L'anima, la natura e la saggezza
Part 6
La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto; allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene, non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini, da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città? Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui, il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero, istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra, opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più forte dell’uomo, che cammina sulla testa.
In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio. Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia, il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento, innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei principii.
TERZO SAGGIO
COMPENSAZIONE
Fin dalla mia fanciullezza io ho desiderato di scrivere un discorso sulla compensazione: poichè mi parve, quand’ero giovanissimo, che su questo argomento la vita fosse più innanzi della teologia, e che il popolo sapesse più di quanto i predicatori insegnassero. Gli stessi documenti, dai quali la dottrina poteva essere tratta, allettavano la mia fantasia con la loro infinita varietà, e mi stavano sempre davanti, anche nel sonno; perchè essi sono gli utensili nelle nostre mani, il pane nel nostro canestro, gli avvenimenti della strada, la cascina, la dimora, i saluti, le relazioni, i debiti e i crediti, l’influenza del carattere, la natura e le doti di ogni uomo. Mi sembrava, anche, che essa potesse mostrare agli uomini un raggio della divinità, l’azione presente dell’anima di questo mondo, libera da ogni vestigio di tradizione, e potesse immergere il cuore dell’uomo in un lavacro di amore eterno, conversando con ciò che egli sa esser sempre esistito, e sempre dover esistere, perchè esso ora realmente esiste. Mi pareva inoltre, che se questa dottrina potesse essere espressa in termini, in certo modo uguali a quelle luminose intuizioni con le quali questa verità ci è talvolta rivelata, essa sarebbe una stella in molte ore oscure e in molti difficili passi del nostro viaggio, la quale non ci permetterebbe di perdere la diritta via.
Questo desiderio ultimamente crebbe in me ascoltando una predica in chiesa. Il predicatore, un uomo stimato per la sua ortodossia, spiegava nel solito modo la dottrina del giudizio universale. Egli asseriva che l’ultimo giudizio non avviene in questo mondo; che i malvagi sono vittoriosi; che i buoni sono infelici; e poi traeva dalla ragione e dalla Sacra Scrittura l’idea d’un compenso distribuito ad entrambi nella vita futura. La congrega dei fedeli non parve essere indignata da questa dottrina e per quanto io osservassi, allorchè l’adunanza si sciolse, non mi avvidi d’alcuna osservazione mossa a questa predica.
Pure quale era il senso di questo insegnamento? Che cosa intendeva dire il predicatore, affermando che i buoni sono infelici nella vita presente? Voleva egli dire che le case e le terre, le cariche, i vini, i cavalli, i vestiti, il lusso sono tenuti dagli uomini senza principî, mentre i santi sono poveri e disprezzati, e che una compensazione deve essere data a questi in futuro, donando loro come gratificazione, azioni bancarie e doppioni d’oro, cacciagione e champagne? Questa deve essere la compensazione da lui intesa; perchè se non questa, quale altra? Forse questa: che ad essi sarà concesso di pregare e glorificare? di amare e di servire gli uomini? Ma ciò è quanto possono fare ora! La legittima conseguenza che il discepolo poteva trarre era: — «Noi avremo i giorni lieti, che i peccatori hanno ora»; — o per arrivare all’estrema deduzione: — «Voi peccate ora; noi peccheremo più tardi; noi vorremmo peccare ora, se noi lo potessimo; ma non essendo felici attendiamo la nostra rivincita domani». — L’errore di questa dottrina sta nell’immensa concessione, che i cattivi siano soddisfatti; che la giustizia non si compia nel presente. La cecità del predicatore consisteva nel valutare con il vile estimo del mercato. ciò che costituisce un virile successo, anzichè confrontare e confutare il mondo con la verità, affermando la presenza dell’anima, l’onnipotenza della volontà; distinguendo così le insegne del bene e del male, del successo e della menzogna, e citando i morti al suo tribunale.
Riscontro un simile spregevole tono nelle opere popolari religiose di questi giorni, e vedo adottate le stesse dottrine dagli uomini di lettere, quando per caso trattano di analoghi argomenti. Io credo che la nostra teologia popolare s’è innalzata per decoro, e non per principî, sulle superstizioni che essa ha divelte. Ma gli uomini sono migliori di questa teologia e la loro vita giornaliera la smentisce.
