L'incantesimo

Part 17

Chapter 173,723 wordsPublic domain

Si levò in piedi con uno sforzo visibile; salutò il nipote, rivolgendogli uno sguardo pieno di tenerezza (insisteva sempre su le sue labbra quel sorriso contratto, ch’era l’estrema dissimulazione pietosa del suo spirito già invaso dalla paura); e, chiamata Camilla, uscì al braccio di questa, faticosamente, dalla sala, — povero essere rattrappito, deforme, ignobile cui l’argento della chioma infondeva pure un’ultima tragica maestà.

La mattina seguente, Camilla si presentò inaspettata nella camera d’Aurelio poco dopo l’aurora.

— La signora la vuole, — disse con la voce rotta dall’affanno, precipitosamente: — venga sùbito!

Il giovine, che stava vestendosi, ebbe un sussulto violento. Non osò interrogare la giovinetta, non osò trattenerla. La seguì, passivo e taciturno, lungo il portico, con il viso alterato dall’angoscia. Entrò dietro di lei, quasi sospinto da un turbine, nella stanza dolorosa; e corse al letto, al gran letto bianco, dove la vecchia stava seduta, appoggiata con le spalle a molti guanciali sovrapposti, i capelli canuti erti su la fronte, gli sguardi stravolti e immobili come perduti in una visione terrifica.

— Che hai, mamma? — egli domandò, ponendole una mano sul capo, chinandosi fino a guardarla nelle pupille. — Che hai?

Ella mormorò, desolata:

— Ah, figliuol mio! Io muojo....

— Ma no... Perché dici questo? Che ti senti?

— Mi sento male, molto male. Ho passato una notte spaventevole. Se avessi potuto, ti avrei chiamato. Ma come fare? Ero sola!... Ho temuto di non rivederti più, di morire senza salutarti....

— Bisognerà chiamare un medico, sùbito.

— È quello che volevo dirti, — ella aggiunse, alzando le spalle con un atto rassegnato. — Telegrafa a Milano al dottor Demala.

— Sì, mamma. Intanto però faccio venire il medico di qui. Credo che tu ti spaventi a torto; credo che tu esageri: egli sarà a Cerro fra un’ora e ti potrà ridare un po’ di coraggio.

Aurelio discese da Ferdinando, lo mandò a Laveno con un telegramma urgente per il dottor Demala e l’ordine di ricondur sùbito con sè il medico del Comune. Quindi risalì sollecitamente nella camera della nonna.

Donna Marta, che pareva più tranquilla, gli disse:

— È tempo ch’io muoja, figliuolo mio! Forse la morte mi darà la pace che non ho mai goduta in vita. La morte potrà sola farmi dimenticare tutto il male, che ho visto e ho sofferto. Son vecchia, stanca, logora, travagliata da mille dolori! Credilo: è tempo ch’io muoja; è bene ch’io mi riposi alfine sotto la terra.

Il giovine cercò di disperdere il livido presagio che occupava la mente dell’avola. Sedette al capezzale, prese una mano di lei nella sua, le parlò sorridente del domani, componendole una prospettiva d’illusioni serene, un’apoteosi di calma e d’amore su le rovine del passato crudele. E non tacque, finchè non vide accendersi un fievole raggio di speranza in quegli occhi indeboliti e dilatati dal lungo pianto, dal morbo e dall’età.

La nonna in fine s’assopì. Egli fece chiudere le persiane, e rimase seduto presso di lei a vegliarla, nell’ombra. Un gran silenzio era d’intorno. Dal parco veniva il croscio sordo d’una fontana e a tratti, appena sensibile, il canto melodioso d’una capinera. Null’altro. Il respiro dell’inferma, fattosi nel sonno più aspro e più forte, pareva dominare la calma mattutina e scandire con ritmo sinistro il tempo che fluiva.

«Povera creatura!» pensava Aurelio, osservando il volto della progenitrice, irriconoscibile con gli occhi chiusi, contraffatto dalle rughe e dalle pieghe, con il mento spostato in avanti, con i capelli scomposti su la fronte in guisa di fiamme nivee. «Povera creatura! Ella è stata veramente infelice! La corona degli Imberido pesò su la tua testa più grave d’una maledizione!» E, poichè nelle ultime parole della vecchia eran passate le imagini atroci che ne avevan già insanguinata la memoria, più profonda risorse in lui la pietà per quella fragile donna a cui gli eventi avevano riserbato d’assistere alla fine di tre generazioni d’uomini amati, spenti tutti nel fior degli anni da una stessa tragica sorte.

