ingannarsi.

Un tempo incalcolabile passò, senza che avvenisse un movimento nella camera dolorosa. Pioveva.... pioveva sempre. Si udiva il rombo cupo della pioggia su la campagna oscura.... si udiva lo strepito delle onde contro la spiaggia.... Di tratto in tratto un baleno muto rischiarava le vetrate, rivelando un paesaggio grigio, informe, spugnoso a traverso i fili lucidi dell’acqua cadente.... Nel suo angolo, Flavia a poco a poco s’era addormentata.... L’inferma rimaneva nella sua compostezza immutabile.... e il suo respiro, accompagnato da un gorgoglio liquido nella gola, continuava senza tregua, rapido e anelante, prevenendo i battiti regolari del pendolo.... La campana della chiesa sonò lungamente la mezzanotte.... l’orologio nella stanza la ripetè lungamente sùbito dopo.

Quando il giovine s’accorse che anche Flavia dormiva, si levò in piedi di nuovo, s’avvicinò con passo furtivo al letto, giunse inavvertito presso al capezzale.... Toccò la fronte dell’inferma.... era fredda e un poco madida!... Le prese il polso.... era di gelo, e l’arteria batteva a pena, ora agitata ora lentissima!... Si rialzò, inorridito.... Si passò una mano su i capelli, con un gesto di smarrimento supremo.... — Era possibile? Era possibile? — Un terrore subitaneo lo irrigidì, gli agghiacciò il sangue, gli offuscò l’intelletto. Tutto era oscurità e silenzio: egli non sentiva più, non vedeva più, non pensava più.... Parvegli veramente in quel punto che fosse la fine del mondo.... ed era la fine del mondo, ma non per lui!... Restò qualche istante immoto, attonito, ottenebrato d’avanti all’avola, che al suo contatto non aveva dato un segno di vita.... Poi la chiamò.

— Mamma!

Più forte la chiamò una seconda volta.

— Mamma!

La scosse, la chiamò una terza volta quasi con un grido.

— Mamma!

La voce nel silenzio notturno ebbe un suono così strano, ch’egli si volse spaurito a riguardare, come se qualcuno avesse gridato con lui dietro le sue spalle. La camera era quieta, e sembrava deserta.... Flavia, morta di fatica, non s’era risvegliata, e nell’ombra densa era quasi invisibile.... Egli si sentì solo, assolutamente solo di fronte al mistero: gittò un ultimo sguardo obliquo all’inferma, immobile sul letto come una statua di cera; e, pazzo di dolore e di sgomento, si precipitò in corsa fuor della stanza.

Le tenebre eran fitte sotto il portico.... si vedeva soltanto, dall’altro lato, fumigare il lucignolo votivo d’innanzi all’icona miracolosa.... Aurelio si diresse risoluto verso la porta della scala.... discese brancicando fino al cortile.... l’attraversò a passo concitato, senz’accorgersi dell’acqua che gli pioveva in testa... Anelante, con le arterie che gli battevan su le tempia quasi colpi di martello, entrò nella sala da pranzo ch’era buja, fredda, umida come una grotta. Non pensò d’accendere un lume.... si lasciò cader di peso sopra il divano.... — Tutto era finito! Le tristi previsioni del medico s’erano avverate: il cuore non aveva potuto oltre resistere agli immani sforzi di quei giorni, e l’asfissia era incominciata: sua nonna moriva! Ogni speranza omai era vana; ogni illusione, dispersa; la vita gli si stendeva, d’avanti agli occhi sbarrati nell’ombra, arida, tetra, desolata, infinitamente. Che cosa gli restava da fare? Attendere rassegnato la fine? Così solo, gli pareva impossibile: gli pareva superiore alle sue povere energie. Partire, fuggire? Ma come, a quell’ora? e chi, chi dunque avrebbe poi pensato al resto? — La sofferenza diventava orribile.... Egli non sapeva risolversi a nulla, e provava il bisogno istintivo di muoversi, d’agire, di sottrarsi a quell’inerzia fatale che gli pesava sul cuore come un rimorso. Per un attimo, un’idea gli attraversò il cervello: quella di correre alla casa parrocchiale, di svegliare il prete, di chiamarlo sùbito per l’estrema unzione della morente. Non ebbe tempo di considerarla: l’idea passò ratta come un lampo, e si confuse nel tumulto delle altre idee che sopraggiungevano. Egli la dimenticò. — E se fosse disceso da Ferdinando? Se lo avesse mandato in tutta fretta a prendere il medico? — Ohimè, era tardi, era troppo tardi; e anche prima, sarebbe stato inutile. Gli uomini non potevano opporsi alla volontà del Destino; ed era scritto, come in un libro infallibile, che sua nonna dovesse morire in quella medesima notte!

