L'anima, la natura e la saggezza
Part 8
Tale è anche la storia naturale delle calamità. I cambiamenti, che feriscono a brevi intervalli la prosperità degli uomini, sono avvisi di una natura la cui legge è lo svilupparsi. È ordine di natura lo svilupparsi ed ogni anima per questa intrinseca necessità lascia il suo intiero sistema di cose, i suoi amici, la casa, le leggi, la fede, come il mollusco sguscia fuori della sua casa bella ma di pietra, perchè essa non permette più il suo sviluppo, e lentamente si forma una casa nuova. Queste rivoluzioni sono frequenti in proporzione al vigore dell’individuo, ed in qualcuno più fortunato esse sono incessanti, e tutte le relazioni mondane lo circondano, diventando, per così dire, una trasparente membrana fluida, attraverso la quale la forma vivente è sempre visibile, anzichè, come per la maggior parte degli uomini, un tessuto eterogeneo di molte età e senza carattere stabilito, nel quale l’uomo è imprigionato. In questo caso c’è ampliamento, e l’uomo d’oggi riconosce a stento l’uomo di ieri. E tale dovrebbe essere la biografia esterna dell’uomo in rapporto col tempo: un abbandono delle circostanze morte giorno per giorno, come egli rinnova giorno per giorno i suoi vestiti. Ma per noi, nel nostro stato ingannevole, stagnante, che non progredisce, che resiste, che non coopera con la divina espansione, questo sviluppo viene a sbalzi.
Noi non possiamo separarci dai nostri amici. Non possiamo lasciar andare i nostri angeli. Noi non vediamo ch’essi escono, perchè degli arcangeli possano entrare. Noi siamo idolatri delle cose vecchie. Noi non crediamo alla ricchezza dell’anima, alla sua eternità ed onnipresenza. Noi non crediamo che vi sia una forza oggi per rivaleggiare o creare nuovamente quel ch’era bello ieri. Noi ci soffermiamo nelle rovine della vecchia tenda, dove avevamo una volta pane e riparo e vita, nè crediamo che lo spirito possa alimentarci, coprirci, e fornirci di nervi nuovamente. Noi non possiamo nuovamente trovare alcunchè così caro, così dolce, così grazioso. Ma sediamo e piangiamo invano. La voce dell’Onnipotente dice: «Alzatevi ed andate avanti, per sempre». Noi non possiamo rimanere fra le rovine, pure non vogliamo affidarci al nuovo; e così camminiamo sempre cogli occhi rivolti, come quei mostri che guardano sempre all’indietro.
Eppure le compensazioni delle calamità appaiono all’intelligenza, anche dopo lunghi intervalli di tempo. Una febbre, una mutilazione, un crudele disinganno, una perdita di ricchezze sembrano al primo momento una perdita completamente irreparabile. Ma gli anni rivelano la profonda forza del rimedio, che giace sotto tutti i fatti. La morte d’un amico caro, della moglie, d’un fratello o d’un’amante, che sembrava dapprima null’altro che privazione, un poco più tardi assume l’aspetto di una guida o di un buon genio; perchè essa comunemente opera delle rivoluzioni nel nostro modo di vita; chiude un’epoca d’infanzia o di gioventù, che attendeva di essere chiusa; rompe un’abituale occupazione od un «mènage» di casa, e permette la formazione di nuove abitudini, più adatte allo sviluppo del carattere; essa permette o limita la formazione di nuove conoscenze, e la possibilità di nuove influenze, che risultano della massima importanza negli anni futuri; e allora l’uomo o la donna che sarebbero rimasti come un soleggiato fiore da giardino, senza terreno per le sue radici e con troppa luce solare per il suo capo a causa della caduta delle mura e della negligenza del giardiniere, sono come il banano della foresta, che dà ombra e frutti alle grandi moltitudini d’uomini che gli sono d’intorno.
QUARTO SAGGIO
LEGGI SPIRITUALI
Quando l’atto della riflessione prende posto nella mente, quando guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare, acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione, noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita, ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto. Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato. Perchè solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in sorridente riposo.
La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori, le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso. «Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano.
La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero, non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E l’educazione spesso consuma i suoi sforzi nel tentativo di contrariare e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i suoi demoni interni».
La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica, non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie, nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori, parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generarono forse i fili metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento. Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato, confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni, di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono.
La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo, dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo Signore?»