In che dramma luttuoso doveva risolversi per lei il dolce idillio sbocciato per incanto, tra i sogni ribelli e i propositi guerreschi, nel piccolo giardino di casa Imberido, profumato dalle rose e dagli aranci! Là, ella aveva visto il padre e colui, che sarebbe poi divenuto il suo sposo, stringersi la mano in un patto di fratellanza mortale. Là, tra il susurro feroce delle cospirazioni, ella aveva sentito nascere, come un fiore dal sangue, il primo e solo amore di sua vita. Oh, con che accelerazione prodigiosa aveva dovuto battere il suo cuore d’adolescente in quel giorno illusorio, quando il giovine patrizio, circonfuso da un’aureola d’eroismo, le aveva confidato all’ombra d’un viale solitario le sue fiere speranze e il suo affetto sconfinato! Fu quello l’unico tempo felice della sua vita, e fu così breve!... Un anno dopo, il padre usciva per l’ultima volta dalla sua dimora, pallido, ammanettato, stretto in torno dai birri austriaci per salire il palco infame e penzolare nel vuoto, tra i chiarori dell’alba, d’avanti alle mura del Castello. Tre anni più tardi anche lo sposo doveva lasciarla sola per sempre, e partire verso una città remota, verso una carcere sotterranea e bieca, dove la paura degli oppressori lo aveva segregato e d’onde una morte precoce non l’avrebbe lasciato mai più ritornare! Ah, quella sera lontana d’agosto, quando le era giunto inaspettato l’annunzio funereo nella gran sala del palazzo deserto, mentre il fanciullo, inconscio e immemore, giocava e rideva a’ suoi piedi!... Ella se ne ricordava come d’una cosa avvenuta jeri; e, ogni volta che ne discorreva con lui, i suoi occhi si riempivan di lacrime, irresistibilmente. Non poteva essersi placato il destino dopo le due prove funeste? No, il destino glie ne imponeva una terza, e forse la più inumana di tutte! Di nuovo, trascorso un periodo di calma rassegnata, erano incominciate per lei le lotte, le angosce, gli spaventi, le disperazioni nel contrasto con il figlio indocile, caparbio, violento, smanioso di piaceri e di prodigalità. Ella, impotente a frenarne desiderii e ambizioni, aveva tentato in vano di salvare con un’alleanza fortunata i più sacri tesori familiari: la nuora, per colmo di sventura, era spirata mettendo alla luce un bambino, e Alessandro aveva tosto ripreso le sue abitudini grandiose, dissipando in pochi anni il resto della ricchezza paterna e la dote della povera morta. Da allora i tristi fantasmi si succedevano senza tregua nella memoria infaticata della vecchia; e il nipote, vegliando sul suo sonno inquieto, li evocava tutti in ordine come li aveva uditi raccontare da lei nelle sue ore di confidente abbandono: il mesto esodo dall’antico palazzo, consacrato da tanti ricordi e venduto all’asta dai creditori impazienti; i prodromi del male misterioso, che doveva condurre al sepolcro il figliuolo, apparsi sul finir d’una notte al suo ritorno da un’orgia; il graduale deperimento d’Alessandro, inesplicabile ai medici che lo curavano; l’indebolirsi della sua ragione; i primi vaneggiamenti, le prime stranezze, le paure infantili, gli scoppii improvvisi di pianto; poi il rapido aggravamento e gli strazii inenarrabili di lei, che non poteva più farsi riconoscere, che si sentiva una estranea, un’ignota di fronte al figlio inebetito; in fine la terribile agonia, le imprecazioni mute del morituro contro di lei, contro la madre, l’ultimo grido e l’atto di lanciarsi verso la finestra spalancata, il rantolo breve e l’immobilità della fine!

