L'incantesimo

Part 16

Chapter 163,797 wordsPublic domain

La comitiva fu sbandata e dispersa dalle difficoltà sempre crescenti dell’ascesa. I più giovini e i più validi, procedendo lunghesso i prati, s’allontanarono dagli altri che rimasero in basso, trattenuti dall’affanno e dal calore. L’Ugenti e lo Zaldini, offrendo le mani a Luisa, trascinandola a forza su per l’erta, scomparvero primi alla vista dei compagni in una valluccia angusta, avvivata da un ruscello garrulo e schiumeggiante. Il Siena più cortese restò sul sentiere tortuoso con la signora Boris, l’ingegnere e sua sorella, per soccorrerli nei passi disagevoli. Aurelio e Flavia si trovarono d’un tratto soli e liberi, come smarriti nel monte deserto, su una piccola prominenza erbosa a metà della china.

Quando il giovine se n’avvide, volgendo gli occhi in torno, ebbe un sussulto improvviso e violento in tutto l’essere. — Flavia era là, d’avanti a lui, come in quel giorno lontano sul minuscolo prato al sommo della pineta! Ella saliva pianamente per quella distesa inclinata, tra l’intonsa verzura, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. Portava ancora, come in quel giorno, l’abito grigio, attillato, senza guarnizioni, che una cintura d’un color di lilla pallido avvinceva strettamente sopra i fianchi sobrii e a pena arcuati. E recava in testa il cappellaccio di paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani sanguigni in un ciuffo di foglie e di spiche.

Oh, le memorie, le memorie! — Aurelio si volse, fissò gli sguardi laggiù verso il lago, all’opposta riviera dove biancheggiava il villaggio solitario. Era là, sotto di lui, remotissima, la pineta del palazzo, simile a un ammasso di cose oscure, indefinibili; era là il luogo nascosto e favorevole, dov’ella aveva per la prima volta incantato la natura e la sua anima. Ancora ella lo incantava; ancora e più, ella con la sua grazia annobiliva e irraggiava le apparenze per mezzo a cui passava. Eretta su lo sfondo verde e fiorito, come in quel giorno lontano, ella era simile a un’imagine immortale e immutabile. Anche una volta il giovine, contemplandola, non vide in lei la fanciulla ch’egli ben conosceva: vide l’arbitra del suo destino mortale, la custode della sua felicità, l’incarnazione portentosa del suo più schietto Sogno di giovinezza; vide l’Unica che avrebbe potuto far di lui un essere giojoso.

Con un impeto subitaneo, come spinto a tergo da una forza esteriore, accelerò il passo sul pendìo; e, giunto presso colei che lo precedeva, disse:

— Flavia, m’ascolti. È la prima volta, dopo molti giorni, che ci troviamo soli. Io ho passato due settimane di tortura ineffabile, cercando un mezzo per poterle liberamente parlare..... Oggi finalmente il caso mi ha favorito.... Ho bisogno di farle una confessione assai grave e di chiederle un consiglio.

— A me? — ella domandò con un accento ambiguo, d’incredulità e d’ironia, volgendo a pena il viso verso di lui.

— A lei, Flavia, a nessun altri che a lei.

Poi, dopo una pausa in cui parve ch’egli ascoltasse i palpiti accelerati del suo cuore, soggiunse:

— Ella mi troverà molto mutato; si stupirà del mio cambiamento radicale da un mese a questa parte. Io non ne ho colpa alcuna; ho fatto il possibile, signorina, per soffocare i nuovi desiderii e le nuove commozioni del mio spirito, per esser forte, per riprendermi e per dominarmi. Tutto fu inutile. Dirò meglio: ogni sforzo della mia volontà ribelle non riuscì che ad accrescere i miei turbamenti e le mie angosce. Io sento oggi che una sola via di salvezza mi rimane: quella di rivolgermi con tutta franchezza a lei, e di rimettere fiduciosamente nelle sue mani il destino della mia vita.

— Mio Dio! — esclamò la fanciulla, tentando di sorridere. — È una responsabilità troppo grave ch’ella mi vuole addossare! Io non credo d’esser da tanto, signor Aurelio.

Il viso del giovine si coprì di pallore; le sue mani tremarono; i suoi occhi si volsero inquieti in torno, come se un passo estraneo fosse risonato d’improvviso dietro di lui.