Noi siamo pieni di azioni meccaniche. Sentiamo la necessità di immischiarci, di volgere le cose a nostro modo, finchè i sacrifizi e le virtù della società siano odiosi. L’amore dovrebbe produrre gioia; ma la nostra benevolenza è infelice. Le nostre scuole domenicali, le chiese, le società di protezione dei poveri, sono dei gioghi al collo. Noi soffriamo per non piacere ad alcuno. Vi sono dei mezzi naturali per arrivare agli stessi scopi, cui queste istituzioni tendono, ma esse non li seguono. Perchè tutte le virtù dovrebbero operare in un solo ed identico modo? Perchè tutte dovrebbero dare dei dollari? Ciò è molto ingombrante per noi, gente di campagna, e non crediamo che da ciò possa venire bene alcuno. — Noi non abbiamo dei dollari; i mercanti ne hanno; ed essi dunque li diano. Gli agricoltori daranno del grano; i poeti canteranno; le donne fileranno; i bambini porteranno dei fiori. E perchè trascinare questo mortale peso della scuola domenicale attraverso l’intiera cristianità? È naturale e bello che l’infanzia interroghi e che la maturità insegni; ma vi è tempo abbastanza per rispondere alle domande, quando esse vengono espresse; onde non racchiudete i giovani in un banco, contro la loro volontà, e non forzate i bambini a fare contro la loro volontà delle domande per un tempo prefisso.
Se noi miriamo più lontano, le cose sono tutte uguali; leggi, lettere, credenze e modi di vivere, sembrano un travestimento della verità. — La nostra società è assediata da un pesante macchinario, che somiglia agli interminabili acquedotti che i Romani costrussero sulle colline e nelle vallate, e che furono resi inutili dalla scoperta della legge che l’acqua si innalza al livello della sua sorgente. La nostra società è una muraglia Chinese, che qualsiasi agile tartaro può scavalcare. È un’annata pronta, ma non così utile come una pace. È un impero graduato, titolato, riccamente dotato, ma completamente superfluo, quando si scopre che le civiche congregazioni non valgono meno.
Accettiamo un ammonimento dalla natura, che sempre opera per vie brevi. Quando il frutto è maturo, esso cade. Quando il frutto è caduto, cade la foglia. Lo scorrere delle acque è semplicemente una caduta. Il procedere dell’uomo e di tutti gli animali è un cadere in avanti. Tutto il nostro lavoro manuale e le opere di forza, come l’alzare con una leva, lo spaccare il legno, lo scavare, il remare, e simili, sono compiute con una serie di cadute continue; ed il globo, la terra, la luna, le comete, il sole, le stelle cadono eternamente. La semplicità dell’universo è molto differente dalla semplicità di una macchina. Colui che ricerca la natura morale qua e là e che sa come s’acquisti la conoscenza e come il carattere sia formato, è un pedante. La semplicità della natura non sta nel poter essere facilmente letta, ma sta in ciò che è inesauribile. L’ultima analisi di questa semplicità non potrà in nessun modo essere compiuta. Noi giudichiamo la saggezza di un uomo dalla sua speranza, poichè noi sappiamo che la percezione della inesauribilità della natura è una giovinezza immortale. L’impetuosa fertilità della natura è sentita da noi, comparando i nostri nomi e le nostre rigide riputazioni con la nostra ondeggiante coscienza. Noi passiamo nel mondo attraverso a sètte ed a scuole, armati di erudizione e di pietà e rimaniamo dei bambini insipidi. Ogni uomo s’avvede di trovarsi in quel punto medio, dove ogni cosa può essere affermata o negata con uguale ragione. Egli è vecchio, è giovane, è molto saggio ed è completamente ignorante. Egli ode e sente ciò che voi dite del serafino e del calderaio. Non vi è uomo permanentemente saggio, eccetto che nella finzione degli Stoici. Noi leggendo o dipingendo, prendiamo la parte dell’eroe, contro il codardo ed il ladro; ma siamo stati noi stessi quel codardo e quel ladro, e lo saremo di nuovo, non in una circostanza volgare, ma proporzionale alle grandezze possibili dell’anima.
