Part 18
Il giovine, inconsapevole, fu attratto da quel lume, che oscillava al vento umido dell’alba. Attraversò cautamente i due lati della loggia, giunse presso al sacro emblema e si fermò, come arrestato da un ostacolo, d’innanzi ad esso. Un’immensa desolazione era in lui: la sua anima era piena d’ombra e di mistero. Grandi fantasmi vi si levavano a tratti, fluttuavano alquanto nel vuoto, svanivano verso l’alto, quasi assorbiti da una fauce immane spalancata sopra di essi. — Tutto era vano! Tutto era triste! Tutto era irreparabile! A che valevan gli strazii, i timori o le speranze? — Quel volto, ch’egli contemplava, gli diceva l’inutilità d’ogni nostro sforzo; gli diceva la fatalità degli umani eventi, i quali son come prescritti in un libro secreto e immutabile; gli insegnava che all’ora scoccata il destino si compie inesorabilmente contro ogni volontà, contro ogni opposizione, contro ogni rivolta; gli insegnava ancora che agli uomini non resta che pregare o piangere, pregare per rassegnazione, o piangere su la loro sventura e su la loro impotenza!
La vita perdeva pregio, significato, valore. Essa non era che una lotta disperata, una lunga sofferenza, un perenne sacrificio nella sola aspettazione della fine. E i piaceri, le ambizioni, le glorie di questa terra eran gli inganni d’una Natura ostinata, forse le insidie d’un Ente vendicativo per tenerci legati fino all’estremo soffio alla nostra catena. E poi? Poi veniva il nulla, l’ignoto, l’eternità. Il nulla, proprio il nulla? dopo tanto soffrire, dopo tanto sognare, dopo tanto pensare? Era dunque possibile che l’esistenza individuale, questa unica realità intelligente, non avesse uno scopo? — L’idea religiosa batteva alla sua porta: l’eredità mistica si risvegliava nel suo sangue cristiano, in quell’ora di prostrazione, d’avanti a quell’antica imagine che aveva fatto miracoli. Egli, il superbo, s’umiliava; egli, il sapiente, rinnegava d’un tratto la sua dottrina, il nobilissimo frutto di lunghi studii e di profonde meditazioni. Il mistero dell’Irreparabile, ond’era tutto circondato, compiva il prodigio della sua conversione, distruggeva la sua vanità, risuscitava dalle ceneri la sua fede sopita. Era la scintilla repentina; era la percossa improvvisa: egli provava il bisogno di credere in qualche Essere superiore, onnipotente, a cui rivolgere in quell’ora i suoi voti. Alcuni ricordi lontani ricorsero nel suo cervello; preludii d’orazione s’illuminarono; una suprema speranza gli cantò deliziosa nel cuore. Egli piegò le ginocchia fino a terra, congiunse le palme, chinò sul petto il capo orgoglioso; e in quell’atto di devozione puerile, come già negli anni ottusi dell’infanzia, recitò le preghiere obliate da tempo immemorabile, invocando dalla pietà divina la salvezza della sua cara, che disperava omai d’ottenere dalla scienza e dalla sollecitudine degli uomini.
Per alcuni dì donna Marta vacillò tra la vita e la morte. Durante il giorno pareva che si riavesse un poco, aveva ore di calma e di sonno tranquillo; appena scendeva la sera, ricadeva subitamente nello stato febbrile, era ripresa dalle soffocazioni, dalle nausee, dalle smanie, dai delirii. E allora diveniva veramente terribile: respingeva con violenza il dottore, rifiutava cibi e rimedii, vituperava il nipote e la fantesca; intollerante d’ogni freno, ribelle a qualunque consiglio. Sopra tutto contro Camilla ella nudriva un astio e un rancore, inesplicabili. Tal volta, durante una tregua, ella chiamava a sè Aurelio, e gli diceva sotto voce, con circospezione paurosa:
— Manda via costei! Te ne prego, mandala via! Non la posso vedere....
E i suoi occhi avevano lampi d’odio, come al cospetto d’un nemico temuto e minaccevole.
Fortunatamente, dopo due notti insonni, la ragazza, gracile e impressionabile, non potè più reggersi in piedi e per ordine dello stesso medico dovette ritirarsi. Flavia venne a sostituirla, e parve che portasse, con la sua grazia e la sua dolcezza, un ultimo impulso di vita a quella povera anima esausta.