— Per carità, Flavia, non rida, non scherzi! — egli riprese a dire, rassicurato dalla solitudine; — ella deve comprendere ch’io parlo ora con tutta l’anima mia; ella da molto tempo deve aver compreso ch’io la cerco, ch’io la seguo, ch’io non perdo un’occasione di potermi avvicinare a lei. Ricorda, Flavia, quel giorno che son salito lassù, sapendo di trovarla sola, e l’ho interrogata? Ricorda il mio sgomento, la confusione delle mie parole? Ricorda bene la mia ultima domanda? Già fin d’allora avrei voluto confidarmi a lei interamente.... Era salito per questo, ella deve averlo compreso... E m’ha dato una risposta così fredda, così crudele!

Ella, che sempre camminava, sorrise.

— Crudele, ma meritata, — mormorò con un fil di voce, senza levar gli sguardi dal prato.

— No, meritata, no. Forse, prima; ma poi, poi.... e in quel momento!.. Ebbene, Flavia, ella non sa, non può sapere quanto io ne soffersi. Ella non sa ch’io ho passato giorni e notti intere, meditando quella risposta, analizzandola, rivolgendola dentro di me, cercando sotto le parole i sentimenti che potevano averla dettata.

— E perchè? — ella domandò, interrompendo, con un tono forte di voce e un atto superbo della testa, che diedero al semplice motto una significazione profonda.

Egli anche si eresse; egli anche per poco la fissò, sicuramente. Ma lo sguardo di lei dal basso in alto, uno sguardo armato, turbinoso, pieno di mistero, lo vinse, obbligandolo ben tosto a distoglier di nuovo gli occhi dal suo viso. Egli rispose dunque, umilmente, a capo chino:

— Perchè io l’amo, signorina Flavia.

La fanciulla non si scosse alla grande confessione. Si fermò, in aspetto indifferente, e mormorò dopo una pausa, abbassando le palpebre:

— Fermiamoci qui. Aspettiamo gli altri.

— Oh, Flavia! Flavia! — proruppe egli con impeto, irritato da quella freddezza, esaltato dalla sua audacia, deciso a combattere fino all’estremo. — Ella non mi risponde? Non ha nulla da dirmi, almeno per cuore, per pietà? Ella mi respinge dunque così....?!

— No, io non la respingo, — disse Flavia tranquillamente, rimanendo ritta di fronte a lui. — Non è ch’io la respinga. M’aveva chiesto un consiglio, e volevo pensare coscienziosamente prima di risponderle, appunto perchè le sue parole m’hanno colpita e il suo sentimento non mi può che insuperbire. Essere prescelta da lei, nobile, intelligente, coltissimo: è certo l’ideale sognato da una donna. Ma io ho sofferto, signor Aurelio; le tristi vicende della vita m’hanno resa cauta e diffidente.... Io so, io sento che, secondando l’impulso momentaneo, preparerei la mia, la nostra sventura avvenire... E questo non voglio.

— Oh, Flavia....

— Ricordo bene le sue parole, — ella continuò, senz’interrompersi, con un accento vibrato e sicuro, sempre ritta, sempre immobile di fronte a lui. — «L’uomo deve rimaner solo, libero, senza impegni, senza legami, se vuol riuscire nel suo intento, se vuol vincere e dominare.... L’amore è un’umiliazione... La donna è una ruina, un essere inferiore che affascina e che distrugge!...» Ella vede, Aurelio, io le ricordo tutte; e le ricordo perchè le ho a lungo considerate e meditate. Ho creduto allora a lei, come credo adesso; ma devo alle prime parole prestare una fede maggiore, perchè quelle eran dette pacatamente, risolutamente, senza influenza di commozione o di sentimentalità. Ora, pensi, pensi, Aurelio: come potrei, con la memoria lucidissima delle sue massime sconfortanti, abbandonarmi, spensierata e fiduciosa, all’illusione presente, al fascino ingannevole d’un sentimento, che in lei non può durare?...

— Oh, Flavia, ella dubita di me? — egli chiese, con la voce strozzata dall’affanno.

— Dio me ne guardi! Ma anche lei oggi si illude; anche lei s’inganna, in preda a un’esaltazione passaggera, che basterà la più piccola contrarietà a calmare e a disperdere.... Se io poi le intralciassi il cammino? Se io potessi un giorno esserle d’ingombro? Se in avvenire le dovessi costare il sacrificio de’ suoi ideali e delle sue giuste ambizioni? Ella avrebbe pure il diritto di rimproverarmi questo momento di debolezza e di malintesa condiscendenza; ed io avrei segnata per sempre la mia condanna!