Ogni anima ingegnosa e ricca d’aspirazioni abbandona tale dottrina nel passato della sua propria esperienza; e tutti gli uomini sentono talvolta la falsità che essi non possono dimostrare, poichè gli uomini sono più saggi di quanto essi stessi non sappiano. Ciò che essi sentono senza riflessione nella scuola e dal pulpito, se dovesse esser detto in conversazione, sarebbe probabilmente esaminato in silenzio. Se un uomo dogmatizza in una società promiscua, sulla Provvidenza e le leggi divine, egli riceve in tutta risposta un silenzio, che indica chiaramente, ad un osservatore, il malcontento dell’uditorio, ma anche la sua incapacità di formarsi una convinzione propria.
Ricorderò ora alcuni fatti che indicano il cammino della legge della compensazione e sarò oltremodo felice se traccierò con esattezza il più piccolo arco di questo cerchio. La polarità o azione e la reazione si riscontrano in ogni parte della natura; nell’oscurità e nella luce; nel caldo e nel freddo; nel flusso e nel riflusso delle acque; nel maschio e nella femmina; nell’inspirazione e nell’espirazione delle piante e degli animali; nella sistola e diastola del cuore; nelle ondulazioni dei fluidi e del suono; nella gravità centrifuga e centripeta; nell’elettricità, nel galvanismo, e nell’affinità chimica. Producete l’attrazione all’estremità di un ago magnetico; la forza magnetica opposta appare all’altra estremità. Se il sud attrae, il nord respinge. Per fare il vuoto qui, voi dovete condensare là. Un dualismo inevitabile scinde la natura, così che ogni cosa è una metà, e suggerisce un’altra cosa per farla intiera; così spirito, materia; uomo, donna; soggetto, oggetto; dentro, fuori; sopra, sotto; movimento, riposo; sì, no.
Come il mondo è dualistico, così è ciascuna delle sue parti. L’intiero sistema delle cose viene rappresentato in ogni particella. Vi è qualcosa che rassomiglia al flusso ed al riflusso del mare, al giorno ed alla notte, all’uomo e alla donna, nella scaglia del pino, in un grano di frumento, in ogni individuo del regno animale. La reazione, così grandiosa nei suoi elementi, si ripete in questi limiti angusti. Per esempio, nel regno animale, il fisiologo ha osservato che nessun essere è privilegiato, ma che una certa compensazione bilancia ogni dono ed ogni difetto. Un soprappiù concesso ad una parte è ripagato dallo stesso essere con una riduzione di un’altra parte. Se la testa ed il collo sono più larghi, il tronco e le estremità sono accorciati.
La teoria delle forze meccaniche fornisce un altro esempio. Ciò che noi guadagniamo in potenzialità, perdiamo in durata; e viceversa. Le rivoluzioni periodiche o equivalenti dei pianeti sono un altro esempio; così l’influenza del clima e del suolo nella storia politica.
Il clima freddo rinvigorisce. Il suolo arido non produce febbri, cocodrilli, tigri o scorpioni.
Lo stesso dualismo si cela nella natura e nella condizione dell’uomo. Ogni eccesso dà origine ad un difetto; ogni difetto ad un eccesso. Ogni dolce ha il suo amaro; ogni male ha il suo bene. Ogni facoltà che riceve piacere, ha un castigo uguale al piacere, in caso d’abuso e deve rispondere della sua moderazione a prezzo della vita. Per ogni grano di spirito vi è un grano di follia. Ad ogni cosa perduta, corrisponde un’altra guadagnata; ad ogni cosa guadagnata un’altra perduta. Le ricchezze crescono; cresce il numero di coloro che le usano. Se il raccoglitore raccoglie troppo, la natura prende dall’uomo ciò che essa mette nelle casse di lui; aumenta i beni, ma uccide il proprietario. La natura odia i monopoli e gli eccessi. Le onde del mare non ricercano più rapidamente il loro livello dopo il loro agitarsi, di quanto tendano le varietà della condizione ad uguagliarsi. Vi è sempre qualche circostanza livellatrice, che riconduce il superbo, il forte, il ricco, il fortunato, sostanzialmente allo stesso livello di tutti gli altri. Un uomo è troppo forte e feroce per la società, è un cattivo cittadino per temperamento e per posizione, — è un testardo malfattore con un tanto di pirata in se stesso; — ebbene la natura gli manda uno stuolo di figli e di figlie che studiano lodevolmente nella scuola del villaggio, e l’amore ed il timore per essi, spianano il suo tristo viso arcigno alla cortesia. Così essa giunge ad intenerire il granito, a scacciare la bestia feroce ed introdurvi l’agnello, ed a mantenere esatta la bilancia.