Tutto era fatale! Tutto era irreparabile! Bisognava aspettare, rassegnarsi e soffrire. Ed egli s’abbandonò intero al suo dolore, come un naufrago, allo stremo delle forze, si concede alla corrente impetuosa che lo travolge. Seduto sul divano, con la testa, che ardeva, stretta tra le palme gelide, pianse, pianse a lungo, senza più saperne il perchè; cercandolo dove non era, nei tristi ricordi, nelle delusioni patite, negli sconforti che l’avvenire gli riserbava. Poi non avendo più lacrime, si mise a singhiozzare, a ripeter forte il nome adorato, a invocare come un bambino smarrito la madre assente — quella povera creatura omai sorda e muta che rantolava lassù tra gli ultimi spasimi d’un’agonia senza coscienza.

Rimase così non seppe quanto, avvolto nell’oscurità che i baleni a intervalli debolmente rischiaravano. Un brontolìo di tuono lontano, qualche rovescio veemente di pioggia o di grandine rendevano il silenzio più sensibile e più pauroso. D’un tratto una finestra si spalancò con un fragore formidabile, e una folata di vento invase la sala, sollevando tende e tappeti, trascinando a terra alcuni giornali spiegati che parvero alla luce d’un lampo pallidi spettri fuggenti. Aurelio si alzò di sbalzo, in preda all’orrore; ricadde tosto sul divano, senza poter fare un passo, imprigionando ancora disperatamente il capo tra le palme.

Fu scosso dal romore della porta che s’apriva. Flavia apparve livida, convulsa, agitatissima, con il lume stretto in pugno.

— È mezz’ora che la cerco, — disse con la voce alterata. — Mi ha tenuto tanto in pena!...

Poiché il vento minacciava di spegnere la fiamma, ella depose il candelliere su la tavola e corse a richiudere la finestra.

Aurelio non s’era mosso, non aveva levato la testa: l’aveva riconosciuta e, supponendo ch’ella venisse a comunicargli la cosa tremenda, era rimasto con il viso nascosto, con l’anima chiusa come per difenderli da un colpo mortale.

Flavia ritornò indietro, venne presso di lui, gli si fermò d’innanzi, più calma, fissandolo con uno sguardo umido di pietà.

— Ma perché fa così, signor Aurelio? — disse dolcemente, dopo una pausa. — Perchè scoraggirsi a questo modo?

— È morta? Dica: è morta? — egli chiese d’improvviso con la voce rôca, senz’alzare il capo dalle mani.

— Ma no, Dio mio, no! Dorme, dorme sempre. È tranquilla. Ciò che più m’addolora è veder lei così debole, così afflitto, così disperato! Son giorni terribili, lo so; ma passeranno, vedrà, passeranno. Donna Marta guarirà, tornerà sana e lieta; si stenderà un velo d’oblio su queste tristezze. Ma se lei non reagisce, se s’abbandona così allo sconforto, finirà per ammalarsi a sua volta, e darà altri giorni d’ansie e d’apprensioni alla sua nonna e.... a chi le vuol bene!.... Su via, mi guardi! Mi lasci veder la sua faccia!...

Il giovine sentì le dolci parole passar su l’anima assiderata, perduta nelle nebbie alte del dolore, come un soffio tepido di primavera che disciolga i ghiacci d’una vetta. Il singhiozzo rincominciò più fitto, irresistibile. Un nodo di commozione gli strozzò la gola, ed egli ruppe di nuovo in pianto, violentemente.