— Le mie ambizioni! — egli esclamò, con doloroso sarcasmo. — I miei ideali! Io non rammento più neppure d’averli sognati!...

— E questo è appunto ciò che più mi sgomenta. Perché un giorno ella potrà dire con uguale sincerità: «Il mio amore! Io non ricordo più neppure d’averlo supposto!» E in quel giorno, gli ideali e le ambizioni si saranno di nuovo impadroniti di tutta la sua anima, come e forse più che in passato!... Ah, no, no, rifletta bene, signor Aurelio: è impossibile, impossibile! A lei è riserbato un avvenire di gloria, ben diverso dal mio. Ella deve restar solo. Alle sue idee predilette, alle grandi battaglie della vita, ella deve consacrare tutto quello che v’ha di alto, di buono, di nobile nel suo intelletto e nel suo cuore. Solamente così potrà vedere giorni felici; poichè il sogno, che ella ha accarezzato dai primi anni di sua giovinezza, è ben di quelli che si realizzano o rendono intollerabile qualunque altra realità.

Ella parlava con una tale sicurezza e una tal limpidità, che le sue affermazioni assumevano su l’animo dell’ascoltatore un’irresistibile virtù persuasiva. Egli non osava più interromperla; egli la guardava con un’indicibile angoscia, sentendo a poco a poco passare nell’anima sua le idee ch’ella gli veniva esponendo e impossessarsi contro ogni volontà della sua ragione. E vedeva l’ostacolo crescere tra loro, salire a mano a mano come una nebbia densa, dividerli per sempre e respingerli indietro, sempre più indietro, verso due plaghe remote, inaccessibili l’una per l’altra.

— Pensi poi al mio passato, al mio tristissimo passato, signor Aurelio! Esso pesa sopra di noi non meno grave del suo lieto avvenire. Pensi alla delusione, ch’io ho sofferta e m’ha distrutto ogni ingenuità del cuore, ogni fede, ogni entusiasmo! Che cosa potrei darle io oggi, in cambio del suo affetto? Un povero fiore, sì, ancora, ma senza profumo e che la bufera ha già fatto baciar la terra!.. Ella vede dunque: è meglio, è necessario per entrambi che questa follìa non continui. Lasciamoci da buoni amici, che si conoscono e si stimano. E proseguiamo senza rimpianti le nostre due vie, che son diverse e non possono confondersi. Più tardi, creda, ella penserà a me con riconoscenza; più tardi mi saprà grado d’essere stata forte e riflessiva in un momento in cui ella non lo era.

Flavia s’arrestò, calma, pensierosa, un poco triste, e lo fissò negli occhi intensamente.

— Ella, in cuor suo, già m’approva, non è vero? — chiese, con un pallido sorriso. — Addio, dunque. E... grazie!

Disse anche, dopo un silenzio:

— Si ricordi di me come d’un’amica sincera, devota, immutabile. Io non dimenticherò quest’ora della mia vita mai, mai...

E gli stese con un atto franco la mano.

Aurelio, passivo e attonito, la prese nella sua, la strinse con forza.

Si udivan da lontano le risa della bionda echeggiare contro il monte solitario; si udivan di qua e di là tintinnare i campani delle mandrie e dei greggi su i pascoli.

Il Sogno pareva disperdersi, e il risveglio era assai desolato. Egli era solo, senza più una speranza, senza più un’illusione. Egli sentiva nell’anima la necessità fatale d’esser solo, «per riuscire nel suo intento, per vincere e dominare.» Qualcuno aveva affermata questa necessità; ed egli se n’era persuaso. Su, su, sempre più in alto, egli sarebbe dovuto andare, continuamente andare, portando la croce della sua sapienza, anelando affaticato alla sommità del suo Golgota, dove avrebbe trovato ad aspettarlo la Morte. Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi a una disposizione superna? «Chi, chi può dunque mutare il destino?»

Così era e così doveva essere. Le gioje dei mortali non eran per lui, non eran per quelli che son destinati a sacrificarsi a un Ideale, a versare il loro sangue più puro per fecondar la terra o per imbevere le sabbie. Su, su, sempre più in alto, egli avrebbe dovuto andare, continuamente andare, chiudendo gli occhi agli spettacoli giocondi della vita, per non morire lungo il cammino d’invidia e di desiderio!