Tutti gli episodi amari di quell’esistenza tornavano nella memoria d’Aurelio, a uno a uno, osservando il volto cadaverico della nonna assopita, che agitavano a intervalli moleste visioni. Ed egli, riandandoli, pensava con maraviglia alla resistenza tenace del suo fragile organismo, alla freschezza incorrotta della sua anima, che a traverso tante e così gravi avversità non s’era sciupata, nè invecchiata, nè inacidita, nè delusa. Come, come non era ella già morta di dolore? Come aveva potuto trovare ancora un sorriso, dopo tante lacrime sparse inutilmente sopra le cose irrimediabili? Eppure ella era rimasta semplice, innocente, spensierata, amante della vita, come nei primi anni felici della sua adolescenza, come una bambina ignara d’ogni tristizia! Ella aveva piegato, a mo’ d’un giunco, sotto le raffiche veementi, e s’era sempre rilevata per ricever di nuovo, pienamente, l’impeto d’altre raffiche! «Ma ora? ora?» si chiese il giovine riguardandola, angosciato. «Ora che è tranquilla, che è libera d’ogni cruccio, d’ogni angustia, d’ogni paura, ora potrebbe dunque morire?»

Dopo due ore d’ansiosa aspettazione, il medico giunse. Era un giovine di trent’anni, pallido, bruno, con una foltissima capigliatura castagna, con un sorriso ironico continuamente fisso su le grosse labbra escoriate. Egli visitò l’inferma con cura minuziosa, si chinò a più riprese sul suo torso denudato (oh, come spiccavan le costole a traverso il debole involucro della pelle!), glie lo percosse in ogni parte, ascoltò i battiti del cuore, rivolse a lei e al nipote molte domande precise, e concluse in fine sorridendo che non c’era ancora motivo d’impensierirsi, che bisognava attendere, che si trattava per il momento d’una leggera bronchite, un poco inquietante solo per le tristi condizioni del cuore.

— Non morirò, dottore? — gli chiese donna Marta, in forma di scherzo, salutandolo.

— Signora mia, — egli rispose allegramente, — la nostra vita è in mano di Dio; ma, per quanto ne sappia, non credo ch’ella sia finora in disgrazia di Quello lassù. In tanto, pensi a scacciare le cattive idee per discendere al più presto da quel letto, dove si sta bene di notte ma non di giorno, e sopratutto in campagna. A rivederla.

E al nipote, che lo interrogava ansioso, lungo le scale, egli rispose asciutto e risoluto:

— Non ho altro da aggiungere, signor conte. Speriamo che non sopraggiunga qualche complicazione. Ora le scriverò una ricetta, e passerò stasera o domattina a rivederla.

Nel pomeriggio le signore Boris, avvertite della visita del medico, vennero premurosamente a chieder notizie di donna Marta. Parevano entrambe molto addolorate, e non entrarono nella sua camera che in sèguito alle esortazioni insistenti d’Aurelio. La vecchia, già alquanto sollevata dalle parole del dottore, ebbe dalla loro presenza quasi una conferma della poca gravità del suo male: le accolse dunque con visibili segni di gioja, le fece sedere amabilmente accanto al letto, ritrovò con esse per un’ora la sua loquacità ilare e giovenile. Anche la signora Teresa, rassicurata dall’umore eccellente dell’inferma, dimise ben presto il suo contegno grave e compunto; e la conversazione s’accese tra loro viva, leggera, volubile, come già sul rialto negli ultimi convegni.

Aurelio, seduto dall’altra banda del letto, guardava fissamente Flavia: non l’aveva mai veduta così smorta e così commossa; ella non diceva che una qualche parola di quando in quando, allorché era direttamente interrogata da sua madre o da donna Marta, e teneva gli sguardi bassi: una ruga prolissa le solcava la fronte tra ciglio e ciglio. Il giovine la guardava, cercando d’immaginare la causa di quella sua mestizia; e, inconsapevole, traeva dalla vista di lei una dolcezza serena, un senso indefinibile di pace e d’oblìo, che si stendeva come un fitto velo su le angosce profonde della sua anima.

Il giorno declinava: il sole era scomparso dal giardino; un soffio di brezza entrava dalla finestra aperta, gonfiando le tende, movendo il lembo delle coltri a pie’ del letto. D’un tratto la vecchia, che discorreva animatamente, ammutolì, s’abbandonò inerte su i guanciali. Un tremito agitò i suoi occhi, che parvero appannarsi, confondersi nel vuoto, perdere ogni luce; un fioco rantolo, come un cigolìo interno, s’udì distinto nella sua respirazione accelerata.