Una piccola considerazione di ciò che succede intorno a noi ogni giorno, ci insegnerebbe che una legge più alta di quella del nostro volere regola gli eventi; che i nostri lavori penosi sono vani ed infruttiferi; che noi siamo forti solamente nelle nostre azioni facili, semplici, spontanee, e che accontentandoci dell’ubbidienza, diventiamo divini. Fede ed amore — un fiducioso amore ci solleverà da un grande numero di cure. Fratelli miei, Dio esiste. Vi è un’anima al centro della natura ed al disopra della volontà di ogni uomo, così che nessuno di noi può attentare all’universo. Essa ha così infuso il suo squisito incanto nella natura, che noi prosperiamo quando accettiamo il suo consiglio, e quando tentiamo ferire le sue creature, le nostre mani si arrestano ai nostri fianchi o colpiscono il nostro proprio petto. L’intiero corso delle cose ci insegna la fede. A noi bisogna solo ubbidire. Vi è una guida per ciascuno di noi, ed umilmente ascoltando, udremo la retta parola. Perchè così penosamente scegliete voi il vostro posto, le vostre occupazioni, i vostri associati, i vostri modi d’azione e i vostri divertimenti? Certo vi è un possibile diritto per voi, che distrugge la necessità della discriminazione e dell’elezione volontaria. Per voi vi è una realtà, un posto acconcio, e dei doveri corrispondenti a voi. Ponete voi stessi nel mezzo della corrente di potere e di saggezza, che fluisce in voi come vita; collocatevi nel pieno centro di tale onda e voi sarete senza sforzo spinti verso la verità, il diritto e una perfetta letizia. Allora, voi porrete tutti i contradittori dalla parte del torto. Allora sarete il mondo, la misura del diritto, del vero, del bello. Se noi non fossimo dei guasta-mestieri con le nostre miserabili ingerenze, il lavoro, la società, le lettere, le arti, la scienza, la religione degli uomini procederebbero molto meglio di quanto non procedano ora, ed il cielo predetto dal principio del mondo, ed ancora predetto dalla profondità del nostro cuore, si organizzerebbe, come fanno ora la rosa e l’aria ed il sole.
Io dico: «_non scegliete_»; ma questa è solo una figura rettorica, con la quale io vorrei distinguere ciò che è comunemente chiamato _scelta_ fra gli uomini, e che non è se non un atto parziale, vale a dire scelta delle mani, scelta degli occhi, degli appetiti, e non un completo atto dell’uomo. Ma ciò che io chiamo giustizia o bene, è la scelta della mia costituzione; e ciò che io chiamo Cielo, ed al quale internamente aspiro, è lo stato o la circostanza desiderabile per la mia costituzione; e l’azione che in tutta la mia vita io cerco di compiere, è il lavoro atto alle mie facoltà. Noi dobbiamo tenere l’uomo responsabile verso la ragione, per la scelta della sua arte o professione giornaliera. Non è giustificazione alle sue azioni, l’esser queste, abitudini del suo mestiere. Che cosa ha egli a vedere con un cattivo mestiere? Non ha egli una _vocazione_ nel suo carattere?
Ogni uomo ha la sua propria vocazione. Il talento è la vocazione. Vi è una sola direzione, lungo la quale ogni spazio gli è aperto. Egli possiede delle facoltà, che lo invitano verso quella direzione con uno sforzo infinito. Egli è come un battello in un fiume; egli corre contro tutti gli ostacoli e da tutti i lati, eccetto che da uno; solo da quel lato ogni ostruzione è tolta, ed egli passa serenamente, sopra la profondità di Dio, in un mare infinito. Questo talento e questa vocazione dipendono dalla sua organizzazione, o dal modo con cui l’anima generale in lui s’incarna. Egli inclina a fare qualche cosa che sia facile a lui, e buona quando sia fatta, ma che nessun altro uomo possa fare. Egli non ha rivali, infatti quanto più egli consulta con verità i suoi propri poteri, tanta maggior differenza apparirà tra il lavoro suo ed il lavoro di qualsiasi altro uomo. Quando egli è sincero e fedele, la sua ambizione è certamente proporzionata ai suoi poteri. L’altezza della piramide è determinata dalla larghezza della base. Ogni uomo è attratto dal potere di fare qualche cosa di unico, e nessuno ha altra vocazione, all’infuori di questa. La pretesa di avere un’altra vocazione contraddistinta dal proprio nome e dalla propria elezione personale, con segni esterni che proclamino l’individuo straordinario e lo traggano fuor della cerchia degli uomini comuni, non è che fanatismo, e dinota l’impotenza di percepire l’esistenza di una sola mente per tutti gli individui, mente che non ha alcun rispetto per le persone.