— Ma no!.... Perchè piange, adesso? Ma perchè? Mio Dio! Non faccia così!... Aurelio!... La supplico.... Aurelio! Aurelio!...

Ella lo chiamava, ella lo pregava inutilmente. A ogni sua esortazione, il singulto aumentava, le spalle sussultavan più forte negli spasimi del convulso; e le lacrime in tanto continuavano a sgorgare copiose di tra i cigli, scendevano a rivi per le gote, piombavano a una a una su la terra nuda, come gocce di sangue.

— Aurelio, per pietà, m’ascolti! — ella gridò, con un brivido di tenerezza irresistibile; e non sapendo che fare, si chinò, si protese verso di lui, e gli afferrò con ambo le mani gli òmeri sussultanti.

Il singulto cessò d’improvviso. Egli scoperse la faccia tutta madida, solcata dai segni delle dita, sformata dalle sofferenze atroci, con la bocca viscida, con le palpebre gonfie e infiammate. La guardò come non la riconoscesse, attonito e smarrito come uno che abbia portato a lungo la benda su gli occhi.

Ella era china su lui, appoggiata alle sue spalle, e gli sorrideva dall’alto tenuamente, con un sorriso ambiguo di pena e di beatitudine, tra materno e inamorato, insostenibile e affascinante come un bagliore. Si fissarono così un tempo indefinito senza muoversi, senza parlare, comunicandosi con le pupille i loro pensieri ch’erano immensi e ineffabili, tendendo le loro anime su cui pesava tutta la mestizia e tutto il mistero delle umane miserie. Nello sguardo della donna era come una promessa, e nello sguardo del giovine era quasi un desiderio. E a grado a grado il dolore dell’uno divenne il dolore dell’altra; e la pietà di questa divenne la pietà di quello; e le loro due vite segrete, sempre disgiunte, aderirono, si sciolsero, si confusero in un sentimento unico d’una grandezza muta ed esclusiva. Essi rimasero soli, in una solitudine senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realità, nel nulla.

E d’un tratto ella piegò, come vinta da un languore subitaneo, cadde con i ginocchi a terra, e s’abbandonò tutta quanta sul petto di lui, singhiozzando. Aurelio sentì il contatto molle del suo corpo, sentì il profumo sottile de’ suoi capelli, vide qualche cosa oscura passar d’avanti ai proprii occhi. E senza poter parlare, soffocato da un accesso violento di commozione, s’aggrappò a lei con le braccia disperatamente per il bisogno istintivo di vivere, di salvarsi, d’uscire alfine all’aria libera da quell’onda mortifera che lo sommergeva e l’annegava... E così stretti, mescolarono insieme le loro lacrime, piangendo in vano su la sorte di colei che si dipartiva e fors’anche su quella più triste di coloro che dovevan venire!

Egli primo si rialzò; egli primo riebbe negli occhi la luce e fece attenzione alle cose circostanti. La candela ardeva su la tavola, e la fiamma era immobile, acuta come una punta d’oro. La pioggia pareva cessata; nel silenzio imperturbato dell’alta notte il suo orecchio percepì il lamento lontano d’un gufo nella pineta. Egli contemplò per alcuni istanti la fanciulla prostrata a’ suoi piedi, che ancora qualche raro singulto scoteva; e poi d’improvviso le strinse la testa fra le mani, glie la rovesciò indietro, le soffiò in volto l’impeto folle della sua passione:

— Ma tu mi ami, dunque? Tu mi ami? — le domandò, investigandola da presso nelle pupille lacrimose.

Ella esitò un poco, con la fronte corrugata, come chi considera e risolve rapidamente. Poi agitò il capo, parve illuminarsi tutta nel supremo abbandono, e rispose forte e sicura:

— Ti amo! Ti amo! Darei la vita per vederti felice!

— Ma se tu mi ami.... — egli gridò con un accento indefinibile di strazio, di desiderio e di terrore, insortogli chi sa da quale profondo abisso dell’anima.