Ma non gli era dunque riserbato un conforto, un unico conforto nella sua gloriosa sventura? Egli cercò avidamente nel suo cuore se un conforto esisteva. E l’imagine sparuta della nonna gli sorrise benigna di tra le tenebre, come la prima e l’ultima dolcezza del suo infinito abbandono.

X.

TRA L’AMORE E LA MORTE.

La sera del dì successivo l’ingegnere e gli ospiti partirono. Anche Luisa, richiamata dal padre, dovette lasciare la villa e far ritorno a Milano in compagnia della sorella Boris. Su la spiaggia donna Marta e il nipote discesero a salutarli.

Quando le due barche piene, dove avevan preso posto anche Flavia e sua madre, scomparvero alla vista, la vecchia, ch’era stata prodiga d’effusioni per tutti e aveva versato anche qualche lacrima abbracciando la bionda che pure piangeva, ebbe d’improvviso un colpo di tosse secca, violenta.

— Vedi? Vedi? — le disse Aurelio, impensierito, prendendola sotto il braccio per ricondurla in palazzo. — Tu oggi dovevi fermarti a letto. Dopo l’imprudenza di jeri, tu non saresti dovuta alzarti. Prendere tutta quell’acqua! Arrivare a casa inzuppata come se avessi fatto un bagno nel lago! E tutto questo, per la tua ostinazione, per non volermi ascoltare mai, mai!... Non si poteva forse restare un’altra notte a Baveno? Non si poteva, poiché il tempo minacciava, rimandare il ritorno a questa mattina? Ma tu, no, tu, come sempre, hai voluto agire di tua testa; tu hai voluto tentare la traversata, soltanto perché io ti pregava di non farlo! E, lo sai, io te ne pregava soltanto per la tua salute.... Ora, vedi? Vedi? Hai la tosse. Ora ti ammalerai...

— Crepi l’astrologo! — esclamò donna Marta, ridendo.

— Non scherzare, mamma, — proseguì serio e accalorato il giovine: — quella tosse non mi piace, e bisogna che tu la curi prima che sopravvenga una qualche complicazione. Alla tua età i mali più leggeri son sempre pericolosi. Domani in tanto rimarrai a letto. Io esigo che domani tu rimanga a letto.

— Domani farò quel che mi piacerà.

— No, domani invece farai quel che a me piace, e sarà forse la prima volta che un caso tanto straordinario accade nella nostra vita.

Donna Marta, ancora commossa dalla scena dei saluti, non era in vena di discutere e di litigare; e concluse con un sorriso di compatimento per il nipote:

— Ebbene, domani ne riparleremo.

La mattina dopo; quando Aurelio si presentò nella camera dell’avola, la ritrovò mezzo vestita d’avanti alla specchiera, in atto di pettinarsi. Egli ebbe un moto subitaneo d’irritazione che a stento potè contenere. Le domandò guardandola negli occhi:

— Come? Ti alzi?

Ella rispose:

— Sì, mi alzo.

Ma era più pallida del giorno prima. Era bianca come i suoi capelli, come la sua camicia. Egli richiese:

— Hai tossito stanotte?

Ella rispose:

— A bastanza. Non ho potuto chiuder occhio fin verso l’alba.

— E ti alzi ugualmente?

— Sì.

— Perchè, mamma? Perchè?

— Perchè lo voglio. Perchè so che, se rimango a letto un giorno, non mi rialzo più.

— Che sciocchezza!... Del resto, se farai così, quando ti deciderai infine a rimanervi, sarà troppo tardi e forzatamente il tuo triste presagio si avvererà.

Egli si avvicinò a lei, la baciò su i capelli, le disse con la voce più dolce, implorando:

— Sii buona: ritorna a letto, mamma! Ascoltami!

— Non seccarmi! — ella proruppe d’un tratto, irosa. — Non ho voglia d’esser seccata, stamane! Lo vedi, non mi sento bene! Mi sembra d’avere il cuore sospeso a un filo! È una crudeltà questa tua di farmi arrabbiare nello stato in cui sono! Vattene via! Lasciami in pace!