La notte, donna Marta si mostrò in fatti più calma, più coraggiosa, più ragionevole. Era per simpatia? Era per deferenza? Era per soggezione o per vergogna? Bastava che Flavia si rivolgesse verso di lei, perchè d’un tratto si ricomponesse, frenasse le sue irrequietudini, dissimulasse sotto un pallido sorriso di persona stanca i suoi interni tormenti. Quando la giovinetta si inchinava sul suo viso per baciarla o le prendeva una mano per sentirne il battito del polso, i suoi lineamenti contratti si rilassavano per incanto, sembrava ch’ella provasse un gran sollievo, che le si comunicasse al solo contatto un po’ di quella forza giovenile. Quando le porgeva le medicine, ella si sollevava sùbito a sedere e le sorbiva in fretta, senza una protesta, sogguardandola anzi con occhi gonfii di riconoscenza. Tal volta, come il male le strappava un gemito incontenibile, ella si volgeva pentita alla vegliante, e, se per caso incontrava il suo sguardo, mormorava con la voce tanto mite:
— Ho parlato?... Non so.... Dormivo....
E socchiudeva tosto le palpebre, fingendo di riprendere il sonno interrotto.
Aurelio rifinito dalle fatiche e dalle angosce di quei giorni, eppure tenuto desto dall’insonnio nervoso, stava seduto in un angolo bujo, e osservava. Era vero tutto quanto gli stava d’intorno? A lui pareva di sognare: come in un sogno, in fatti, gli si presentava la camera grande, che una candela posata in terra illuminava fantasticamente dal basso in alto, rilevando le cose che di solito non eran visibili, lasciando in un’ombra densa quelle altre a lui note. Come in un sogno, la figura di Flavia si moveva continuamente tra quelle strane apparenze, e non suscitava nei passi il benché minimo strepito: il lembo delle sue vesti chiare era dorato dai riflessi della luce, ma la sua testa si perdeva nell’oscurità ed era irriconoscibile. Egli, ottuso dalla stanchezza e dall’immobilità, guardava, attonito e quasi incredulo, intorno a sè: — era proprio la camera dell’avola, quella? era Flavia, colei che gli passava d’innanzi in silenzio, più leggera d’uno spettro?
Il giovine non poteva credere alla sua ragione; non poteva credere alla stessa evidenza. A tratti le idee gli si confondevano, la realità gli sfuggiva, e la fantasia dava alle sue sensazioni aspetti falsi, difformi, inaspettati. Egli allora vedeva una donna nuova nella sua casa, sola padrona e arbitra; la vedeva in una stanza sua aggirarsi, frugare nei tiretti, cercare e trasportare le cose sue, accostarsi sicura a un gran letto bianco, che nell’ombra grave imaginava deserto. Quella era bene la sua donna; era la sua compagna, e quel gran talamo bianco era il loro. Flavia o un’altra? Era Flavia, non poteva esser che Flavia. Grandi fatti erano avvenuti, che ora non rammentava più; ed egli l’aveva sposata!... L’ipotesi non lo sgomentava, anzi gli dava un’impressione profonda di ristoro. Non era egli solo, triste, abbandonato nel mondo, senza parenti e senz’amici? Aveva una donna accanto a sè, che lo amava, che lo curava, che lo assisteva vigile e solidale nelle lotte della vita....
Ma un gemito lieve o un fruscìo di coltri smosse venivan dal letto, dove giaceva l’inferma; ed egli d’improvviso era richiamato al senso esatto della realità. Allora un’irritazione amara s’impossessava del suo spirito; una specie di rimorso gli feriva il cuore, da prima fievole e confuso, poscia lucido e tagliente come una lama affilata: — irritazione contro sè stesso, contro la sua debolezza che aveva evocato un mondo chimerico in contrasto con tutte le sue ambizioni, con tutti i suoi principii — rimorso per l’obliquo disegno riparatore, ch’egli aveva già inconsciamente abbozzato, in presenza dell’avola ancor viva. Oh, al risveglio, riflettendo, quel suo sogno di pace futura gli sembrava abbominevole! Come, come aveva osato persuadersi e compiacersi d’una simile supposizione? Non amava dunque sua madre? Non amava quella povera creatura, legata a lui dai più sacri vincoli di sangue e di consuetudine? — Sì, certo, egli l’amava, l’amava sopra ogni cosa al mondo; avrebbe dato la vita per salvarla; sinceramente, sarebbe morto felice prima di lei, pur di non vederla morire! E, non ostante il suo verace affetto, aveva potuto in sua presenza adattarsi all’ipotesi più tremenda, accettarne le conseguenze, ricercarne perfino i rimedii!...
