L'anima, la natura e la saggezza

Part 9

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L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo. Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M. De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò tutti i segreti del gabinetto imperiale.

Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene. Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso. Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione, potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela. Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»; l’acqua troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano. Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare, per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio — segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura; allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono indifferenti.

Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna, dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza di pensiero, o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui luce non ci ha ancora raggiunto.

L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie. Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio, nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita, a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze stesse.

L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro. Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.

A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?

L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla, eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi, realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti, degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società, ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente, così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato, che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.

L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale, degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli, insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle. Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.

Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria scusa per essere stata enunciata.

L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza, allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato «che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi. Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche, che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere, si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre, con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto, in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova il suo valore».

In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto, perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare grande, coordinato, ed è chiamato istituzione.

Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura; essi ci mostrano la direzione della corrente. Ma la corrente è sangue ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa, e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è obbligato ad offrire la sua testimonianza.

Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela: esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate, palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete, poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù, sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è: il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e non fa il raziocinio sentire la sua voce?

Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta bieco.

Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie, ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse, quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino all’indignazione.

Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato. Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni, e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, lo scopriremo domani». «_Che cosa ha egli fatto?_» è la domanda divina che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la schiavitù.

Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta. Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso, sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti, eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi, nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia. Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota, assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e scrive «folle, folle» sulla fronte di un re.

Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non può a lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser celato?!»

D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono.

L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità fa ricchi i grandi.

Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato? Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.

Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero, che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così, ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori, simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia, i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.