Il contadino immagina che il potere e la preminenza siano delle belle cose, ma il Presidente ha pagato cara la sua _Casa Blanca_. Ordinariamente essa gli è costata tutta la sua pace, e le migliori delle sue qualità virili. Per conservare per breve tempo una posizione apparentemente così cospicua innanzi al mondo, egli è lieto di mangiare polvere davanti ai suoi veri padroni, che stanno eretti dietro il trono. Oppure desiderano gli uomini la grandezza più sostanziale e permanente del genio? Anche questa non ha maggior immunità. Colui che colla forza della volontà o del pensiero è grande, e domina migliaia di cose, ha la responsabilità del dominio. Con ogni influsso di luce viene un pericolo nuovo. Possiede egli la luce? Egli deve far testimonianza di quella luce, e sempre precedere con la sua fedeltà alle nuove rivelazioni dell’anima eterna, quella simpatia, che gli dà tanta viva soddisfazione. Egli deve odiare il padre e la madre, la moglie e il figlio. Ha egli tutto ciò che il mondo ama ed ammira ed agogna? egli deve rigettare dietro di sè l’ammirazione, ed affligger il mondo con la fedeltà alla sua verità e diventare un proverbio ed un oggetto di burla.
Questa legge crea le leggi delle città e delle nazioni. Essa non sarà deviata dal suo fine del più piccolo iota. È vano il macchinare o il complottare o l’accordarsi contro di essa. Le cose rifiutano di essere maneggiate male per lungo tempo. _Res nolunt diu male administrari._ Sebbene nessun impedimento ad un nuovo male appaia, l’impedimento esiste, ed apparirà. Se il governo è crudele, la vita del governatore non è sicura. Se voi mettete delle tasse troppo alte, il reddito nazionale sarà nullo. Se fate il codice penale sanguinario, i giurati non condanneranno. Nulla che sia arbitrario, nulla che sia artificiale, può durare.
La vita vera e le soddisfazioni dell’uomo sembrano eludere gli estremi rigori o le estreme prosperità delle condizioni, e stabilirsi con grande indifferenza sotto tutte le varietà di circostanze. Sotto tutti i governi l’influenza del carattere rimane la stessa, — in Turchia o nella nuova Inghilterra. Sotto i despoti primitivi dell’Egitto, la storia onestamente confessa che l’uomo ebbe tanta libertà quanta fu la sua cultura.
Queste apparenze dimostrano che l’universo è rappresentato in ciascuno delle sue molecole. Ogni cosa in natura contiene tutti i poteri della natura stessa. Ogni cosa è fatta di una sola materia conosciuta; così il naturalista vede un solo tipo sotto ogni metamorfosi, e considera un cavallo quale un uomo corrente, un pesce quale un uomo natante, un uccello quale un uomo che vola, un albero quale un uomo radicato nel suolo. Ogni nuova forma ripete non solamente il carattere principale del tipo, ma via via tutte le particolarità, tutte le finalità, tutti i progressi, tutti gli impedimenti, tutte le energie e l’intiero sistema in fine di qualsiasi altro tipo. Ogni occupazione, ogni commercio, ogni arte, ogni avvenimento è un compendio del mondo, e un correlativo di ciascun’altra di queste cose. Ogni uomo è un completo emblema della vita umana, del suo bene e del suo male, dei suoi cimenti, dei suoi nemici, del suo corso e della sua fine: e ciascuno deve in qualche modo contenere l’uomo completo e narrare tutto il suo destino.
Il mondo aduna se stesso in una goccia di rugiada. Il microscopio che esamina il microbo, non lo trova meno perfetto solo per essere piccolo. Occhi, orecchi, gusto, odorato, movimento, resistenza, appetito, e gli organi stessi di riproduzione che congiungono all’eternità, trovano modo d’esser contenuti nel più piccolo essere.