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee: egli si giudicava vile, egoista e perverso; egli si sentiva macchiato da quelle speranze, ch’eran fiorite spontanee sopra le minacce d’un’immensa sciagura. «Ella non morirà,» si ripeteva, per disperdere i residui del sogno: «ella guarirà; ella deve guarire; qualche giorno ancora, e lascerà il letto.» Ma in fondo a lui un altro pensiero si moveva e s’imponeva alle vacue parole, ostinato, invadente: «Sarà così, certo sarà così! Se anche dovrà morire, io mi rassegnerò, io continuerò a vivere, io la dimenticherò.» E la previsione d’una siffatta necessità lo sprofondava in uno scoramento infinito, più lacerante di qualunque rimorso, più doloroso di qualunque cordoglio.
Ahi, miserabile carne, eternamente schiava dei proprii istinti bestiali!.. — Egli ora vedeva il destino della Vita in una vasta astrazione simbolica; vedeva il gran fiume scorrere, inarrestabile, a traverso il tempo, a traverso lo spazio. Una goccia scompariva assorbita dalle sabbie: altre gocce sopraggiungevano a colmarne la minuscola lacuna, a ingrossare il corpo delle acque, che scendeva sempre gonfio, tumultuosamente, verso la foce remota e sconosciuta. Chi s’accorgeva dell’umile goccia scomparsa? Le altre tutte, per una necessità fisica intrasgressibile, eran trascinate via dalla corrente, sospinte da quelle che seguivano, attratte da quelle che precedevano. E il letto del fiume continuava nelle profondità la sua monotona opera d’assorbimento, inavvertita e provvidenziale!... Via, via, a traverso il tempo, a traverso lo spazio! Bisognava vivere, bisognava fluire, bisognava rifondere le gocce perdute perchè il gran fiume non s’asciugasse!... Ed egli in fatti, atomo dell’universo, soggetto indistinto delle sue leggi oscure, aveva già pensato a vivere dopo, a seguitare il suo inutile cammino, a sostituire con altre le esistenze che crollavano dietro di lui. Egli, in cospetto del passato che stava per dileguare nel nulla, aveva già ideato un piano d’adattamento, un dolce nido d’amore dove festeggiare il suo attimo di luce; aveva già concepito in potenzialità i nuovi esseri che avrebbero popolato l’Avvenire!...
Questi pensieri, sotto altre forme, con diverse imagini, lo torturarono anche nei due giorni che seguirono.
Flavia era sempre là, attenta, vigile, infaticabile al capezzale di sua nonna: egli la poteva vedere a ogni ora, in ogni momento, come una familiare, come una sorella. Era sempre là vicina a lui, così vicina che molte volte le loro vesti si sfioravano, le loro mani si toccavano, i loro respiri si confondevano, chini come erano entrambi sul letto dell’inferma. E quella convivenza ininterrotta, quella comunione d’intenti, di timori e di speranze, assimilavano a poco a poco le loro due anime, accrescevano la mutua confidenza, li appartavano in una specie di solitudine mistica assai propizia agli abbandoni, alle illusioni, alle insidiose idealità. Non si scambiavano se non poche parole durante le veglie interminabili; ma i lunghi silenzii nella camera dolorosa eran più eloquenti d’un poema, scendevano su i loro cuori più incantevoli d’un filtro. In vano il giovine cercava di sottrarsi al fascino di quei silenzii; in vano si ribellava alle molli lusinghe che assediavano il suo spirito illanguidito; in vano respingeva, sdegnato, le onde ineffabili di voluttà che si riversavano a tratti su i suoi nervi scoperti dalla spossatezza e dalle angosce molteplici. Ella era là; ed egli non poteva chiudere gli occhi per non vederla! Omai, egli non poteva non vederla, anche avendo ben chiusi gli occhi! E dall’imagine di lei, sempre presente, divinizzata dall’alta poesia del suo còmpito pietoso, gli veniva incessantemente il conforto non chiesto, non voluto, il conforto umiliante e sacrilego.