Con il fare il suo lavoro egli addita quali funzioni può compiere; crea con il gusto dal quale è rallegrato; provoca quelle necessità, per le quali può essere di sussidio, e rivela se stesso. È difetto dei nostri pubblici discorsi di non aver abbandono. In ogni luogo, non solo ogni oratore, ma ogni uomo dovrebbe lasciare sciolta tutta la lunghezza delle proprie redini; dovrebbe trovare o creare l’espressione franca e cordiale di quella forza e di quell’intento che sono in lui. L’esperienza comune dice che l’uomo si adatta, come può, alle abitudinarie piccolezze del lavoro o del commercio nel quale è assorbito e che vi attende come un cane che giri lo spiedo; allora egli è parte della macchina che egli stesso muove, e l’uomo è perduto. Finchè egli non può comunicar se stesso agli altri in tutta la sua statura e proporzione, quale un uomo buono e saggio, egli non può trovare la sua vocazione. Egli deve trovare un luogo di uscita per il suo carattere, così che egli possa giustificare la sua opera ai loro occhi. Se il suo lavoro è vile, egli lo renda liberale con il suo pensiero e con il suo carattere. Egli comunichi agli altri qualunque cosa sappia e pensi, qualunque cosa, che nella sua preoccupazione sia degna d’esser compiuta, o gli uomini non lo conosceranno e non lo onoreranno a seconda del suo merito. Sciocchi voi siete, ogni qualvolta voi riguardate la bassezza e la formalità della cosa compiuta, anzichè convertirla in ubbidiente spiraglio del vostro carattere e delle vostre intenzioni.
A noi piacciono soltanto quelle azioni che hanno avuto per lungo tempo la lode degli uomini, e non ci accorgiamo che tutte le cose, che l’uomo fa, potrebbero essere fatte divinamente. Noi pensiamo che la grandezza sia rilegata o costituita in alcuni luoghi o per certi doveri, in certi uffici o per date occasioni, e non ci avvediamo che Paganini può trarre l’estasi da una corda di violino; Eulenstein da una ribéca; un ragazzo dalle agili dita, dalle striscie di carta; Landseer dal maiale; e l’eroe dalla misera abitazione e dalla compagnia ove egli era nascosto. Ciò che noi chiamiamo «oscura condizione» o «società volgare» è quella condizione e quella società, la cui poesia non fu ancora scritta, ma che voi troverete fra poco invidiabile e rinomata come qualsiasi altra. Accettate il vostro genio e dite ciò che pensate. Nei nostri apprezzamenti prendiamo l’esempio dai re. La legalità tiene in conto i doveri dell’ospitalità, la connessione delle famiglie, l’incalzare della morte, e mille altre cose, ed ogni mente sovrana dovrà del pari tenerne conto. Fare abitualmente un apprezzamento nuovo — questo è elevazione.
Un uomo possiede in proporzione del suo agire. Che ha egli a vedere con la speranza o con il timore? In lui sta la sua potenza. Non consideri nessun altro bene saldo, eccetto quello che è nella sua vita. I beni di fortuna possono venire ed andare come le foglie d’estate; li spanda egli a tutti i venti, come segni momentanei della sua infinita produttività.
Egli può avere ciò che gli spetta. Il genio di un uomo, la qualità che lo differenzia da qualsiasi altro, la sua suscettibilità verso una classe di influenze, la scelta di ciò che è adatto per lui, il rifiuto di ciò che non gli conviene, determina per lui il carattere dell’universo. Come un uomo pensa, così è; e come un uomo sceglie, così è, e così è la sua natura. L’uomo è un metodo, una disposizione progressiva, un principio eleggente, che attira a sè il suo simile, ovunque egli vada. Egli prende soltanto ciò che gli spetta, nella molteplicità che turbina e circola intorno a lui. Egli è simile ad uno di quei travi messi nei fiumi per arrestare il legno portato alla deriva, o alla calamita fra scheggie d’acciaio. Quei fatti, quelle parole, quelle persone, che vivono nella sua memoria senza che egli ne sappia dire il perchè, rimangono, perchè essi hanno una relazione con lui, non meno reale per non essere ancora accertati. Essi sono simboli del suo valore, poichè essi possono interpretare parte della sua coscienza, per la cui spiegazione egli cercherebbe vanamente le parole nelle immagini convenzionali dei libri e di altre menti. Ciò che attrae la mia attenzione, lo possiederò; come io andrò all’uomo che batte alla mia porta, mentre mille persone, altrettanto degne, passano innanzi ad essa senza che io me ne curi. A me basta che questi particolari mi parlino. Certi aneddoti, certi tratti di carattere, di costumi, di fisionomia, certi incidenti, se li misuraste con la misura ordinaria, hanno un’importanza nella vostra memoria sproporzionata al loro significato apparente. Essi si riferiscono al vostro talento. Date loro il loro peso e non buttateli via per cercare illustrazioni e fatti più ordinarî in letteratura. Rispettateli, perchè essi hanno la loro origine nella più profonda natura. Ciò che il vostro cuore crede grande, è grande. L’enfasi dell’anima ha sempre ragione.