— Donna Marta! Donna Marta! — chiamò la signora Teresa, alzandosi di scatto in piedi, avvicinandosi a lei, sgomenta dal suo aspetto e dal suo silenzio improvviso.

L’inferma non rispose, nè si mosse. Anche Flavia e Aurelio s’eran levati e l’osservavano ansiosamente.

— Che l’abbia fatta parlar troppo?... — chiese confusa la Boris all’Imberido. — Dio mio! Se l’avessi imaginato!... Forse sarà stanca; forse avrà bisogno di riposo....

— Sì, di riposo.... — mormorò con un sospiro l’inferma, quasi si scotesse allora da un deliquio momentaneo. E tentò di sorridere, e stese con uno sforzo la mano per salutare.

Le donne, prima d’uscire, la baciarono entrambe sul viso con sincera effusione.

— Non ci tenga in pena! Si alzi presto. Noi siamo perdute senza di lei; — aggiunse Flavia con la voce tremula, mentre stava per varcare la soglia.

Aurelio, incitato dall’avola, le accompagnò lungo il portico fino alla scala.

— Se ha bisogno di noi, ci comandi, — gli disse la signora Teresa. — Io e Flavia saremo ben liete di poterle esser utili in qualche cosa. Se vuole, per esempio, che qualche notte la vegliamo noi.... Flavia è una buona infermiera; io ne conosco tutta la pazienza e tutta la sollecitudine.... Ella non cerca altro.

— Oh, sì, signor Aurelio, — esclamò impetuosamente la giovinetta; — voglio tanto, tanto bene a donna Marta!

Ella arrossì così forte che parve le si fosse raccolto tutto il sangue delle vene sul viso. E distolse sùbito con un atto timido gli occhi, che scintillavano, da quelli del giovine. — Perché Aurelio fu assalito da un brivido alle sue parole e al suo turbamento? Egli ebbe un’intuizione fulminea dei tristi pensieri che si movevano nella mente di lei; egli credette d’indovinare il perché della sua malinconia presso il letto della nonna ammalata. — Era vero! Era vero! Ella lo amava: ella temeva per lui; ella tremava per lui su la vita della sua cara! — Un trasporto di tenerezza e di gratitudine lo spinse irresistibilmente verso la fanciulla; ma non fu che un attimo. L’eccitazione sentimentale si placò; il tumulto del cuore si tacque; alla certezza della prima supposizione successe il dubbio, lo scoramento, l’indifferenza. Egli rientrò, già immemore di lei, nella camera di donna Marta, tenuto da una sola ansietà, sorretto ancora da un’unica speranza.

Quella notte Aurelio non si coricò nè potè chiudere occhio. Rimase sempre al capezzale dell’inferma, assistendo inutile e straziato alle sue inquietudini, alle sue sofferenze, a’ suoi delirii, alle sue soffocazioni. Dieci lunghe ore, interminabili, egli rimase accanto a lei, nell’ombra della vasta stanza a pena mitigata da una debole fiamma oscillante, nel lugubre silenzio della campagna rotto a tratti dai lamenti dei gufi o dallo strepito sordo del vento. Donna Marta non ebbe un attimo di requie durante l’intera notte: oppressa dall’affanno, ora accesa da un calore intollerabile, ora assiderata da un gelo mortale, s’agitò, smaniò, rigettò indietro le coltri, s’avviluppò in queste fino ai capelli, domandò di vestirsi, d’uscire; sotto un accesso più violento, supplicò perfino il nipote d’andar sùbito a prendere il prete perchè si sentiva morire, morire. Livida, stravolta, con le chiome in un disordine fantastico, con gli sguardi spenti o inferociti, ella a ogni momento lo chiamava a sè, gli afferrava con forza una mano, gli chiedeva come folle se quel martirio doveva durare eterno, se quella notte non doveva finire mai più.

In vano Aurelio cercò di rassicurarla, ricordandole le parole dette dal medico alla mattina; in vano cercò di frenarla, spiegandole il danno di quelle smanie e di quelle frenesie, supplicandola, almeno per amore di lui, d’esser più calma, di dominarsi, di non abbandonarsi in tal guisa alla disperazione. Ella non lo ascoltava più; ella non sentiva se non i bisogni momentanei del suo corpo addolorato: aveva caldo, e violentemente si scopriva; aveva freddo, e si sprofondava rabbrividendo sotto le coltri; non poteva respirare, e chiedeva l’aria libera, e voleva uscire così, sola, nelle tenebre, verso l’aperta campagna dove, tremando di desiderio, udiva il vento frusciare.