La malattia di donna Marta si svolgeva frattanto con una continua vicenda di brevi fallaci miglioramenti e di ricadute viepiù gravi e inquietanti. Il medico di Laveno era venuto parecchie volte a visitarla, aveva cambiato ordinazioni per sodisfare alle richieste dell’ammalata e, persuaso della inefficacia d’ogni rimedio, se n’era andato, alzando le spalle, aspettando rassegnato la morte o un miracolo. In fatti tutte le cure erano inutili: anche le punture di caffeina, che si facevano ora due volte al giorno, ottenevano soltanto un momentaneo sollievo e la lasciavan poi più abbattuta e più affannata di prima. I germi del triste morbo avevan trovato un terreno ben preparato a riceverli e si propagavano fecondi e indistruttibili, come una mala erba in una maremma. La respirazione diveniva ogni dì più corta e frequente; i rantoli umidi, i tintinnamenti metallici risonavano in ogni parte del suo povero torace scarno; i delirii si moltiplicavano, provocati dalla debolezza sempre maggiore dell’organismo — foschi e tragici delirii in cui ella con la voce spenta parlava del futuro, non parlava che del futuro, confondendo nomi, date, luoghi, dimenticando le persone prossime a lei, risuscitando e rivedendo d’innanzi a sè quelle morte da anni, sopra tutto il figlio e la nuora!
— Quest’inverno, — ella talvolta diceva, prendendo nelle sue le mani dei due giovini, — quest’inverno andremo in Riviera, noi tre soli, soli... Son tanti anni che non vedo il mare!... Prenderemo una villetta su uno scoglio, contro cui si oda nella notte sbattere le onde, dove non ci sia il silenzio che qui ci opprime, questo silenzio che non finisce mai, mai... Vero? Vero? Ci condurrai al mare, Alessandro? Mi farai rivedere il mare, Alessandro?
Altra volta si scoteva d’improvviso, faceva l’atto di scendere dal letto.
— Andiamo! Andiamo! — diceva con grande impazienza. — Ci aspettano. Non bisogna farci aspettare. Domani saremo là: ci fermeremo un mese, un lungo mese... Là c’è aria buona, là si respira, là si può passeggiare al sole.... Andiamo! Andiamo!
E gli occhi allucinati si perdevano in una lontananza fantastica, parevan rispecchiare nelle loro pupille dilatate la felice utopia dove l’aria salubre non soffocava, dove ancor si poteva liberamente uscire per rivedere il sole.
Ma il terzo giorno sembrò in vero che la fine fosse prossima e che la vita di donna Marta non dovesse arrivare al domani. Già dal mattino ella, sentendosi mancare, aveva chiamato a sè Aurelio e gli aveva detto con accento desolato:
— Figliuol mio, è l’ultimo giorno. È inutile illudersi: io mi sento morire. E non puoi credere quanto m’affligga il pensiero di lasciar qui solo te che hai tanto bisogno d’appoggio, sognatore e inesperto come sei di tutte le cose della vita. Che farai tu, povero Aurelio? Che sarà della nostra casa?
— Mamma, — proruppe il giovine, trattenendo a pena un singhiozzo, — non parlare così! Tu non stai peggio. Un po’ di pazienza ancora. Tu devi guarire.
— Dovrei ma non posso. Oh, fosse possibile!... Per te, per te solo, credilo, ho tanto pregato Iddio di farmi guarire!... Ma era tardi; era troppo tardi. Dovevo pensarci prima. Ho commessa una grave imprudenza, ed ecco il castigo! La colpa è mia. Tutta mia... Perdonami, Aurelio...
— Oh, mamma! — egli esclamò, afferrando la mano ch’ella gli offriva.
E cadde in ginocchio presso il letto; e compresse il volto contro i guanciali per nascondere le lacrime che già gli solcavano le guance.
Il dottor Demala giunse verso mezzodì a Cerro. Udì da Camilla le cattive notizie; salì concitatamente nella camera dolorosa, e, senza salutar nessuno, con il cappello in testa, si avvicinò, visibilmente turbato, all’inferma. Le tastò il polso, l’esaminò, s’oscurò in viso.
— Presto, un po’ di bambagia, alcuni bicchieri... Presto!
— Dottore, come soffro! — mormorò donna Marta, appena Aurelio fu uscito. — Come si soffre a morire!...