Non potè proseguire con le parole. Ma gli occhi espressero bene con il loro lampo bieco, selvaggio, terrifico il suo pensiero disperato di felicità e d’oblìo: «Se tu mi ami, porgimi la tua bocca, cingimi con le tue braccia, fammi dimenticare tutto in un tuo bacio! Prendimi e fammi felice, poichè il dolore è inutile, e questa vita miserabile non merita che si soffra un’ora pe’ suoi destini!»

La donna da quel lampo intese l’invito fatale, e si sgomentò.

— Andiamo, Aurelio! — disse ritraendosi dolcemente, ritornata padrona di sè stessa, già fatta cauta e previdente dal pericolo, già sorretta da un intuito chiaro della propria convenienza. — Andiamo di sopra! Se la mamma si sveglia e non ci trova... Vieni!

Si rialzò, gli offerse sorridendo la mano. Egli la prese, e si lasciò trascinare da lei passivo e taciturno, quasi caduto in uno stupore profondo. Così la Coppia novella, legata dal nodo simbolico d’Amore, s’avviò lenta nella oscurità, avvolta come da un nimbo irreale, verso la stanza funesta dove la Morte aspettandola indugiava.

XI.

SOLO.

Appoggiato con le braccia al davanzale della finestra nel suo studio in Milano, Aurelio Imberido contemplava malinconicamente la via popolosa ancora un po’ dorata dai riflessi del sole cadente. Sul corso Venezia e sul corso Vittorio Emanuele una moltitudine di carrozze e di tranvie passava in corsa; e il romorìo confuso e ininterrotto, dilatandosi in torno, giungeva fino all’estremità di via Monforte, a pena attenuato. Un piccolo treno, di là dei cancelli del Dazio, fischiava e scampanellava ostinatamente, avanzando lentissimo lungo la strada di circonvallazione, che alcuni veicoli carichi di masserizie attraversavano a fatica; le voci dei conduttori si udivan distinte tra gli scocchi delle fruste incitare aspramente i cavalli con le bestemmie, con le ingiurie, con gli urli. Nell’appartamento di fronte alla finestra dell’Imberido si procedeva con alacrità all’opera di sgombero; e le stanze apparivan già quasi vuote, in un nuvolo fitto di polvere, con le tappezzerie lacerate, con le poche suppellettili rimaste, radunate a cumuli negli angoli. In basso, d’avanti alla porta, un enorme carrozzone giallo attendeva, intorno al quale una torma di facchini s’affaccendava silenziosa, mentre altri uscivano di continuo dalla casa con qualche mobile su le spalle.

Aurelio guardava triste quello spettacolo intenso, quella smania febbrile di mutamento e di lavoro che agitava la grande città senza una tregua, dal mattino fino alla notte. A che si affannavano codesti uomini laggiù? Che insani desiderii, che vili ricompense, che stolte ambizioni li urgevan dunque così, a logorarsi l’esistenza, a disperdere il tempo fuggitivo, a ritardare l’unica dolce ora del riposo? La vita ferveva dovunque inarrestabile, come prima, come sempre; e il dolente ne ricercava in vano le ragioni e gli scopi. In fondo a lui era quel senso lucido dell’inutilità d’ogni cosa, quell’apatia serenamente desolata e quasi superba, che infonde negli spiriti sensibili, proclivi alle meditazioni astratte, l’idea della morte fissa nel centro della loro intelligenza. Egli si sentiva lontano da codesti uomini attivi e spensierati, come se li avesse veduti da una vetta altissima in una valle profonda; essi parevano a lui uno sciame di formiche minuscole e industriose, costrette a una perpetua fatica da un istinto oscuro: i loro pensieri, i loro sforzi, i loro intenti gli erano estranei e quasi inesplicabili. Egli provava per costoro un sentimento complesso, insieme di maraviglia, d’indulgente superiorità e di compassione amara, molto simile a quello che avrebbe avuto in cospetto d’un avaro decrepito e infermo, che patisse la fame per rimpinzar di monete il già colmo forziere.