Aurelio comprese ch’era inutile insistere. Uscì dalla camera di donna Marta, inseguito da un presentimento sinistro. Come fu solo su la loggia, sentì gli occhi bruciare e inumidirsi; mandò un gran sospiro di rassegnazione desolata. «Mio Dio! Quanto era pallida! Quanto era breve la sua respirazione! Se mi morisse?!» egli pensò, trasalendo, affondando per un attimo paurosamente gli sguardi nell’avvenire.

Durante la colazione, donna Marta si mostrò vivace, ciarliera, oltremodo allegra, di quella sua allegria nervosa e scomposta che ricordava un poco l’eccitazione d’un ebro. Domandò con insistenza al nipote i particolari dell’ascensione, alla quale era stata afflittissima di non poter prender parte; discorse a lungo dei vicini, profondendosi in elogi e in attestazioni di simpatia per essi; lo rassicurò anche a più riprese su la sua salute, affermando che in verità ella non si sentiva nè meglio nè peggio di prima. Quanto a quel po’ di tosse, càspita, non c’era proprio di che impensierirsi: ella aveva già ordinato a Laveno certe polveri miracolose, le quali senza dubbio ne l’avrebbero liberata in due o tre giorni al più tardi.

— E se non ostante le tue polveri, la tosse continuasse? — chiese Aurelio, sempre serio, sempre più triste quanto ella si dimostrava più gaja.

— Non temere: passerà.

— E se non passasse? Due o tre giorni senza cure posson esser causa di complicazioni anche molto serie, che oggi si riuscirebbe senza difficoltà a evitare. Pensaci! Vuoi che vada io a Laveno per chiamare il medico?

— Il medico? Guàrdati bene! Io non voglio saperne di medici! Non ne ho mai voluto sapere! E poi, ora, non è il caso neppur di parlarne. Si tratta probabilmente d’un semplice raffreddore; e tu, al solito, esageri....

Finita la colazione, il giovine uscì dal palazzo, sedette al sole sul rialto, invaso da una strana malinconia, da un’ansietà inesplicabile. Erano i residui del colloquio definitivo avuto con Flavia su la montagna, che gli infondevan quella cupa tristezza? No; gli avvenimenti di due giorni innanzi gli sembravano irreali e lontanissimi. Sentiva anzi una discontinuità profonda tra lui e il suo essere anteriore, tra quel che era stato e quel che era. Le sue speranze distrutte, il suo amore respinto, la coscienza del suo avverso destino lo lasciavano freddo e impassibile, com’esse non riguardassero più la sua persona, ma bensì un’altra ch’egli aveva già amata ed ora a pena ricordava. Che gli importava di Flavia? Che parte rappresentava ella nella sua vita? Che conforto avrebbe egli potuto trarre anche dalla speranza d’essere amato da lei? Ohimè, nell’ora presente, nessun conforto, nessuno! Altre cure, e più gravi, assai più gravi, occupavano omai tutto il suo spirito: altri dubbii, altri pensieri, altri sentimenti. Quali? Egli non sapeva bene e non cercava di sapere. Egli aveva paura di inoltrarsi nel mistero del suo accasciamento; provava orrore solo a rivolgervi di sfuggita gli occhi dell’anima; evitava d’investigarsi, per la tema di precisare il fantasma, d’udire in fondo a sè l’eco d’una tremenda profezia.

Il sole, un sole autunnale senza forza e senza vita, slargava i suoi raggi pallidi e velati sul prospetto del palazzo. Qua e là nel cielo alcuni fiocchi bianchicci di vapore intorbidivano l’azzurro, oscurandosi e addensandosi verso la pianura. Un silenzio di morte teneva la spiaggia deserta, dove le barche s’allineavano in disordine, immobili e abbandonate come carcasse respinte dall’onda.

Aurelio rimase a lungo seduto là, sotto quel sole scialbo, col corpo inerte e gli occhi incantati nelle nebbie. Poi, d’un tratto, sospinto da un’idea oscura, balzò bruscamente in piedi, rientrò a passi solleciti in palazzo, si trovò senza volerlo nella camera della nonna. Era vuota, spalancata, piena di luce: nessuna novità nella disposizione d’ogni minima cosa; nessun oggetto estraneo, su i mobili; il gran letto, coperto come di solito dall’ampia coltre verde, appariva piano, intatto, senza una piega e senza una concavità. Egli, quasi incredulo, volse a più riprese, attentamente gli sguardi in torno, per ricercare un segno che rispondesse alla sua inquietudine. La camera aveva pur sempre l’aspetto tranquillo e sereno dei giorni passati; nulla indicava in essa un cambiamento, una perturbazione, una precauzione recente. Le due fiale dello strofanto e della stricnina erano sole sul comodino, chiuse come sempre nei loro astucci neri.