— Ma chè morire! — fece il dottore bruscamente, quasi con ira, alzando le spalle.
Non disse altro per confortarla. Si volse, guardò attentamente Flavia che ancora non conosceva; poi, toltosi il cappello, sedette in aspettazione.
— Pessimo tempo! — soggiunse dopo una pausa. — E noi avremmo bisogno del sole, d’un bel sole per la nostra ammalata.
— Oh, il sole! — esclamò questa con un profondo rammarico nella voce.
Tacquero. Aurelio rientrò, seguito da Camilla, portando i bicchieri e la bambagia; e il medico s’accinse sùbito ad applicar le ventose, ajutato a stento da Flavia, che la sua nervosa impazienza confondeva, e sbigottiva la vista del fuoco su quelle misere carni.
Donna Marta non diede segno di dolore. Ma la pelle sotto le coppe ardenti si gonfiò e al distacco apparve tutta macchiata di cerchii sanguigni.
Il dottore uscì insieme con Aurelio.
— Ebbene? — chiese questi tremando d’ansia e di paura.
— L’infiammazione si estende: il catarro ha invaso già una gran parte del polmone destro. E il cuore è sempre più debole: gli sforzi di questi giorni l’hanno estenuato. C’è da temere un’asfissia....
— La morte, dunque?!...
— Eh, pur troppo.... Ma speriamo che non avvenga; speriamo d’arrivare in tempo a scongiurarla. Ora scriverò una lettera al dottor Redi.... e una ricetta. Sono pillole di muschio: glie ne darai una ogni due ore.... regolarmente. Io debbo essere stasera a Varese per un consulto.... sarò qui di nuovo domattina.... più presto che potrò. Coraggio, in tanto, coraggio, amico mio!
Aurelio rimase stordito dalla fiera minaccia, come da un colpo di maglio ricevuto nel mezzo del cranio. Non era dolore quel che provava: era un senso di vuoto, d’accasciamento, di desolazione indefinibile. Gli pareva d’esser perduto in un’immensa foresta, e di sentir la notte scendere su lui a traverso i rami degli alberi secolari: nessuna via, nessuna speranza, nessuna salvezza! Egli vedeva il destino, come vedeva il paesaggio, di là d’un velo di nebbie e di piogge: d’avanti a lui una parete fluida si drizzava fino al cielo per separarlo dalle cose esteriori. E nel suo cervello continuava a passare, lento e infinito, come una migrazione di larve pallide, tutto il corteo delle astrazioni, delle parole vaste, incerte, chimeriche....
L’intero giorno egli restò in quello stato di stordimento e quasi d’ebetudine, che non gli permetteva pur di soffrire. S’aggirò come un sonnambulo per le camere, per gli anditi, per le logge; stette lungamente, immobile e taciturno, seduto su una poltrona nella stanza di donna Marta; s’assopì anche un poco nel pomeriggio, ma il sonno fu torbido, inquieto, attraversato da baleni sinistri. Si svegliò di risalto a un gemito più forte della sofferente. «Non valgono a nulla anche le preghiere, dunque?» si domandò, rivedendo il volto cadaverico della nonna, ricordando d’un tratto la lugubre previsione del medico. — Oh, con che fervore, con che umiltà aveva egli saputo pregare quel mattino, dopo tanti anni che la sua fede era muta! Con quanta umiltà e con quanto fervore egli era ritornato di poi al luogo dei miracoli, e si era ancora genuflesso d’avanti alla sacra imagine! A nulla era valso: umiltà e fervore erano stati inutili, s’eran dispersi come un fumo nell’impassibilità dello spazio!
Si levò, uscì dalla stanza, sentendo prorompere dall’anima l’odio e la bestemmia contro le leggi tenebrose della vita, contro la sorte, contro Dio. Non vi rientrò che un’ora più tardi, accompagnando il dottor Redi.
— Aurelio! — chiamò l’inferma con un grido, come lo vide comparire su la porta. — Ah, non lasciarmi, non lasciarmi più! Sta qui vicino a me, molto vicino.... Perché sei andato via? Ho paura! Ho paura!...
Era più alterata e più deforme che non mai: parve al giovine che in quell’ora fossero piombati vent’anni di torture su quella faccia miserabile.
— Eccomi, mamma! — egli balbettò con la voce tremula, avvicinandosi al letto.