Il piccolo treno si celò dietro le mura, sempre fischiando e scampanellando; i veicoli carichi di masserizie s’allontanarono per il viale della Concordia verso l’aperta campagna; altri carri sopraggiunsero, s’incrociarono, disparvero. Man mano che il tramonto s’approssimava, il movimento cresceva nella città e nel suburbio: frotte di lavoratori passavano in fila, di ritorno dagli opifici o dalle botteghe; coppie d’inamorati s’affrettavano impazienti alla volta dei bastioni o dei pubblici giardini; gruppi di borghesi azzimati e tranquilli uscivano dalle dimore per l’abituale passeggiata avanti pranzo.

Il giovine, immobile alla finestra, pareva non saziarsi dello spettacolo. Osservò attentamente un cocchio padronale, che sbucò con gran fragore dall’androne sottostante e si diresse al trotto di due sauri focosi verso il Corso, portando una giovine donna e un bimbo ricciuto e biondo. Vide dopo poco un convoglio funebre spuntare tardo e nero su la strada esterna. La sua tristezza s’aggravò: egli piegò il capo come oppresso da una memoria crudele, e con le mani furtivamente si terse gli angoli degli occhi dove già due lacrime luccicavano.

— Povera nonna! — mormorò con accento d’infinito sconforto.

E seguì con gli sguardi, fin che gli fu dato, quel feretro miserando, che dietro trascinava altri dolori, altre disperazioni a traverso la città impassibile, indurita alle scene dei lutti, distratta dalle opere e dalle vanità della vita.

Quando il sole esulò anche dai fastigi più alti delle case, Aurelio si ritrasse, rientrò nell’ombra della stanza, s’abbandonò su una poltrona d’avanti allo scrittojo sgombro d’ogni carta. Egli si sentiva vacuo, stanco, svogliato: non un desiderio, non un’intenzione, non un impulso pungevano la suprema inerzia del suo spirito. Che fare? Dio mio, che fare? I giorni erano eterni; le ore, interminabili; lenti lenti, i minuti. E la sua anima pareva cristallizzata in una forma immutabile, su cui il tempo scorresse pigro e lieve senza lasciare la benchè minima traccia. Che fare? Mio Dio, che fare? Tutto omai gli era indifferente; tutto gli sembrava inutile; la sua stessa persona non aveva esigenze, non provava bisogni, non richiamava su sè stessa, con un sol palpito passaggero, la sua attenzione costantemente fissa nel nulla. Lavorare; e perchè? Correre in cerca d’uno svago, d’una distrazione, di compagnia; e con qual costrutto? Nessuna cosa al mondo più non gli sorrideva; egli si guardava d’intorno e non vedeva che il fondo delle varie apparenze per mezzo a cui passava. E il fondo era grigio, senza luci e senza ombre, uniforme e tedioso come un deserto sconfinato di sabbie.

Da quindici giorni questa era la sua vita; da quindici giorni, egli languiva così in un ozio schiacciante, nella casa paterna che le imagini de’ suoi maggiori, appese alle pareti, rendevan simile a una critta foderata di lapidi: — solo, assolutamente solo, smarrito nella foresta degli uomini, incapace e sdegnoso di trovare una via di salvezza o un luogo tranquillo di rifugio.

Nella vecchia casa, le memorie sorgevano da ogni parte; una moltitudine di fantasmi leggeri e mormoranti si levava incessantemente intorno a lui e veniva ad assediarlo. Era tutta la sua adolescenza, che gli si riaffacciava in un velo di sogno, idealizzata da un sentimento superiore, circonfusa come da un’aureola tenera di poesia e di malinconia; era tutta la sua vita che usciva a brani dispersi da quegli oggetti ben noti, evocata da una forma, da un suono, da un profumo indistinto; erano i fiori più ingenui dell’anima sua, poveri fiori omai secchi e a pena riconoscibili, che gli riapparivano d’improvviso in qualche angolo dimenticato, nei tiretti polverosi, nelle casse chiuse da tempo. E insieme con i suoi ricordi si confondevano i ricordi altrui, i ricordi anche più tristi e suggestivi di coloro che lo avevano preceduto: talvolta per le stanze deserte e silenziose pareva a lui che vagassero ancora le figure de’ suoi consanguinei scomparsi, richiamate a una vita incorporea dalla stabilità delle cose circostanti.