Su l’alba finalmente ella s’acquetò un poco. Esausta, ricadde su i guanciali, chiuse gli occhi e parve assopirsi. La candela, tutta consunta, agonizzava a pie’ del letto. Aurelio s’alzò con precauzione, andò in punta di piedi a spegnerla, ritornò sùbito al suo posto vicino all’inferma. Si sentiva stanco, sfibrato, aggranchito; ma non aveva sonno. Un’apatia desolata fasciava la sua anima; non un palpito di pietà, di dolore, di sgomento sollevava il suo petto; egli era vuoto, vuoto e nero come una caverna senza luce. E stette immobile, lungamente, finché apparve il sole, a contemplare quel viso cereo, ossuto, spettrale che, senza il rantolo umido gorgogliante nella gola, si sarebbe detto l’imagine d’una morta.

Il medico di Laveno entrò verso le nove nella camera di donna Marta, tranquillo, indifferente, con il suo immutabile sorriso un poco ironico su le grosse labbra escoriate. Sedette, senz’aspettare un invito, su la sedia prossima al letto; ascoltò, stupito e quasi incredulo, la descrizione della notte tormentosa che gli fece l’ammalata e il vegliante confermò. S’era appena levato in piedi per esaminarla novamente, quando Camilla venne ad annunziare l’arrivo del dottor Demala.

Questi, un uomo tarchiato e possente dalla testa enorme, dagli occhi piccoli e brillanti sotto due foltissime sopracciglia brizzolate, era un vecchio amico di famiglia: aveva prestato le sue cure amorevoli durante la lunga infermità del padre Imberido; e conosceva a fondo le tristi condizioni di salute della contessa per averla assistita più volte nelle sue frequenti indisposizioni di cuore e di bronchi. S’avvicinò sinceramente commosso a lei, le prese con affetto una mano nelle sue.

— Che mi fa, donna Marta? — disse con la sua voce cordiale. — Che brutte sorprese mi riserba, vivendo lontana da me?

— Caro dottore, — ella rispose puerilmente, rianimata dalla sua presenza. — Avevo tanto desiderio di vederla, che ho fatto il possibile per ammalarmi....

— Ho sentito! Ho sentito!... — soggiunse il dottore, avendo già interrogata Camilla su le cause del male. — Sempre imprudenze! E sì, che sarebbe ornai tempo di metter giudizio!... Vediamo dunque che c’è di nuovo.

I due medici la visitarono insieme alla presenza d’Aurelio. Poi, rassicurata l’inferma, uscirono insieme dalla stanza, seguiti da lui più pallido e più ansioso che non mai. Quando furono al basso, il dottor Demala dichiarò schiettamente trattarsi d’un’infiammazione piuttosto estesa al polmone sinistro, che lo stato del cuore rendeva oltremodo grave e pericolosa. Non potendo ritornare a Cerro il giorno successivo, raccomandò l’ammalata alle cure del collega e pregò l’Imberido di telegrafargli sùbito in caso d’urgenza: ordinò le punture di caffeina, una soluzione espettorante e le polveri di chinino se la febbre fosse ricomparsa.

Nel risalire in barca, disse al giovine che lo guardava muto, attonito, accasciato, quasi implorando una parola di conforto:

— E tu, Aurelio, non perderti d’animo. Io doveva dirti tutto; ma ora soggiungo che finora non s’annuncia alcun pericolo imminente. Si può sperare.... Si ha diritto di sperare che tutto si risolva secondo i nostri desiderii. A doman l’altro; e fate in modo ch’io la trovi meglio.

E la barca s’era allontanata, mentre i due medici discorrevano tra loro animatamente.