Mentre il medico l’esaminava, Flavia s’accostò pianamente a lui e gli disse sotto voce all’orecchio:
— Mio Dio, quante volte l’ha chiamata durante la sua assenza! Io ho pensato ch’ella dovesse riposare e non ho voluto disturbarla. Ho fatto male?
— Grazie! Grazie! — egli rispose, e le stese indietro la mano, involontariamente.
Sentì un contatto caldo, una stretta energica, un intrecciarsi furioso con le sue dita d’altre dita più sottili. E quelle dita tremavano, d’un tremolìo incessante, quasi la vibrazione d’una corda sfiorata. Il brivido si comunicò più forte alla sua mano, gli ascese lungo il braccio su su, come un’onda elettrica, verso il cuore, verso la gola. La sua anima si gonfiò di confuse aspirazioni.... Egli comprese: era il conforto, il conforto non chiesto, non voluto. Fece per ritrar la mano ma non gli fu possibile; e rimase così, avvinto a lei nell’ombra, in cospetto della moritura, finchè il medico, compiuta l’opera, non si mosse.
La sera calò rapida tra i nembi. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja: si udiva il rombo alterno dei flutti contro la spiaggia. Di quando in quando qualche foglia divelta dal vento cadeva sul davanzale delle finestre, stridendo lieve contro i vetri. Era la triste monotonia dell’autunno in tutta la sua funebre maestà, la lenta decadenza della stagione, la malattia irreparabile di tutte le cose vive sotto l’inclemenza di un cielo plumbeo. La luce affievoliva, le piante si sfrondavano, l’erbe e i frutici infracidivano, la terra stava per chiudersi assiderata nella compostezza brulla della morte. E, nel crepuscolo, la campana della chiesa, battendo tra lo strepito della pioggia l’Ave Maria, sembrava annunziare ai fedeli che un’agonia incominciava e convocarli per una preghiera di requie eterna.
Al calar delle tenebre, ai lugubri squilli, principiò ad allentarsi il viluppo d’apatia che teneva fasciata l’anima del giovine fin dal mattino. A mano a mano egli venne riprendendo coscienza di sè stesso, ritrovando il sentimento normale della sua persona, rientrando nella realità con i sensi vigili e la mente perspicace. Allora intese tutta la gravità della sciagura che gli incombeva; allora ebbe veramente l’intera e lucida consapevolezza della sua infelicità. — Sua nonna, la sua seconda madre era là, china e sospesa su l’abisso senza confine. Tutta la sua giovinezza, tutta la sua vita anteriore, tutti i suoi sogni medesimi erano intimamente legati alle memorie di quell’essere precario, che nessuna forza umana poteva contendere alla sua sorte. Ella precipitava; e avrebbe forse trascinato con sè memorie, sogni, giovinezza. Che fare? Ogni cosa era inutile. Bisognava aspettare, assistere, rassegnarsi. E poi? Ahi, questo era il più terribile: poi bisognava vivere, vivere ancora, portando in cuore il peso di tutte le disperazioni, di tutte le maledizioni, di tanta amara esperienza; bisognava scegliere una via nuova da percorrere, sapendo già la vanità di ogni nostra impresa e la mèta fatale d’ogni nostro cammino!
Era affondando gli sguardi nel futuro che Aurelio provava lo sgomento maggiore: lo stesso spaventoso attimo del trapasso impallidiva di fronte all’idea della lunga serie di giorni grevi che lo avrebbe seguito. Egli era solo: dentro di lui non restava che il rimpianto d’un unico affetto distrutto; e d’intorno a lui, un mondo impassibile, aspro, prodigo di sarcasmi per l’anima in pena. In quel momento nessun conforto estraneo, nessuna obliqua aspettativa mitigavano la cruda evidenza della sua previsione: il cordoglio, il grande cordoglio nobile e puro, dominava, autocrata severo, tutte le sue facoltà.
Donna Marta, dopo la puntura di caffeina, aveva avuto un’ora di sollievo, aveva anche mangiato qualche cosa; poi d’improvviso era ricaduta nello stato di prostrazione mortale. Ora, riversa su i cuscini, delirava fiocamente; e Flavia, tenendole una mano, assecondava con qualche blanda parola il suo delirio.
— Andiamo! Andiamo! — diceva l’inferma, senza muoversi, senza potersi muovere.