Aurelio, illuso dalle apparenze, pensò: «Nulla è mutato; nulla si muterà.» E gli parve di liberarsi da un peso enorme, di respirare ancora liberamente dopo una lunga soffocazione.

Egli uscì su la loggia più calmo, quasi lieto, quasi immemore de’ suoi sospetti tenebrosi. Per un’astuzia incosciente, non volle presentarsi sùbito alla nonna, non volle rivedere il suo viso smorto e sparuto, temendo di distruggere o di menomare il beneficio superstizioso avuto da quell’ispezione nella camera di lei, piena di luce e di pace. Ridiscese al basso, attraversò difilato il cortile, si diresse a caso lungo la riva verso il villaggio di Ceresolo.

A pranzo, donna Marta non si mostrò meno gaja e meno spensierata che alla mattina. Parve anche al nipote che una lieve irradiazione rosea tingesse le sue povere guance avvizzite, — che i grandi occhi neri avessero il loro lampo consueto. Pensò, guardando l’avola, che discorreva senza tregua: «Ella è forte; ha una vita misteriosamente tenace; ella guarirà; ella vivrà a lungo con me.» Ma un accesso di tosse ostinato venne a interrompere il corso delle sue considerazioni per ripiombarlo nelle tenebre dei dubbii e degli scoramenti. Il corpo debole della vecchia piegò sotto l’urto, le sue palpebre si gonfiarono di lacrime; un gorgoglio umido si udì in fine nel fondo della sua gola. Aurelio impallidì. — Quel rossor vivo su gli zigomi, quegli occhi scintillanti non eran dunque sintomi di febbre?

— Come ti senti, mamma? — egli domandò, ansiosamente.

— Meglio, — ella rispose, e scosse con un atto blando il capo. — Non bisogna impensierirsi per un po’ di tosse. Non ti sembra già diminuita da stamattina?

— No, non mi sembra, — mormorò Aurelio tra i denti.

E s’oscurò in viso, sentendo nascere un sordo rancore contro la vecchia che tentava d’ingannarlo.

Dopo una pausa di silenzio (anche donna Marta era ammutolita), egli, viepiù inquieto, prese in mano il polso di lei. Aveva il calor naturale, anzi era quasi freddo. Ma l’arteria batteva con un’irregolarità straordinaria: aveva sùbite accelerazioni, che somigliavano alla caduta d’una pietra per una balza assai ripida; aveva arresti subitanei, come se la pietra precipitando avesse toccato il fondo della balza e fosse rimasta.

— Vedi? Non stai bene; il cuore è agitatissimo! Spero che stasera non uscirai sul rialto; spero che te ne andrai a letto sùbito dopo il pranzo.

Donna Marta, per la prima volta, non si ribellò al desiderio del nipote. Gli rivolse uno sguardo attonito e sgomento, e acconsentì con la voce tremula, incerta, sommessa d’un bambino impaurito. La sua fittizia esaltazione era caduta. Ella, che non aveva voluto credere alle sue stesse sofferenze, era stata d’un tratto vinta e persuasa dall’ultima affermazione d’Aurelio. I consigli, gli ammonimenti, i rimproveri di lui le tornarono alla memoria, la turbarono. «Senza dubbio, era stata una gravissima imprudenza, quella commessa... Senza dubbio, avrebbe fatto meglio a rimanersene a letto in quei due giorni, dopo il primo accenno di tosse! Ora, che sarebbe avvenuto? Che sarebbe avvenuto di lei così debole, così affranta, così vecchia?»

— Se dovessi morire? — ella chiese, con un sorriso timido su le labbra esangui. — Ho tanta paura della morte!

— Questo non sarà, — disse Aurelio con forza, quasi per rassicurare anche sè stesso; — ma ti devi curare; ma non devi commettere altre follìe; ma bisogna che mi ascolti quando parlo per il tuo bene.

— Sì, sì, hai ragione: lo farò, — assicurò la vecchia, mentre il suo viso assumeva un’espressione indefinibile di terrore e d’ansietà, come avesse ella visto per un attimo balenare sopra il capo un’arme spaventosa.

E di nuovo ripetè, fremendo e sorridendo timidamente:

— Ho tanta paura della morte!