Allo stesso modo noi mettiamo la nostra vita in ogni atto. La vera teoria dell’omnipresenza è che Dio riappare, con tutti i suoi elementi, in ogni muschio ed in ogni tela di ragno. Il valore dell’universo si studia di penetrare in ogni punto. Se il bene c’è in un luogo, anche il male ci sarà; se si trova l’affinità, pure si troverà la repulsione; se la forza c’è, ci sarà anche una limitazione ad essa.
Così è il vivente universo. Tutte le cose sono morali. L’anima che dentro di noi è sentimento, all’infuori di noi è legge. In noi sentiamo la sua ispirazione; fuori, nella storia, noi possiamo vedere la sua forza fatale. Essa è onnipossente e tutta la natura sente il suo potere. Essa è nel mondo; per essa il mondo fu creato. Essa è eterna e rappresenta se stessa nel tempo e nello spazio. La giustizia non è posposta. Un’equità perfetta regola la sua bilancia in ogni parte della vita.
«Οί κύβοι Διὸς ’αεὶ εὐπίπτουσι»: «I dadi degli Dei sempre vincono». Il mondo appare come una tavola di moltiplicazione od un’equazione matematica, che, voltata come voi volete, mantiene sempre il suo equilibrio. Prendete qualsiasi figura vi piaccia, essa vi renderà conto del suo esatto valore, nè più nè meno. Ogni segreto è palesato, ogni delitto punito, ogni virtù ricompensata, ogni torto riparato in silenzio e certamente. Ciò che noi chiamiamo «compenso» è la necessità universale, per la quale l’intiero appare ogni qualvolta appare una parte. Se vedete del fumo, là ci deve essere del fuoco. Se vedete un braccio od un altro membro, voi sapete che il tronco al quale esso appartiene, sta dietro.
Ogni atto ricompensa se stesso, od in altre parole, si integra in un duplice modo: primo, nella cosa o nella natura reale; secondo, nella circostanza o nella natura apparente. Gli uomini dànno alla circostanza il nome di retribuzione. La retribuzione causale è nella cosa, e non è veduta che dall’anima; invece la retribuzione della circostanza è veduta dall’intelligenza; essa è inseparabile dalla cosa, ma spesso stesa su di un lunghissimo tempo, non viene distinta che dopo molti anni. Le ferite specifiche possono seguire l’offesa dopo lungo tempo, ma esse giungono perchè l’accompagnano. Il delitto e la pena crescono da un solo stelo. La pena è un frutto insospettato, che matura nel fiore del piacere, che lo ha coperto. Causa ed effetto, mezzi e fini, seme e frutto, non possono essere separati, perchè l’effetto fiorisce già nella causa, il fine preesiste nei mezzi, il frutto nel seme.
Mentre il mondo in tal guisa sarebbe unità e rifuggirebbe dall’esser diviso, noi cerchiamo di operare parzialmente, di separare, di appropriarci qualchecosa; per esempio, per soddisfare i sensi, noi separiamo il piacere dei sensi dalle necessità del carattere. L’ingenuità dell’uomo è sempre stata dedicata alla soluzione di un solo problema: in qual modo separare la dolcezza sensuale, la forza sensuale, la luce sensuale, ecc. dalla dolcezza morale, dalla morale profondità, dalla bellezza morale: vale a dire, ancora, come separare nettamente questa superficie esterna in modo da lasciarla senza il fondo; come giungere ad un’estremità senza averne un’altra. L’anima dice: «Mangia»; il corpo vorrebbe banchettare. L’anima dice: «L’uomo e la donna non saranno che una carne sola ed una sola anima» ed il corpo vorrebbe unirsi solamente alla carne. L’anima dice: «abbiate il dominio su tutte le cose per fini di virtù» ed il corpo vorrebbe avere il potere su tutte le cose per i suoi propri fini.
L’anima lotta con vigore per vivere e lavorare attraverso tutte le cose. Essa potrebbe essere l’unico fatto e tutte le cose sarebbero ad essa unite: potere, piacere, conoscenza, bellezza.