Il giovine rimase solo su la spiaggia, ritto, immobile, accompagnando con gli occhi il vecchio amico che forse aveva cercato d’illuderlo. «Sarebbe troppo, troppo!» ripeteva meccanicamente dentro di sè; e le ginocchia gli vacillavano, e il battito del cuore pareva soverchiare lo strepito dell’onda contro il greto. Quando la barca s’eclissò, egli si mosse: andò a gittarsi sul divano in sala da pranzo; si strinse il capo tra le mani, come volesse spremere le lacrime che non volevano sgorgare. «Sarebbe troppo, troppo!» esclamava a tratti, senza più intendere il significato delle sue parole; e aveva la sensazione d’esser seduto nella più fitta oscurità e di non potersi alzare, non sapendo dove mettere i piedi, dove dirigersi, dove trovare una via di salvezza. Come levò gli occhi trasognati, quasi uscisse da un letargo profondo, vide d’avanti a sè nel sole il tavolino da lavoro della nonna e la grande poltrona vuota. Quell’apparizione subitanea di cose memori su la soglia della sua coscienza lo riempì di terrore e di cordoglio: nulla, nulla al mondo, neppure la stessa presenza dell’avola spenta, avrebbe potuto dargli un’idea più chiara e più tremenda della sua sciagura. «Ecco,» egli si disse, «quelle cose non mutano e non muteranno; il sole scendeva a illuminarle quand’ella le occupava; il sole scende sempre a illuminarle, ed ella non vi è più!» Sentì che il pensiero di nuovo gli si confondeva; che il cuore a poco a poco rallentava il palpito; che la tension dei nervi s’ammorbidiva, sotto il peso d’un’immane e schiacciante fatalità. Un nodo di pianto gli salì alla gola. La vista gli si offuscò. Egli piegò la povera testa su le palme, e ruppe alla fine in singhiozzi, perdutamente.

Nel pomeriggio ritornarono le signore Boris a veder l’ammalata; rimasero a lungo presso di lei, quasi sempre silenziose; se ne andarono tristi e scorate quando il giorno tramontò, raccomandando ancora ad Aurelio di non dimenticarle, di ricorrere a loro senza riguardi per qualunque servizio. La sera cadde; e donna Marta, ch’era stata fino allora a bastanza tranquilla, riprese ad agitarsi, a lamentarsi, a rantolare. Nè il nipote nè la fantesca poterono abbandonarla un sol momento durante l’intera notte, che fu assai più torbida e spaventosa della precedente. Verso il tocco un temporale scoppiò sopra il golfo, riempiendo l’aria di bagliori e di boati; e l’inferma incominciò a delirare. Ella voleva alzarsi, voleva partire, voleva fuggire; e, come Aurelio la tratteneva, in un risveglio di memorie antiche chiedeva soccorso alla madre, non riconoscendo più il figlio di suo figlio, credendolo un estraneo che volesse chiuderla per violenza in quel luogo di tortura.

— Mamma, mamma, ajutami! Portami via! — ella urlava con la voce rauca, strozzata dall’affanno, mentre cercava di svincolarsi e di precipitarsi dal letto.

E nulla nella notte, tra il frastuono della bufera, era più tragico di quel grido infantile nella bocca d’una vecchia canuta e moritura!

L’alba alfine s’annunciò, una lugubre alba piovosa come d’autunno estremo. L’inferma ricadde affranta su i cuscini, invocando la madre in un ultimo fievole grido; Camilla, pallida e disfatta dalla veglia, s’assopì reclinando il capo sul piano del letto; Aurelio, in punta di piedi, uscì sotto il portico per respirare, per sottrarsi alle visioni di follìa che l’assediavano nella camera dolorosa.

Su la loggia di fronte, dalla parte abitata dai Boris, splendeva ancora nel timido crepuscolo un lucignolo d’avanti a un’icona. L’imagine, consacrata dalla fede, rispettata dal tempo e dagli uomini, era un piccolo brano del fresco, che illustrava in origine tutte le pareti del portico superiore e che più tardi era stato ricoperto da un intonico bianco per la volontà d’un marchese de Antoni, pauroso di quelle figure allegoriche e oscure tra cui a ogni tratto si vedeva la Morte spietatamente falciare. Era un gran volto di donna giovine dai lineamenti incerti e rozzi, ma d’una singolare espressione mistica nei larghi occhi smunti rivolti verso il cielo. Rappresentava forse in origine una martire nella estatica aspettazione del supplizio; ora però quel volto appariva coronato da una aureola circolare di fattura recente, e si diceva l’imagine della Madonna. I guardiani del palazzo e la gente del villaggio asserivano poi che l’icona aveva compiuto nel tempo trascorso molti miracoli, e che, velata anch’essa dall’intonico, se n’era liberata ed era riapparsa sola in una notte, maravigliosamente.