Ma l’uomo individuo aspira ad essere «qualcuno»; a costruire per se stesso; ad affaccendarsi ed a mercanteggiare per il bene privato; monta a cavallo allo scopo di montar a cavallo; si abbiglia per abbigliarsi; mangia per mangiare; governa allo scopo di eccellere. Gli uomini cercano di essere grandi; essi vorrebbero avere uffici, ricchezze, potere e fama. Essi credono che essere grandi sia possedere una parte sola della natura, quella dolce, senza l’altra parte, quella amara.
Questa divisione e questa separazione sono però energicamente avversate dalla natura. Fino al giorno nostro, bisogna riconoscerlo, nessun creatore di progetti ha avuto il più piccolo successo. L’acqua separata si riunisce dietro la nostra mano. Nel momento in cui cerchiamo di separarlo dal «tutto», il piacere è colto fuor dalle cose piacevoli, il profitto fuori dalle cose profittevoli, il potere fuori dalle cose forti. Noi non possiamo scindere le cose e ricercare solo il bene sensuale per se stesso, come non possiamo raggiungere un interno che non abbia esterno od una luce senza ombra. «Scacciate la natura con un bidente, essa ritorna di corsa».
La vita si riveste di condizioni inevitabili, che lo stolto cerca di schivare, che questi e quegli si vanta di non conoscere, come cose che non lo riguardano; ma la millanteria è sulle sue labbra, mentre le condizioni sono nella sua anima. Se egli le sfugge per una parte, esse lo attaccano per un’altra parte più vitale. Se egli le ha sfuggite in forma ed in apparenza, è perchè egli ha resistito alla sua vita, è fuggito lungi da se stesso, e il compenso è tale quale la morte. L’inanità di tutti i tentativi per fare questa separazione del bene dall’obbligazione è così evidente, che l’esperimento non sarebbe tentato — e il tentarlo sarebbe opera pazza, — senza che, iniziata nella volontà la malattia della ribellione e della separazione, l’intelletto subito non vada infetto; tanto che l’uomo cessa di vedere in ogni oggetto Dio nella sua pienezza, ma vede l’adescamento sensuale di esso, e non vede il suo pregiudizio; egli vede la testa della sirena, ma non la coda del drago; e pensa di poter recidere ciò che egli vuole avere da ciò che egli non vorrebbe. «Quanto secreto tu sei, che abiti nei più alti cieli silenziosamente, tu unico grande Iddio, che getti per castigo, con Provvidenza infaticabile, l’acciecamento su coloro che nutrono sfrenati desideri!»[2].
L’anima umana è fedele a questi fatti nel rappresentarli nelle favole, nella storia, nei proverbi, nella conversazione. Ciò trova inopinatamente una voce nella letteratura. Così i Greci chiamarono Giove, la Mente Suprema; ma avendogli per tradizione ascritto molte azioni basse, involontariamente fecero ammenda alla ragione, incatenando le mani di un dio così cattivo. Egli è ridotto così senza sostegno, come un re d’Inghilterra. Prometeo conosce un segreto per il quale Giove deve patteggiare; Minerva un altro ne conosce. Egli non può disporre dei suoi propri fulmini; Minerva ne tiene le chiavi.
«Fra tutti gli Dei, io sola conosco le chiavi che aprono le solide porte delle aule, ove le sue folgori dormono».
È una sincera confessione dell’opera interna del Tutto, e del suo scopo morale. La mitologia indiana finisce nella stessa etica; e sembrerebbe impossibile inventare qualsiasi favola e darle una popolarità, se essa non è morale. Aurora scordò di chiedere la gioventù per il suo amante, e Titone sebbene immortale è vecchio. Achille non è completamente invulnerabile; poichè le acque sacre non bagnarono il suo tallone, per il quale Teti lo sosteneva. Siegfried, nei Nibelungi, non è completamente immortale, perchè una foglia cadde sul suo dorso, mentre egli si bagnava nel sangue del drago, e quella parte rimasta coperta è mortale. E così è sempre. V’è una fenditura in tutte le cose che Dio ha fatto. E pare che questa circostanza vendicativa sempre appaia, improvvisa, perfino nella poesia, dove la fantasia umana tenta di cantare feste ardimentose, e di liberarsi delle vecchie leggi —, come appare nell’urto all’indietro, nel retrocedere del cannone, affermanti che la legge è fatale e che in natura nulla può essere donato, ma tutto è venduto.